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Full text of "Volgarizzamento dei trattati morali di Albertano, giudice di Brescia, da Soffredi del Grazia, notaro pistojese, fatto innanzi al 1278"

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DELLA  CRUSCAN 
COLLECTION 


VOLGARIZZAMENTO 

.     DEI 

TRATTATI  MORALI  DI  ALRERTANO 

GIUDICE   DI   BRESCIA 

IDA  S®IF1FÌE!&1D]I  !£)1IL  (glEÀ^Hii 

KOTARO  PISTOIESE 

FATTO    INNANZI    AL    1278. 

TROVATO 

DA  SEBASTIANO   CIAaiPI 

IN  TJN  CODICE  SCRITTO  NELl'aNNO    PREDETTO 

ED  ORA  DA  LUI  PUBBLICATO  LA  PRIMA  VOLTA  CON  ILLUSTRAZIONI  È   LA   GIUNTA 

DEL    TESTAMENTO   IN   LINGUA   VOLGARE 

di  donna  beatrice  contessa  da  capra ja 
dell'Anno  1278. 


tì 


FIREIVZE 

PER  L.   ALLEGRINI,  E  GIO.  MAZZONI 

STAMPATORI  ARCIVESCOVILI  ALLA  CROCE  ROSSA 

MDCCCXXXII. 


3\ 


7- 


Omnes  tnm  fere  qui  nec  extra  urbem  Lane  vixerant,  nec 
eos  alìqua  barbaries  domestica  infuscaverat  recte  loque- 
bantur  ....  aetatìs  illias  ista  fuit  laas,  tamqaam  inuo- 
centiae^  sic  latine  loqaendi. 

Cicerone  nel  Bruto, 

Vìtìum  vel  maximam  sit  a  vulgari  genere  orationìs  atque 
a  consnetadìne  comanis  sensas  abhorrere. 

Cic.  delV  Orat,  lib.  L 


1914  ^ 


A  SUA  ECCELLENZA 

IL  SIGNOR  PRINCIPE 

GREGORIO  GAGARIN 

CAVALIERE  GRAN   CROCE  DI  PIÙ  ORDINL   INVIATO 

STRAORDINARIO  E  MINISTRO  PLENIPOTENZIARIO 

DI  S-  M.  L' IMPERATORE  DI  TUTTE  LE  RUSSIE 

RE  DI  POLONIA  ec.  eg.  ec. 


N, 


Oli  faccia  maraviglia  all'  Eccellenza  Vo- 
stra che  io  Le  consacri  un'Opera  tutta  Italiana,  e  che 
a  prima  vista  converrebbe  piuttosto  ad  Illustre 
personaggio  Italiano.  Potrei  beu  acidume  per  suf- 
ficiente motivo  l'amore  che  l'Eccellenza  Vostra 
porta  alla  Italia ,  e  che  ne  parla  e  scrive  la  lingua 
da  poterne  esser  onoratissima  l'istessa  Italia.  Ma 
tal  pregio  sarebbe  comune  anche  a  personaggi  di- 
stintissimi d'altre  Nazioni.  All'Eccellenza  Vostra 
debbesi  specialmente  da  me  consacrare  questo  li- 
bro perchè  Italia  nel  sublime  carattere  di  Vostra 
Eccellenza  vede  rappresentato  quell'Augusto  Mo- 
narca, il  quale  con  avermi  onoralo  di  missione 
letteraria  in  Italia  per  cercare  Antichi  Monumenti 
scritti  5  o  stampati  della  Storia  antica  del  Regno 
di  Polonia  e  d'altre  Provincie  Slave  del  suo  Va- 
stissimo Impero,  mi  ha  conceduta  l'occasione  di 
essere  benemerito  non  solamente  di  quella  illu- 


IV 

Sire  Nazione,  ma  pure  della  medesima  Italia,  per 
avere  in  mezzo  a  tali  ricerche  trovati  moltissimi 
monumenti  di  Scienze,  Lettere,  ed  Arti  Italiane 
protette  per  più  secoli  in  Russia  ed  in  Polonia,  e 
per  avermi  data  l'opportunità  di  pubblicare  ed 
illustrare  il  più  considerabile  antico  ed  autentico 
monumento  scritto  della  lingua  Italiana, da  me  già 
scoperto  nei  1808.  e  dopo  il  suo  smarrimenio  ri- 
trovato nel  mio  ritorno  in  Italia  ;  e  di  scuopri- 
re  r  unico  MS.  Autografo  di  Giovanni  Boccaccio 
pieno  di  notizie  importantissime  della  vita  di  lui, 
e  de'  suoi  studj ,  e  finalmente  di  restituire  allo 
stesso  Boccaccio  e  pubblicai  e  le  pregiatissime  let- 
tere sue  che  anonime  giaceano  dimentiche  e  quasi 
ignorate.  Prego  dunque  l'Eccellenza  Vostra  a  de- 
gnarsi d'essere  presso  l'Imperiale  e  Real  Maestà  del 
suo  e  mio  Augusto  Sovrano  Monarca  non  meno 
l'interpeire  della  gratitudine  delle  buone  lettere 
Italiane  e  mia,  quanto  di  accettare  questa  offerta 
qual  pubblica  dimostrazione  della  mia  riconoscen- 
za verso  r  Eccellenza  Vostra  per  le  tante  prove 
della  cura  che  si  degna  prendere  di  me,  e  de'miei 
studj,  mentre  nella  Ilducia  della  continuazione  della 
sua  grazia  ho  1'  onore  di  protestarmi  devotamente 

Firenze  i.  Settembre  i832. 

Umiliss.  De^,  Obhl.  Servitore 

SEBASTIANO  CIAMPI 

I.  R,  Corrispondente  Attivo  di  Scienze  e  Lettere 

in  Italia    del  Regno  di  Polonia, 


CAPITOLO  T. 

Antichità  della  lingua  Yolgare 

poi  denominata   Italiana,  molto  anteriore 

al  secolo  XII. 


JLje  ricerche  degli  Eruditi  intorno  all'  antichità  ed  alV  uso 
della  lingua  volgare^oggi  chiamata  lingua  italiana^incomin' 
ci  arano  sino  dal  secolo  XF. Il  Fossi  nelT.  \. della  Biblioteca  Ma- 
gi iabechiana  p  a  g,  Syo.  registra  i  nomi  di  coloro  che  nel  così  det- 
to secolo  del  quattrocento  Sostennero\^arie  opinioni  suquesV  ar- 
gomento ;  e  fra  gli  altri  Leonardo  Aretino^  e  Flavio  Biondo 
da  Forlì,  che  scrissero:  questi,  il  trattato  JeLocntioneRomanff, 
V  altro,  una  lettera  contro  V  opinione  del  Biondo,  Il  celebre 
cav.  Morelli  Bibliotecario  della  Marciana  di  Venezia  con  sua 
degli  II.  Giugno  1817.  mi  avvertiva  che,,  resta  sconosciuta 
una  lunghissima  lettera  di  Guarino  Veronese  a  Lionello  da 
Este  su  questo  argomento.  Io  [soggiunge a)  non  V ho  veduta  a 
stampa^  ma  bensì  manoscritta  in  una  biblioteca  di  Frati  an- 
data in  dispersione  ;  e  notai  che  era  del  i449'  ?> 

Celso  Cittadini  nel  secolo  XVI.  si  distinse  a  sostegno 
dell'  opinione  d'  una  lingua  volgare  presso  i  Romani.  Tra  i 
più  vicini  ,  e  tra  i  nostri  contemporanei  hanno  trattato  con 
varie  opinioni  lo  stesso  argomento  i  dottissimi  Lodovico  Mu^ 
ratori ,  Girolamo  Tiraboschi  ,  Scipione  Maffei  :  il  primo  in 
una  dissertazione  de  Origine  linguae  itaiicae  nella  sua  grand'o- 
pera  delle  Antichità  italiane  (  Diss.  82.  );  il  secondo  nella  Sto- 
ria della  letteratura  Italiana  yz7  terzo  iiella  Yerona  illustrata. 
Anch'io  tentai  di  rientrare  in  tali  ricerche  con  una  Disserta- 
zione intitolata  Acroasis  de  usu  linguae  itaiicae  saltera  a  saeculo 
quinto  Rep.  Sai.  Pisis  1817.  4-  Posteriormente  V  eruditissimo 
Sig.  Ab.  Domenico  Barsocchini  pubblicò  una  Memoria  sullo 
stato  della  lingua  in  Lucca  avanti  il  mille.  [Lucca  iS3o.)  Rimet- 
tendo  alle  opere  sopraddette  i  curiosi  di  conoscere  le  opinioni 
del  Cittadini,  del  Tiraboschi,  e  del  Maffei,  mi  limito  a  ripor- 
tar qui  le  seguenti  parole  del  Muratori  prese  dalla  citata  dis- 
seriazione  XXXII.  delle  Antichità  italiane  „  Quaeri  ergo  pò- 


)(  a  X 
test  num  his  temporibus  (  saeculo  Vili.  )  populus  loqueretur 
ut  notarii  scribcbant ,  Inter  tot  tenebras  antiquitatis  mihi 
certuni,  imo  certi ssinium  ,  videtur  jam  turn  a  notariorum  ser~ 
mone  longe  diversam  fuisse  wulgi  linguam  in  Italia  ;  quod  in 
Galli  a  factum  videmus  ex  jurtjurando  Ludovici  regis  anno 
DCCCXLII,  {\)id  quod  in  Italia  contigisse  par  credere  est;  et 
sicut  in  Gallia,  Germania,  /Inglia  tabelliones  non  bulgari  sed 
latina  lingua  utebantur  in  conscribendis  carthis,  parcm  quo- 
que in  Italia  morein  servatuni  fuisse  merito  putandum  est, 
quando  et  ipsum  continuatum  per  plura  saecula  intuemur , 
quibus  nemo  dubitet  quin  jam  lingua  italica  in  populo  vige^ 
ret ,  Cum  vero  granimatices  expertes,  et  ineruditi  notarii  fo-» 
rtnt  y  nil  mirum  si  a  materna  lingua  idetUideni  mutuabantur 
verba  ac  modos  dicendi ,  quoties  nempe  meliorem  non  suppe~ 
ditabat  exigua  in  eis  latini  sermonis  supellev .  Quare  spar* 
sani  in  corum  carihis  linguam  introspicere  possumus ,  et  inde 
ali  qua  ex  parte  agnoscere  qualis  apud  ipsum  vulgus  esset  ma- 
terna eorum  lingua  ,, , 

Il  fatto  certamente  era  quale  dal  Muratori  è  provato  con 
esempii,  direi,  quasi  innumerabili  da  esso  riferiti,  o  citati,  ed 
esistituti  negli  strumenti  notariali  dal  secolo  VII.  al  XII, 
delVera  cristiana.  Quelli  die  si  trovano  nei  secoli  XII.  e  XIII. 
ci  j anno  indubitatamente  supporre  che  il  simile  succedesse  o 
potesse  accadere  nel  secolo  precedente  ,  e  così  retrocedendo 
anche  più  indietro,  perchè  innumer abili  voci  non  s'introduco- 
no ntlV  uso  volgare  tutte  insieme  nel  corso  d'una  sola  genera- 
zione. Ma  qui  non  mi  propongo  di  cercare  V origine  prima  del- 
la Ungila,  che  da  que'  monumenti  si  deduce  essere  stata  nella 
bocca  del  popolo  sin  d*  allora  .  Imperciocché  quanto  all'  ori- 
gine d'una  lingua  bisogna  entrare  nelle  ricerche  istoriche  de'po- 
poli,  che  la  parlano;  nell'  analisi  radicale  delle  voci  ;  nelle  cause 
dell'  allerazione  de' vocaboli,  che  non  per  questa  cambiano  di  na- 
tura ;  bisogna  distinguere  le  voci  d'  una  medesima  genealogia  ,  e 
famiglia  dalle  ibrid^,  ed  intruse  ,•  esaminare  quali  sono  le  costi- 
tuenti l'essenziale  della  lingua  :  conoscerne  la  storia;  distinguer- 
ne le  variazioni  accidentali  ;  ne,  se  anclie  vi  siano  mescolate  mol- 
tissime voci  solitarie  d'una  ,  o  più  lingue  straniere,  sene  debbe 
ripeter  la  derivazione  da  queste  ;  perchè  la  natura  d'un  linguag- 
gio non  è  costituita  dalla  maggiorità  delle  voci,  ma  bensì  dall'in- 
4ok  propria,  che  lo  distingue  essenzialmente  dalli  altri;  perlo 


)C  3  X 

elle  in  una  lingua  possono  essere  moltissime  voci  d' una  ,  o  di 
altre  diversissime  lingue,  senza  che  la  lingua,  in  cui  s'  introdus- 
sero muti  l'origine,  e  le  sue  qualità  naturali.  Dal  non  aver fat^ 
te  queste  necessarissime  osservazioni  ,  e  distinzioni^  e  dall'  65- 
sersi  appagati  del  solo  fatto  molti  scrittori  antichi,  e  moderni 
hanno  variamente  giudicato  dell  origine  ^e  dell  indoU  dellalin^ 
glia  italiana  derivandola  ora  dallaWn^inx  latina  cultti, corrotta 
poi  e  mescolata  con  quelle  dei  Settentrionali  invasori  del  medi  o 
evo,  ora  da  più  antiche  lingueintrodotte  sin  da  tempi  imniemo^ 
bili  in  Itali  a;  senz'avvedersi  che  nella  lingua  italiana,  sebbene 
innumerabili  voci  straniere  si  trovino  , pur  non  dimeno  la  liìU 
gua  esiste  originaria,  avendo  da  contrapporre  le  voci  sue  na- 
turali a  quasi  tutte  le  pellegrine  ,  tranne  quelle  che  per  V aC" 
cresciniento  de' bisogni  e  delle  cognizioni  scientifiche  o  delle 
arti,  e  delle  costumanze  d^  una  in  un'altra  lingua  passano  a 
proporzione  delle  comunicazioni  scientifiche  a  commerciali  , 
o  politiche  delle  nazioni. 

j\Ja  qui  ,  dico  ,  non  mi  proposi  di  entrare  nelle  ricerche 
del V  origine  del  parlare  oggi  detto  Italiano/  lo  che  riserbo  ad 
altr*  opera  mia  di  già  molto  inoltrata  verso  la  fine, 

I.  Perora  mostrerò  solamente  come  questa  lingua  non  deb- 
ba reputarsi  nata  dopo  V  anno  millesimo  dell'  era  Cristiana  , 
e  molto  meno  dal  termine  incirca  del  secolo  duodecimo  alla 

fine  del  decimo  terzo, 

II.  Come  nel  secolo  XIII,  incominciasse  ad  essere  scritta 
principalmente  per  V  uso  volgare. 

Dico  dunque  che  la  lingua  scritta  nelle  Carte  notariali 
dal  secolo  VII.  sino  alla  fine  del  XII,  non  fosse  la  comune  ^ 
ma  un  gergone  convenzionale  per  gli  affari  legali,  o  forensi 
dei  privati,  ed  anche  per  gli  atti  pubblici  di  qualunque  specie 
si  fossero,  principalmente  del.' Rogito  notariale;  gergone  che 
dal  parlare  del  volgo,  anzi  dal  generalmente  adoperato  per 
le  bisogne  della  vita  privata  slontanavasi  col  fare  un  mescu- 
glio  di  parole  latine  e  volgari ,  or  quelle  scrivendo  non  secon- 
do grammatica  ,  ma  secondo  la  pronunzia  del  volgo;  or  queste 
secondo  la  desinenza  grammaticale,  overo  corrotta  del  culto 
latino  scritte  e  mescolate  con  quelle  ;  inflettendo  i  nomi  ed  i 
verbi  talora  alla  maniera  latina,  tal'  altra  per  via  di  pre» 
posizioni  distinguendo  i  casi,  come  de  ferro,  de  liorriine,ad  ferrum 
ad  hominem  ,  a  ferro  ab  homine  invece  di  ferri ,  liomiuis  ecc. 


)(4)( 

scanihì arido  i  generi,  e  talvolta  i  casi,  e  distinguendo  ilnumeret 
del  più  ora  per  declinazioni  latine ,  ora  per  vocali  aggiunte  o 
mutate  nel  nominativo  singolare  ecc.  con  cento  altre  variazioni 
nei  nomi  e  liei  verbi,  le  quali  variazioni ,  frasi,  e  maniere,  e  scani" 
bianienti  di  lettere  ecc.  nel  mio  libro  delV  origine  e  delV  uso 
antichissimo  della  lingua  oggi  delta  italiana  mostrerò  essere 
quanto  discordi  dalla  grammatica  latina,  sebbene  alcune  di 
quelle  maniere  anche  nel  buon  latino  ricevute  ,  come  direm» 
mo  per  idiotismi,  altrettanto  in  generale  non  erano  voci  e  ma^ 
niere  capricciose  ed  arbitrarie,  ma  dipendeano  da  cause  cO" 
stanti  di  pratiche,  e  di  pronunzie  antichissime  immemorabili, 
e  venute  e  mantenute  sino  ai  dì  nostri,  e  costituenti  il  carattere 
della  lingua  oggi  detta  italiana. 

Per  dare  ai  meno  pratici  nella  conoscenza  di  quelle  carte 
notariali  un  saggio  della  lingua  in  esse  adoperata ,  eccone  alm 
cuni  esempjy  che  applicati  alle  migliaja  e  mi  glia ja  d'altri  d'o^ 
gni  maniera,  serviranno  a  far  conoscere  quanto  sia  fondata 
V  opinione  del  Muratori,  che  pure  è  la  mia. 

Alle  pag.  98.  delle  Memorie  e  Docuaienti  lucchesi  per  servi- 
re alla  storia  del  ducato  di  Lucca  si  legge  in  data  del  762. , , Por- 
co uno  valente  tremisse  uno ,  et  uno  pullo  et  quinque  ovas  et 
camisia  una  valente  tremisse  uno  ;  uno  animale  in  mense  mar-^ 
tio,  valente  tremisse  uno  ;  vinum  et  laborem  secunduni  consue^ 
tudineni  ipsei  case ,  et  angaria  secundum  consuetudinem  de 
ipsa  casa .,.  In  queste  parole  si  vedeun  mescuglio  di  pronunzia 
volgare^  e  di  desinenze  grammaticali  ;  di  maniera  che  se  tut» 
to  mettasi  in  pronunzia  volgare  avremo  in  italiano  le  stesse 
parole  così  :  „  porco  uno  valente  tremisse  uno,  e  cinque  ova,  e 
camisia  una  valente  tremisse  uno  ,  un  animale  in  mese  mar^ 
tio  valente  tremisse  uno ,  vino  e  lavoro  secondo  consuetudine 
d'  essa  casa ,  e  Angaria  secondo  consuetudine  d  essa  casa  „. 
Notisi  che  cinque  per  quinque  era  già  in  uso  volgare,  come  le 
lapidi  ci  fanno  sapere;  ipsei  per  ipsi  era  per  la  ragione  che 
dirò  fra  poco. 

Alle  pag.  191.  delle  dette  Memorie  è  uno  strumento  no- 
tariale dell'  anno  ^00. avanti  il  mille  dove  (  tra  le  altre  cose  ) 
leggesi  il  seguente  periodo:  „  Ursum  bisavius  meus  a  funda^ 
mento  construcxi  una  casa  mea  massaricia  in  loco  qui  di" 
citur  vitriano  ubi  benenatulo  resede,  „  .  Queste  parole  da 
far  inorridire  un  grammatico  latinista  ,  e  che  ogni  italiano 


)(  5)( 
hen  parlante,  ed  erudito  riguarderà  come  mostruose ,  in  la- 
tino, e  più  nella  lint^ua  italiana  diventeranno  regolari  con 
poche  mutazioni  non  arbitrarie;  ma  fondate  sopra  regole 
costanti,  ed  antichissime  per  le  quali  da  tempo  immemorabile 
avati  la  venuta  in  Italia  de' Settentrionali  del  medio  evo  si 
costumava  di  pronunziare  dal  popolo,  prima^  ed  anche  dopo 
l'ordinamento  della  lingua  già  Laziale,  e  poi  detta  latina,  e 
finalmente  romana  o  de'  Romani,  che  la  sparsero  più  o  meno 
per  tutto  V  Impero  di  Roma  ;  non  altrimenti  che  detta  fu  Un* 
gua  volgare,  quindi  toscana  (  ed  in  particolare  fiorentina  )  e 
finalmente  italiana  la  poi  dispersa  per  tutta  Italia,  non  già 
con  armi  e  con  dominazione  dai  Toscani,  ma  con  avere  essi 
prima  e  maglio  scritto,  per  le  ragioni  che  dirò  poi,  l'antichis- 
simo dialetto  popolare  romano  costituito  specialmente  dal 
modo  della  pronunzi  a  d'  uno  stesso  linguaggio  ,  il  latino  ,  che 
gli  eruditi  ordinarono  e  scrissero  e  forse  pronunziarono  (  ipiu 
cruscanti  diremmo  noi)  coerentemente  alla  scrittura  gram^ 
maticale ,  ma  il  popolo  pronunziav alo  nel  modo  che  in  parte 
ci  mostrano  le  antichissime  iscrizioni,  e  le  più  basse,  e  come  ci 
confermano  moltissimi  esempj  che  sono  in  Plauto,  in  Terenzio 
ed  in  altri  più  moderni  autori,  non  esclusi  i  così  detti  Gram- 
matici. A  conferma  di  che  sappiamo  da  Svetonio  (in  Augusto) 
che  gli  eruditi  dissentivano  tra  loro,  cioè,  se  dovesse  la  scrit^ 
tura  seguitare  la  pronunzia ,  o  la  pronunzia  la  scrittura  y 
quelli  che  stavano  per  la  prima  opinione  si  appoggiavano  al 
principio  che  le  lettere,  ossialascrittura, è  destinata  a  mante- 
nere il  suono  naturale  delle parole„Orthographiam,  idest  for" 
mulam  rationemque  scribendi  a  Grammaticis  institutam  non 
adeo  custodivit  (  Augustus^,  ac  vide  tur  eorum  sequi  potius  opi- 
nionem,  qui  perinde  scrihendum  ac  loquendum  exisiiniant  „  . 
Or  se  si  paragonino  i  monumenti  scritti  della  più  antica  lin- 
gua latina  ,  come  V  iscrizioni  a'  sepolcri  delli  Scipioni  ,  e  le 
commedie  dì  Plauto  ecc.  co'  monumenti  del  medio  evo,  e  poi 
colla  nostra  scrittura,  che  risponde  alla  lingua  pronunziata, 
troveremo  [proporzionatamente  ai  diversi  stati  della  medesi" 
ma  lingua  )  una  mirabile  uniformità  di  pronunzia ,  che  non 
s^ accorda  con  la  lingua  grammaticale  adoperata  dagli  scrit- 
tori, yeggiamo  dunque  la  metamorfosi  delle  sopra  riferite pa^' 
role ,  che  certamente  dal  popolo  erano  pronunziate  in  modo 
poco  più  ,  poco  meno,  equivalente  a  questa  scrittura  :  „  Orso 


)(  6  )( 
bisavio  meo  a  fondamento  costrusse  una  casa  mea  massaricia 
in  loco  eli  è  dicto  Vitriano ,  ove  Benenatulo  resede  „  parole 
che  per  redole  costanti  dì  pronunzia  corrispondono  alla  ^ram^ 
maticale  latina  scrittura  così:  Ursus  bisavius  meus  a  fun~ 
damento  construxit  unam  casam  meam  massariciam  in  lO" 
co  (jai  est  dictus  Vitrianus  [i)  ubi  Denenatulus  resedit  „ 

^^a  l' ignorante  notaro,  che  non  sapea  y  o  non  curatasi  di 
conseri>are  r  ortografia  grammaticale,  era  contento  di  dare 
alla  volgar  lingua  una  qualche  impronta  diversa  dall'  uso 
comune  per  sembrare  di  mantenere  la  formalità  di  non  ado" 
perare  il  linguaggio  volgare;  è  bensì  vero  che  questa  lingua 
scritta  convenzionale  era  più  o  meno  barbara  a  proporzione 
della  conoscenza  del  latino  che  aveano  ed  il  notaro  ,  e  le 
parti  concorrenti  all'  atto  che  stipulavano.  Infatti  nel  docu" 
mento  109  lucchese  dell'  anno  798  alle  pag.  181.  delle  sud- 
dette  Memorie  si  vede  in  generale  più  mantenuto  il  sistema 
grammaticale,  eccettuati  alcuni  scambi  di  lettere  come  la 
e,  e  la'xy  e  la  soppressione  d'  alcune  lettere  finali  de' casi  ^  e 
de  verbi ,  nel  resto  procede  il  notaro  con  sufficiente  inerenza 
all'  andamento  della  lingua  ,  dirò  ,  letteraria  ,  quale  p.  e.  sì 
trova  in  questo  periodo: ,,  et  volo,  ut  semper  omni  tempore  per 
singulas  ebdomadas  pascantur  ad  mensam  pauperes  septem 
abentes  tria  pulmentaria  per  singulos,  qaartam  panis^  quat- 
tuor  calìces  vini,  ec. 

Al  contrario  in  altra  carta  lucchese  del  ^^^  riferita  dal 
Muratori j  dove  è  data  una  consimile  disposizione,  il  notaro  si 
esprime  così  „  prandiuni  eorum  tali  sit  per  omne  septimanax 
scaphilo  grano  uno ,  pane  cocio,  et  duo  congia  vino  ,  et  duo 
congia  de  pul  menta  rio  ,  faba  e  panico  mixto ,  bene  spisso  et 
condicto  de  uncto  aut  de  oleo ,,.  Queste  parole  mettendole  in 
scrittura  più  regolare  direbbero  „  prandium  eorum  tale  [3) 
sit  per  omnem  septimanam  (4)  scaphilus  (de)  grano  unus  (5)  y 
panis  coctus  et  duo  congia  (de)  vino  et  duo  congia  de  pulmen' 
tarlo,  faba  et  panico  mixto  ,  bene  spixo  et  condito  de  uncto 
aut  de  oleo  :  che  in  italiano  così  tornano  secondo  la  pronunzia 
volgare  antichissima ,,  prandio  loro  (illoram)  tale  sia  {6):  sca^ 
figlio  di  grano,  uno  ;  pane  cocto  (7)  e  due  (8)  congia  vino,  e 
due  congia  de  pulmento  [^)  fava  [io)  e  panico  misto,  bene  spesso 
e  condito  d'  unto,  o  d'  olio,  „  Ma  il  non  meno  degno  di  atten- 
zione  sì  è,  che  in  tutti  gli  atti  notariali  dal  secolo  VI  al  XII 


)(  7  )( 
quando  già  la  lìngua  italiana  era  in  uso  nelle  bocche  de^li 
uomini,  e  nella  scrittura,  si  trovano  nelle  confinnzioni  citati 
e  scritti  i  nomi  deHuoghi,  e  dichiarati  già  in  uso  comune  tuli 
quali  si  pronunziano  in  italiano  ,  e  molti  durano  tutta  via 
letteralmente  li  stessi  d'  allora»  Eccone  alcuni  cscnipii  tratti 
dalle  Memorie  lucchesi. 

anno  jìS. pag.  65. 

„  Basilica  beati  sanati  Prosperi  sita  in  loco  qui  dicitur  In- 
tracule;  ed  a pag.  i5i  an.  ']^6 Interachule  oggi kulrsccoW  {forse 
da  Inter  aquulas)  come  a  pag.  82  an.  754.  in  fine  de  aqne  albule. 

725.  pag.  4«  i^^  loco  qui  vocatur  Capannule.  TVe/  1099*  P^?,' 
6.  castello  da  Capannule  ....  prope  Camullianum.  Oggi  Cu- 
pannoli  e  Caraulliano. 

'j6i.  pag.  9y.  Rasignano;  og^i  Rasignano, 

ij64'  P^g-  io3.  Deusdede  de  Lunata  ,  oggi  Lunata. 

767.  pag.  1 13.  in  loco  Nobule,  oggi  Nuvola. 

769.  (Ecclesia)  Sancii  Frigdiani  de  Lanata. 

770.  pag.  i3.  Tanulo,  et  Teudulo  ....  ahitatores  in  Pater- 
no; molti  sono  i  luoghi  denominati  tutta  via  Paterno. 

jf^G.  pag.  ì5i  in  loco  Cicina  oggi  Cecina. 

— -pag.  i55.  in  loco  Padule  oggi  Padule  e  Paule, 

786.  pag.  ì5i.  in  loco  Quarto  ad  Rotta;  anch'oggi  son  varj 
i  luoghi  detti  la  Rotta, 

lo  credo  che  prendendosi  la  cura  di  riscontrare  le  deno^ 
minazioni  de*  luoghi  che  sono  rammentate  nelle  carte  nota- 
riali  di  que' secoli,  la  maggior  parte  si  troverebbero  le  mede^ 
sime  che  mantengonsi  a  tempo  nostro  ,  ma  tutti  sono  certa- 
mente d'una  tal  natura,  da  corrispondere  per  V  indole  e  per 
la  pronunzia  più  alla  lingua  italiana,  che  alla  latina  \  tali 
p.  e.  sono, fra  i  moltissimi, 
JJ  anno  729.  p.  ^\,  ex  terra  nostra  ad  Runclio  de  Casale. 

753.  in  loco  qui  noniinatur  Tasciano  e  Lasciano. 

754.  pag.  82.  in  loco  qui  dicitur  ad  munte,  ao^Panchu le. 
762.  pag  96  de  campo  ad  piro  gibbo. 

765.  in  loco  Terinca,  tuttora  Terrinca» 

766.  pag.  109  in  loco  Cornino  ubi  vocatur  ad  Chuzia. 
pag   110.  In  loco  Capinistello,  ef  ad  hrtìo  —  ad  Ra- 

nule.  prato  meo  ad  Fossa  Petrosala. 
— -  In  loco  liOngize. 

766.  Guntulo  massario  nostro  resede  in  loco  Vetusiano  et 
parte  mea  de  C  afa  già  nostro  in  loco  Monaciatico. 


)(  3  )( 
767.  una  casa  mea  massaricia  in  loco  Quesa  (ora  Quo  sa) , 
¥Ìco  ubi  dicilur  Piniano,  oia  Pignano. 

770.  pag,  1 19.  in  loco  vocabuli  Gastelione. 

771.  pag.  121  portionem  meam  de  re  illa  quem  niihi  obs^e' 
flit  da  quondam  Luccio  de  Fosciana- — in  loco  Farnita. 

'j'ji.in  loco  Runclio.  Anch'oggi  si  trovano  luoghi  chiamati 
il  Rorjco. 

772;  pag.  124  loco  Cappiano  (ora  Cappiano)  vico  ubi  vocatur 
Orbilaticcia. — vineani post  casa  ad  ¥ omùno  fine  fiorentina;  oggi 
Fognano  vicino  a  Prato  verso  Firenze» 

1^^,  pag.  14B  Paterno  Majore  ed  a/^roi'e  Paterno  Magno , 
Paterno  Minore- — 'Paterno. 

789.  in  loco  Arsicciole. 

Queste  ed  innumerabili  altre  denominazioni  locali ^le  quali 
erano  date  negli  anni  sopra  notati,  dovettero  essere  molto 
ben  antiche,  giacche  i  vocaboli,  specialmente  locali,  sono,  per 
così  dire,  antichi  quanto  i  luoghi  medesimi;  ed  è  osservabile 
che  non  erano  chiamati  latinamente  p.  e,  Monaciaticus  ,  Pi" 
nianus,  Tuccianus,  Luscianus,  Runcus  ecc,  ma  Locus  qui  di- 
citur,  ovvero  nominatur  Tucciano,  Lusciano,  Vetusiano,  Mona-- 
ciatico,  Pinicgfio  ecc.  Lo  che  mostra  che  la  pronunzia  volga^ 
re  era  come  la  nostra.  Lo  stesso  mostrano  gli  esempj  del  Se- 
colo XI.  citati  dal  Muratori  con  più  V  aggiunta  delV  Articolo; 
Come  air  anno  1029:  prope  looo  qui  dici  tur  le  grotte. 

798.  Monasteriolum  Sancii  Quirici  in  loco  la  Ferrarla 
(  Zaccaria  Anecd,  Medii  aevi  )  (  1 1  ) 

884*  Fossatum  de  la  vite. 

io3i.  Prope  loco  qui  nominatur  ad  la  Rivolta. 

io4i.  Alla  Rivolta. 

1061.  In  loco  et  finibus  ad  la  Leuna. 

1075.  e  II 18.  Alla  Leuna. 

1078.  In  loco  et  finibus  Colignole  Campo  de  1'  Arno. 

1084*  ^^  rebus  illis  que  videntur  esse  ine  la  plebe  di  Ra- 
dicata. 

1098.  In  loco  Colognola  (  fior  se  da  Coìonìola.)  ubi  dicitur 
Castagno  et  dicitur  all'Orto;  oggi  Colo  ^no\e. 

Né  solamente  i  nomi  de'luoghi  si  trovano  scritti  e  pronuri" 
ziati  al  modo  italiano  ,  ma  quelli  pure  degli  uomini  e  delle 
cose.  Nelle  citate  Memorie  lucchesi  alV  anno'j^i»  doc.  5^.  si 
leggono  i  seguenti,  che  bastino  per  esempio  degli  innumerabili 
che  si  possono  vedere  in  tutte  le  carte  notariali  di  quelle  età; 


)(9X 
Alpergula  ^eZfl/Ti^r/ (12)  Gunderadula  qui  est  in  casa  Ba- 
ronaci  cum  due  jilie  sue ,  Teudolo  de  Monacciatico  ,  consuLo 
de  Serbano.. .  Unojilio  ed  unafilia  nomine  Visilinda,  Ratper- 
tulo  de  Tramonte,  Gaudoi^erio  pistrinario ,  Liutperto  ifestora- 
r/o,  Maaripertolo  Caballario,  Martinulo  Clerico,  Gudaldo  cuo- 
che,  Barulo  porcario  ,  Ratc.nusulo  Vaccario ;  e  poco  dopo: 
Varnipertulo  ne;oore  Teuduli  de  Lamari,  Aarulu  russu  ;  Ne^ 
potè  Vivaldi  da  Quosa,  dua  consubrine  Dulciari  de  Colonia^ 
la  Nt'pote  Bonusuli  de  Roselle,  Aunifridulo  de  Cinturia  ecc. 
og^i  Cintoia,  nome  di  luogo  vicino  a  Firenze  e  di  altri  in  To' 
scana. 

In  (guanto  poi  a*  nomi  delle  cose,  ed  ai  verbi  non  la  finirei 
più  se  cominciassi  a  raccoglierne  esempii.  Bastino  i  seguenti: 
in  uno  strumento  di  donazione  del  y8o.  dal  noi  aro  dovendosi 
esprimere  V  obbligo  di  provvedere  al  mantenimento  d'un  tale, 
né  sapendosi  esprimere  in  latino ,  dice  tra  le  altre  cose,  che 
dovea  essere  calsato,  e  vestito  (l3).  All'anno  jjS.  donna  per 
domna.  839.  desti  per  dedisti.  873.  nera  per  nigra.  865.  Ca- 
stagno per  Castaneum.  910.  arabile  per  arabìlis.  985.  A-lter- 
cazlone  per  altercatio.  993.  kper  est»  731.  offerse /;er  obtulit. 
729.  sia  per  sit. 

fj^Q,  resede  per  resedit  >  ivi  emettere  per  emittere, ,-  ivi 
obvìeoe  per  ohvenit.;  ivi  pertene  per  pertinet;  ivi  demettere 
per  dimittere  ec.  992.  misurato  per  mensurato.  ó/oi.  sunnomi- 
nato per  supernominato.  902.  compresa  per  comprehensa.  1 000. 
coprire  per  cooperire.  1074.  rena  yoer  arena,  renaio /per  rena- 
rio  (  Barsocclaini  1.  e.  pag.  aS.  e  seq.  dove  possono  vedersi  le  ci- 
tazioni relative  (i4)  ). 

Il  medesimo  sistema  vedesi praticato  dai  Fiot ari  anche  nel 
tempo  in  cui  s'  incominciò  a  scrivere  la  lingua  volgare.  Per 
esempio:  neW  Archivio  di  S,  Croce  in  Lucca  si  conserva  un 
contratto  del  iiS^. ,  dove  leggonsi  queste  parole  „  Prima  qua- 
rum  peti ar uni  terrarum  dicti  poderis  est  vinca  cum  olivis  et 
cum  aliis  arboribus  et  cum  domo  partim  salariata  et  partini 
terrestri;  et  cum  fumo  et  solita,  et  cellario,  et  oxtato  cum  qua" 
fuor  buttibus ,  et  sex  tinis ,  scilicet  quatuor  magnis  ,et  duobus 
parvis,  et  duobus  soneis,  et  una  archipr adola,  et  unatrogade 
castaneo,  et  duobus  coppis  oleatis,  et  unp  saccone ,  et  una  cui- 
tre,  et  uno  piumaccio  et  quatuor  linteaminibus,  et  uno  coper- 
torio  ,  et  ferranientis  necessariis  ad  tcrram  laborandam,  et 

b 


)(   'o  )( 

Ugna  facienda,  et  cuni  paiolo  et  padella^  et  catena,  et  maila, 
et  do^is  cuni  Labulis  clai^atis,et  cum  singulìs  aliis  massariciis 
quae  sunt  etc.  eie.  „  Se  non  fosse  ormai  cosa  certa  che  allora 
parlatasi  e  scri<^easL  la  lingua  volgare^  giudi  citeremmo  di  que-^ 
sta  scrittura  notariale  come  sinadora  fu  giudicato  dell'altre^ 
Non  e  questo  il  luogo  da  diffondermi  nel  presentare  mag- 
gior copia  di  questi  esempii,  i  quali  possono  ampiamente  ve^ 
dersi  nelle  Antichità  italiane  del  Muratori ^  ed  in  perticolare 
nella  citata  dissertazione  XXXII.  del  T.  I;  nelli  Aneddoti  del 
medio  evo  del  P.  Zaccaria;  nelle  Memorie  e  Documenti  per 
sentire  all'  istoria  del  Ducato  di  Lucca;  nella  mia  Acroasis  de 
usu  linguae  italice  saltem  a  sacculo  quinto,  Pisis  1817;  nella 
Memoria  dello  stato  della  lingua  in  Lucca  avanti  il  mille 
dell'  Ab.  Domenico  Barsocchini ,  Lucca  i83o.y  e  nella  immi- 
ìiente  pubblicazione  del  Dizionario  Storico-Fisico-Geografico 
della  Toscana  di  Emanuel  Repetti,  dove  saranno  rintrac-^ 
ciati  i  nomi  antichi  a  confronto  dei  moderni  di  tutti  i  luo- 
ghi geografici  della  Toscana.  Dalla  lettura  de'  quali  docu^ 
menti  si  deduce  1.  che  la  mescolanza  di  vocaboli  volgari 
d'  ogni  maniera  non  mostra  una  lin^^ua  ìiascente  da  que^ 
sta  confusione  y  ma  bensì  già  formata  ,  e  quantunque  rozza 
ed  irregolare,  adoperata  nelV  uso  comune  del  popolo.  II.  Che 
siccome  è  mantenuta  la  stessa  meniera  di  scrivere  le  carte 
notariali  e om'  erano  già  in  uso  ne'  secoli  precedenti  al  mil^ 
Icy  anche  nei  secoli  XII,  XIII.  XIV.  etc.  quando  già  la  lin-^ 
gua  italiana  sparsa  in  quelle  scritture  anteriori  al  mille , 
non  solo  parlavasi,  ma  comunemente  scriveasi:  cosi  è  forza  di 
credere  die  la  mancanza  d'  altra  specie  di  scritture  nei  secoli 
VII.  Vili.  IX.  X.  XI.  non  derivasse  dal  non  esistere  la  Un" 
gua  in  modo  da  poter  esser  meglio  o  peggio  messa  in  iserittura 
coni'  era  universalmente  parlata,  ma  dal  trovarsi  pochissimi 
di  q uè'  che  sapessero  scrivere,  fuori  de'  Letterati  e  dei  Notariy 
i  quali  dispregiando  la  lingua  volgare  non  si  degnavano  di 
adoperarla  nella  scrittura  e  servivansi,  i  primi,  della  lingua 
latina  propriamente  detta  più  o  meno  elegante,  e  che  studia- 
vanla  nelle  scuole  come  facciamo  noi  ;  i  secondi  talvolta  per 
ignoranza  totale  del  latino  culto,  tal'  altra  per  farsi  capire 
dalle  parti  interessate  nelle  stipulazioni  delle  carte  daessi  ro^- 
.gate  scriveano  quel  gtrgone  latino  barbaro-volgare, purché  sod- 
disfacessero alla  forma  di  nQn  scrivere  il  dialetto  voi  gare  [i5). 


K  li  )( 

CAPITOLO  II. 

Monumenti  più  antichi,  o  per  tali  riguardati  sinora 

della  lingua  volgare  seritta  j  quando  e  percliè  si  cominciò 

a  scriverla  generalmente  in  Italia. 


/>, 


ne  ,  come  già  dissi,  erano  le  (juestioniy  cìì  ìii  mi  pro^ 
ponea  di  mettere  in  più  chiaro  lume; 

'  i.  L'uso  in  bocca  del  popolo,  secoli  innanzi  di  mille, 
d^una  lingua,  che  meglio  ordinata  poi  nella  sintassi,  e  nella, 
scrittura  fu  detta  lingua  italiana. 

•2.  Di  stabilire,  secondo  i  monumenti  che  ci  rimangono, 
il  tempo  nel  quale  cominciò  ad  essere  scritta. 

Della  prima  parte  a  sufficienza  parlai  nel  capitolo  an- 
tecedente, ed  ho  mostrato  i  fonti  da  poter  soddisfare  alla 
curiosità  di  chi  ne  volesse  vedere  il  di  più  ;  vengo  dunque 
alla   seconda. 

Che  nel  secolo  undecimo  e  duodecimo  propriamente  si 
scrivesse  la  lingua  volgare  non  abbiamo  prove  sicure  da  po- 
terlo affermare. 

Se  cene  staremo  al  Qiamhullari,  nel  Gello,  al  Crescimbeni 
nella  storia  della  poesia  volgare,  al  Bottari  nella  prefazione 
alle  Lettere  di  fra  Guittone,  e  ad  altri,  non  mancano  in  buon- 
dato  poesie  e  prose  scritte  sino  dal  secolo  XIL  e  ci  sfilano 
una  seguenza  di  rime  scritte  siciliane  e  toscane  della  fine 
del  secolo  XIL  e  del  ccmìnciamento  del  XllL  Ma  io  non  mi 
oppongo  alla  possibilità  della  affermazione  di  loro:  chiedo 
solamente  che  mi  sia  provata  V  autenticità  e  la  genuinità 
di  quelle  cantilene  ,  o  rime  scritte  nei  tempi  predetti ,  siano 
scritte  in  carte  ,  od  in  pietra  scolpite.  Poterono  esser  le  rime 
per  del  tempo  cantate,  e  passate  di  bocca  in  bocca  senza  scrit- 
tura ,  come  d'  altri  popoli  ,  che  eran@  senza  scrittura  della 
lingua  volgare,  furono  poi  raccolte  in  iscritto,  ed  ordinate  in 
tempi  migliori  le  Cantilene. 

Tra  le  più  antiche  iscrizioni  in  pietra  conosciute,  per 
quanto  si  pretende,  in  addietro,  o  che  tuttavia  si  posson  ve- 
dere sono  quelle  che  qui  passo  ad  esporre. 

Alessandro  da  Morrona  ne  referisce  alcune  nella  sua  Pisa 


)(  12  )( 

illustrata  ecc.  A  pag,  3o3.  della  prima  edizione  parla  di  una 
che  òta\fa  nella  Fortezza  della  Verruca  dove ,  egli  dice,,  un 
marmo  nella  muraglia  sotto  al  cordone  del  bastione  occi' 
dentale  situato  (  e  che  di  presente  da  una  nobile  famiglia  si 
consenta)  ne  segna  l' epoca  memorabile  con  queste  parole  cu- 
bitali e  ben  formate,  come  da  noi  si  videro.  „ 

A   DI  DODICI  GVGNO 
MCIIL 

Il  dottor  ab.  Tempesti  nel  suo  discorso  Accademico  ripot" 
tandola  si  espresse  così  :  Ecco  un'  iscrizione  che  ad  onore  di  Pi- 
sa rispettata  dagli  anni  forma  il  più  antico,  e  prezioso  pubblico 
monumento  della  lingua  italiana  „ 

Io  non  impugno ,  il  ripeto  ,  la  possibilità  di  quella  Iscri- 
zione nel  iio3.  dacché  molto  prima  del  mille,  cioè  nel  762» 
si  legge  :  de  proprio  meo  dedi  pertica  una  de  latitudine  ecc» 
(  docum.  lucch.  L  e.  pag.  87.  ) 

Nel  rj^ij.  „  Guntulo  massario  nostro  resede  in  loco  Vetusta^ 
no. — terra  qui  capu  tene  in  ipsoAuserclo  (serchio),  et  alio  capit 
tene  in  terra  de  Jilii  quondam  Buriche,,e  nel  io84«  j?  ine  la. 
plebe  di  Radicata,,;  molto  più  al  principio  del  secolo  XII.  pO" 
teasi  scrivere  a  dì  dodici  gugnoy  essendo  noto  che  sino  dall'  età 
di  Quintiliano  diceasi  due,  e  tre  (16);  nelle  lapidi  sepolcrali  leg- 
gesih'v'sÀi  annos  tres,  menses  undec'i,  dies  dodici  in  pace  {presso 
il  Bosio  )  e  tra  le  Iscrizioni  alhane  pubblicate  dal  charissimo 
Gaetano  Marini  a  pag.  193,  N.°  169.  Irene  defuncta  est  anno- 
rum  decedocto  et  menses  septem  decima. 

Lo  scrivere  gugno  per  giugno  è  un  errore  comunissimo  non 
solamente  nelle  scritture  del  secolo  XIII.  ma  pure  a'  di  nostri 
gli  imperiti  scrivono  gustizia,  gocondo  e  simili,  considerando 
come  inerente  alla  lettera  g  V  i  che  fa  parte  del  nome  di  queU 
la  lettera. 

Esempio  ben  pia  convincente ,  e  pisano  esso  pure,  e  dello 
stesso  secolo  XII, quantunque  meno  antico,  è  una  iscrizione  da 
me  osservata  la  prima  volta  in  un  Sarcofago  ,0  Cassone  sepol- 
crale nel  Camposanto  pisano,  che  dice:  nella  prima  parte 

\BIDVINVS  MAIS  TER  FECITHANC  TFMBAM  AD 
DÒJSM  GIRATIVM. 


X  i3K 

Nella  seconda, 

t  HORE  VAI:  P  VIA  :  PREGA  DO  DELL  ANIMA  MIA 
SI  COME  TV  SE  EGO  EVI:  SICVM  EGO  SF  TV  DEI 
ESSERE. 

Ed  in  scrittura  comune 
„  Biduinus  maisterfecit  liane  tumham  ad  dominumGiratium, 
„  Hore  (17)  vai  per  via  predando  delV anima  mia  :  sì  come  tu, 
sé'iofui  :  sì  cum'  (come)  ego{iS}sum  (19)  tu  dei  essere  „  In  que- 
sta Iscrizione  non  è  propriamente  indicalo  l^  anno  in  cui  fu 
scolpita;  ma  è  certo  che  V  artefice  Biduino  operava  nel  1180. 
come  rilevasi  dalla  iscrizione  che  è  nella  facciala  della  chie^ 
sa  di  S.  Cassiano  a  distanza  di  circa  sei  miglia  da  Pisa,  ed 
è  questa 

Hoc  opus  quod  cerni s  Biduinus  docte  peregit 

Unddcies  centum  et  octoginta  post  anni 

Tempore  quo  deus  est ,  fluxerant  de  virgine  natus  (  anni 

I180. )(20). 

Si  noti  che  i  nomi  e  delV  artefice ,  e  della  persona  per  la 
quale  fu  lavorata  la  tomba  sono  in  latino,  perchè  quella  no- 
tizia  non  riguardava  direltamente  il  popolo ,  ma  piuttosto  le 
persone  eulte  j  V  altra  iscrizione  poi  era  comune  ad  esse  ed  al 
popolo,  perchè  principalmente  serviva  a  rammentare  a  tutti 
V  avver  timento  che  vi  si  contiene. 

Ma  passiamo  ad  un^  altra  Iscrizione  in  lingua  volgare 
eolla  data  del  ii84'  Primo  a  pubblicarla  fu  Vincenzio  Bor~ 
ghini  nella  parte  seconda  dt'  suoi  discorsi  stampati  in  Firen- 
ze dai  Giunti  V  Anno  i585.  per  cura  dei  Deputati  alla  corre- 
zione del  Decamerone.  Nel  i588.  Gio.  Batista  TJbaldini  la  ri~ 
stampò  nella  storia  di  questa  famiglia  [Firenze  pel  Sermar- 
telli  ) .  Il  Borghini  a  prova  fondamentale  delV  autenticità  di 
questa  iscrizione  ragiona  così:,,  Alcuni  particolari  accidenti 
„  possono  aver  data  origine  a  qualcun'  arme,  ma  queste  sa- 
5,  ranno  poche  di  numero,  e  d'esse  sarà  molto  difficile  V  haver 
„  certa  e  sicura  notizia  :  perchè  questi  per  lo  più  non  sono  di 
„  quelli  avvenimenti  di  cui  parlano  le  storie ,  et  il  credere 
5,  senz'altro  riscontro  ai  dL<cesi  del  medesimo  sangue,  trattan- 
„  dosi  del  proprio  loro  interesse  ^è  cosa  da  riuscire  spesso falla- 
„  ce.  Ma  da  simil  rispetto  si  può  a  buona  ragione  giudicare  lon- 
y,  tano  l'origine  dell' Arme  della  nobilissima  e  potente  fami- 
y,  glia  degli  Ubalbini,  che  ci  ha  conservato  un  marmo  molto 


)(  i4  )( 

„  antico^  il  quale  fu  da  una  delle  loro  molte  Tenute  e  CasteU 
,5  la  ch'ebbero  nell'Alpi  condotto  in  Firenze  da  Piero  Ubaldi- 
,;  ni  e  conservato  da  lui  con  molla  diligenza  nella  sua  casa; 
„  r  Insegna  loro  come  ognun  sa,  è  le  Corna  d'un  cervio,  ma  onde 
jy  ciò  sia  avvenuto  lo  dichiarano  le  parole  dello  inserto  Marmo 

De  favore  iste  Gratias  refero  dir  iste  Factus  in  festo  serene 

Sanctae  Marie  magdalene. 

Ipsa  peculiariter  adori  A  Deano  prò  me  peccatori. 

Con  Lo  Meo  Cantare  Dallo  Vero  Vero  Narrare  Nullo  Ne 

Diparto 

Anno  Millesimo  Chrìsti  Salute  CentesiraoOctuagesimo  Quarto 

Cacciato  Da  Veltri  A  Furore  Per  Quindi  Eltri  Mugellani 

Cespi  Un  Cervo 

Per  Li  Corni  Olio  Fermato  Ubaldino  Genio  Anticato  Allo  S. 

Imperio  Servo 

U  Co  Piedi  ad  Avacciarmi  Et  Co  le  Mani  aggrapparmi  Allì 

Corni  Suoi  Dun  Tracto 

Lo  Magno  sir  Federico  Che  Scorgeo  Lon  Tralcico  E  Corso  Lo 

Svenò  di  Facto. 


Però  MI  Feo  Don  Della 
Cornata  Fronte  Bella 
Et  Per  Le  Remora  Degna 
Et  Vuole  Che  La  Sia 
Della  Prosapia  Mia 
Gradiuta  insegna. 


a»t> 


Lo  Meo  Padre  è  U  gicio 
E  Guarento  Avo  Mio 
Già  d'UgicioGiad'Azi 
Dello  già  Ubaldino 
Dello  già  Gotichino 
Dello  già  Luconazzo 


{DaW istoria  della  Casa  Ubaldini  a  pag,  i5.) 


„  Io  ho  decto  che  qui  non  è  verisimilmente  da  sospettare 
d'  inganno,  per  ciò  che  questa  famiglia  ,  che  non  ha  hiso*> 
gno  di  simili  finzioni,  havendo  da  mostrar  chiaramente  pro- 
ve molto  più  antiche  della  sua  nobiltà  e  grandezza  ,  et  azio- 
ni molto  più  illustri  et  honorate  che  questa  non  è.  La  for- 


)(  «5  )( 

ma  del  marmo  mostra  essere  assai  antica ,  e  le  parole  so^ 
Ko  di  que^  tempi ,  e  le  rime  s^  usai^ano  quasi  in  tutte  le  is- 
crizioni così  fare  (21).  Ma  quello  che  non  meno  importa  alla 
verità  di  questo  marmo  ,  conservasi  un  contratto  fatto  l'an~ 
HO  i4i4«  dove  n  è  menzione  come  di  cosa  tenuta  mollo  ca- 
ra dagli  Uomini  di  quella  famiglia,  che  viveano  allora  „. 
Tutto  questo  brano  del  Borghini  V  ho  trascritto  dalla  storia 
della  famiglia  Ubaldini  dove  è  riportato  dalV  autore  di  essa 
Gio.  Batista  Ubaldini;  e  di  lì  parimente  ho  trascritta  anche 
la  iscrizione,  che  differisce  alcun  poco  da  quella  stampata  nei 
discorsi  del  Borghini,  non  già  nelV  essenziale  d^ alcuna  paro^ 
la,  come  dirò  di  sotto y  ma  in  tali  diversità  che  mostrano 
la  poca  diligenza  del  copiatore.  V  Ubaldini  promette  di  pub- 
blicare il  contratto  suddetto  del  i4i4'  ^^^  quarto  libro  della 
sua  Storia,  che  sembra  non  essere  stato  poi  ne  da  lui,  ne  da  al- 
tri stampato,  né  so  che  ms.  si  trovi  in  alcuna  Biblioteca. 

Il  detto  Gio.  Batista  dunque  a  rinforzo  di  quanto  scrisse  il 
Borghini  soggiunse  „  Autentico  testimonio,  a  giudizio  mio,  è 
questo  di  don  Vincenzio  Borghini  accuratissimo  scrittore, e  di- 
ligentissimo ,  e  per  tale  conosciuto  in  tutta  la  Città  nostra  ,  e 
spezialmente  in  quelle  scritture  se  non  era  più  che  certissimo, 
e  se  (  come  dice  )  con  mano  non  toccava  le  autorità,  per  cosa 
del  mondo  non  harebbe  ardito,  ancor  che  ajutato  da  grandis' 
sime  conghietture,  di  scrivere  veruna  cosa  in  questi  suoi  libri, 
ne'  quali  non  solamente  di  questo  marmo,  ma  di  molte  altre 
cose  appartenenti  alla  mia  famiglia,  chi  pia  antiche  e  chi  me» 
no  si  ritmavano  in  più  d'un  luogo.  Et  i  Giunti  di  Firenze  ha- 
vendo  Juor  del  predetto  libro  stampate  le  parole  del  Marmo 
nella  guisa  mostrata  a  dietro,  vi  aggiunsero  sopra  „  Esemplo 
d'  un  marmo  che  si  conserva  in  casa  di  Piero  ,  Cammìllo ,  et 
UbaldiìLO  figliuoli  di  Giovambatista  di  Lorenzo  Ubaldini  ,  il 
quale  Gio.  Batista  Autore  della  presente  Opera  è  cugino  car» 
naie  dì  quello  Ubaldino  d'  Agnolo  che  restaurò  la  Cappella 
antichissima  loro  di  S.  Antonio  in  Santa  Maria  in  Campi- 
doglio ecc.  „ 

Volendo  poi  il  medesimo  Ubaldini  aggiungere  conferma 
alle  cose  dette  dal  Borghini,  prende  a pag.  27.  /'  aringo  di 
rispondere  ai  critici,  o  di  prevenir  i  dubbj  che  si  fossero  pro^ 
mossi  sopra  i  nomi  scritti  nel  marmo,  che  „  non  riscontrando 
intieramente  per  entro  la  storia,  e  per  gli  allegati  strumenti 


)(  "6  X 

con  quei  del  marmO)  non  sarebbe  gran/atto  che  non /ussero 
quelli  stessi ,  de'  quali  noi  prendiamo  cura  di  ragionare  :  ma 
dà  ben  ragguardi  (soggiunge)  niun  altra  differenza  dentro  vi 
troverà  che  d' allungamento ,  o  di  accorciamento  ,  costuma 

usitata  in  que' tempi  antichi e  questa  alterazione  di 

nomi  accadde  pure  all'ultimo  nominato  nel  marmo,  il  quale 
da  un  castello  che  egli  havea  nel  Mugello  chiamato  Luco^po- 
tesse  prendere  il  nome,  o  veramente  il  Castello  da  lui:  basta 
che  il  suo  vero  o  dritto  nome  era  Luco,  e  con  tuttociò  Luconaio 
fu  nominato  nel  marmo,  e  Lucone  nel  privilta^io  d'Otto  secon- 
do[i2.).Di  più  il  detto  Gio.  Batista  seppe  quello  che  ignorava 
il  Borghini,  cioè  che  „  trovasi  in  certi  frammenti  di  Storia 
a  penna  citata  una  storia  d'  un  Galliano  Forese  da  Rabatta, 
che  dice  che  nelV  entrare  che  fece  Federigo  lo  Imperatore  nel 
Castello  della  Pila  ,  dove  alquanti  giorni  si  dimorò,  fu  rovi- 
nata la  pbrta  al  detto  Castello,  ejattali  V  entrata,  e  la  ro\^i- 
nafu  di  maniera  che  la  torre  che  stava  sopra  la  detta  porta 
COSI  stracciata  pareva  che  accennasse,  non  havendo,  si  può  dir, 
quasi  niente  dove  si  reggere  ,  di  venirsene  giuso  anch'  ella.  E 
dice  che  dovendo  poi  partirsi  il  detto  Imperatore  del  Castello, 
the  fu  V  anno  scritto  nel  marmo,  il  trentesimo  dì  di  luglio,  la 
sera  davanti  alla  sua  partita  fu  dai  detti  JJbaldini  tanto 
splendidamente  nella  cena  et  honorato,  et  servito  che  maravi^ 
gliandosi  di  cotanta  magnificenza  proruppe  in  queste  parole 
per  via  d' interrogazione'.  Quis  dominatur  Apennini?  e  le  repli- 
cò ben  tre  volte  ,  e  tacendo  ogni  uomo ,  rispose  egli  medesimo 
a  se  medesimo  dicendo  :  Alma  domus  Ubaldini;  ed  essendo  nel 
cortile  del  palagio  [là  dove  eran  poste  le  tavole)  a  un  gran 
tavolaccio  attaccata  quella  testa  del  Cervio  che  dice  il  mar* 
mo  ,  volle  e  comandò  che  a  lettere  per  parte  alla  guisa  del- 
le medaglie,  fossero  intorno  a  detto  tavolaccio  scritte  le  sue 
parole  in  honore  della  nostra  famiglia  ,  e  così  fu  fatto ,  e 
questo  è  il  significato  tutto  insieme  di  quelle  lettere  per  par- 
te, che  sono  nel  marmo  intorno  al  tavolaccio,  che  in  se  ri» 
ceve  la  testa  del  Cervio  Q»  D,  A,  A.  D.   V,  Quis  Dominatur 
Apennini?  Alma  Domus  Ubaldini.  Laonde  Giovanni  Strada- 
no Pittore  Fiammingo  havendo  infra  le  infinite  opere  fatte 
da  lui  dipinto  una  quantità  di  stanze  nella  villa  del  Pog- 
gio  del   Serenissimo   Nostro  Gran  Duca  figurandovi  varie 
cacciagioni,  e  compiacendosi  in  esse,  fattone  intagliare  in 


)(  >7  K 

tavole  di  rame ,  e  creatone  un  libro  in  compiacenza  del  no* 
stro  Secolo:  \^eiiuto^li  a  notizia  questo  fatto,  accrebbe  al 
suo  volume  una  storia  ,  e  la  cavò  dalle  parole  di  quel  mar^ 
mo,  introducendovi  Ubaldino  tener  per  le  corna  il  cervo,  e 
V  Imperadore  feri  rio  ^  effigiandolo  alla  sua  somiglianza,  e  so^ 
pra  la  detta  storia  vi  pose  questa  inscrizione  :  Cervi  in  mu- 
gellana  venatione  a  se  occisi  caput  Fridericus  primus  Imperator 
Ubaldino  prò  gontilitiis  insignibus  babendurn  dedit. 

Et  appiè  della  storia  messe  l  esemplare  del  marmo  in 
mezzo  di  due  Iscrizioni,  la  prima  delle  quali  è  questa  : 

Vetusti  raarmoris  inscriptio  e  Castri  Pilae  ruinis  iuxta  Ae- 
Iruriae  Apenninum  eruti,  et  a  Joan.  Bapt.  Ubaldinio  Florentiae 
custoditi;  baec  pennicillo  Joannes  Stradanus  exprimens  eidetn 
Joanni  Baptistae  D.  D. 

E  la  seconda  è  quest'  altrav  Gallianus  Forese  scrìpsit  Fride- 
ricum  post  cervini  capitìs  donum  una  cum  Ubaldino  bospite  dis- 
cumbentera  adstantes  ter  bis  verbis  interrogasse:  Quis  domina- 
tur  Apennini?  tacentibus  cunctis,  ipsum  sibimet  respondisse  : 
Alma  Donius  UbaUlini;  lias  itaque  cervinae  fronti  circumscribi 
litteras  juxit  Q  D.  A.  A.  D.  V. 

Ma  dovendo  rimettersi  la  detta  porta,  et  ha^ 

vendone  messer  Ubaldino  del  Cervio  (  che  così  sempre  di  poi 
fu  denominato  )  di  far  ciò  havuta  la  cura  dal  padre  suo,  gli 
parve,  per  memoria  de' suoi  maggiori  et  honor  suo,  di  porre 
sopra  alla  rimessa  in  assetto  porta  V  inscritto  marmo  ,  il 
quale  par  veramente  miracolo  che  si  sia  conservato  sino  a' dì 
nostri,  massimamente  che  non  pure  e  la  torre  e  la  porta,  ma 
il  Castello  ancora  in  maniera  è  stato  diserto,  che  mal  volen- 
tieri può  con  alcuna  certezza  dirsi:  qui  fu  il  Castel  della  Pi- 
la degli  Ubaldini  „ 

Da  tutto  V  esposto  il  lettore  giudichi  quanto  sia  da  pre- 
star fede  alV  auttnlicità  di  questi  racconti  (23). 

lo  penso  che  ammettendo  anche  per  vero  il  fatto  narrato 
nella  iscrizione,  niente  di  autentico ,  per  non  dire  di  credibi- 
le,  si  possa  stabilire  sulla  verità  del  marmo  spacciato  per 
quello  del  ii84'  Sul  fondamento  di  que' racconti  si  do» 
veliero  ntl  tempo  successivo  far  degli  stemmi  di  famiglia  con, 
questa  iscrizione,  A  pensarla  così  m' inducono  le  riflessioni 
esposte  neir  annessa  nota  ,  ed  altre  che  son  per  aggiungere  , 
e  non  meno  il  considerare  che  lo  stile  di  essa,  e  laforma  dei» 


J 


X  'S  )( 

le  lettere ,  ed  anche  V  ortografia  non  ben  corrispondono  a  ciò 
che  f accasi  nel  secolo  X/I,  se  dtbbo  giudicare  dal  confronto 
della  iscrizione  della  Tomba  di  don  Girazio  ,  e  d'  altre  di 
(jucW  etày  con  le  lettere  d^^lla  iscrizione  Ubaldini  pubblicata 
nei  Discorsi  del  Borg/iini,  nella  Storia  della  famiglia  Ubal- 
dini,  e  nella  ristampa  dei  predetti  discorsi  fatta  in  Firenze 
V  anno  \'j55- per  le  cure  del  /ìJanui.  Infatti  nel  secolo  XII. 
la  forma  delle  lettere;  avea  pia  di  Ilo  ttHe  longobardo^  che  del 
così  detto  gotico  dt^l  secolo  XI li,  e  molto  meno  di  quello  del 
XIF.  a  cui  si  rassomigliano  as^à'i  i  caratteri  delle  due  edi» 
zioni  Borghi  ni  ed  Ubaldini.  A  questo  si  aggiunga  che  V  edi- 
zione del  M  anni  SI  allontana  dalla  forma  dellr  lettere  che 
hanno  le  altre  due ,  che  di  pia  hanno  lettere  Ugate  ,  e  lettere 
in  corpo  a  lettere,  di  modo  che  l' archetipo  di  questa  doi^esse 
essere  certamente  divergo  da  quello  dell'  altre,  seppure,  coni* 
è  da  presumersi  y  il  Bor^hiiii  fu  sollecito  di  conservarne  la 
forma,  come  pare  ai^er  indicato  col  dire,,  la  fot  ma  del  marmo 
mostra  essere  assai  antica  [^^)  „. 

Che  il  Manni  adoperasse  molta  cura  neW  imitare  la  pa- 
leografia del  marmo  presentata  nella  i set  izione  pubblicata 
dalai,  celo  fa  credere  dicendo  ,,  l'iscrizione  pubbl  cata  j-rima 
dai  Dej)utati  diversifica  non  poco  dal  inarnio  ,  laonde  noi  V  ab» 
biamo  fatta  dal  marmo  medesimo  ricavare  con  diligenza 
acciocchii  anco  il  carattere  si  s^egga  e  si  confronti ,,;  da  queste 
pa  ole  par  manifesto  che  a  tempo  suo  il  marmo  tutta  via  esi- 
stesse, e  che' l  Manni  opinasse  che  gli  Editori  dei  discorsi  del 
Borghini  non  /ussero  òtati  diligenii  nella  imitazione  del  ca- 
rattere, perchè  lo  vedea  djf'irente  da  quello  del  marmo  che 
avea  soif  occìiio ;  ma  io  peascrei  diveròanunte  ;  cio^  :  il  ca- 
rattere del  iVanni,  come  già  dissi,  è  assai  più  gotico  di  quel- 
lo delle  predette  edizioni  ,  onde  parmi  da  doversi  sospettare 
che  non  uno,  ma  più  Jossero  i  marmi  di  questa  iscrizione; 
che  il  veduto  dal  Borghini,  non  esistesse  più  a  tempo  del  Man- 
ni ;  che  quello  veduto  dal  Manni  appartenesse  ad  altra  Cam, 
sa  digli  Ubaldini,  o  fosse  copia  arbitraria,  in  quanto  al  ca- 
rattere, fatta  in  età  posteriore  (23). 

Anche  ndi edizione  di  Gio.  Batista  Ubaldini,  che  molto 
verisimilmeiite  debbe  venire  dallo  stesso  Archetipo  di  quella 
del  Borghini,  sebbene  abbia  la  forma  del  carattere  più  simile 
alla  iscrizione  del  Borghini  ,  sonovi  non  dimeno  alcune  dif- 


:{ «9  )( 

ferenze , che  possono  attribuirsi  ad  arbitriOfO  negligenza  di  chi 
ne  fece  la  copia. 

Nulla  starò  a  dire  intorno  alla  lingua  ed  alla  ortogra^ 
fia  di  questa  iscrizione  ,  lilasciandone  il  giudizio  al  crittrio 
de'  lettori,  die  rui'i  ì<iando^i  analogia  collo  stile  della  lingua 
del  secolo  XI f^,  troveranno  incongruente  che  la  lingua  scrit- 
ta del  secolo  XII.  dovesse  ravvicinarsi  più  a  quella  del  XIV, 
che  del  tempo  anterior"  a  cui  pretesero  attribuirla. 

Onde  finirò  colle  parale  del  Manni  ^^  Il  tutto  convien  be- 
ne esaminare  ....  Gio.  Batista  Ubaldini  che  tanto  pensiero 
si  prese  di  metter  fuori  essa  iscrizione,  fece  dire  alle  lettere 
abbreviate  Q.  D.  A.  A,  D,  V.  QuisDominatur  Apennini?  Alma 
Douius  Ubaldini. 

NelV  antico  e  celelre  Camposanto  Pisano  è  conservato  un 
altro  marmo  che  pre^dnta  la  seguente  iscrizione  colla  da- 
ta del  I  ?4^'  __ 

>ì<  Die  Sce  Marie  de  sectebre.  Anno  dni  Milo  CCXLIIl,  in^ 
dict.  I. 

Sa  mani f  sto  annoi  e  al  più  dele  psone  che  nel  tempo  di 
Bunnuccoso  de  palude  li  pisani  andaro  a  cu  galee  CF,  e  ve 
xfac.C.a porto  vener  sfettervfpdie .  XF.egiiastaro  tucto.e  areb' 
berlo pso  non  fnsse  lo  conte  pandalo  che  no  volse  chera 
traitort-  del  a  Cf^rona- — e  poi  a  andammo  nel  porto  di  Ge- 
nova Cu  C.  III.  gale''  di  Pisa,  eC.  vacchecte  e  avareniola 
cobaduta  no  fusse  eh  fi  tcp  no  stropio.  dns  dodus  fecit 
puplicara  hoc  opus.,^  (26). 

Nella  muraglia  del  così  detto  palazzo  delle  vele  lungo  Tar- 
ilo, e  che  probabilmente  fu  pertinenza  del  vecchio  arsenale 
era  incastrato  quel  marmo;  V  anno  18  io  nello  stesso  posto  gli 
fu  sostituita  la  copia  della  iscrizione  con  questa  memoria, 

ANNO    MDCCCX. 

L'Originale  iscrizione  marmorea  Documento  il  più  Antico 
del  voli^nre  ilaiiiino,  si  fece  Irasportire  da  Tomaso  da  Paole  nel 
Cariiposimto  di  Pisa  reso  conservatorio  insigne  delie  belle  arti 
e  dei  monumenti  prei^iabili.  Questa  è  la  copia. 

Ecco  dunque  tre  iscrizioni,  ciascheduna  vantata  pel  mo- 
numento più  antico  del  volgare  italiano.  Io  non  ho  interesse 


)(  ^o  )( 

di  crederle  apocrife  in  quanto  alla  verità  dt'jatti;  in  quanto 
poi  al  tempo  nel  quale  furono  scolpite  ^  ed  alV  autenticità 
di  esse  non  tro^^o  argomento  da  escludere  il  dubbio  che  non 
siano  veramente  del  tempo  a  cui  vengono  attribuite.  Il  pa^ 
ragone  che  può  farsi  della  dizione,  della  ortografia,  e  della 
forma  delle  lettere  tra  V  iscrizione  Ubaldini  ,  e  quella 
della  tomba  di  Don  Girazio,  le  quali  sarebbero  del  mede^ 
simo  secolo  j  e  forse  di  non  molta  distanza  d'  anni  tra  lo^ 
ro,  ci  metterà  in  sospetto  assai  su  quella  dell'  Ubaldini , 
molto  più  per  non  essere  oggi  conosciuto  V  Originale,  com*  è 
quello  della  iscrizione  pisana  che  a  piacimento  d'  ognuno 
può  vedersi  trai  monumenti  del  Camposanto  Vecchio,  seb- 
bene la  forma  del  carattere  ,  e  la  lingua  non  siano  favo- 
revolissimi alla  pretesa  antichità ,  e  facciano  sospettare  che 
sia  una  memoria  di  quel  fatto  messavi  molto  dopo,  e  proba- 
bilmente non  più  presto  che  verso  la  metà  del  Secolo  XI f^. 

Ed  in  vero  le  parole  sia  manifesto  a  noi  ed  al  più  delle  per- 
sone che  nel  tempo  di  Buonaccorso  da  padule  ecc.  non  sembra- 
no  doversi  riferire  ad  un  fatto  contemporaneo  ,  a  tutti  noto  , 
e  specialmente  ai  Pisani,  Jnchc  la  finale  dominus  dodus  fe- 
cit  publicare  hoc  opus  può  intendersi  piuttosto  della  pubblica- 
zione  d'  una  memoria  antica  per  farla  generalmente  nota,  che 
d^  un  fatto  accaduto,  direi,  quasi  sotto  gli  occhi  de'  Pisani  al- 
lora viventi  pe'  quali  non  e'  era  bisogno  dire  sia  manifesto  a  noi 
.  .  .  che  nel  tempo  di  Bonaccorso  da  padule  ecc.  (27). 

Ma  comunque  vogliasi  pensare  di  questi  pochi  versi  di 
scrittura  in  lingua  volgare  italiana,  sono  bene  di  lieve  mo- 
momento  a  paragone  degli  innumerabili  argomenti  che  deW 
antichità  di  lei  porgono  le  carte  notariali,  e  del  Documento 
superiore  ad  ogni  dubbiezza,  che  per  la  prima  volta  presento 
al  Pubblico  erudito,  accompagnato  da  un  altro  ben  di  minor 
estensione,  e  già  noto,  ma  d'uguale,  oquasi  uguale  autenticità 
per  istabilire  incontrastabilmente  chela  lìngua  italiana  nel 
1278.  non  solamente  esisteva,  ma  era  adulta,  e  formata,  e  da 
potersi  cimentare  a  far  sue  le  opere  scritte  in  latino,  e  piene 
della  sapienza  di  quella  età:  io  dico  il  J^olgarizamento  dei  „ 
Tre  Morali  Trattati  latini  di  Albertano  giudice  di  Brescia 
della  contrada  di  Sancta  Agliata  e  stralactati  de  latino  in 
volghare  per  mano  di  ser  Soffredi  del  grathia,  e  scricti  per 
Lamf  rancho  Seriacopi  del  bene  notaio  di  pistola  socto  li  A» 
D.  MCCLXXFIH,  del  mese  d'  aprile  ne  la  sexta  indictione,, 


)(  ^I  )( 

Del  Panno  medesimo  è  il  Testamento  in  lingua  voi  gare  fatto 
dallaContessa  Bittrice  figlia  del  Conte  Ridolfo  da  Capraia^ 
e  vedova  del  Conte  Marcovaldo,  da  lei  sottoscritto  e  sigillatOy 
e  presentato  a  otto  testimoni  il  »8.  Febbraio  1278.  perchè  vi 
ponessero  le  firme  ed  i  sigilli  di  loro,  e  dopo  la  morte  della 
lestatrice,  accaduta  nel  di  5  settembre  ii^g, aperto  legalmente 
ed  a  parola  fedelmente  copiato  dal  Notaro  Rinaldo  di  Iacopo 
da  Signa;  e  questa  copia  si  giudica  ess  r  quella  che  è  conser~ 
vata  nelV  L  e  R.  Archivio  diplomatico  Fiorentino^  per  tale 
riconoscendosi  anche  dalla  scrittura  ed  ortografia  del  tempOy 
come  a  suo  luogo  si  mostrerà. 

Il  primo  a  pubblicare  questo  Testamento  fu  il  celebre  Dot" 
tor  Giovanni  Lami,  che  V  inserì  nel  T.  /.  dei  Monumenti  della 
Chiesa  Fiorentina  a  pag.  <j5.  e  seg,  V  anno  1820.  Lo  riprodusse 
dall'Originale  con  molta  maggior  diligenza  T  eruditissimo 
Sig.  Filippo  Brunetti  L  R.  Antiquario  delV  Archivio  Diplo^ 
ma  ti  co  Fiorentino. 

Perchè  quest'  Atto  d'  ultima  volontà  è  il  monumento  più 
considerabile  ed  autentico  che  si  conoscesse  della  volgar  lin~ 
gua  in  lòcrittura  prima  che  io  scuoprissi  e  pubblicassi  il  voi" 
garizzamento  d'  Albertano  fatto  da  Soffredi  del  Grazia  :  //  rt- 
produco  insieme,  affinchè  dal  confronto  di  ambedue  uno  ser^ 
va  di  conferma  ali  altro,  ed  abbiasi  come  suol  dirsi  ,  un  si- 
curo campione  per  conoscere  a  colpo  d'  occhio  le  scritture  ge^ 
nuine  in  lingua  volgare  di  quella  età* 

CAPITOLO  III. 

Testamento  della  contessa  Bietrice  da  Capraia,  e  Volgarizza- 
mento d'Albertano  fatto  per  Soffredi  del  Grazia  da  Pistoia  sono 
i  principali  monumenti  autentici  della  volgar  lingua  italiana 
messa  in  iscritto. 


iVe 


ei  precedenti  capitoli  ho  quasi  evidentemente  provato 
che  la  lingua  volgare  esser  dovea  nelle  bocche  del  popolo  da  più 
secoli  innanzi  al  mille.  Quanto  poi  allo  scriverla  per  V  uso 
comune,  e  con  qualche  ordinamento  di  stile,  e  d' ortografia , 
sino  alla  metà  del  secolo  XIII.  mancano  monumenti  più,  o 
meno  sicuri.  Dissi  alla  metà  del  secolo  XIII.  quantunque 


)(  ^^  )( 

non  si  conoscano  scritture  certe  anteriori  al  i7jS,  del  qiial 
anno  sono  il  Trstomentn  de/la  Confessa  Bietrice  da  Capi  aia, 
ed  z7  Volgnilzziiin.  nto  /):z//o  da  Soffri  d  del  Grazia;  infatti 
non  è  cosa  da  supporre  dir  prima  di  queli  anno  non  si  fesse 
incominciato  a  scfi\'ere  la  Ingua  volitare,  alnif  no  per  le  po- 
polari commodità  ;  ma  certame  iit^  nel  ^--B  f-i  ' rc\'a  che  la 
lingua  era  gut  impiega' a  wUa  scrittura  per  Ci^truzicue^e  per 
atti  ledali  privali  ;  e  se  prtea  ^i à  mtili'rsi  al  cimrnto  d-  com" 
petere  nelle  traduzioni  ella  In^ua  taf  ina.  bisogna  pur  con» 
venire  che  in  allor  /  !7,'à  f>sse  addi  a  ancìv  wlla  hocca  del  po~ 
polo;  seppur  non  K^ol-ss-nio  credere  che  S  off  redi  si  fos^r  propO' 
sto  di  tradurre  e  fare  scrii^ere  in  volgare  pei  nm  lei  ferafiuii'o^ 
pera  piena  di  tanta  dot  Irina,  colla  sicurezza  che  da  sani  con» 
temporanei  non  sarebbe  intesa  uè  lena.  Laoule  parmi  assai 
ragionevol  cosa  il  courhud<re  che  la  liuf^ua  s  ritta  nel  1-278. 
fosse  la  parlata  da'  secoli  prima  ;  giacche  un  lin^uafigio  non 
s' infonde,  o  non  si  soffoca  ndlu  bocca  d'  un  popolo  nt  l  breve 
giro  d'una,  o  due  geuerazii  ni.  ^ìJa  poiché  la  lingua  non  ordi^ 
nata  ,  ed  inculta,  sebbene  adattata  a'  bisogni  niello  stato  in. 
cui  era  il  popolo  che  la  parlava,  coniinrìò  dalle  bo:che  a  pas^ 
sare  nella  scrittura  ;  ed  il  popolo  itaVano^  preso  maggiore 
incivilimento  politico  e  morale  si  trovò  nella  necessità  di  sod» 
disfare  a  nuovi  bisogni,  la  lingua  tan^o  parlata  ,  che  scritta 
trovò  più  vasto  campo,  srvir  dovendo  uoii  solaniente  alte  par» 
ticolari ,  ma  pure  alle  pubtdiche  necessità.  Più  che  in  altre 
parti  di  Italiaprese  ingrandimento  in  Tosraua  ove  il  popolo 
ebbe  circostanze  più  fa,'orev(li  ali  uso  del  votc^ar  dialetto.  In 
fatti  la  politica  indipendenza  pc^pnlare.  o  mista  non  si  slabi' 
lì,  ne  continuò  in  veruna  parte  rlrlla  'tali a  con  maggiore  at- 
tività quanto  nella  Toscana.  Pisa  ,  Firenze,  Siena,  Lucra, 
Pistoia  furono  le  città  che  misero  in  gran  muov mento  non 
solamente  la  Toscana,  ma  gran  parte  ancora  d' halia.  Que- 
sti popoli  Toscani  eredi  deli'  antichissima  cultura  eirusca,  e 
della  romana,  mantennero  la  propria  lìngua  mescolata ,  di- 
rò COSI,  di  quelle  delle  predette  nazioni  ;  e  mentre  gareg" 
giavano  tra  loro  stessi  nella  cittadina  rivalità  ,  voteano 
pur'  anche  non  esser  da  meno  vicendevolmente  nella  cultU" 
ra  letteraria  e  nelV  arti.  Occupati  sempre  in  consigli,  in  par- 
lamenti, in  leghe,  in  guerre ,  in  paci,  in  cause  forensi  fonda- 
rono scuole  delV  arte  del  dire,  prato  tradussero  a  comodo 


)(  >3  )( 

popolare  le  storie ^  e  le  opere  oratorie  degli  scrittori  romani; 
si  richiamarono  le  antiche  leggio  s^nc  fecero  delle  nuoi'e  col 
nome  di  Slatuli  di  popolo  in  lingua  volgare,  e  così  verifi. 
candosi  il  Greco  pro^eròio  àyu^JVl  èpt;  ^  buoi;a  è  la  g^ra)  stti~. 
vano  in  continuo  muo^ifnrnto  li  .spiriti  ,  senza  quella  peste 
d'ogni  virlii  pubblica  e  particolare  i' atl(.lorm«ntarnento,  o  per 
dir  lo  stesso  in  altro  vocabolo^  l'I'  g  istno,  per  cui  l'uomo  pensa 
solamente  a  se  anciie  allorquando  pare  che  voglia  mettere 
Ciclo  e  Ty^rra  sossopra. 

Il  ptnofto  d'  unione  ,  e  cooperazionc  vera  al  ben  pubblico 
fu  (i  a^sai  breve  durata^  ed  oso  d  re  che  giungesse  appena  al- 
la mela  (LI  s-colo  XIII  appunto  quando  Alberta  no  scrivea 
i  suoi  Traitnti  inuraii  in  Latino  ,  nei  quali  ajfaticavasi  a  ri^ 
chiamare  gli  animi  alla  concordia  ed  (dV  unione  correggendo 
i  vizj  privati  ,  ed  i  pubbl  ci  disordini  deriv.mli  gli  uni  e  gli 
altri  dagli  odj\  dalle  vendette  dvlle  parti  civili,  dallo  spirito 
di  dom  nazioni^  e  d^  interesse  pariicolare  vtlafi  ed  preiesto 
d  l  puhlico  bene.  Quanto  si  lamentasse  Alberiano  di  questi 
mali  che  t/^^dea  incominciare  a  prender  pied:\,  potrà  conoscer- 
si dilli  opera  sua  latina  ,  o  tradotta  tu  volgare  Qui  voglio 
aggiunf^ere  una  bdla  testimonianza  di  Graz  ido  d-' Baniba- 
gioii  ^là  cancrllic'r  del  Comune  di  Uolo^na  el  autore  delle 
Sentenze  /IJorali,  vissuto  circa  il  trmpo  ddi Al  ghien.  la  ccnlOy 
circa,  Epigrammi  racciuuse  le  sue  sentenze;  uno  di  essi  egli 
è  questo. 

De  la  malitia  della  partlalitade 

A  far  lo  ben  contun  non  e'  è  più  loco 

Perchè  ciascun  al  suo  rnulino  attende; 

ÌH  que'  che  più  s'  accende 

E  cht  nel  suo  Comun  più  alto  regna 

Volgerà  to-ito  insegna 

Pur  che  l' offerta  njn  manchi  alV altare. 

Dunque  si  tnoslra  chiaro 

Che  non  è  h arte  ne  Comune  amato 

Se  non  in  quanto  l  uoni  serva  suo  stato» 

E  quest*  altro  pure 


)(  >4  )( 

De  la  incscasabile  ignoranza  de' Regnanti  che  si  lasciano 
condurre  per  malitia  di  lusinghe 

Quello  è  Signor  di  naturai  boutade 
De^no  d'  onur  d' Imperiai  Grandezza 
Che  non  crede  a  dolcezza  di  coloro 
Che  sormontando  colle  arti  di  loro 
Furari  r onore  a'  valorosi  e  desini: 
E  questo  è  quelV  onde  nascon  gli  sdegni 
Perchè  si  perdon  V  opre  triumphaliy 
Si  regge  il  corbo  e  li  falsi  animali, 

E  nelle  illustrazioni  latine prosiegue a  dir  così  .•„  Nampar^ 
tialcs  hujusmodi propter  cupiditateni  eoruni  universos  honores 
lucra  et  ufdia  suae  Coniunitatis  et  patriae  occupare  \'olenteSy 
vel  propter  superbiam  eoruni  impatieates  et  abhorrentes  provi- 
munì  suum  sibi pareni adesse .^  autipsius  proxinii  statui  prospe- 
ro invidentes,  , .  et  ex  iis  et  aliis  i^itiosis  defectibus  discoi  des 
cffecti  adi>ersus  se  ipsos  hostiliter  insurrexerunt  utrique ^  et 
sub  partialitatis  colore ,  invidia  ,  avaritia,  et  superbia  simw 
lantes  se  ipsos  sub  pretextu  et  nomine  Ghibellino^  vel  Guelfo 
offenduntur  al  ter  ut  ri,  ecc,  (28)  „ 

Erano ^  dissi,  cominciate  a  stare  su  questo  piede  le  cose  di 
Italia,  quando  già  la  lingua  volgare  per  le  sopraddette  cagio- 
ni avea  acquistato  vigore  ;  e  sempre  più  acquistollo  dalle  cO" 
muni  discordie  che  spinsero  gli  uomini  a  fare  non  solo  collar- 
ini ^  ma  pure  con  le  parole  le  difese  e  le  vendette  pubbliche  e 
particolari  ;  od  a  tentare  di  ridurre  gli  animi  alla  concor- 
dia, ed  alla  pratica  dtlla  virtù.  A  queste  cause  debbono  at- 
tribuirsi  le  molte  opere  morali  che  si  trovano  di  que'  tempii 
in  latino  ,  od  in  volgare  ,  quali  originali  ,  quali  tradotte  ,  le 
lamentazioni  de'  mali  pubblici  o  privatile  le  storie  delle  par- 
ti ,  e  It  vendette  in  parole  di  chi  non  potea  farle  coli'  Armi. 
Il  volgarizzamento  d'Albertanofu  certamente  il  primo  libroy 
per  quanto  è  noto,  che  videsi  voltato  in  lingua  popolare  per 
istruzione,  ed  esortazione  alla  pratica  delle  morali  virtù. 

La  divina  Commedia  di  Dante  fu  V  effetto  non  tanto  de* 
mali  pubblici,  quanto  della  vendetta,  che  il  Poeta  prese  de'suoi 
avversar];  le  prediche  di  frate  Giordano  nacquero  dal  zelo  di 
porre  un  argine  a  morali  e  civili  disordini  ;  lo  stesso  dicasi 


)(  i5  )( 

d' altri  scritti  di  quelV  età,  in  cui  Ira  pubblici  e  privati  mali 
la  lingua  volgare  di  Toscana  stendeasi  per  la  scrittura  e  per 
le  bocche  da  provincia  in  provincia  d' Italia,  si  arricchivano 
con  questo  commercio  i  provinciali  dialetti,  de' quali  sene 
formò  dagli  eruditi  uno  scritto  dialetto  più  culto  che  si  chia- 
ma  italiano» 

Dopo  queste  considerazioni  passiamo  a  discorrere  del 
principale  argomento  ,  la  Traduzione  de' trattati  morali  d'  Al- 
bertano  fatta  prima  del  1278.  da  Sofifredi  dei  Grazia  Kotaro 
pistojese. 


E. 


ra  celebre  alla  metà  del  secolo  XIII.  V Opera  di  Alber- 
tano  Giudice  da  Brescia,  che  scrissela  in prigione^dove  lochiu- 
se  Federigo  II.  Imperatore  quando  prese  a  forza  la  Città  di 
Cremona,  cJie  era  difesa  dallo  stesso  Albertano;  il  quale  spie- 
gò in  quest'opera  una  dottrina  ed  una  erudizione  per  qut'teni" 
pi  maravigliosa;la  divise  in  tre  ragionamenti  diretti  a  tre  suoi 
figliuoli  Vincenzio,  Giovanili,  Stefano  ;  e  sono 

„  Dell'Amore  e  della  Dilezione  di  Dio  e  del  prossimo,  e  del^ 
l'altre  cose,  e  della  forma  della  vita  onesta;  composto  l'anno 
i238.„Del  Dire  e  del  Tacere  ossia  delle  sei  maniere  del  parla» 
re,  composto  nel  1245.  ,,  Del  Consìglio  e  del  Consolamento  com- 
posto nel  1246.  Quanto  poteano  somministrare  le  Sante  Scrit- 
ture, le  leggi  Civili  ed  Ecclesiastiche,  i  Trattati  de' teologi  e 
de'  moralisti,  le  Sentenze,  e  gli  esempj  contenuti  nei  libri  de  fi- 
losofi e  degli  storici  antichi  ecc.  tutto  concorre ,  e  serve  allo 
scopo  dell'Autore,  d' istruire  insieme  e  dilettare  (29). 

Un'opera  di  tanta  dottrina^  e  che  abbracciava  tutto  quel- 
lo che  era  a  proposito  per  V  istruzione  e  pel  bisogno  del  tem- 
po suo,  presto  si  dijfuse  non  solamente  in  Italia,  ma  in  Fran- 
cia, in  Alemagna,in  Inghilcerra,in  Polonia  ed  in  altre  remote 
parti  di  Europa.  Il  trattato  del  Consiglio  e  del  Consolamento 
fu  voltato  in  francese  col  titolo  „  Livre  de' Melibèe  et  de  Da- 
me Prudence  „,  Di  questa  traduzione  si  conservano  due  Mss. 
nella  Biblioteca  del  Museo  Britannico.  [Mss.  Beg.  19. C  VJI. 
e  19.  C.  XI.  ) 

Dufresnoj  cita  due  esemplari  della  medesima  opera  tra- 
dotta in  versi  Francesi  [Bihl.  Des  Bomans  T.  ILpag.  248') 
Questo  libì'o  del  Consiglio  ecc.  è  messo  tra  i  Bomami  p^r» 

d 


)(  26  )( 

che  veramente  sì  rassomiglia  ad  una  specie  di  Romanzo  mo- 
rale essendo  scritto  in  dialogo,  dove  i principali  interlocuto- 
ri sono  i  due  conj'ugi  Melibeo  e  Prudenza. 

Il  medesimo  trattato  fu  voltato  pure  in  lingua  inglese 
dal  celebre  poeta  Chaucer,  e  da  lui  inserito  nella  sua  grandmo- 
pera  intitolata  „  The  Canterbury  Tales  „  ed  ha  il  titolo  di 
The  Tale  of  Melibeus.  La  traduzione  di  Chaucer  è  del  i383. 
in  circa;  è  molto  probabile  che  la  traduzione  francese  fosse 
anteriore  (3o).  In  Polonia  vidi  un  antico  Ms.  intitolato ,,  Al- 
bertanus  Brixiensis  tractatas  de  Doctrina  dicendi  et  tacendi 
compositus  sub  anno  Domini  ii^5. 

Debbo  alla  erudizione  del  chiarissmo  sig.  Dottore  Gio,  Fe- 
derigo IVott,  dignitario  ecclesiastico  Inglese,  non  solamente  le 
predette  notizie,  ma  pure  un  saggio  del  volgarizzamento  di 
Albert  ano  fatto  da  Chaucer, e  di  più  ha  voluto  egli  stesso  tra- 
durre il  medesimo  saggio  in  italiano,  ed  io  li  presento  ambi" 
due  alla  curiosità  dei  lettori  accompagnati  dal  suo  cortese 
indirizzo  (a). 


Carissimo  Sig,  Professore  Ciampi. 


Fi 


i  mando  acclusa  la  traduzione  copiata  dalV  opera 
del  nostro  antico  Poeta  Chaucer,  dalla  quale  potrete  rilevare 
che  V  Opera  di  Albert  ano  fosse  generalmente  a  taV  epoca  co» 
nosciuta  in  Inghilterra ,  e  di  più,  che  non  solo  i  codici  di  essa 
fossero  numerosi,  ma  che  vi  fosse  molta  varietà  nel  racconto. 
Augurandovi  salute  e  felice  successo  nell' eseguire  V  Ope- 
ra intrapresa  mi  raffermo 


Di  Voi  Stimatissimo  Professore 


Firenze  ì^.  Luglio  i832. 


Fed.  Nott 


(a)  11  Chiarissimo  sig.  Nott,  gran  conoscitore  ed  amatore  della  bella 
Letteratura  italiana ,  oltre  alla  traduzione  da  lui  fatta  in  lingua  Italia- 
na della  liturgia  della  Chiesa  Anglicana  per  comodo  degli  Italiani  che 
si  trovano  in  Inghilterra^  ha  recentemente  pubblicato  con  eruditissime 
note  il  libro  di  Bosone  da  Gubbio  intitolalo  l' Awi/enturoso  Ciciliano. 
Firenze  per  G.  Molini  i832.  in  8.0 


PROLOGUE  TO  MELIBEUS. 


I  ìFol you  teli  a  little  thing  in  prose 
That  ou^hte  liken  you,  as  I  suppose, 
Or  elles  certesye  he  to  dangerous, 
It  is  a  moral  Tale  uertuous, 
j4l  he  it  told  sometime  in  sondry  wise 
Of  sondry  folk^  as  1  shall  you  decise. 

As  thus:  ye  wot  that  every  eifungelist 
That  telleth  us  the  pei  ne  of  Jesit  Crisi 
Ne  saith  not  alle  thing  as  hisfelaw  doth  ; 
But  natheless  hir  sentence  is  al  soth, 
j4nd  alle  accorden  as  in  hir  sentence. 
Al  he  ther  in  hir  telling  difference; 
For  soni  ofhem  say  more  and  som  say  lesse 
Wli-an  theY  his  pitous  passion  expresse  ; 
I  mene  of  Mark  and  Mathew,  Luke  and  John , 
But  douteles  hir  sentence  is  ali  on. 
Ther f ore  Lordinges  ali ,  I you  heseche^ 
If  that  ye  thinke  I  vary  in  my  spech 
As  thus  ;  though  that  1  telle  som  del  more 
Of  proverbes  than  ye  han  herde  before 
Comprehended  in  this  little  tretise  here, 
To  enforcen  with  the  effect  of  my  matere, 
And  though  I  not  the  same  wordes  say 
As  ye  han  herd  ,  yet  to  you  alle  I pray 
Blameth  me  not,  for  as  in  my  sentence 
Shul  ye  nowher  fnden  no  difference 
Fro  the  sentence  of  tliilke  trttise  lite 
After  the  which  this  mery  Tale  I  write  ; 
And  therfore  herkeneth  what  I  shall  say^ 
And  let  me  tellen  ali  my  Tale  ,  I pray. 


The  Tale  of  Meliheus. 


A 


yonge  man  called  Meliheus,  mighty  and  riche,  hegale 
uponhis  wif  that  called  was  Prudence ,  a  daughter  whick 
that  was  called  Sophie, 


X>8X 

Upon  a  day  htfell  thathe^Jor  his  disport j  is  went  into  the 
fclds  him  to  playe.  His  wif  and  che  his  doughter  hath  he  Itft 
vithin  his  hous,  of  which  the  dores  wercn  fast  ysliette,  Foure 
ofhis  oldefoos  han  it  espi  ed  ;  and  setten  ladders  to  the  jyalles 
of  his  hous  ^  and  hy  the  windowes  ben  cutred  ,  and  bctcn  his 
wif  ^  and  wounded  his  doughter  with  fi^e  mortai  woundcs  y 
infide  sondi y  places;  this  is  to  say^  in  hirefeet^  in  hire  hands, 
in  hirc  ereSj  in  hire  nose,  and  in  hire  mouth,  and  leften  hirc 
for  deade ,  and  wenttn  away. 

Whan  IMelibeus  retorned  was  into  his  hous,  and  sey  al 
this  niiscìiitfy  he  like  a  madman  rending  his  clothes  gan  to 
rrepe,  and  e  ri  e. 

Prudente  his  wif,  as  fer  forth  as  she  dorste  ,  besought 
him  ofhis  wcpingfor  to  stint:  but  not  furthy  {not  witkstan* 
ding  this)  he  gan  to  crie  and  wepen  e^er  longer  the  more, 

This  noble  wif  Prudence  remembred  hire  upon  the  sen- 
tence  ofOvide,  in  his  Book  that  cleped  is  the  Remedie  ofLove, 
wheras  he  saith  :  Ile  is  a  foci  that  distourbeth  the  moder  to 
wepe  in  the  deth  oj  hire  childe  (il  she  have  wept  hire  filiti  as 
for  a  certain  time  :  and  than  shal  a  man  don  his  diligence 
with  aniiable  wordes  hire  to  reconfort ,  and  praye  hire  ofhire 
wepingfor  to  stinte  ce,  ec. 


Squarcio  della  Storia  di  Melibeo,  che  forma  parte 
de' Canterbury  Tales  di  Chaucer, 

Finge  il  Poeta  che  quest'istoria  sia  il  racconto  fatto  da  esso  me- 
desimo ai  Pellegrini  co'quali  anda\a  a  Canterbury.  Prima  d'in- 
cominciare egli  fa  un  prologo,  il  quale  deve  essere  intei'essante 
a  motivo  delle  notizie  che  dà  intorno  alla  storia  stessa,  benché 
non  citi  il  nome  dell'autore. 


Aevi  racconterò  una  cosetta 

inprosa,  la  quale  deve,  secondo  quello  che  io  ne  giudico^  essere 
da^foi  gradita;  altrimenti  in  verità  sareste  incontentabili. 
Essa  è  una  favola  morale  e  virtuosa,  benché  sia  alle  volte  rac- 
contata da  varie  persone  in  varie  maniere^  come  io  vi  spie^ 
gherò. 


Y  ^9  )( 

Voi  sapete  che  ciascheduno  degli  Evangelisti  che  ci  rac' 
conta  i  patimenti  di  Gesìi  Cristo,  non  dice  tutte  le  cose  nella 
stessa  maniera  del  suo  compagno;  ma  nonostante  la  sostanza 
è  la  stessa ,  e  tutte  si  accordano  nella  stessa  sentenza,  quan- 
tunque  ui  sia  diversità  nella  maniera  di  raccontarle  ;  poiché 
alcuni  di  loro  dicono  più ,  e  alcuni  meno  quando  narrano  la 
sua  pietosa  passione  ;  io  dico  di  Marco  e  di  Matteo  y  di  Luca 
e  di  Giovanni,  ma  senza  dubbio  la  lor  sentenza  è  la  stessa» 

Perciò,  Signori,  tutti  io  vi  prego,  se  giudicherete  che  io/aC' 
eia  variazioni  nel  mio  racconto,  cioè  se  io  v' introduca  pia 
sentenze  di  quelle  che  avete  sentito  narrar  prima,  in  questo 
piccolo  trattato,  per  aumentare  V  effetto  della  materia,  o  se 
io  non  mi  serva  delle  stesse  parole,  che  abbiate  altre  fiate  in^ 
tese,  vi  prego  di  non  recarmelo  a  biasimo,  perchè  nella  mate- 
ria non  troverete  nessuna  differenza  dal  contenuto  di  un  trat- 
tato consimile,  dal  quale  trassi  questa  novella.  Ascoltatemi 
adunque, e  lasciatemi  raccontare,  vi  prego, tuttala  mia  storia. 

La  Storia  di  Melibeo 

Un  giovane  chiamato  Melibeo,  poderoso  e  ricco,  ebbe  da  sua 
moglie,  la  quale  fu  chiamata  Prudenza,  una  figlia  che  fa 
nominata  Sofia.  Accadde  un  giorno  che  egli  per  suo  diporto 
andò  a  divertirsi  ne'  campi.  Lasciò  la  moglie  ed  anche  la 
figlia  nella  di  luicasa,  le  porte  della  quale  furono  ben  chiuse. 
Quattro  de'  suoi  antichi  nemici  se  ne  avviddero  ;  e  mettono 
scale  alle  mura  della  casa,  ed  entrano  per  le  finestre,  e  battono 
la  moglie, e  feriscono  la  figlia  con  cinque  ferite  mortali  in  cin- 
que luoghi  diversi,  vale  a  dire  nei  piedi,  nelle  mani,  negli  oc- 
chi, nel  naso  e  nella  bocca ,  e  lasciandola  come  morta  se  ne 
iranno. 

Quando  Melibeo  fu  tornato  a  casa  sua,  e  vidde  tutta  questa 
disgrazia,  egli  simile  ad  un  pazzo  squarciandosi  i  panni, co- 
minciò a  piangere  e  a  gridare. 

Prudenza  sua  moglie,  per  quanto  ardiva,  lo  pregò  il  suo 
piangere  di  tralasciare ,  ma  nondimeno  ricominciò  a  grida' 
re  e  a  piangere  di  continuo  più  forte. 

Questa  nobile  moglie  Prudenza  si  rammentò  allora  di  una 
tentenza  d'  Ovidio,  in  un  suo  libro  eh'  è  chiamato  il  rimedio 
d'Amore,  ove  dice:  „  Quegli  è  ben  sciocco  il  quale  impedisce 


X  3o  )( 

ad  una  madre  il  piangere  la  morte  di  suo  figlio  finché  non 
abblaper  un  certo  spazio  pianto  a  sazietà.  Allora  V  uomo  pro- 
curerà di  riconfortarla  con  amabili  parole  e  di  pregarla  di 
cessare  dal  suo  piangere,  ecc. ,,, 

Il  Trutta  to  del  dire  e  del  tacere  fu  tradotto  anche  in  lin- 
gua del  Belgio,  e  se  ne  conoscono  tre  edizioni  senza  data,  delle 
quali  una  del  1492  per  congettura  delV  Hain  [Repert.  Bibl.) 

Non  tardò  V  Italia  ad  avere  la  traduzione  in  lingua  voU 
gare  di  tutta  l'opera  latina  dei  Trattati  morali  d'Alberlano; 
ed  è  ben  presumibile  che  la  prima  d'  ogn'  altra  fosse  la  Ita- 
liana, della  quale  un  solo  volgarizzamento  sin  ad  ora  fu  no- 
to dai  codici  e  dalla  prima  edizione  a  stampa  del  161  o.  ; 
anonimo  sì,  ma  senza  dubbio  del  secolo  XIIL,  dissi  in  genera- 
le del  secolo  XIII,,  perchè  quantunque  due  codici  ,  oltre  il 
pistojese,  abbiano  le  precise  date  della  scrittura,  V  uno  del 
1274?  <^ioè  il  Riccardiano  cartaceo  di  iV".°  2280,  e  V  al- 
tro in  pergamena,  e  posseduto  dalV eruditissimo  sig^  Iaco- 
po Bar  giacchi  di  Firenze  V  abbia  del  1288,  contuttociò  non 
fissano  la  data  certa  in  cui  fu  eseguita  la  traduzione ,  o  la 
scrittura  di  essi,  perchè  la  forma  del  carattere  è  posterio- 
re a  quelle  date,  principalmente  nel  codice  Riccardiano , 
che  dal  catalogo  a  stampa  della  detta  biblioteca  è  giudicato 
essere  scritto  nel  secolo  XV.  Gli  altri  codici,  de'  quali  darò 
le  notizie  infine  di  questa  Dissertazione,  sono  bensì  di  tempi 
assai  posteriori,  e  tutti  più  o  meno  alterati  dai  copiatori,  ma 
chiaramente  si  riconoscono  come  derivati  da  un  solo,  cioè  da 
quello  che  servì  di  apografo  al  copiatore  del  sud.  codice  Ric- 
cardiano di  iV.°  2280,  che  ha  la  data  d'un  altro  codice  assai 
più  antico,  cioè  del  1274.  Né  debbe  parer  cosa  strana  che  tal- 
volta le  date  dei  codici  non  corrispondano  al  tempo,  nel  qua- 
le furono  scritti; perchè  i  copiatori,  forse  per  tenere  in  credito 
il  codice  presso  la  posterità,  copiavano  materialmente  V  anno 
ed  il  nome  dello  scrittore  di  quel  codice  più  antico,  di  cui 
facean  essi  la  copia  ;  e  forse  anche  per  ignoranza,  non  essen- 
do spesso  che  trascrittori  mercenarii  e  materiali.  Di  false  da- 
te, o  di  falsi  nomi  delli  scrittori  de*  codici  non  mancano  pa- 
recchi esempi,  come  già  mostrai  nelV  occasione  di  pubblicare 
i  Monumenti  inediti  di  Mss.  Giovanni  Boccaccio  contenuti  nel 
Mss.  autografo  di  lui  da  me  trovato  nella  Biblioteca  Magliabe- 
cliiana  di  Firenze ,  e  pubblicati  in  questa  città  l'A-nno  1827. 


X  3.  )( 

dipoi  con  aggiunte  ristampati  in  Milano  nel  1828.  per  Paolo 
Andrea  Molina.  Prima  dfJ  ritrovamento  del  vero  carattere  del 
Boccaccio  contenuto  nel  detto  Ms.  varj  erano  i  Mss.  tenuti  per 
autografi  di  quel  padre  della  eloquenza  italiana  ;  ed  il  fon^ 
damtnto  di  tal  credenza  si  appoggiava  alle  soscrizioni,  che 
diceanOy  in  un  Ms.  Ambrosiano 

„  Ioannes  de  Certaldo  scripsit  feliciter  „ 
Ed  in  uno  laurenzi  ano 

„  Ioannes  de  Certaldo  scripsit  „ 
e  così  d'  altri.  Ma  la  diversità  del  carattere  dei  codici  pa^ 
ragonatì  tra  loro  ,  e  di  quello  del  Magliabechiano  da  tutti 
gli  altri  mi  scuoprì  V  inganno ,  efecemi  avvertito  che  i  copi- 
sti aveano  trascritta  la  firma  d*  un  primo  codice  che  venia 
dalla  mano  del  Certaldese  ^  e  poi  senza  darsi  altro  pensiero 
la  copiarono  successivamente  colla  scrittura  loro. 

Né  questo  sarebbe  stato  il  pia  grave  danno  recato  dai  co- 
piatori de'  codici  alla  letteratura,  ed  in  ispecial  modo  alla 
storia  della  lingua  italiana,  ed  alla  originalità  delle  opere 
composte  in  volgare.  Due  sorte  di  persone  sono  state  la  causa 
principale  nei  secoli  bassi,  e  nei  primi  tempi  della  stampa,  del 
guasto  e  del  deturpamento  dell'  opere  a  noi  giunte  dalV  anti- 
chità :  gli  ignoranti  copiatori,  e  gli  Eruditi.  De' primi  si  la-~ 
mentava  così  Giovanni  Boccaccio,  massime  di  quelli  del  tem> 
pò  SUO:  ^^Consueverunt  jam  dudum  celebri  officio  soluni  homi- 
nes  exquisiti  ingenii  assumi  (ad  scribendum),  ut  satis  antiqua, 
si  quae  sunt,  testantur  volundna,  Postea  ne  quid  incorruptuni 
superesset  in  terris,  quibuscunique  volentibus  permissum  est, 
Quamobrem  eo  devenimus  ut  qui  literae  seu  caractheruni  for- 
mam  apte  calamo  deducere  noveriti  illosque  congrue  inviceni 
fungere,  temerario  ausu ,  nil  aliud  intelligentes,se  scriptores 
audent  profiteri  ,  et  apposito  pretio  scribere  quorumcumque 
volumlna  ;  quod  est  turpius,  relictls  colo,  iextrinisque ,  per- 
saepe  ausae  sunt ,  et  audent  mulieres,  et  sic  duni  potius  visa, 
quam  intellecta  designant,  quandoque  vacillante  memoria,  et 
nonnumtj  uam  dum  ex  non  intellectis  multa  superfiua  arhltran- 
tur ,  et  auferunt,  aut  casu ,  aut  eorum  permutant  judicio  ,  eo 
ante  alia  itum  est,  ut  sit  orthographia  dejecta,  diphtongi  aut 
sublatae,aut  debitìs privataenotulis,  puntantio  omnis  omissa, 
et  signa perdita, quorum  ope  locutionis  variationes percipi  con- 
suevere,  ac  insuper  opere  talium  diminutis ,  aut  additis,  aut 


)(  32  X 

permutatis  in  dictionibus  literis,  aliter  hodie  legatiir ,  quam 
veteres  illustresque  scripserint  auctores  necesse  est.  Et  quod 
longe perniciosìus:  estOj  hujusmodiscriptores  advertant  se  mi' 
nus  recte  pinxisse:  ne  dclentes  erroreni  maculani  operi  suo  in' 
fecisse  uideanturj  nitro  praetereunt,-  corrcctis  pulcros  praepo- 
nentes  codices  ;  qui  quidcni  crrorcs ,  etsi  nonnuniquani  ad^ 
manente  grammatica,  circa  constructiones  reducantur  in  re- 
ctum^propria  aut  hominum,  aut  locoruni ^fluviorum,  seu  hujiiS' 
modi  nomina,  et  potissime  peregrina,  nisi  divinitas  sit  in  ho- 
minibus  insita,  emendari  non  possunt  cui  dubium  falsa  veris 
injecerit.  (  Ioan,  Bocc.  de  Maribus  ad  finem  )  „ 

Rinnuovò  i  medesimi  lamenti  il  celebre  Angiolo  Poliziano^ 
e  così  scrisse  in  fine  del  codice  dell'  opera  di  Pelagonio,  ora 
conservata  nella  Biblioteca  Riccardiana  di  Firenze ,  e  nio- 
dernamente  pubblicata  a  stampa  dal  diarissimo  Sig.  Dottor 
doni: ,,  Hunc  librum  de  codice,  saneque  vetusto.  Angelus  Po- 
litianus  Mediceae  domus  alumnus  et  Laurentii  cliens  cura- 
vit  excribendam  i  dein  ipse  cum  exemplari  contulit  et  certa 
fide  emendavit  ;  ita  tamen  ut  ab  ilio  mutaretur  nihil,  sed  et 
quae  depravata  inveniret,  relinqueret  intacta,  ncque  suum 
ausus  est  unquam  judicium  interponere.  Quod  si  priores  insti- 
tutum  servassent,  minus  multo  mendosos  codices  haberemus. 
Qui  legis  boni  consule  et  vale  „ . 

Anche  il  dottissimo  Gio.  Michele  Bruto  veneziano  ed  isto- 
riografo  di  Stefano  Batori  re  di  Polonia  si  rammaricava  de' 
critici,  specialmente  di  quelli  de'  tempi  suoi,  quando  scrisse 
nella  lettera  alT  amico  Oratone  [pag  35  ediz.  di  Berlino 
1698.)  ^,  Horum  sunt  Manliana  imperia.'  ita  legito,  sic  emen^ 
dato;  foede  hic  lapsus;  putide  ille  „;  ed  in  altra  alV  islesso 
{pag.  346  )  5,  Non  enini  res  est  ridenda,  sed  dìgna  odio  im- 
m,ensa  licentia!  eo  enim  ventura^  est  ut  si  viri  doctissimi  ab 
Inferis  redaces  sistantur,  quae  vere  sint  sua,  adeo  prò  cujus- 
que  ingenio  multa  addita ,  et  mutata  inveniant ,  prò  suis  non 
agnoscant  „.  Se  più  o  meno  possono  farsi  li  stessi  lamenti  dì 
tutte  V  opere  dalV  antichità  pervenuteci ,  verune  sono  state 
tanto  malconcie,  quanto  quelle  de'  primi  scrittori  della  nO' 
stra  lingua  volgare  o  per  l'ignoranza  de' copiatori,  o  per  lo 
smoderato  arbitrio,  e  la  saccenteria  degli  editori,  che  si  pro- 
posero di  emendarle,  a'  quali  veramente  possono  essere  appli-- 
tate  in  gran  parie  le  parole  di  Gio.  Michele  >£ruto:  horum 


X  33  )( 

snnt  raanliana  imperia:  ita  legito:  sic  emandato:  foede  liic  la- 
psus: putide  ille Specialmente  poi  serve  al  proposito  no- 
stro ciò  che  scrissero  i  Deputati  all'  edizione  ed  emendazio' 
ne  delle  Novelle  o  Decanierone  di  mess.  Gio.  Boccaccio,  i  qua- 
li  nel  proemio  delle  annotazioni,  dopo  aver  mostrato  i  dan- 
ni  fatti  all'opera  [non  già  per  quel  che  appartiene  alle  cose 
dall'autore  trattate)  soggiungono: ^^  Però  lasciando  di  dir  più 
di  questo,  et  venendo  a  quel  che  si  può  dire  proprio  nostro,  cioè 
la  correttione  del  Testo,  quanto  attiene  alla  proprietà  et  na- 
turai purità  della  lingua,  nella  quale,  quanto  sia  per  opera 
nostra  migliorato  da  libri  che  oggi  comunemente  corrono  per 
le  stampe:  sarà  giuditio  d'  altri  ;  quanto  noi  ci  siamo  affa- 
ticati perchè  riesca  migliore,  possiamo  sicuramente  et  libera- 
mente dire ,  che  non  è  pensiero,  o  sollecitudine  nel  ricercar 
buoni  testi,  né  fatica  o  diligentia  nel  riscontrarli,  che  da  noi 
si  sia  lasciata  addietro  :  tirandoci,  da  una  parte ,  il  deside- 
rio di  fare  cosa  grata  alli  studiosi  della  lingua  ,  et  sforzan- 
doci da  altra  il  bisogno  che  ne  haveva  il  libro  troppo  mal 
concio,  et  troppo  trasformato  dal  nativo  et  primiero  esser 
suo.  Et  di  questo  se  ne  possono  assegnare  alcune  occasioni,  et 
non  sarà  per  avventura  fuor  di  proposito.  Et  lasciando  le 
communi  con  le  altre  lingue,  che  concorrono  ancora  nella  no- 
stra, come  dire  la  condizione  delle  cose  humane ,  la  quale  se- 
co naturalmente  porta  di  rovinare  sempre  nel  peggio,  et  tutto 
il  dì  mostra  V  esperienza ,  che  trascrivendosi  un  libro  ,  rade 
volte  incontra  che  dagli  spensierati  copiatori  non  si  lasci  ,  o 
scambi,  o  guasti  qualche  cosa.  A  questa  negligentia  opoca  cu- 
ra di  chi  sa  poco  si  aggiunge,  et  spesso  fa  molto  maggior  dan- 
no il  troppo  ardire  di  coloro  che  si  credono  saper  molto  ; 
i  quali  come  in  ogni  tempo  et  in  ogni  sorte  di  scrittori  si  è 
veduto,  come  s'  avvengono  a  un  passo,  o  non  inteso  da  loro ,  a 
che  credano  poter  migliorare,  et  far  mostra  dell*  ingegno  lo- 
ro ,  senza  un  rispetto  al  mondo  vi  messero  le  mani  ,  i  quali 
tanto  pia  sono  pericolosi,  quanto  pare  che  spesso  si  appressino 
a  una  cotale  sembianza  di  vero  ,  et  son  pieni  (  come  gli  chia- 
ma Fabio  Quintiliano  )  di  dolci  inganni,  et  a  grossi  ingegni 
et  chefuggon  la  fatica  dtl  pensare  gratissimi.  Et  se  nonfus- 
se  che  ne' tempi  nostri,  persone  di  giuditio  et  di  dottrina  ec- 
cellenti ,  si  sono  parati  innanzi  a  questa  rovina  ,  et  con  viva 
mente  scoprendo  l'ignorantia  et  insieme  mostrando  la  verità 


)(  34  )( 

hanno  talliato  la  via  alla  violenza  di  tanto  incendio,  erape» 
ricolo  die  in  breve  non  rimanesse  vestigio  né  orma  del  pro- 
prio, che  lasciarono  scritto  quc'  tanto  celebrati  et  amati  scrit- 
tori. Ma  queste  sono  cagioni  communi  alla  nostra  con  le  altre 
lingue.  Questo  autore  ne  ha  una  sua  propria  et  speciale,  et  co» 
sì  i(L  chiamiamo  ,  se  ben  pare  conimune  con  gV  altri  nostri, 
perchè  quanto  per  la  grazia,  che  ha  havuta  col  mondo,  è  per 
più  mani  passato  et  più  copie  se  ne  son  fatte,  cotanto  ha  senti- 
lo  questo  danno  sopra  gli  altri  tutti;  che  i  libri  latini  che 
habbiamo  hoggi  (  per  parlare  di  una  sola  lingua  )  furono 
scritti  gran  parte  da  persone  o  non  punto  intendenti  di  quel- 
la lingua,  o  tanto  poco  ,  che  non  ardivano  mettervi  parole 
di  loro:  anzi  imitavano  appunto  et  bene  spesso  contrafacea» 
no  ,  et  come  dire  ,  dipignevano  quello  che  havevano  innanzi. 
Nel  che  se  bene  erravano  o  trammettendo  spesso  o  levando 
disavvedutamente  qualche  lettera  o  sillaba,  non  per  tanto  vi 
rimanevano  tali  segni  et  tante  reliquie  della  primiera  forma, 
che  come  nelle  rovine  di  essa  Roma  da  fondamenti  et  dalle 
moricce  i  più  intendenti  hanno  saputo  rinvenire  la  forma 
delle  antiche  fabbriche ,  così  hanno  potuto  questi  cavar  di 
que'  vestigi  le  pure  et  intere  voci  Romane,  Di  questo  nostro 
non  è  avvenuto  così,  perchè  havendo  scritto  in  lingua  che  hog- 
gi, tanto  o  quanto  si  crede  sapere  ciascheduno,  non  hanno  ha- 
vuto  rispetto  i  copiatori,  quando  è  venuto  loro  bene,  tor  via  le 
parole  delV  autore  et  mettervi  delle  loro ,  senza  lasciare  pur 
ombra  delle  primiere  ,  onde  elle  si  possano  per  alcuno  tempo 
mai  rinvenire.  Altri  sono  stati  che  non  credendo  cK  egli  im- 
porti dire  una  cosa  con  questa  parola  o  con  quella ,  o  pia  in 
un  modo  che  in  un  altro,  pur  che  il  senso  medesimo  vi  resti: 
giudicando  così  delle  parole  come  di  quelle  pietre  Calandri- 
no ,  a  cui  bastava  sapere  la  virtù  ,  senza  curarsi  del  nome  : 
non  hanno  fatto  caso  di  esporre  il  concetto  dell'  autore  con 
qualunque  parola  sia  loro  prima  venuta  alla  bocca.  Et  di  ta- 
li ci  sono  che  quel  che  V  autore  haveva  disteso  in  sette  ,  o  otto 
versi,  hanno  presunto  di  ristringerlo  a  tre  o  quattro.  Ma  que- 
sto è  stato  special  vitio  de  tempi  più  bassi  nelle  voci  antiche, 
et  de  forestieri  nelle  proprie,  che  abbattendosi  o  i  copiatori,  o 
gli  stampatori  ad  alcuna  di  queste,  che  pure  ce  ne  sono  {per- 
chè egli  adoperò  la  lingua  et  le  parole  di  quella  età ,  et  come 
egli  chiaramente  dice  ,  tli  questa  patria  ;,   tt  talvolta  davvan- 


)(  35  )( 

iaggio  immitò  a  bello  studio  et  con  marai'igliosa  piaccvolez^ 
za  et  giudìlìo  la  propria  favella  di  donne  et  di  certa  sorte 
di  huoniini):  ìiora  abbattendosi  a  queste  tali,  senza  conside- 
razione  alcuna  di  quel  che  questa  licentia  possa  importare , 
V  hanno  mutate.  Et  in  ciò  (  crediamo  noi)  hanno  pensato  che 
dovendo  scrivere  a  gli  huomini  di  questa  età,  non  occorresse 
tenere  conto  delle  parole  di  una  altra.  Et  in  somma  in  que~ 
sto  scrittore  hanno  tenuto  più  conto  della  favella  et  della 
piacevolezza  et  del  riso  ,  che  dello  stile  et  delle  parole  et 
della  eie  ganti  a  „.  (Proemio  dei  Deputati  aile  annotazioni  del 
Decamerone  pag   7.} 

Anche  gli  editori  delle  Storie  Pistoiesi  stampate,  in  Fi- 
renze V  anno  iSyS.  j  e  poi  nel  i^SS.  così  scrissero  nella  pre-fa- 
zione loro  :  „  Non  ci  è  venuto  fatto  di  trovare  altro  che  un  te- 
sto solo,  il  quale  e  senza  titolo  ,  e  fu  copiato  V  anno  iSgB  di 
dicembre  da  un  Jacopo  di  Franceschino  degli  Ambre gini ,  e 
per  quanto  si  vede ,  egli  con  assai  cura  lo  scrisse  ,  ma  non  sì 
però  che  alcuno  suo  proprio  vezzo  non  ritenesse,  vizio  comune 
della  più  parte  dei  copiatori.  Per  che  a  buona  ragione  ne  do- 
vrà  il  discreto  lettore  bavere  per  i scusati  se  alcuna  menda  ci 
troverà  ,  non  essendo  quasi  possibile  trovare  un  testo  che  da 
un  altro  copiato  sia ,  tutto  sicuro.  [J^,  La  mia  prefazione  alli 
Statuti  dell'Opera  S .  Jacopo  di  Pistoia  del  i3i3.  da  me  pub- 
blicati dalV  originale  nel  ì8i4'  Pisa  4*  ) 

A  vie  più  confermare  il  fatto  medesimo  siami  lecito  di  qui 
riportare  qualche  testimonianza  di  moderni  scrittori,  U  edi- 
tore del  Tesoretto,  e  del  Favoletto  di  Brunetto  Latini  [Firenze 
presso  G.  iVolini  1824.)  »  persuaso  io,  dice  nella  prefazione,  che 
il  vocabolario  di  nostra  lingua  debba,  ilpiuche  si  possa,  aver 
fondamento  su  libri  a  stampa,  siccome  tutto  lo  hanno  que'della 
greca  e  della  latina,  e  vedendo  che  non  può  citarsi  il  Tesoretto 
ed  il  Favoletto  sulla  edizione  di  Roma  per  essere  guastae cor- 
rotta,e  inpiu  luoghi  a  mio  giudizio  raffazzonata ,  né  sulla  ri- 
stampa di  Torino  del  \  rjSo.  che  n'è  copia  fedelissima, e  nemmeno 
sullealtre  quaelà  di  sola  fantasia  rabhrecciate:mi  posi  in  cuo- 
re,dieseguirne  una  nuova  che  tutta  si  appoggiasse  a  ragionata 
autorità  di  P4ss.  (a) ....  e  recatomi  nel  1820  per  altre  bisogne 

(a)  Se  ne  citano    sei,  de' quali  4  del    secolo   XIV.  uno  del    XV.  ed 
altro  del  XVL  Niuuo  è  dunque  contemporaneo  dell'Autore. 


X  36  )( 

a  Homa  non  lasciai  di  consultare  un  codice  della  vaticatìct 
ti,  3220  . .  .  Sebbene  esso  sia  di  scorretta  lezione  e  pien  di  ló^ 
gune  delle  quali  però  uomo  non  si  accorge  se  non  nel  confronto 
con  gli  altri  codici  e  colle  stampe,  che  anche  esse  hanno  lor  la'" 
gune  in  parte  palesi,  ed  ift  parte  nascoste,  te  quali  tutte  si 
sanano  per  questa  mia  nuoi^a  edizione,  mercè  della  quale  io 
prendo  altresì  speranza  di  aver  ridotto  il  teso^ettò,  ed  il 
favolelto,  se  non  come  essi  uscirono  dalle  mani  del  Latini  (e 
chi  potrebbe  mai  dopo  tanti  strapazzi  dei  copiatori  dir  ciò 
con  fiducia^)  tali  almeno  che  fastidio  ed  ira  non  muovano  nel 

lettore né  già  il  codice  (  laurenziano  membranaceo  del 

secolo  XIV.  )  da  me  copiato  è  perpetua  norma  della  nuova  è- 
dizione  ,  fo  anch'  io  tesoro  degli  altri,  introducendo  nel  testo 
quelle  lezioni,  che  mi  sembrano  migliori,  e  rimanendo  le  al' 
tre  alle  varianti.  La  concordia  del  maggior  numero  de^ codi- 
ci fa  su  me  autorità,  ma  allora  solamente  che  non  mi  paia 
ripugnarvi  la  grammatica,  la  critica,  e  la  ragione;  reco  pe- 
rò sempre  in  nota  le  lezioni  eh*  io  non  approdo  ,  perchè  tion 
mio,  ma  del  pubblico  esser  ne  debba  il  giudizio.  Adopelro  nel 
modo  medesimo  in  que* pochi  luoghi  che  mi  son  parati  dovere 
correggere  ....  Nella  esposizione,  in  che  ho  inteso  principale 
mente  alla  brevità,  ho  talvolta  ondeggiato  in  dubbiezze  ;  né 
mi  so  io  già  se  in  eleggere  una  di  quelle  interpetrazioni,  che 
mi  si  sono  affacciate  alla  mente  sia  stato  sempre  assistito 
dalla  sana  ragione,  il  cui  soccorso  ho  però  sempre  implorato. 
Protesto  al  mio  Lettore  che  dal  principio  di  questo  mio  me- 
schino lavoro  fino  alla  compiuta  edizione  di  esso  mai  non  ho 
lasciato  di  tenerlo  presente  ali*  animo,  così  molte  cose  ho  a 
luogo  a  luogo  cangiato,  alcuna  in  che  poi  ho  scorto  errore  ho 
ad  alcuna  opportuna  occasione  emendata,  ed  altre  ne  emen- 
do^ e  ne  estendo  nella  nota  posta  qui  sotto.  Molti  più  falli 
saranno  per  avventura  scoperti  dal  mio  sagace  Lettore  (3 1  );  non 
ho  seguito  le  stampe  nella  division  dei  capitoli ,  e  nemmeno 
alcuno  de'  manoscritti ,  che  pure  in  questo  non  son  tra  loro 
concordi  ,  lo  che  ha  dato  conforto  al  mio  arbitrio  „. 

Veramente  questa  umilissima  confessione  muove  a  miseri- 
cordia verso  il  disgraziato  autore  del  Tesoretto  e  del  Favo-- 
letto  ;  ma  ciò  non  ostante  credo  che  il  Poliziano  avrebbe  con- 
sigliato V  editore  ad  affaticarsi  meno  ,  e  iudicium  suum  non 
interponere/^e/' no«yare  un  centone  quasi  inutile^se  dopo  tanta 


)(  37  X 
fatìcanon  solamente  non  può  riconoscersi  tale  quale  uscì  dalle 
mani  del  Latini ,  ma  di  più  neppur  l'Editore  sa  se  sia  stalo 
sempre  assistito  dalla  sana  ragione.  Peraltro  quanto  egli  è  lo- 
dei'oleper  la  sua  ingenuitded  umilt assono  altrettanto  da  bia- 
simarsi moltissimi  editori^  che  in  testi  anche  meno  strapazzati 
dai  copiatori  esercitarono  manlìana  imperia.  Quanto  è  succe- 
àuto  ai  codici  del  Tesoretto,  e  del  Favoletto  di  Brunetto  La- 
lini  può  dirsi  anche  di  quelli  della  storia  del  Malispini  ,  del 
Decamerone  di  Giovanni  Boccaccio,  come  sene  lamentarono 
i  Deputati ,  e  ripetè  anche  il  celebre  Monti  nella  Proposta  .•  e 
di  moltissimi  altri^  da  potersi  francamente  assicurare  y  di 
quali  più,  di  quali  meno,  che  se  ritornassero  da  morte  a  vita  gli 
Autori,  né  trovando  più  i  propri  scritti  originali,  rifiutereb- 
bero di  conoscere  per  suoi  gli  esistenti  nei  codici,  e  nelle  edi^ 
zioni.  Dei  moltissimi,  due  soli  esempiì  siami  permesso  d' ag* 
siungere,  cioè  quelli  della  storia  di  Ricordano  Malispini  ,  è 
delle  Lettere  di  fra  Guittone  Aretino,  Il  primo  ,  da  quanto 
ne  pensa  il  chiarissimo  ed  eruditissimo  illustratore,  e  modtr^ 
no  editore  sig,  ab.  J^incenzio  Follini ,  vivea  nel  1278;  il  più 
antico  MS.  di  quella  storia  è  creduto  dal  medesimo  appar- 
tenere al  i35o,  od  al  più  tardi  al  iSyo.  o  poco  dopo;  non  dis- 
simula la  pena  datasi  per  ridurla  a  buona  lezione,  coni'  è  la 
frase  usata  dagli  editori  di  questi  malconci  scrittori. 

In  quanto  afra  Guittone  ne  sappiamo  anche  assai  meno: 
chi  lo  vuole  nel  fiore  del  viver  suo  intorno  al  iiSo;  chi  gli  al- 
lunga la  vita  sino  al  1293.  //  Bottari  nella  sua  edizione  che 
di  quelle  lettere  fece  in  Roma  V  anno  ij^5,  e  precisamente 
neir avvertimento  ai  lettori,  disse  che  il  codice  più  antico  già 
appartenuto  al  Redi ,  lo  credea  scritto  avanti  il  iSoo,  od  in. 
quel  torno,  per  quanto  si  può  fare  ragione  dalla  forma  della 
scrittura ,  ed  altre  congetture.  Ma  lasciando  di  rilevare  in 
aggiunta  al  già  detto ,  quanto  poco  sia  da  contare  sopra  si- 
mili congetture,  è  innegabile  che  il  Bottari  per  ridurre  il  suo 
testo  a  buona  lezione  non  abbia  fatto  il  florilegio  da  quanti  co- 
dici potè  vedere;  codici  tutti,  secondo  il  solito  degli  altri,  pie^ 
ni  d'  arbitrii,  di  negligenze  ecc.  de' copiatori.  A  questa  ridu- 
zione ,  sinonimo  bene  spesso  di  raffazzonamento,  e  rabbreccia- 
inento,  e  di  tutto  quel  che  ci  fa  sapere  V  ingenua  confessione 
del  moderno  editore  del  Tesoretto  e  del  Favoletto,  aggiunse 
il  Bottari  tutta  V ortografia,  che  quale  cela  presenta  non  può 


)(  38  )( 

essere  mai  quella  stessa  di  fra  Guittone  ;  scrivendosi  in  al- 
lora le  parole  non  secondo  grammatica  ,  che  non  erano  fis- 
sate alcune  regole  in  quanto  alla  scrittura  delle  parole  , 
ma  ognuno  s'  industriava  di  prenderle  come  a  volo  uscite  di 
bocca  ,  e  fermate  in  iscrittura  secondo  che  il  suono  ricevuto 
dall'  orecchio  parca  suggerisse  ;  quantunque  fissato  nonjosse 
nemmeno  il  valore  di  tutte  le  lettere  per  adattarle  alla  pro- 
nunzia. Ma  ciò  che  mette  il  colmo  alla  diffidenza  non  già 
contro  il  Bottarif  bensì  contro  i  copiatori ,  o  gli  adulteratori 
de' codici  ,  si  è  V  essere  alcune  di  quelV  epistole  spesso  tanto 
imbrogliate  ed  oscure  da  non  cavarsene ,  od  appena,  il  senti- 
mento; ed  altre, all'opposto,  talmente piane^  e  dirò  anche  ele- 
ganti^ che  sembrano  composte  da  più  assai  valente  autore.  Or 
quali  dovranno  esser  credute  le  genuine  di  fra  Guittone? 
forse  leprimel  ma  sino  a  che  non  eranvi  scritture  autentiche^ 
e  ben  lunghe  di  quell  età ,  fu  permesso  immaginarsi  che  ogni 
scritto  imbrogliato^  ed  oscuro,  e  pieno  di  voci  strane  mostras- 
se i  primi  vagiti  d'  un  linguaggio  nascente ,  e  malamente  ac- 
cozzato ;  ora  poi  che  ne  abbiamo  sotV  occhio  il  paragone  si- 
curo e  vendine,  non  può  esser  ammessa  una  simile  scusa.  Oltre 
di  che,  non  è  egli  incomprensibile  che  si  scrivesse  allora  poco 
meno  che  colla  stessa  ortografia  del  miglior  tempo  della  lin- 
gua volgare! 

Ma  saranno  forse  di  fra  Guittone  le  altre  Lettere  bene  or- 
dinate ed  eleganti,  e  ridotte  a  miglior  lezione  ed  apiumoder- 
na  ortografia?  Io  per  me  non  so  che  pensarne:  certamente 
V  autore  delV  une  non  pare  cK  esser  lo  potesse  anco  delV  al- 
tre. Sospetterei  che  Guittone  le  scrivesse  in  latino,  e  che  da  un 
ignorante  fossero  volgarizzate  le  une ,  da  un  più  erudito  le 
altre;  ma  in  tempo  diverso.  Son  pieni  i  codici,  ed  i  libri  a 
stampa  di  volgarizzamenti  d' epistole  latine,  le  quali  più  non 
si  conoscono  originali;  quasi  tutte  le  volgari  attribute  al 
Boccaccio  sono  traduzioni  di  lettere  sue  latine  ora  non  cono- 
sciute (  V.  i  Monumenti  inediti  di  Gio,  Boccaccio  da  me  tro- 
vati e  publicati  in  Firenze  per  Galletti,  e  per  Conti  1828.  E 
con  aggiunte  in  Milano  per  Paolo  Andrea  Molina  i83o.)  Che 
fossero  scritte  originariamente  in  latino  me  ne  danno  sospetto 
i  molti  latinismi  che  vi  s' incontrano,  ed  i  testi  latini  per  en- 
tro alla  lettera  riportati.  Sarebbe  stata  cosa  assai  ridicola 
che  mentre  in  quelV  età  scriveasi  in  volgare  per  farsi  bene  in~ 


)(  39  )( 

tendere  generalmente,  vi  si  mescolassero  a  josa  testi  e  parole 
latine.  Infatti  vedo  che  Alhertano  scrisse  in  latino  citando  e 
riportando  a  parola  le  autorità  che  prendta  dalli  scrittori 
latini ,  ma  Soff'redi  non  adopera  quasi  una  voce  latina  nel 
farne  la  sua  tradazione.  Bensì  V  ambizione  di  Latinizare  co- 
minciò  a  introdursi  tra  i  letterati  del  secolo  posteriore  spC' 
cialniente  nelle  traduzioni  dal  latino,  quando  aveano  V alba- 
già  di  volersi  distinguere  dal  popolo  anche  nello  scriver  la 
lingua  volgare  ;  o  credeano  di  nobilitarla  fognandola  lati- 
namente ,  ed  ingiojellandola  di  latinismi  ;  abuso  che  prese 
voga  maggiore  alla  fine  del  secolo  decimo  quinto.  Cristoforo 
Landino  nel  1487.  dedicava  ad  Ercole  da  Este  Duca  di  Fer^ 
rara  il  Formulario  et  Epislole  vulgari  missive  et  responsive  A 
altri  fiori  de  ornati  parlamenti  stampato  in  Bologna  per  3]iss. 
Bazaliero  di  Bazalieri  V  anno  1478.  la  qual  dedica  dice  così: 
„  Sono  pili  tempi  trascorsi  Illustrissimo  et  Excelso  Signor 
mio  che  per  lungo  stimalo  de  alcuni  citadini  et  gentil  homini 
avidissimi  de  ornar  se  de  laudata  peritia  fui  compulso  ad 
alquanto  exercitare  el  mio  exiguo  ingegno  circa  loro  virtuosa 
istructione.  TJnde  per  adimpire  il  suo  desiderio  non  cum  me- 
diocre difflcultà  composi  la  presente  operetta ,  et  volendo  io 
per  la  aff'ectione,  servi  tii  e  fede  porto  verso  la  vostra  excelen- 
tia  fare  ne  le  adimandate  occurrentie  secondo  le  mie  debole 
force  apertissima  dimostratione,  examinata  la  humile  et  in^ 
eulta  compositione  ho  statuito  farne  oblatione  e  dono  a  vostra 
Illustrissima  Signorìa,  non  come  meritevole  presente ,  ma  cO' 
me  cordiale  attestatione  e  fede  de  la  mia  perpetua  volontaria 
servitute  ;  et  in  qualche  reconoscentia  degli  a' piaceri  sì  innii- 
mer abili  beneficii  che  già  receviti  da  la  vostra  sublimità.  Et 
se  il  favore  de  qualche  accidental  doctrina  lo  havess^  com^ 
portato  per  lo  preterito  ,  o  che  me  havesseno  i  cieli  alcun  na^ 
turale  e  chiaro  lame  de  intelligentia  porto,  e  per  esso  facto 
securo,  Io  non  harei  posto  tanto  intervallo  e  dilatione  di  tem^ 
pò  a  visitare  la  prefata  vostra  celsitudine  cum  questo  mio  li- 
bretto, nel  processo  del  quale  ho  scritto  molti  evordii  et  epi- 
stole  missive  et  responsive  in  ogni  f acuità  et  altri  parlamenti 
opportuni  e  necessarii  da  expore  ambasciate  al  summo  ponti^ 
fice,  a  Cardinali,  Episcopi,  a  Comunità,  a  Signori,  et  a  qua- 
lunque  altro  reginiento  in  diverse  occurrentie.  Et  quantunque 
io  sappia  che  la  vostra  Exceleutia  sia  fornita  et  ampiamente 


.^ 


)(  4o  )( 

copiosa  de  tutte  quelle  cose  che  a  excelentissimo  principe  si 
rechedono,  E  che  questa  mia  debole  compositione  sia  tenue  et 
exigua  a  uno  tanto  e  sì  glorioso  principe,  la  cui  virtù  et  uni^ 
versale  doctrina  è  tanta,  che  più  no  sto  per  dare  instruzione 
et  ammaestramento  ad  altri,  che  da  altri  ricevere,  tamen  per 
far  parte  il  debito  mio  verso  vostra  celsitudine ,  et  presertini 
persuadendomi  che  spesse  fiate  alli  alti  e  degni  ingegni  adi- 
viene  come  alli  stomachi  de  gli  huomini  grandi  e  potenti ,  li 
quali  quantunque  siano  copiosi  de  electe  et  exquisite  vivande^ 
nihilominus  alcuna  volta  fanno  diversione  in  cose  più  ville  a 
basse ,  e  le  quali  cose  pare  che  facciano  renovamento  de  ap^ 
petito  alle  cose  delicate.  Così  essendo  vostra  illustrissima  Si" 
gnoria  continuamente  quando  d  odo  et  à  vucatione  de  gover-" 
nare  e  prudentemente  regere  i  popoli  sottoposti  a  vostra  illu- 
st rissima  protectione  et  clementissimo  auxilio  ,  quando  in  le» 
tioni  morali  o  storiche  et  in  quella  dilectar  se ,  ponendo  poi 
in  opera  ne  le  cose  occorrenti  unde  vostra  illustrissima  Si~ 
gnoria  se  ha  aquistato  nome  di  prudentìssimo  fra  gli  alti 
grandi  Signori  e  Principi  de  Italia:  per  tanto  si  come  li  sto^ 
machi  alcuna  volta  si  dilectano  de  le  cose  men  conveniente  , 
e  come  molte  volte  vi  recreati  {a)  ne  V  audire  e  vedere  istrioni 
et  joculatori parimente  per  divertere  lo  ingegno  vostro  excel» 
lente  dalle  cose  alte  quasi  per  respirazione  a  rinovar  la  virtù 
da  lo  intellecto  affannato  in  sì  degne  investigationi  potrà  la 
excelentia  vostra  legere  queste  mie  inepte  et  in  ornate  fatiche 
che  almeno  vi  comoveranno  a  ridicolo  piacere  di  me  che  agia 
prosunto  ocupare  il pregrino  vostro  ingegno  in  cose  vulgare  e 
materne  {b)  et  inept amente  composte;  et  io  almeno  ne  riceverò 
questo  fructo  che  la  vostra  sublimità  haverà  più  gran  rispecto 
al  mio  desiderio  de  gratificarne  a  quella  che  non  haverà  in 
reprehendermi  [e]  che  io  sia  stato  poco  advertente  a  non  me- 
surare  il  mio  basso  ingegno  a  tanta  impresa  verso  la  preli^ 
bata  Vostra  Ducale  et  Excelentissima  Signoria  a  la  quale 
humilcmente  sempre  me  raccomando  (z'j). 

(tìf)  recreatis. 

(b)  ciò  prova  che  non  furono  scritte  in  latino,  ma  originalmente  in 
volgare. 

(e)  reprebendere  me. 


)(  4i  )( 

Anche  tra  V  epistole  volgari  da  me  trovate  in  un  Codice 
Barberino,  e  scritte  di  Polonia  dal  celebre  Filippo  Bonaccor- 
si  più  «0^0  co£  «0/7ÌJ  di  Callimaco  Esperiente,  molte  hanno  il 
medesimo  stile  ;  come  p.  e.  è  questa  diretta  da  Cracovia  al 
suo  amico  Lattanzio  Tedaldi  a  Firenze  V  anno  i486. 

Frater  amantissime  et  honorande 

Perocché  poi  del  ritorno  di  Niccolò  mio  scrissi  a  te  ed 
agli  altri  amici  et  benefattori ,  et  come  stimo  pervennono  le 
lettere  salve ,  ne  ho  preso  cura,  oltre  a  quello,  di  più  scrivere, 
parendomi  d'  haver  satisfatto  a  vostre  proposte,  non  scorgen^ 
do  poi  cosa  alcuna  degna  d*  affaticare  o  voi  in  leggere  o  me 
in  scrivere i  la  presente  è  più  per  accompagnare  una  di  Ai- 
nolfo  [a)  nostro,  che  per  darti  notitia  del  venire  mio  in  Italia 
per  commessione  del  Signor  mio  ,  che  in  vero  come  simili  af- 
fari sono  honestissimi  et  probabili  {bj  in  la  gioventù ,  ita  in 
questa  età  mia  affaticata  et  matura  nella  quale  si  dovveria 
calare  le  vele,  et  raccolte  le  sarte  rivolgersi  alla  cura  di  se  me- 
desimo,pare  superfluo  et  ambitioto  V  occuparsi  in  tali  cure, 
se  già  non  mi  excusassi  rerum  magnitudo  et  periculum  immi-» 
nens  vineae  Domini  (e)  in  qua  laborandum  est  usque  ad  vesperas, 
sed  utcumque  a  me  fiat,  accipiaturque  ab  aliis,  postquam  ita 
contigit ,  volui  non  ignorares  che  absolute  certe  azioni  colla 
Maestà  Cesarea  sarò  subito  a  Vinegia,  acciocché  mi  possi  da- 
re notitia  se  le  mìe  lettere  ti  sono  pervenute  a  mano  o  nò;  ac^ 
ciocché  sappia  utrum  satisfactum  sit  amicis,  aut  denuo  scriben- 
dum  sit.  E  fcLcilimmo  lo  scrivere  di  costì  a  Vinegia,  et  se  fossi 
difficile  indugerai  a  farlo,  che  io  per  te  farei  molto  più.  Et 
Frescubaldo  mi  darà  le  lettere  se  a  lui  le  drizzerai.  De  Ai- 
nolfo  t' informerà  il  suo  scrivere;  V  altre  cose  del  paese  non 
possono  esser  costì  a  proposito  alcuno,  et  però  non  dimeno  di- 
co  se  costì  senti  cosa  degna  ,  prego  mene  avvisi  con  la  usata 
tua  humanità  „, 

Ma  ritornando  a  Fra  Guittone:  se  e^li  scrivea  quelle  let- 
tere a  gente  del  popolo ,  era  inutile  mescolarvi  il  laJ.ino  j  se 

(a)  Ainolfo  od  Arnolfo  Tedaldi  che  stava  iu  Cracovia. 

(b)  Cioè  lodevoli,  plausibili. 

(e)  Applica  queste  parole  al  re  Alberto  di  Polonia  del  trafile  fu  precet- 
tore, e  poi  segretario  generale  di  Stato. 

/ 


)(  4»  )( 

le  scrii>ea  a  letlerati,  non  era  in  uso,  né  di  suo  decoro  scrwer- 
le  in  lingua^olgare.  Peraltro  ne  pensi  ciascuno  a  modo  suo. 
Quello  che  al  mìo  inlento  appartiene  si  è  che  tutti  i  codici 
contenenti  le  opere  de^  primi  Autori  della  lingua  volgare, 
pia  o  meno  sono  quali  ìio  mostralo  ;  che  le  edizioni  ci  presen- 
tanti  j)ir  la  maggior  parte  o  la  negligenza  de'  copiatori  ,  od 
il  risuli amento  delV  arbitrio  ^  e  della  saccenteria  de  lettC" 
rati  ;  e  perciò  la  vera  storia  della  lingua  volgare  cronologia 
camenle  non  si  conosce  nella  maggior  parte  dei  codici,  e  meno 
nelle  stampe  ;  che  invece  d' essere  testimonii  sicuri  dello  stato 
in  cui  era  la  lingua  parlata  e  scritta  dai  loro  autori^  piutto- 
sto  sono  depositi  di  vocaboli, e  di  frasi  insieme  confuse  delle  va- 
rie età  nelle  quali  i  codici  furono  malconcj  dalV  ignoranza,  e 
dalla  sbadataggine  de'  copiatori,  o  dall'arbitrio  degli  edi- 
tori, che  hanno  ridotti  a  modo  loro  i  testi  ;  sì  che  di  molti  sì 
possa  dire  non  doversi  più  citare  V  Autore ,  ma  il  codice ,  o 
V  editore. 

Tutto  questo  mio  ragionare  non  tende  mica  al  disprezzo 
generale  de'  codici,  ne' quali  sono  contenuti,  comunque  siano, 
gli  scritti  degli  antichi  autori  della  lingua  italiana,  e  nep- 
pure a  far  poca  stima  delle  dotte  fatiche  di  quelli  Eruditi  che 
sonasi  presa  cura  con  dottrina,  con  criterio  e  moderazione  dì 
rimettere  nel  miglior  grado  possibile  i  più  strapazzati  nionu^ 
menti  di  nostra  lingua.  Siano  pur  tributate  loro  dovutissinie 
grazie.  Io  non  ho  altro  in  mira  se  non  che  di  metter  in  vedu- 
ta con  sincerità  lo  stato  presente  de'  Monumenti  scritti  più 
antichi  della  lingua  nostra  volgare,  e  d' indicare  le  cause  per 
le  quali  non  abbiamo  un  prospetto  cronologico  ed  autentico 
del  vero  aspetto  di  essa  ne' successivi  suoi  stadj.  A  questo  pro^ 
posilo  riferirò  le  parole  del  chiarissimo  sig.  abate  Vincenzio 
Folli  ni  regio  Bibliotecario  della  libreria  Magliabechiana  di 
Firenze,  moderno  editore  della  Storia  di  Ricordano  Malispi" 
ni,  dove  alla  pag.  i5.  e  seg.  della  prefazione  Egli  si  esprime 
così  : 

,,Ma  se  in  tutto  quello  che  alla  narrazione  de' fatti  e  alla 
correzione  della  guasta  lezione  appartiene  niun  cangiamento 
ho  fatto  senza  buone  ragioni  e  autorità  di  codici  ,  non  minor 
cura  ho  usata  nel  conservare  intatte  le  voci, e  le  maniere  di  di- 
re nella  siict-  natia  purità  ,  senza  punto  curare  le  censure  dei 
moderni  ignoranti,  che  l'oro  più  schietto  delle  vecchie  scritture 


)(  43  K 

tengono  per  i>ile  e  rugginoso  metallo,  e  che  tutto  ridur  volendo 
alla  moderna  foggia  ,  o  piuttosto  errar  volendo  senza  legge 
alcuna  ,  mostruosa  e  ignobile  rendono  la  leggiadrissima  e 
nobilissima  nostra  favella.  E  comecché  io  tenga  esser  perduto 
quel  tempo  clic  spender  si  volesse  a  ragionare  con  costoro,  non 
parmi  altronde  benfatto  usare  della  stessa  non  curanza  ver^ 
so  di  quelli,  che  non  essendo  di  legge  schivi,  e  amando  la  pu- 
rezza di  nostra  lingua,  aborrono  soltanto  le  così  dette  ranci- 
de e  disusate  voci ,  alle  quali  si  fanno  lecito  di  sostituire  le 
più  gentili,  e  dall'  antico  e  moderno  uso  approvate,  nel  pub- 
blicare gli  antichi  scrittori.  Prima  di  fare  ad  essi  toccar  con 
mano  quanto  sien  lungi  dalla  retta  via  sì  fattamente  opinan- 
do ,  voglio  che  per  me  risponda  uno  scrittore  non  toscano  ,  il 
quale  circa  un  mezzo  secolo  prima  della  fondazione  deW  Ac- 
cademia  della  Crusca,  vale  a  dire  nel  iS'^j.,  scriveva.  È  que- 
sti Giacomo  Fasolo  ,  che  pubblicando  in  quelV  anno  in  Vene- 
zia i  primi  dieci  libri  della  Storia  di  Giovanni  Villani  ,  co- 
sì parla  nella  sua  Lettera  o  avviso  ai  lettori:,,  Ne  ti  maravi- 
glierai  se  alcun  vocabolo  in  essa  trovassi  non  solito  a'  nostri 
tempi,  e  quelli  che  non  sono  in  uso  altrimenti  scritti  di  quello 
che  al  presente  si  fa ,  per  esser  questo  scrittore  antiquissimoy 
e  secondo  la  lingua  de'  sui  tempi  avere  parlato  ,  e  usata  la 
sua  ortografia ,  e  modo  di  scrivere  tanto  i  verbi  quanto  i  no- 
mi, le  quali  cose  benché  siano  varie  da  quello  che  si  usa,  non 
abbiamo  voluto  però  toccare  ,  e  massime  astretto  e  persuaso 
dal  giudicio  de  uomini  eccellenti,  e  precipue  delV  eccellentis- 
simo messer  Antonio  Brucioli,  quaV  ha  vista  quesf  opera  a 
suo  parere,  e  questo  ancora  perchè  il  lettore  vegga  il  parlare 
di  que'  lempi,  e  consideri  quanto  si  vadano  mutando  di  seco- 
lo in  secolo  le  lingue,  e  ancora  per  non  parere,  come  molti, 
audace  e  prosuntuoso  a  volere  ridurre  le  cose  degli  altri 
scrittori  secondo  il  nostro  sentimento,  e  così  le  appresentiamo 
per  quanto  è  possibile  secondo  la  copia  eh'  è  antichissima.  E 
invero  ,  chiunque  arditamente  pone  la  mano  ne'  vecchj  scrit- 
ti ,  a  sua  voglia  cangiando  le  frasi  e  le  voci,  rende  dubbia  la 
loro  fede  tanto  nelle  cose  che  nelle  parole ,  nuoce  alla  storia 
de' principi  e  progressi  delle  lingue,  e  delle  scienze  ed  arti  , 
pone  in  discordia  le  stampe  coi  sinceri  manoscritti,  e  coi  già 
divulgati  vocabolari ,  come  recentissimi  esempj  dimostrano  : 
t^lie  i  mezzi  più  sicuri  onde  rintracciare  le  origini  delle  vo^ 


)(  44  )( 

ciy  che  hanno  per  ordinario  una  necessaria  lega  coi  fatti  e  co^ 
sturni  ,  e  che  nella  loro  priniiti\>a  forma  spiegano  bene  spesso 
mirabilmente^  e  cangia  un  s(rcolo  in  un  altro  con  intollerabili 
anacronismi.  E  che  altro  fanno  gli  editori,  i  quali  gli  altrui 
scritti  r affazzonano  ,  o  rimodernano ^  se  non  se  quello  di  cui 
sogliamo  dar  carico  ai  copisti  de'  codici^  co'  quali  venghia- 
mo  continuamente  alle  prese,  non  potendo  nelle  tante  varia-- 
zioni  da  essi  fatte  negli  scritti,  il  pia  delle  volte  la  legittima 
e  sincera  lezione  ravvisare!  Ma  io  non  dubito  di  asserire,  che 
maggiore  sia  il  danno,  il  quale  viene  da  sì  fatti  editori,  di 
quello  che  dai  saccenti  copisti, perchè  con  minor  sospetto  leg' 
gonsi  i  libri  stampati,  essendo  ciascuno  persuaso,  che  nel  pub- 
blicare  le  scritture  altrui  ogni  lor  cura  abbiano  posta  gli  edi- 
tori nel  fissarne  la  vera  lezione,  e  tanto  più  se  da  uomini  di 
qualche  credito  vengano  pubblicate ,  o  da  tali  che  di  avere 
usata  una  tal  diligenza  nelle  prefazioni  si  vantino,,. 

Di  qual  pregio  adunque  non  è  da  reputarsi  degno  il  Codi- 
ce pistojese  che  non  con  data  apocrifa,  non  in  uno  di  que' 
codici  de'  quali  parlammo  presentaci  copia  d'un'  opera  qua- 
lunque volgare  del  1278.  mail  volgarizzamento  dell'  opera 
più  dotta  ,  più  erudita,  più  morale  che  in  quelV  età  sapesse 
prodursi;  non  in  copia,  ma  tale  che  sia  la  originalmente  seri» 
in  quell'anno  ,  e  da  potersi  tenere  in  luogo  di  Autografo  per  le 
ragioni  che  verrò  ad  esporre^  e  che  ci  mette  dinanzi  agli  occhi 
la  lingua  come  usciva  dalla  bocca  del  popolo,  e  come  gli  eru-- 
diti  si  sforzavano  di  improntarla  nello  scritto  dietro  alla  gui- 
da dell'  orecchie,  scrupolosamente  :  per  lo  che  viene  ad  esser 
dimostrato  quello  eh'  erami  proposto  :  cioè  che  il  Codice  pi» 
stojese  del  Yols^i'izzaraento  d'A-lbertano,  ed  il  Testamento  della 
Contessa  Beatrice  da  Capraja  scritti  nelV  anno  1278.  siano 
i  principali  più  antichi  monumenti  Autentici,  e  non  alterali 
della  scritta  lingua  volgare  (33). 


)(  45  )( 

e  A  P  I  T  O  L  O  IV. 

Storia  del  Codice  pistojese  Prove  della  sua  autenticità.  Diffe- 
renza di  questo  Volgarizzimento  da  quello  sinadora  conosciuto 
nei  codici  ,  ed  a  stampa.  Quale  dei  due  volgarizzatori  abbia  da 
credersi  anteriore.  Se  aver  si  possa  il  sospetto  che  l'uno  o  T  al- 
tro volgarizzatore  abbia  profittato  d'  uno  de'due  volgarizzamen- 
ti. Quali  siano  le  qualità  speciali  del  volgarizzamento  del  Codice 
pistojese. 


iVe 


elV  anno  1808.  io  mi  affaticava  a  cercare  per  ^li  archi' 
\n  pubblici  e  particolari  Notizie  d'  ogni  maltiera ,  ma  spe- 
cialmente le  appartenenti  agli  Uomini  illustri  della  mia  Città 
Natale,  Pistoja,  allo  stato  della  lingua  volgare  nei  primi  seco- 
li dopo  il  mille,  ed  allo  stato  delle  belle  arti  in  Italia  in  quel-- 
la  medesima  età.  Frutto  inaspettato  di  queste  mie  ricerche  fa 
il  venirmi  alle  mani  in  una  miscellanea  di  cartapecore  alla 
peggio  insieme  come  in  un  fascio  legate ,  neW  archivio  della 
Comunità  di  Pistoia  un  Ms.  in  cartapecora  e  nancante  di 
molti  fogli  alla  fine  ,  in  forma  di  4°.  scritto  a  dw  colonne  con 
rubriche  ai  capitoli,  contenente  il  volgarizzameito  dei  Trat- 
tati Morali  di  Albertano  giudice  di  Brescia  ;  il  primo .'  Lo 
libro  de  la  doctrina  del  dire  ,  e  del  tacere  ....  straiactato  di  latino 
in  volgbare  per  mano  di  ser  Soffredi  del  Grathia  di  sanato  Aiuo- 
lo ,  e  scricto  per  Lanfrancho  Seriacopi  del  bene  notaio  di  Pistoja 
socto  li  A.  D.  MCCLXXVIII.  del  mese  d'  Aprile  ne  la  sexta  in- 
dictione.  Il  secondai  Lo  libro  del  consolamento  e  del  consiglio.... 
imagornegato  in  su  questo  volgare  ne  li  anni  D.  MCCLXXV.  del 
mese  di  settembre.  //  terzo'Lo  libro  de  ramore  e  de  la  dilectione  di 
Dio  ecc.  Ma  di  questo  non  ne  rimangono  che  due  brevi  capitoli 
essendo  slato  il  rimanente  strappato  via,  o  andato  in  dispersio- 
ne con  altri  fogli.  In  allora  mi  limitai  a  darne  V  avviso  alla 
repubblica  letteraria  nelle  Memorie  della  vita  di  Messer  Cino  da 
Pistoia  stampata  in  Pisa  l'Anno  1808.  nella  quale  apag.  122. 
misi  il  fac-simile  del  carattere  di  quel  codice,  ed  a  pag.  i33. 
e  seg.  stampai  per  saggio  il  cap.  ultimo  del  Trattato  del  dire 
e  del  tacere  a  confronto  con  il  corrispondente  nella  traduzio- 


)(46  X 

ne  pubblicata  da  Sebastiano  de  Rossi  in  Firenze  V  Anno  i6i(x 
ed  aggiunsi  pure  il  confronto  di  due  codici  del  testo  origina-- 
le  latino  di  liberiano,  che  sono  consentati  nella  Reale  Biblio" 
teca  di  Torino;  differendo  a  pubblicare  la  traduzione  intie.- 
ra  in  altro  tempo  con  più  diffuse  e  diligenti  illustrazioni. 

Avvenne  poi  che,  impedito  da  varj  altri  studj\  e  molto  piit 
per  essermi  traslocato  dall'  Università  di  Pisa  a  quella  di 
Varsavia  in  Polonia,  ne  deponessi  quasi  affatto  il  pensiero. 
Ma  tornato  in  Italia  dopo  alcuni  anni,  incaricato  di  com- 
missione letteraria  del  R.  dipartimento  de' Culti,  e  della  Pub- 
blica istruzione  del  Regno  di  Polonia,  mia  cura  fu  di  correre 
a  Pistoja  per  vedere,  e  nuovamente  esaminare  quel  Codice. 
Ma  come  potrei  descrivere  la  sorpresa,  ed  il  rammarico  pro- 
vato in  trovarmi  deluso  nelle  mie  speranze  allorché  inutil- 
mente il  cercai,  per  non  esservi  più,  senza  sapersi  né  come,  né 
dove  fosse  sparito!  Dopo  qualche  anno  di  vane  ricerche,  e  pre- 
mure fatte  sì  dalV  erudito,  e  zelante  Archivista  Sig.  Benedet- 
to Ricci  succedsLto  alfa  Sig.  Giosuè  Matteini,  sì  da'Sig.''i  Ca- 
valieri Francesco  Tolomei,  ed  Alessandro  Sozzifanti,  mi  veli- 
ne in  mente  di  comunicar  loro  una  mia  idea  sulla  cagione  di 
quello  smarrimento ,  che  mercé  le  nuove  premure  loro  ebbe  fe- 
lice sucvesso.  perchè  il  Codice  appunto  per  l'  incidente  da  me 
immaginatole  senza  malizia  e  reità  veruna  di  chi  ne  fu  lo  stru- 
mento,  si  trovò  presso  il  sig,  Giuseppe  Canini  collettore  be- 
nemerito di  titto  ciò  che  da  Letterati  pistojesifu  dato  in  an- 
tico, e  modernamente  alla  luce.  Egli  appena  che  ne  seppe  la 
provenienza  si  mostrò  cortese  non  tanto  nella  cessione  di  quel 
Codice ,  ma  col  dono  di  tutta  la  sua  raccolta  degli  Scrittori 
pistojesi  alla  Biblioteca  del  Patrio  Collegio  Forteguerri.  Allo- 
ra io  mi  diressi  ai  predetti  due  Cavalieri  pregandoli  che  nella 
qualità  di  membri  della  Deputazione  che  soprintende  al  det- 
to Collegio,  si  adoperassero  per  farmi  concedere  a  comodo  mio 
in  Firenze  il  Codice  da  me  per  la  seconda  volta  trovato  ,  af- 
finchè potessi  copiarlo,  illustrarlo,  pubblicarlo  ad  onore  della 
Patria  comune,  ed  a  vantaggio  della  italiana  Letteratura  , 
come  fu  gentilmente  da  essi  eseguito. 

Prove  deir Autenticità  del  Codice  pistojese. 

Il  Traduttore  S  off  redi  del  Grafia  pistojese  fu  di  profes- 


)(  47  X 

sioìie  Notaroy  e  vivea  in  PisLoja  ,  per  quanto  meri* assicurano 
V  Are  kivi  sta  sig.  Benedetto  Ricci  con  sua  lettera  del  20.  agosto 
i832.  ed  un  Atto  rogato  da  Siffredi  in  data  dell'Anno  1271. 
che  sta  m  IV Imperiale  e  Reale  Archivio  Diplomatico  Fioren- 
tino; ed  eccone  la  copia: 


In  Christi  nomine  amen. 


G 


nido  notarius  senzanominis  vendidit  et  tradidit  jure  pro- 
prio presbitero  Accursio  canonico  Ecclesiae  Sancii  Ioannis,  emen- 
ti suo  proprio  nomine  et  non  nomine  diete  ecclesie  annuum  aC- 
fictum  III.  librarum  olei  quem  Bellas  q.  Pistoresi  de  Sera  valle 
ipsi  Guidoni  annuatim  reddere  et  prestare  tenetur  de  uno  petio 
terre  olivete,  posile  in  teritorio  de  Seravalle  in  loco  dicto  Orlale 
cui  dicuntur  esse  fines  a  1°.  via.  a  Ilo.  Pucci  oditi,  a  111°.  Bianchi 
Cor>forti.  a  IV°.  Forra,  et  de  aliis  suis  bonis,  et  eodem  jure  ven- 
didit ei  jura,  que  liabet  in  dicto  petio  terre,  et  bonis  ipsius  Belli 
occasione  et  jure  affidi ,  cedens,  et  mandans  dictus  venditor  ipsi 
presbitero  Accursio  omnia  jura ,  atque  actiones  sìbi  compelentes 
vel  competenlia  in  dicto  et  predicto  affido  versus  dictum  Bel- 
lum,  et  ejus  heredes,  et  bona  et  omnem  aliam  personara  et  lo- 
cum  ut  suo  nomine  petat,  agat ,  et  recipiat;  et  omnia  faciat  que 
ad  me  ipse  Guido  facere  potest  ponendo  ipsum  in  locum  suura; 
qui  affictus  reddi  debet  Pistorii  intra  muros  civitatis  ad  rectara 
libram  civitatis  Pistorii;  quam  venditionem  promjsit  dictus  ven- 
ditor ipsi  eptori  (5/c)de  celerò  fi.rmam  et  ratam  habere  ,  et  con- 
tra  non  agere  vel  venire  hoc  acto  expresse  inter  eos,  quod  non  te- 
nealuridera  Guido  defendere  et  exbrigare  dictam  venditionem  ab 
aliqua  persona  vel  loco,  nec  ad  pretium  restituendum,  necde  do- 
lo fraudanduitì,  colludendum,  et  alienandum,  et  obligandum,  obli- 
gatione  sua  retro  non  fuctis  alicui  persone  vel  loco  sub  pena  dupli 
ìnfrascripti  pretii  obligans  exinde  se,  et  suos  heredes,  renuntians 
omni  juri  et  exceptioni  quo  vel  quibus,  se  presente,  a  predicto  vel 
aliquo  predictorum  defendere  vel  tueri.  Cujus  rei  vendite  et  cau- 
sa dictus  venditor  confessus  fuit  se  recepisse  et  habuisse  a  dicto 
eptore  {sic)  nomine  pretii  prefiniti  solidos  C  honorum  denariorura 
pis.  (a)  Ptenuntians  exceptioni  non  habiti  et  numerati  supradi- 

(a)  Altrove  osservai  che  l'abbr,  pis,  significavi  pis  a  norum  ,  e  non  pi' 
storiensium  che  sarebhesi  scritto  piai. 


K  48  )( 

di  pretii.  Actum  Pistoni  in  porta  lucensi  in  CI.  [Claustro)  ec- 
clesie. S.  lohannis  corani  Jacopo  q.  Juncte,  Bizo  filio  Guitterni  de 
fan.  (/.  de  Fanano  ),  et  Fede  q.  Pistoresi  ad  hec  rogatis  A.  D. 
MCCLXXI.  indict.  IV.  XIH.  Rai.  Aprilis. 

Ego  Soffredus  filius  Gratie  q.  dora.  Solfredi  imp.  auctoritate 
ludex  ord.  et  Not.  predictls,  intt^rfui  et  rogatus  subscripsi  fe- 
lici ter.  „ 

(  Cartapecora  N.  97.  nelV  Archivio  diplomatico  fiorenti- 
no pro'^eniente  dal  monastero  di  S.  Mercuriale  di  Pistoja.  ) 

Per  quanto  appartiene  al  copiatore  del  codice  ser  Lanfran- 
co Seriacopi  del  Bene  notaro  anch'  esso  di  Pistoja ,  ecco  quello 
che  mi  scrissero  li  eruditissimi  Sig.  Filippo  Brunetti  R.  Anti' 
quarto,  ed  il  Sacerd.  sig.  D.  Giuseppe  Rosi  Primo  Aj'uto  nell'I, 
R*  Archivio  diplomatico  fiorentino,  (34) 

Illustrissimo  Sig,  Sig,  Padrone  Colendissimo. 


i^ì  conservano  in  questo  Imperiale,  e  Reale  Arcbivio  diplo- 
matico otto  Pergamene  contenenti  Atti  pubblici  stipulati  col  ro- 
gito del  notaro  ser  Lanfranco  di  ser  Jacopo  di  Bene  o  del  Bene 
di  Pistoja  dall'Anno  1^79.  al  i3ie.  e  sono  le  seguenti  già  con- 
servate nell'Archivio  de'  Monaci  Roccettini  del  Monastero  di  S. 
Bartolomeo  di  Pistoja. 

'   or      /    r>  ■  *  1  In  queste  cinque  si  leegc  solamente  ,,Lan- 

I284' 24-  Gennaio.  I  n    ^  i       t     \-        .  ^^ .         ,.  >    .  . 

ft?     «  n^f  K  V  f^anclius  Jacobi„e  la  prima  di  esse  e  st;.ta 

I2»t).  lò.  ^  tom-e  \  dilucidata  dai  calligrad  signori  Giarrè  Pa- 

1289-  17- ottobre  areeFi-lio 

i3ii.  16.  Febbraio  j  ^^eej^i^lio. 


1295.  18.  Ottobre  "^    In  queste  ire  la  firma  del  notaro  è  conce- 

l3o6.  7.  Giugno  V  pita  ,,  Ego  Lanfranclius  quondam  Ser  Ja- 

i3io.  26.  Gennajo  J    cobi  Benis,,  e  la  prima  è  stata  parimenle 

(35)  dilucidata  come  sopra. 


Contrapposto  lo  scritturato  delle  surriferite  sottoscrizioni  a 
quelle  del  Codice  Pergamino  contenente  la  traduzione  di  Alber- 
tano  fatta  da  ser  Soffredi  del  Grazia  pistojese  scritta  dalla  mano 
di  Lanfranco  Serjacopi  del  Bene  Notajo  pistojese  sotto  gli  anni 
Domini  1278  (il  qual  codice  principia  dal  libro  della  dottrina  del 


) 
)(  49  }( 

dire  e  del  tacere,  ed  è  mancaute  di  quasi  tutto  il  terzo  trattato 
della  diUzione  di  Dio  ecc  )  presenta  riscontri  iiulubitati  dell'i- 
dentiti!  della  mano  clie  ha  scritto  il  codice  suddetto  ;  poiché  ec- 
cettuata (| nella  diversità,  che  generalmente  si  trova  tra  il  carat- 
tere delle  iinbrtviature  Notariali  contrapposto  a  quello  più  stu- 
diato, e  perciò  più  nitido  e  rei;olare  dei  codici,  ricorrono  gl'istessi 
contorni  lineari,  specialmente  nelle  niajuscole,  e  l'istesso  anda- 
mento di  mano,  e  movimento  di  penna;  per  lo  che  siamo  convin- 
ti che  amhidue  i  caratteri  siano  stati  scritti  dalla  medesima  ma- 
no del  prenominato  JNotaro  Lanfranco  di  ser  Iacopo  di  Bene. 

Tanto  dobbiamo  in  replica  al  quesito  da  VS.  Illustrìssima  pro- 
postoci ,  e  col  più  distint'  ossequio  ci  dichiariamo 
Di  VS.  Illustrissima. 

Dall'Archivio  diplomatico  li  3o.  Agosto  i83i. 
Dev.  .Serv.  FILIPPO  BRUNETTI  R.  Antiquario. 

P.  Giuseppe  Rosi  primo  Ajuto. 
Che  la  data  del  1278.  non  sia  apocrifa ,  e  che  il  carattere 
della  scrittura  del  codice  sia  aulenti  e  anieate  quello  della 
mano  di  Lanfranco  Seriacopi  è  manifesto  dalla  ricognizio- 
ne fattane  dai  predetti  Sig.  Antiquarj  regii,  ma  dipiu  i  Sig, 
Professori  e  Periti  di  calligrafia  Gaetano  Giarrè  e  Brunone 
figlio  ne  fecero  il  seguente  attestato 

lllustriss.  Sig.  Cai^,  Professore  Sebastiano  Ciampi. 

T 

X-i  onorevole  commissione  di  cui  siamo  stati  incaricati  noi 
infrascritti  Periti  calligrafi  Gaetano  Giarrè  e  Brunone  Figlio  ,  ha 
per  oggetto  di  verificare  il  Carattere  di  un  Codice  Pergamino 
contenente  la  traduzione  di  Albertano  fatta  da  ser  Soffredi  del 
Grazia  Pistojese,  che  principia  dal  libro  della  Dottrina  del  dire 
e  del  tacere,  ed  apparisce  scritto  nell'anno  1278.  dalla  mano  di 
Lanfranco  Serjacopi  del  Bene  JNotajo  parimente  di  Pistoja  ,  al 
confronto  di  n°.  8.  Pergamene  Originali  scritte  in  gran  parte,  e 
firmate  dal  medesimo  Lanfranco  sotto  gli  anni  Domini  1279,, 
1284»  1286,,  [289,,  1295,,  ìi3o6„  i3io„  i3ii  „  ed  esistenti 
neir  I.  e  R.  Archivio  Diplomatico  di  questa  Città  di  Fireose. 

Portatici  pertanto  la  mattina  del  29.  Agosto  scaduto  in  com- 
pagnia di  VS.  illustrissima  al  suddetto  Archivio,  e  fattici  rende- 
re ostensibili  dal  Regio  Antiquario  i  suddetti  Documenti  Auto- 
grafi, fu  tosto  eseguito  Wfac-simile  sulle  firme  esistenti  nei  Do- 


)(  5o  )( 

cumenti  del  1^79.  e  1295.  per  farsene  inseguito  da  noi  l' incisio- 
ne, e  quindi  passammo  a  fare  sopra  i  detti  scrittori  i  più  rigorosi 
esami ,  e  confronti  col  carattere  del  Codice  suddetto,  rilevando 
quanto  appresso  : 

Lo  scritturato  di  tutto  il  Codice  non  può  in  verun  modo  ag- 
gregarsi ad  altra  epoca  che  a  quella  in  cui  apparisce  vergato, 
perchè  contiene  tutte  le  Caratteristiche  naturali ,  non  solo  nella 
formazione  delle  iniziali,  nessi  ed  abbieviature,  ma  conserva  nel 
generale  quella  forma  di  Lettere  proprie  del  tempo ,  e  benché 
quasi  tutti  i  Caratteri  conservassero  fra  di  loro  una  certa  analo- 
gia, purnonostante  ciascuno  scrivente  possedeva  degli  usi  proprj, 
i  quali  non  possono  distinguersi  che  dai  Periti  di  Professione , 
perchè  nascono  dal  moto  delle  dita,  e  dalla  vibrazione  del  tratto, 
conseguenze  incontrastabili  della  modificazione  della  mano  varia 
in  tutti  gli  scriventi. 

Dopo  di  ciò  passammo  a  rilevare  tutte  le  proprietà  del  Caratte- 
re Originale  contenuto  nelle  suddette  Pergamene,  e  confrontando- 
le con  quello  dello  scritturato  del  Codice  suddetto,  le  trovammo 
molto  corrispondenti ,  benché  a  colpo  d'  occhio  il  Carattere  dei 
Documenti  Autografi  conservi  un  aspetto  alquanto  vario. 

Ciò  peraltro  possiamo  con  sicurezza  asserire  dipendere  dal- 
l'essere detta  scrittura  formata  con  più  strapazzo,  e  senza  obbligo 
del  rigo,  a  fronte  di  quella  del  Codice  che  si  può  dire  calligra- 
fica ,  ed  eseguita  con  molta  posatezza ,  per  cui  prende  l'  aspetto 
di  un  carattere  stampatello  bastardo,  e  tal  variazione  apparente 
si  ravvisa  anche  negli  scritti  dei  calligrafi  moderni  i  più  esperti. 

E  per  riprova  di  ciò  abbiamo  confrontato  alcune  parole  esi- 
stenti nelle  otto  Pergamene,  che  sono  vergate  di  tratto  più  lento 
e  grave,  ed  abbiamo  ritrovato  che  queste  si  uguagliano  allo  scrit» 
turato  dei  Codice  nelle  sue  viziature  ed  inflessioni  naturali  di  pen- 
na ec.  ed  all'opposto,  prese  in  esame  alcune  rubriche  del  detto  Co- 
dice scritte  in  color  rosso,  ed  assai  trascurate,  copiate  dalle  po- 
stille esistenti  di  fronte  in  carattere  corsivo  nero  ,  che  sono  d'al- 
tra mano,  e  confrontate  queste  collo  scritturato  in  generale  delle 
Pergamene  Originali,  vi  abbiamo  anche  in  ciò  ravvisata  tutta  la 
possibile  corrispondenza. 

In  sequela  pertanto  di  tali  non  equivoci  rilievi  forza  è  crede- 
re, come  crediamo  di  fatto,  che  la  mano  di  Lanfranco  di  ser  Iaco- 
po eo.  abbia  vergato  parte  degli  Scritti,  e  le  firme  delle  suddette 
Pergamene,  come  pure  tutto  lo  scritturato  del  nominato  Codice , 


)(  5i  )( 

meno  le  postille  in  margine  ,  clic  le  crediamo  dì  mano  di  ser  Sof- 
fredi  del  Grazia  suddetto ,  al  confronto  clie  ne  abbiamo  fatto  col 
di  lui  carattere  originale,  contenuto  nella  pergamena  J>}°.  97.  con- 
servata neir  Arcliivio  Diplomatico  fiorentino. 

Che  è  quanto  ci  crediamo  in  dovere  di  referìre  a  VS.  Iliu- 
slrissim.»  in  adempimento  dell' onorevole  Commissione  affidata* 
ci,  mentre  in  conferma  di  quanto  sopra  ci  soscriviamo  colla  più 
distinta  stima 

Di  VS.  Stimatissima, 
Firenze  li  5.  Settembre  i83r. 

Gaetano  Giarrè ,  e  Bruuone  Gglio. 

£"  dunque  manifesto  che  Soff'rcdi,  e  Lanfranco  Notari  pi- 
stojesi  erano  contemporanei ,  e  vis^eano  nello  stesso  tempo  in 
Pistoja.  Inoltre  :  questo  codice  si  pub  riguardare  quasi  come 
Autografo  della  mano  di  S offredi, perchè  non  solamente  seri- 
veasi  da  Lanfanco  Seriacopi  ,  ma  vi  si  leggono  nel  margine 
a  ciascun  capitolo  i  sommarj ,  o  titoli  scritti  in  nero  da  Sof- 
fredij  che  doveansi  ricopiare  di  mano  del  Seriacopi  in  rosso 
nello  spazio  che  egli  avea  lasciato  in  testa  d'  ogni  capitolo. 
E  che  que'  titoli  nel  margine  scritti  fossero  in  color  nero  dal- 
lo stesso  Soffredi  è  palese  pel  confronto  col  carattere  della 
soscrizione  del  suo  rogito,  sì  come  osservarono  i  Periti  Giar- 
rè,  e  dalle  correzioni  d' alcuni  sbagli  fatti  dal  Seriacopi,  le 
quali  sono  della  stessa  mano  che  scrisse  i  titoli  nel  margine; 
che  essere  stati  aggiunti  dal  copiatore  dopo  aver  lasciato  lo 
spazio  in  testa  a'  Capitoli,  si  può  dedurre  osservando  che  il 
detto  spazio  alle  volte  è  maggiore  del  bisogno  ^  alle  volte  è 
minore,  e  talora  è  rimasto  vuoto,  perché  il  titolo  non  erapre- 
paraio  nel  margine.  Quando  lo  spazio  lasciato  non  bastava 
a  riceverlo  tutto,  allora  il  copiatore  compendiò  la  frase  ,0  h* 
estese  la  scrittura  anche  nel  margine  stesso  ,  se  non  potea  ri- 
stringerla ;  così  p.  e.  al  cap.  XXII.  Del  Consolamento  ecc.  nel 
margine  è  scritto^,  Chome  dei  ischifare  lo  Consilio  di  coloro 
che  sono  e  giafuoro  nemici,  possa  sono  tornati  in  gratta,,  ; 
ma  nella  rubrica  si  legge  ;  „  Come  dei  ischifare  lo  Consilio 
di  coloro  che  sono  e  già  furo  nemici ,  e  or  sono  Amici,,. 
Nella  maggior  parte  quelle  postille  del  margine  si  vedono 
cassate  dopo  averle  ricopiate,  ovvero  dal  tempo  svanirono  per 
essere  scritte  in  carattere  minutissimo.  A  pag.  43.  v,  27,  dopo 


)(    52    )( 

seriamente  nel  margine  è  aggiunto  in  te  dello  stesso  carattere 
delle  postille  ;  che  peraltro  non  ho  inserito  nel  testo  perchè 
non  è  necessario  al  senso ,  ma  alle  pag.  68.  v.  22.  a  lei  ecc.  nel 
testo  è  scritto  a  lui ,  ma  nel  niarg.  è  corretto  collo  stesso  ca- 
rattere delle  postille  a  lei. 

Provata  V  originale  autenticità  ,  reggiamo  la  differenza 
di  questo  volgarizzamento  da  quello  antecedententenie  cono- 
sciuto nei  codici  e  nella  edizione  a  stampa. 

Prima  del  trovainento  del  codice  pistojese,  la  sola  tradu- 
zione che  fosse  nota  era  V  Anonima  contenuta  nel  codice  rie- 
cardiano  di  N,  2,280,  colla  falsa  data  del  1274.;  nel  codice 
Bar  giacchi  pure  colla  data  falsa  del  1288.  e  negli  altri  con 
data  posteriore,  e  che  registrerò  a  suo  luogo. 

La  prima  edizione,  e  che  dagli  Accademici  della  Crusca 
fu  adottata  per  testo,  comparve  in  Firenze  dai  torcJij  dd 
Giunti  per  opera  di  Bastiano  de'  Rossi,  detto  col  nome  (^c- 
c  adenti  co  V  \i\^er\oi\o  ^  r  anno  1610.  NelV  avvertimento  a  let- 
tori dice:  „  Fra  li  altri  esemplari  che  di  questo  volgarizza- 
mento si  son  trovati^  tre  ne  abbiamo  giudicati  di  miglior  le- 
ga, de'  quali  principalmente  ci  siam  serviti:  l'uno  di  Ber- 
nardo Davanzati  ,  oggi  de' suoi  Eredi;  V altro  di  Riccardo 
Riccardi  gentiluomini  di  questa  patria;  il  primo  copiato  nel 
1272.  //  secondo  di  pari  antichità,  o  maggiore,  per  quello  che 
dal  carattere,  e  dalla  carta  si  può  comprendere;  il  terzo  del 
1283.  di  me  scrittore;  gli  altri,  di  minor  pregio,  e  non  egua- 
li di  antichità. 

Quanto  possiamo  starcene  alle  date  relativamente  alla 
scrittura  nelle  copie  de' codici,  lo  mostrai  nel  cap.  III.  Quale 
sia  la  differenza  del  volgarizzamento  del  S  off  redi  .  e  la  va^ 
rietà  tra  coelice  e  codice,  e  tra  i  codici  e  la  edizione  del  16 io. 
potrà  dedursi  dal  piccolo  saggio  del  confronto,  che  per  como- 
do de'  lettori  qui  presento  d'  un  brano  del  primo  capitolo  di 
ciascun  Trattato,  potendosene  fare  un  più  esteso  e  diligente 
confronto  a  suo  comodo  da  chi  n'  avrà  desiderio. 

CODICE  PISTOIESE  CODICE  BARGIAGCHI 

TraLLato  de  la  doctrina  del  dire 
e  del  tacere . 

!Nei  princìpio,  nel  mezo^iie  la  fine         In  del  priccipio  ,  mexo  .  e  fine  sia 
sia  tactora  la  grazia  di  Cristo  sopra     cou  noi  la  gratia  dei  saucto  spirito 


)(  53  )( 


CODICE    PISTOJESK 

'1  mio  dire,  in  perciò  che  nel  flire 
molti  errano,  e  non  è  alcliuno  che  la 
sua  lingua  pienaniLMite  possa  domare 
sì  choine  dicie  sancto  Jacopo  :  la  na- 
tura ile  le  l)cstie  ,  dei  serpenti ,  e  di 
tncti  li  animali  si  doma  da  la  natura 
de  li  nomini,  ma  la  sua  lingua  nouno 
puote  òomare  E  iniurciò  io  Aller- 
tano breve  doctrina  sopr'  al  dire  e 
M  tacere  a  te  (ìUiuolo  mio  Lstefauo 
in  un  picciolo  versecto  ti  mostro  ;  lo 
verso  è  questo:  clii  se*  ,  e  che,  ed  a 
chili,  di  chascioiie  ,  e  modo ,  e  tempo 
ricliiedi.  l\Ia  perciòche  questo  verso 
è  ponderioso  ,  e  scuro  ,  e  gennerale, 
e  la  genneralitade  paro  oscuritade  ò 
pensalo  di  disporllo,edi  schiararllo 
per  uno  picciolo  modo  di  mio  sen- 
no. Adomc(iia  filinolo  mio  chcirissimo 
quando  volli  p  irllare  dei  cominciare 
<la  te  uiedesmo  a  l'asernuro  del  gal- 
lo, che  authi  che  chauti  si  percuote 
choll'ale  tre  volte. 


CODICE   BARGIACCHI 

amen.  Conciossìa  cosa  che  in  dire  et 
imparlare  molli  errino,  et  non  è  al- 
cuno che  la  lingua  sua  pienamente 
possa  domare  sicome  testimonia 
messer  Sanclo  Jacopo,  lo  quale  dis- 
se: la  natura  de  le  bestie  et  de  li 
serpenti  et  deli  uccelli  da  la  natura 
de  li  uomini  si  doma  ,  et  è  domata  . 
Imperò  io  Albertano  breve  doctrina 
sopi-a  dire  e  tacere  compresa  in  uno 
verso  a  te  Stefano  figliuolo  mio  òe 
curato  di  mandare  .  lo  verso  è  que- 
sto chi.  che  cosa,  a  cui  e  di  chi. 
perchè,  in  cli3  modo  et  quando  ri- 
chiere  .  et  impero  che  le  pavaule 
comprese  in  questo  verso  sono  pa- 
raule  ponderose,  et  generale,  et  la 
generalità  rende  oscurità:  imperò 
quelle  sponere  segondo  la  qualità  de 
la  mia  scientia  ,  et  non  pienamente 
dichiarare  a  tei  hoe  preposto.  Tu 
karissimo  fìlluolo  quando  desideri  di 
parlare  dei  ijicommciare  da  te  me- 
desmo  ad  exemplo  del  gallo  che  in- 
nansi  che  elli  cauti  fiere  sei  mede- 
smo  coir  ale» 


i 


CODICE  RICCARDIAKO 
NO.  i'j3'j. 

Senza  data  ,  ma  dei  secolo  XIF» 

Lo  ccminciamento  et  Io  mezzo  e 
la  fine  del  mio  dire  sia  la  gratia  del 
sancto  spirito.  In  perciò  che  moUi 
errano  in  del  parlare  Et  non  è  nes- 
suno ciìelia  iiugna  sua  pienamente 
possa  domare  sicome  testimonia  mes- 
sere sancto  Iacopo  Apo>tulo  lau'tlli 
disse:  bestie,  uccelli,  serj)enti  si  do- 
mano alla  natura  umana, et  la  lingua 
de  uomo  pochi  sonnquelliche  la  pos- 
sano domare.  Und'  io  Albertano  ò 
compreso  una  piccola  dottrina  sopra 
lo  tacere  e  sopra  lo  parlare  in  sei  j^a- 
raule  et  ad  tei  Hliom.io  Stefano  abbo 
procurato  d'insegnarle,  et  queste  sO' 
no  le  decte  sei  pai'aule  :  Chi  tusse'. 
Che  cosa.  Accui.  Perche.  Chome  et 
quando.  In  perciò  che  queste  sei  pa- 
rauìe  sono  grave,  e  generale  mente  ab- 
bianoscuritade  in  loro,  di  quella  po- 
gaiscientia  che  dio  mi  ha  prestata  si 
tele  mostrerò  più  brevemente  che  io 
pò  terò.Undefilio  mio  carissimo  quan- 
do tu  ai  desiderio  di  parlare  sidei  in- 


Edizione  del  1610. 

Al  ccminciamento  ed  al  mezzo  e 
al  fine  del  mio  dire  sia  la  grazia  del 
santo  Spirito.  Imperciocché  molti 
errano  nel  parlare  ,  perocché  non  è 
ninno  si  savio  che  la  lingua  sua  pos- 
sa pienamente  domare,  sì  come  te- 
stimonia messere  santo  Jacopo  apo- 
stolo, là  ove  egli  disse:  Bestie,  ser- 
penti e  uccelli  si  domano  alla  natura 
umana  ,  ma  la  lingua  dell'uomo  po- 
chi sono  quelli  che  la  possono  pie- 
namente domare.  Onde  io  Albertano 
ho  compreso  una  picciola  dottrina 
sopra  '1  tacere,  e  sopra  '1  parlare  in 
sei  parole  ,  e  a  te  figliuol  mio  Stefa- 
no, ho  procurato  d'insegnarle.  Que- 
ste sonole  dette  sei  parole:  Chi  tu  se'. 
Che  cosa,  A  cui  parli.  Perchè,  Come 
e  quando.  Imperciò  che  queste  parole 
sono  gravi  e  generali  e  generalmente 
hanno  scurità  in  loro  ,  di  quella  poca 
scienzia  che  Dio  mi  ha  mostrata  sì 
te  le  mostrerò  più  brevemente,  ch'io 
potrò.  Onde  figliuol  mio  carissimo 


)C  54  )( 


OODICB   niCCARDIAVO 

N.o  (737. 
cominciare  da  tei  medcsmo  adexem- 
plo  del  gallo  che  anti  chelli  canti  si 
percuote  e  si  batte  tre  fiate  Tale.  ecc„ 

licori.  Gadd,  Laur  e  ni  i  ano  merty 
branacco  italiano  in  8."  del  princi- 
pio del  secolo  XIV.  contiene  a  pag. 
47.  il  trattato  del  dire  e  del  tacere. 
(  V.  Catal.  Laur.  T.  11.  pag.  4;.  N.o 
143).  ma  s'  allontana  dal  nis.  Bar- 
giacchi,  e  dal  Biccardiano  di  nume- 
ro 1737. 

CODICE  lUSTOIESE 

Lo  libro  de  l'amore  e  de  la  dìle- 
ctìone  dì  Dio  e  del  proximo  e  de 
V  altre  cose  de  la  forma  de  la 
ulta  . 


Lo  principio  di  questo  mìo  tracta- 
to  sia  al  nome  di  cristo  dal  quale 
tutti  beni  discendeno  ,  e  dal  quale 
ogna  dato  è  fino,  e  ogna  dono  è  per- 
fecto  discendente  dal  padre  de' lu- 
mi. Con  quanto  amore  e  con  quanta 
diletione  lo  mio  amore  ami  la  tua 
subiectione,  filHuole^a  pena  til  po- 
trei innarrare  né  la  lingua  mia  no 
til  potrebe  dire.  VogliendoAdonque 
io  Albertano  te  figliuolo  mio  Vin- 
cenzio Riformare  di  buoni  costumi, 
e  del  amore  e  dela  diletione  di  dio  e 
del  proximo,  e  dela  forma  dela  vi- 
ta, in  prima  due  cose  credo  che  t'abi- 
sognino,  cioè,la  doctrina  el  parlare, 
ma  secondo  che  disse  gesù  seraca  che 
disse  inanzi  al  giudicio  aparechia  la 
giustitia  ,  inanzi  che  tu  parili  appa- 
ra .  E  Salamene  disse  ch'imprima 
parila  che  apprenda  in  onta  e'n  di- 
sprescio  '1  si  tegna  ,  Adonqua  odi 
doctrina  primieramente  .  Appresso 
Aprendi  per  animo  e  per  la  mente 
ritieni,  e  perciò  che  noi  viviamo  per 
l'anima  ,  Aprendiamo  per  l'animo  , 
Kitegniamo  per  la  mente,  ecc. 


EDIZIOKE   DEt    161O. 

quando  tu  avrai  desiderio  di  parlare 
piglierai  in  te  medesimo  reserapio 
del  gallo,  che  anzi  che  e' canti  si  si 
batte  tre  fiate  dell'ali  ecc.,. 

L'edizione  combina  in  questo  Trat- 
tato col  cod.  riccardiano  IN.®  1737, 
Weir  altro  riccardiano  2280  manca 
questo  trattato. 


CODICE  RICCARDIANO 

segnalo  IS»  2280. 

Inchominciasi  il  libro  dell*  amore  , 
et  dilezzione  di  Dio  e  del  prossi- 
mo et  dell'  altre  chase  et  della 
forma  dell'onesta  i^iia . 

Lo  cbominciamento  del  mio  trat- 
tato sia  nel  nome  di  dio  dal  quale  e 
(ogni)  dato  ottimo,  et  ogni  dono  per- 
fecto  che  disciende  dal  padre  dei  lu* 
mi.  Di  quanto  amore  e  dilezzione 
la  mia  charitade  di  padre  ami  la  tua 
subbiezione  di  figlio  apena  lo  ti  po- 
trei dire  ,  o  cho  la  mia  lingua  in  al- 
chuna  guisa  manifestare.  Volendo 
dunque  io  Albertano  ,  te  Vincenzio 
mio  figliuolo  informare  di  buoni 
chostumi  et  dell'amore  et  della  di- 
lezzione di  dio  et  del  prossimo  et 
d'altre  cliose  et  della  forma  dell'one- 
sta vita  amaestrarti  primieramen- 
te credo  che  due  chose  spezialmen- 
te ti  siano  mestiero  ,  cioè  ,  e  doctri- 
na ,  e  parlamento  ,  perciò  che  pri- 
ma dei  apprendere  e  poscia  parlare  . 
E  chosi  come  disse  ihesu  filius  syrac 
innanzi  chettu  giudichi  aparecchia 
giustizia  e  anzi  che  favelli  inpreu- 
di.  Et  Salamone  disse:  chi  prima 
favella  chelli  inprenda  affrettasi  di 
venire  in  dirisione  et  in  dispregio  . 
Prima  dunque  odi  la  dottrina,  poscia 
chollanimo  la  prendi,  et  poi  nella 
mente  la  ritieni .  Che  choU' anima 
vivemo  ,  choU'animo  appreuderao  , 
choUa  mente  riteoemo.  ecc. 


)(  55  )( 


CODICE  BARGIACCHl 

Incipit  liber  de  Allertano  de  Va- 
more  ,  e  de  la  ditcctione  di  Dio  e 
del  proximo  • 

Lo  'ncominclamento  del  mio  tra- 
Ctato  sia  in  del   nome  di  Dio ,  dal 

?  Ila  le  lucti  li  beni  procedono  dal  qua- 
e  è  ogna  dato  ottimo  ,  et  ogna  dono 
perfecto  discendente  dal  padre  de'iu- 
mi.  Di  quanto  amore  e  di  quanta  di- 
lessione  la  mia  paternale  carità  ami 
la  tua  sottoposta  (Il iasione  a  pena 
telo  potrei  dire  u  co  lingua  manife- 
stare. Volendo  io  Albertano  tei  Vin- 
cente figliuolo  mio  di  buoni  costumi 
informare  ,  et  del  amore  et  de  la  di- 
lesione di  dio  et  del  proximo,  et  de 
l'altre  cose,  et  de  la  formula  de  la 
vita  in  primamente  due  cose  credo 
cbe  ti  siano  bisogno  ,  cioè,  doctrina 
et  loquela.  Prima  dei  dunqua  impa- 
rare, et  poi  parlare.  Però  dice  ybesu 
sirac  innansi  a  la  seiitentia  aparec- 
cbia  la  giustitia  ,  et  inansi  cbe  parli 
inpara .  Et  Salomon  dice  :  chi  pri- 
ma parla ,  che  imprenda  ad  vitopero 
e  dispregio  et  scbierne  s'affrecta  di 
venire.  La  doctrina  in  prima  ode,  et 
diquinde  col  animo  impara  ,  et  poi 
co  la  mente  ritiene,  col  anima  vi- 
viamo col  animo  in  pariamo  ^  co  la 
mente  ritegnamo.  ecc. 


Edizione  del  1610. 


CODICE  PISTOIESE 


Incominciasi  lo  libro  dell*  amore, 
e  della  dilezione  di  Dio  e  del 
prossimo,  e  dell\iltre  cose,  e  del' 
la  forma  dell'onesta  vita. 

Lo  cominciamento  del  mio  trat- 
tato sia  nel  nome  di  Dio  dal  quale 
vengono  tutti  li  beni  ,  e  dal  quale 
è  ogni  dato  ottimo  ,  e  ogni  dono 
perfetto  che  discende  dal  padre  de* 
lumi .  Di  quanto  amore  ,  e  di  quan- 
ta dilezione  la  mia  carità  di  padre 
ami  la  tua  subbiezione  di  figliuolo  , 
appena  lo  ti  potrei  dire,  o  con  la 
mia  lingua  manifestare.  Volendo 
dunque  io  Albertano,  te,  Vincenzio 
mio  figliuolo,  informare  di  buoni  co- 
stumi e  dell'amore  e  della  dilezione 
d'Iddio  e  del  prossimo,  e  d'altre  co- 
se ,  e  della  forma  della  onestà  vita 
ammaestrarti  /primieramente  credo 
che  due  cose  specialmente  ti  sieno 
mestiere:  cioè  dottrina  e  parlamen- 
to :  perciò  che  prima  dei  apprende 
re  ,  e  poscia  parlare  .  Che  ,  si  come 
disse  Jesù  Syrac  :  Innanzi  che  tu  giu- 
dichi ,  apparecchia  giustizia,  e  anzi 
che  favelli,  imprendi.  E  Salomone 
disse  :  Chi  prima  favella  ,  eh'  egli 
imprenda  affrettasi  di  venire  in  di- 
risione  e  in  dispregio.  Prima  dun- 
que odi  la  dottrina  ,  poscia  coU'ani- 
mo  la  'mprendi,  e  poi  nella  mente 
la  ritieni:  che  con  l'anima  vivemo  , 
con  l'animo  apprendemo  ,  e  con  la 
mente  ritenerne,  ecc. 

Con  questi  due  confrontano  il  MS, 
Magliabechiano  Palch.  Vili,  IN.  49. 
Class.  21.  Ed  il  Hiccardiano  mem- 
branaceo in  F.  N.  i538.  con  miniai 
ture  senzadata  ina  nell'indice  astam- 
pa è  giudicato  del  secolo  XV.  ed  il 
MS.  Lucchese  in  pergamena  j)osse- 
duto  dall'  erud.  sig.  ab.  Domenico 
Barsocchini  j  scritto  nel  iSS^.  in  fo- 
glio 

CODICE  BARGIACCHl. 


Del  Trattato  del  vero  consillio 
e  del  consolamtnto» 

Perciò  che  sono  molti  che  ne  l'ad- 
versitade  e  'ne  li  tribulameuti  sie 


De  la  consulatìone  et  dei  consigli» 

Imperocché  molti  sono  li  quali  s'af- 
fligeuo  et  contristano  ine  i'aversrtà. 


)(  56  )( 


CODICE    PISTOJESE 

s'affigeno,e  che  in  loro  perturba- 
raento  d'animo  non  anno  Consilio  uè 
conlbrtameiiLo  ,  né  d'altiui  Ji'aspc- 
ctano  si  si  conlrisLauo,  clic  di  male 
in  pegiocliagiotio,  per  ciò  a  te  (il mo- 
lo mio  Giovanni,  lo  quale  vuoli  es- 
sere mediclio  di  fedite  ,  spesse  volte 
truove  di  que' colali:  A.l([iiante  cose 
per  mia  scienza  ti  mostro  per  le 
quali  a  la  speranza  di  dio  potrai  a 
te,  e  altrui  l'are  prode,  e  dare  con- 
solameuto,  e  questa  è  la  simiglian- 
za.  ecc. 


CODICE    BAltClACCIil 

et  inde  le  tribnlatione  sì  che  per  o- 
giia  Lotbassione  nò  consiglio,  né  cou- 
siilalione  abbiano  nò  d'altrui  asspe- 
clnio  et  sì  si  contristano  che  di  ma- 
le cadeno  in  [leggio.  Dunque  a  te  (i- 
gliuoiomio  lobanni  lo  quale  tei  ado- 
peri in  de  l'arte  Cirurgia  se  per  ista- 
gione  cotale  peisone  trovi  a  li  quali 
per  uno  cigulo  (picciolo)  movimen- 
to di  mia  scientia  curai  di  scrivere 
ver  le  quale,  dante  lo  signore  dio 
potrai  in  de  'le  piedicte  cose  non 
solamente  dare  medicina  inneli  cor- 
pi, sed  cliamdio  in  neie  predicte  co- 
se consiglio,  et  consulamento  et  ai- 
torio.  Dunque  legge  la  similitudine 
di  socio  scripta,  ecc. 


£! dizione  del  i6io, 

Conclosia  cosa  che  molti  sono  li 
quali  s'affliggono  e  contristano  nelle 
avversità,  e  nelle  tribolazioni,  sì 
che  per  loro  in  ogni  turba zione  né 
consiglio,  né  consolazione  abbiano, 
uè  da  altrui  aspectino,  e  sì  si  con- 
tristano che  di  male  cadono  in  peg- 
gio: Dunque  a  te  figliuolo  mio  Gio- 
vanni ,  lo  qual  t'  adoperi  nell'  arte 
dicirurgia,  se  per  istagioue  cotali 
persone  trovi  per  le  quali  ,  dante  lo 
JSigncre  per  un  piccolo  movimento 
di  mia  scienza  curai  di  scrivere  al- 
cune cose,  potrai  nelle  predette  cose 
non  solamente  dar  medicina  ne'cor- 
pi,  ma  eziandio  consiglio,  consola- 
mento,  e  aiutorio  .  Dunque  leggi  la 
similitudine  di  sotto  scritta  ecc. 


K  57  )) 

Or  vegglnmo  quale  dei  due  volgarizzamenti  credere 
si  possa  anteriore. 

Riserbando  alle  note  il  confronto  di  alcuni  luoghi  del  co- 
dice pislojese  e  del  codice  Bargiacchij  da' quali  sembrerebbe 
poter  iledursi  che  V  autore  d' un  volgarizzamento  abbia  ve- 
duto  quello  dell'  altrOj  se  il  pia  delle  volte  quella  coincidenza 
non  potesse  parere  derivata  dalla  troppo  facile  corrispon- 
denza ed  analogia  delle  parole  latine  colle  volgari  (36).  In 
quanto  a  me,  parmi  che  il  volgarizzamento  pistoje&e  abbia  in 
tutte  le  sue  parti  maggiore  semplicità  nella  frase  e  nella  di- 
zione,  e  perciò.,  che  il  carattere  della  lingua  sia  più  volgare ^ 
e  vi  si  ravvisi  minor  copia  di  latinismi ^  e  V  ortografia  me- 
no sistematica  ,  ed  assai  più  incerta  persino  nelle  medesime 
parole  che  si  ripetono  scritte  a  poca  distanza  tra  loro  ;  ^egni 
manifesti  della  difficoltà,  ed  incertezza  de' primi  tentativi 
fatti  nello  scrivere  la  lingua  volgare;  e  che  son  più  rari  ndla 
traduzione  contenuta  nei  codici  conosciuti  prima  di  questo; 
laonde  potrebbe  nascere  il  sospetto  che  il  volgarizzamento 
pistoiese  fosse  stato  riguardato  per  troppo  volgare  da  quaU 
che  letterato  verso  il  principio  del  i3oo.  e  perciò  si  accinges- 
se a  riformarlo,  o  rifarlo.  E  perchè,  sì  come  dicemmo ,  rico^ 
minciò  presto  l'ambizione  degli  eruditi  a  spregiare  la  lingua 
volgare.,  e  si  preferì ,  traducendo  ,  di  mantenere  le  parole  e 
V  ortografia  latina,  e  dire  p.  e.  pugnare  invece  di  combattere, 
sollecitudine  e  non  avaccianza ,  sapientia  e  non  sapienza  ecc.  è 
credibile  che  prevalesse  il  volgarizzamento  creduto  più  ele- 
gante e  più  culto,  e  così  restasse  V  altro  in  oblio  come  stimato 
rozzo  e  villano.  Forse  i  copiatori  più  antichi  mantennero  nel- 
le copie  loro  li  anni,  che  indicavano  il  tempo  del  primò\olga^ 
rizzamento  di que' Trattati  [che  non  dovette  esser  fattonell an- 
no medesimo,  come  neppure  nelV  anno  stesso  li  compose  Albert  a- 
no).Variata  per  queste  cause  notabilmente  la  dizione.,  non  più 
si  nominò  Soffredi  del  Grazia,  ma  neppure  ebbesi  coraggio  di 
sostituirvi  il  nome  d'un  altro,  per  la  ragione,  io  penso,  di  non 
essere  stato  un  solo  e  medesimo  il  riformatore ,  ma  successiva- 
mente ora  V  uno,  ora  l'altro  erudito  avervi  aggiunte  mutazio- 
ni sino  a  darlo  quale  si  truova  nel  codice  Riccardiano  N^ 
2280.  e  nel  Bargiacchi,  e  negli  altri. 

In  questa  supposizione ,  Soffredd  avrebbe  potuto  tradurre 

h 


X  58  )( 

prima  del  1274*  *^  Trattato  delV  Amore  e  della  dilezione  di 
Dio  ecc.  già  composto  da  AlberLano  nel  i238.  e  che  nd  Codi- 
ce pistojese,  mancando  quasi  tutto,  non  ha  data  veruna  ne 
del  tempo  in  cui  fu  composto,  ne  del  volgarizzamento  ;  ma  è 
ben  presumibile,  che  Soff'redi  lo  facesse  prima  del  ì7.j5.  nel 
^ual'anno  tradusse  il  Trattato  del  Consii^lioedelconsolamento, 
almeno  da  quanto  mostrano  le  parole  che  leggonsi  in  fine  di 
esso.'  „  Or  finisce  lo  libro  ecc,  imagoregato  in  su  questo  vol- 
gare li  anni  Domini  1276 ,,  ;  parole  che  mi  sembrano  equiva- 
lere a  recatane  l'immagine  in  questa  traduzione  volgare  l'anno 
1275.  Albertano  lo  compose  nel  1246,  cioè  otto  anni  dopo 
quello  ^e//' Amore  ,  e  della  Dilezione  ecc.  Ma  perchè  le  date 
potrebbero  essere  sbagliate^  come  sospettò  il  Tiraboschi,  anche 
la  testimonianza delV autore  mostra  chiaramente  che  il  Trat- 
tato dell'  Amore  ecc,  fu  composto  prima  degli  altri  due:  in- 
fatti  nel  Cap,  I.  del  Dire  e  del  tacere  si  legge  ;  „  si  de  ira  ira- 
toque  atque  iracundo  plenius  scire  volueris  lege  in  libro  queni 
composui  de  amore  ,  et  dilectione  Dei  ecc.  „.  E  nel  Cap.  IX. 
del  C onsol amento  ; ,,  De  la  qual  doctrina  scrissi  nel  libro  del- 
la forma  de  la  vita,  e  mandailo  a  J^incenzo  tuo  fratello. 

Resta  ora  da  vedere  quello  che  concerne  alle  date  della 
composizione,  e  del  volgarizzamento  del  Trattato  del  Dire  e 
del  tacere.  In  quanto  alla  prima,  stando  agli  anni  notati  nei 
codici  dell'  originale,  e  del  volgarizzamento,  è  fissata  all' an- 
no 1245,  e  ciò  s' accorda  colla  precedenza  del  Trattato  del- 
Z'Amore  ecc,  anche  secondo  le  parole  dell'  Autore  già  riferite. 
Laonde  l'ordine  cronologico  della  composizione  di  questi  Trat- 
tati mostrato  dalle  date  de'  codici  latini,  e  volgari,  e  confer- 
mate anche  dal  contesto  dell'  Originale  è  il  seguente: 

i23ft  Trattato  dell'  Amore,  e  della  dilezione  di  Dio  e  del 
prossimo  ecc, 

1245.  Trattato  del  Dire  e  del  tacere, 

1246.  Trattato  del  Consìglio^  e  del  consolamento. 

Il  tempo  del  volgarizzamento  non  può  determinarsi  in  tut- 
ti i  Trattati  con  precisione  ;  si  può  probabilmente  fissare^  che 
il  volgarizzamento  del  Trattato  del  Consiglio  ecc.  sia  ante- 
riore al  ii'j^. perchè  le  parole  imagoregato  in  sa  questo  volgare 
si  possono  intendere  tanto  nel  senso  di  tradotto ,  quanto  in 
quello  di  copiato  ;  la  traduzione  del  Trattato  del  Dire,  e  del 
tacere,  se  fu  copiata  dal  Seriacopi  nel  1278.  non  può  ve-> 


){  59  )( 

ros  ini  il  mente  credersi  che  fosse  fotta  da  Soffredi  Vanno  me" 
desinio.  Del  Trattato  dell'  Amore ,  mancando  in  principio , 
ed  in  fine  di  data  qualunque,  per  esser  mutilato,  non  possono 
forsene  che  probabili  congetture.  La  prima  è  che  questo  Trat- 
tato essendo  il  più  antico  sembrerebbe  do^er  essere  stato  vol^ 
garizzato  il  primo  da  SoJ/'redi ,  molto  più  se  ammettasi  che 
la  data  del  1274*  scritta  nel  cod.  Riccard,N°  2280.  si  possa 
riferire  al  volgarizzamento  di  Soffredi ,  come  accennai  a 
pa'j.  5?.  e  seg;  ma  perche  ne' codici  tanto  latini ,  quanto  vol- 
gari non  è  mantenuto  V  ordine  cronologico,  non  si  può  stahi^ 
lire  niente  di  sicuro  intorno  alla  successione  de'  volgarizza- 
menti fotti  da  Soffredi;  potendo  essersi  prevaluto  di  uno,  0 
più  codici  dell  Originale^  che  avessero  confoso  V  ordine  pri- 
mitivo dei  Trattati  ;  o  per  altra  qualunque  siasi  ragione  i 
Trattoti  poteron  esser  confosi  nel  forne  le  copie.  Il  fotto  sta 
che  il  Seriacopi  trascrivea  nel  1278.  il  volgarizzamento  del 
Dire,  e  del  Tacere^  e  gli  altri  che  vengono  appresso  nel  codi- 
ce  poteron' essere  scritti  V  anno  stesso,  o  poco  dopo. 

Ho  notato  che  il  Tiraboschi  promosse  qualche  dubbio  in- 
torno al  1238.  in  cui  dicesi  essere  stato  scritto  da  Alhertano 
il  Trattato  dell'  Amore,  e  della  Dilezione  ecc.  stando  in  car» 
cere  per  ordine  di  Federigo  Imperatore  dopo  la  presa  diGa" 
scardo  ;  ed  il  dubbio  gli  nacque  dal  parergli  che  le  circostan- 
ze della  presa  di  quella  fortezza  non  combinassero  col  i238.j 
ma  poi  soggiunse  alcune  riflessioni  per  le  quali  si  potesse  con- 
ciliare la  prigionia  di  Albertano  in  quelV anno  1288. 

Sojfredi  traducendo  le  parole  sopra  riportate  lege  in  li- 
bro quem  composui  de  amore  et  dileclione  Dei ,  si  esprime  cosh 
leggerai  ne  lo  libro,  lo  quale  feci  di  socto;  onde  a  prima  vista 
sembra  ,  che  il  Trattato  dell'  Amore  ecc.  sia  posteriore  a 
quello  del  Dire  e  del  Tacere.-  ma  lafoase  di  socto  non  è  nell'ori- 
ginale; ed  anche  si  può  intendere, che  la  detta  foase  non  siri fe^ 
risca  al  tempo  della  composizione  di  quel  Trattato,  ma  ben- 
sì all'  ordine  col  quale  era  copiato  nel  codice  di  cui  serviasi 
il  Traduttore  ;  onde  succedendo  al  trattato  del  Dire  ecc.  po- 
lca dirsi  che  feci  di  socto  ,  non  riflettendo  al  tempo  in  cui  fu 
composto ,  ma  riguardando  la  materiale  successione  della 
scrittura  ;  ed  anche  svanirà  V  equivoco  distinguendo  con  vir- 
golette così:  leggerai  ne  lo  libro,  lo  quale  feci,  di  socto  ;  cioè 
leggerai  di  socto  ne  lo  libro  lo  qui»le  feci. 


X  6o  )( 

Quanto  poi  al  carattere  speciale  del  volgarizzamento 
di  Sojfredi  del  Grazia^  è  certamente  spogliato  d'  ogni  eru- 
dito adornamento  di  stile  ;  adopera  nude  e  nette  parole  e 
frasi  volgari  di  quella  età  :  ciò  non  pertanto  quel  semplice 
parlare  empie  V  animo  di  non  so  quale  soavità  e  persuasione 
e  diletto^  che  non  hanpariin  qualunque  siasi  altra  scrittura 
de^  secoli  chiamati  del  buon  tempo  della  lingua  voi  gare; /7erc/id 
siccome  i  cibi^  e  le  bevande,  gli  odori  naturali  e  non  artefatti, 
e  non  adulterati,  e  misti  d'  eterogenee  sostanze,  più  dolci  e 
soavi  compariscono  ai  sensi:  così  quel  primo  e  naturale  e  non 
fucato  linguaggio,  scritto  coni'  era  vivo  nelle  bocche,  ne  irru- 
vidito da  mescolanze  di  voci  non  sue,  con  pronunzie  affettate 
per  grammaticali  rigori,  che  di  sovente  alV  orecchio,  ed  alla 
lingua  non  molto  si  accomodano,  è  un  grato  incantesimo  non 
più  conosciuto  da  quel  secolo  in  poi  nella  scrittura ,  secolo 
del  quale  possiamo  ripetere  aetatis  illius  ista  fuìt  laus  tamquam 
innocentiae,  come  il  romano  Oratore  dicea  della  lingua  latina 
ai  tempi  degli  Scipioni  e  de'  Lelii  e  de'  Gracchi  [m  Bruto): 
„  Veteres  saepe  brevitatis  causa  contraebant  ^  libenter  etiam 
copulando  verba  jungebanl;  inipetratum  est  a  consuetudine  ut 
peccare  suavitatis  causa  liceret,  atque  etiam  a  quibusdam  .ve- 
ro iam  emendatur  antiquitas,  qui  haec  reprehcndunt ;  nani 
prò  deum  atque  hominum  fidem  ,  Deorura  ajunt  :  ita,  credo,  hoc 
illi  ntsciehant,  an  dabat  liane  licentiani  consuetudoì  [Cic, 
in  Bruto.  ) 

Anche  al  tempo  d' Augusto  (  non  escluso  egli  stesso  )  molti 
erano  d' opinione  che  si  dovesse  scrivere  la  lingua  non  secondo 
grammatica,  ma  secondo  pronunzia.  Svetonio  nella  vita  d' Au- 
gusto ci  fa  sapere  che  „  ìlle  orthographiam.^  idestformulam  ra- 
tionemque  scrihendi  a  gramniaticis  institutam,  non  adeo  cu- 
stodivit,  ac  videtur  eorum  sequi  potius  opinionem  qui perinde 
scribenduni  ac  loquendum.  putabant ,  nani  quod  saepe  non  li- 
terasmodo,sed  syllabas  aut  permutai,  aut praeterit  commu~ 
nis  hominum  error  est ,,.  Anche  Quintiliano  (  cap.  2.  Instit.  ) 
,,  Ego  sic  scribendum  quidquid  indico  quomodo  sonat  :  hic 
enim  est  usus  literarum,  ut  custodiant  voces,  ac  veluti  deposi' 
timi  reddant  le  genti  bus  „ . 

Coerentemente  a  queste  testimonianze  osservarono  i  De- 
putati al  Decamerone  lo  sbaglio  di  coloro  che  rimisero  se^ 
condo  grammatica  nelV  opere  di  messer  Giovanni  Boccaccio 


)(  6i  X 

le  ^oci  che  da  lui  erano  state  scritte  secondo  la  pronunzia  della 
lingua  o  dialetto  di  qnesta  Patria. 

Il  ^'ol^arìzzamcnto  dunque  contenuto  nel  codice  pi  sto]  esQ 
ci  mantiene  vergine  non  solamente  la  lingua,  ma  la  pronun^ 
zia  della  lingua  volgare  quaV  era  nel  1278.  quando  V  uso  ,  e 
non  la  pedanteria  grammaticale  erano  ed  in  bocca  del  popo- 
lo, e  nella  scrittura  Jus  et  norma  loquendi. 

Né  pretendo  già  di  togliere  agli  Eruditi  ogni  autorità 
sulla  lingua  parlata  o  scritta, purché  tengano  sempre  dinanzi 
alla  nume  le  parole  di  Cicerone  „  Cum  exorta  mihi  veritas 
esset,  usuni  loquendi  populo  concessi,  scientiam  mihi  reserh'as'i 
(  in  Bruto  ) . 

„  Quod  enim  probat  multitudo,  hoc  idem  doctis probanduni 
est  :  denique  hoc  specimen  est  popularis  judicii  in  quo  num- 
quamfuit  cum  doctis  intelligentibusque  dissentio  {de  Orat» 
lib.  I.) 

Conformemente  a  queste  parole  dissero  anche  i  Deputati 
(  Proemio  delie  annot.  al  Decamerone  )  ,,  la  lingua  pura  e  prom 
pria  e  del  popolo,  et  egli  /z'  è  il  vero  e securo  maestro;  del" 
la  lingua  elegante,  et  artificiosamente  composta  ne  sono  mae- 
stri gli  scenziati,  e  gli  studiosi  di  quella  così  Cicerone  pensa' 
va:  „  usum  loquendi  populo  concessi ,  scientiam  mihi  reservavi. 
Così  Plauto  dinanzi  al  popolo  f acca  da  scolaro  nella  lingua, 
mentre  nella  scienza  della  commedia  era  maestro, quando  nel 
prologo  del  Trinummo  dice  a: 

„  Huìc  nomen  graece  est  thesauro  fabulae, 

y,  Philemo  scripsit,  Plautus  vortit  barbare. 

„  Nomen  trinummo  fecit  :  nunc  hoc  vos  rogai 

,,  Ut  liceat  possidere  hanc  nomen  fabulam. 

„  Tantum  est.  Valete,  adeste  et  plaudite. 

Soffredie  Lanfranco  aveano  usum  loquendi,  non  scientiam/ 
questa  mancava  generalmente  in  quelV  età  /  massime  per  la 
lingua  scritta. 

Or  dunque  passo  a  render  conto  del  sistema  che  sonomi 
proposto  di  seguitare  nella  stampa,  a  causa  di  non  alterare 
neppur  d'  un  jota  la  scrittura,  onde  sempre  apparisca  nel  suo 
vero  aspetto  la  lingua  parlata  e  scritta  di  quelV età,  in  modo 
che  e  non  rechi  fastidio,  e  non  faccia  imbroglio  ai  lettori  del' 
Vetà  nostra. 

Quanto  importi  di  conservare  col  massimo  scrupolo  la  gè- 


)(  62  )( 

nuinità  degli  antichi  vocaboli  nelle  opere  de'  primi  scrittori 
d'  una  lingua  lo  insegnò  già  M,  Tullio  nel  suo  libro  intitolato 
l'Oratore  od  i7  Bruto.  AlV  autorità  di  lui  fecero  eco  alcuni 
de'noslri  dotti,  come  vedemmo.  Se  tal  premura  dehbcsi  esten^ 
dere  a  tutte  le  antiche  scritture  che  da  secoli  sono  in  onore  , 
moltopiu  conviene  adoperarla  in  sommo  grado  in  queste  due 
delle  quali  ne  più  antiche,  né  pia  autentiche  vanta  sin  ad  ora 
la  lingua  italiana,  almeno  per  V  estensione  di  loro. 

Lo  scrupolo  mio  per  altro  non  andò  tanf  oltre  che  m'aste^ 
nessi  dall'  emendare  gli  errori  manifesti  del  copiatore  ,  sulle 
traccie  d'altre  correzioni  di  sbagli  consimili  fatte,  per  quan- 
to apparisce,  dal  traduttore  medesimo,  che  fece  copiare  il  li- 
bro  dal  suo  concittadino,  e  forse  anche  amico  Lanfranco  Se- 
riacopi.  Ma  di  quali  sbagli  si  tratti  lo  mostreranno  a  luo- 
go a  luogo  le  note.  Che  se  di  errori  ,  tanto  grammaticali, 
quanto  di  ripetizioni  inutili ,  di  spezzamenti  di  parole  non 
per  causa  di  pronunzia,  od  altra  ragione  d' uso,  ma  per  osci- 
tanza ed  ignoranza  de''  copiatori  ridondano  le  scritture  dei 
tempi  migliori  ,  perchè  ci  maravigli  eremo  di  trovarne  in  que- 
sta, che  è  d'un  tempo  in  cui  lo  scrivere  in  volgare  era  intra- 
presa nuova,e  potea  dirsi  di  que' primi  scrittori  volgari  ciò 
che  T.  Livio  disse  d'  Evandro  „  Venerabilis  erat  vir  miracu^ 
lo  literarum  inter  rudes  artiuni  homines ,,;  ed  applicato  al 
proposito  nostro  Venerabiles  t:rant  viri  miraculo  literarum  in- 
ter rudes  vulgarìs  scrìpturne  liomines. 

Anche  in  quanto  alla  traduzione,  io  non  mi  son  dato  pen- 
siero di  correggerla  e  riordinarla  coerentemente  al  testo  la- 
tino, né  di  rettificare  le  citazioni  degli  autori  ecc.  perchè  non 
si  tratta  di  pubblicare  il  volgarizzamento  per  se  medesimo, 
ma  la  scrittura  della  lingua  volgare  coni'  era  in  quel  tempo. 
Ciò  non  dimeno  quando  la  necessità  di  supplire  qualche  man- 
canza, o  mutare,  od  aggiungere  qualche  parola  senza  la  qua- 
le né  il  sensOf  né  il  contesto  potessero  stare  in  modo  veruno,  eb- 
bi ricorso  all'  originale  latino,  e  raramente  a'  due  codici  del 
volgarizzamento  tenuti  per  li  più  antichi.  Questi  difetti  venne- 
ro ,  taluni  dal  traduttore  stesso,  che  non  intese  bene  il  senso  , 
ofu  tratto  in  errore  dalle  varianti  della  lezione  del  codice 
di  cui  servissi  per  fare  il  volgarizzamento  ;  essendo  tutte  quel- 
le copie  latine  piene  zeppe,  quanto  le  volgari,  di  alterazioni, 
ammissioni  ecc,  come  può  vedersi  nel  confronto  dei  due  latini 


)(  63  )( 

codici  turinesi  da  me  presentato  nella  prima  e  seconda  edi- 
zione delle  DIeniorie  di  messer  Cina  da  Pistoja. 

Taluni  poi  degli  errori fiiron  commessi  dal  copiatore,  e  che 
avvezzo  a  scrivere  la  lingua  notariale  latina  barbara  doveasi 
troi'are  molto  imbrogliato  a  scriverela  lingua  volgare, che  non 
avca  perancora  nessuna  regola  fuori  delV  orecchio  che  anda- 
va dietro  al  suono  incerto  e  vario  della  pronunzia,  e  spesso 
nella  scrittura  non  corrispondente  all'  ortografia  latina  ;  è  ma- 
ni/est o  che  i  più  dei  notari  di  qne'  tempi ,  fuori  della  pratica 
delle  forme,  e  di  quel  barbaro  miscuglio  di  latino  e  di  volgare 
erano  ignorantissimi  in  tutto,  non  esclusa  la  scrittura  della 
lingua  volgare, 

AVVERTIMENTI. 

/.  Sì  mantiene  scrupolosamente  la  scrittura  tanto  di  eia" 
scheduna  parola,  quanto  delle  lettere,  sia  nel  corpo  delle  sil- 
labe, sia  nelle  iniziali  senza  riguardo  a  conservare  sistema 
veruno, perchè  ninno  sene  trova  seguitato  costantemente  nel  co- 
dice pistojese,  éneppure  nella  carta  autentica  del  Testamento 
della  contessa  Beatrice. 

IL  Allorché  ho  creduto  necessario  d^  aggiungere  una  o  più 
lettere,  sia  per  levare  qualche  equivoco,  sia  per  altra  acciden- 
tale mancanza  ,  o  per  togliere  imbarazzo  al  lettore  ,  o  mo- 
struosità nella  scrittura  moderna,  V  ho  distinte  in  carattere 
corsivo,  o  tondo,  se  V altre  sono  in  corsivo.  Come  che  invece  di 
ce;  errano,  invece  di  erano;  cascìone  e  rascìone  invece  di  ca- 
scone,  e  ra5cone  ecc. 

III.  Se  nel  testo  volgare  fu  tralasciata  dal  copiatore  od 
anche  dal  traduttore  qualche  parola  necessaria  al  senso,  ed 
al  contesto  grammaticale,  o  se  l'ho  aggiunta,  o  mutata  per  le 
ragioni  che  saranno  dette  nelle  note,  anche  quelle  si  distinguo- 
no in  carattere  corsivo,  od  a  vicenda. 

IV\  Per  comedo  deflettori,  e  del  senso  sonosi  alcune  volte 
messi  i  punti  e  le  virgole  ;  sonosi  staccati  gli  articoli  quan- 
d'erano unici  a' ìiomi  ;  per  toglier  gli  equivoci,  con  apostro- 
fo separai  le  sillabe,  e  parole  unite  insieme,  come  eli  e  quando 
sono  scritte  che;  quando  sono  troncate ,  come  se'  per  sei  (  da 
essere)  de' per  dee  o  dei  {da  dovere  ).  Aggiunsi  gli  accenti 
all'  è  verbo  j  alle  lettere  d  fcd  ò  quando  vengono  da  avere ,  a 


)(  64  )( 

però peripeToe,esìmiglìanti  troncamenti  di  nomi  e  di  verbi,  co- 
me  inerita  per  veritae  ,  so  per  soe,  ciò  per  cioè ,  sì  per  cosi  o  ce- 
sie, a  né  per  non,  e  per  distinzione  di  ne  particella  di  relazio' 
neyO  di  moto.  Misi  V apostrofo  alle  spalle  dine  quando  sta 
in  luogo  di  ine  per  in,  come  'ne  libri,  'ne  la  terra  per  ine  libri 
ine  la  a  lucila  terra,  'nello  libro  ecc,  per  ine  lo  libro. 

V,  Perchè  alcune  parole  o  troppo  antiquate,  o  stranamen^ 
te  scritte,  come  prudentha,  anthi  per  prudenza,  anzi  ec.  fareb^ 
bere  imbarazzo  al  lettore  non  essendo  le  note  nel  margine,  av- 
verto subito  con  una  stelletta  di  ricorrere  alla  pag.  ed  al  ver- 
so rispondente  nelle  note. 

VI.  Nel  codice  ordinariamente,  anzi  si  può  dir  quasi  sem- 
pre, è  adoperata  la  forma  delV  \x  chiamata  vocale,  anche 
quando  sarebbe  consonante.  Solamente  in  qualche  caso  in  prin-' 
cipio  di  periodo  ,  o  a  distinzione  d'  una  parola  vedesi  messa 
in  principio  una  specie  di  V  che  somiglia  V  v  condonante  ;  ma 
questo  non  fa  differenza,  e  tanto  pel  vocale, che  pel  consonan- 
te serve  in  quel  caso.  Io  dunque  per  non  far  confusione  al  leU 
tore  seguito  il  moderno  sistema  delle  due  forme  della  stessa 
lettera,  V  una  per  la  vocale,  V  altra  per  la  consonante. 

Il  Testamento  della  contessa  Beatrice ,  essendo  breve,  e 
molto  semplice,  V  ho  lasciato  stare  tal  quale  è  scritto  nella 
Carta  originale  per  dare  materialmente  l'idea  della  scrittu- 
ra del  tempo;  scrittura  che  da  me  si  mantiene  scrupolosamen- 
te anche  nella  edizione  del  Codice  Pistoiese,  perchè  nulla  ho 
detratto,  o  mutato,  ma  solamente  aggiunsi  apostrofi,  ed  accen- 
ti, e  separai  alcune  voci,  che  sono  legate  con  altre;  e  ciò,  come 
già  dissi,  ho  fatto  per  togliere  le  confusioni,  ed  agevolarne  la 
lettura  senza  nulla  pregiudicare  alla  originale  integrità 
della  scrittura. 

Autori  principali  citati  da  Albertano  nel  due  trattati 
contenuti  In  questo  volume. 

S,  Agostino 

Arrighetto  fiorentino  :  ju  piovano  di  Calenzano,  e  nacque 
a  Settimello.  Scrisse  un' egloga  latina  intitolata  dell'Avversità 
della  fortuna  ;  fu  volgarizzata  nel  così  detto  secolo  del  3oo. 
ed  è  citata  dal  Vocabolario,  (a), 

(a)  Di  questo  Arrighetto  scrisse  le  notizie  biografiche  e  letterarie  il 
Chiarissimo  sig.  ab.  Vincenzo  FoUini,  (V.  N.°  96.  dell'  Antologia  Fior.) 


)(65K 

Boezio  del  Consolamento. 

Cato 

Chasiodoro 

Dicretali 

Dogma  moralium  philosophorum 

Gesù  Seraca  (  Jesus  Syrach  ) 

Innocenzo  Papa  de  Contemptu  mundi 

Isopo 

Panfilo  [forse  iVliber  de  Amore  Inter  Pampliylam  et  Gala- 
team) 

S,  Paolo 

Ovidio 

Petro  Alfanso,  Nel  codice  latino  di  Albertano  della  hiblio- 
teca  magliahechiana  (  vedi  prospetto  de' codici  latini  al  N°^») 
si  trova  infine  l' estratto  d' un' opera  di  Pietro  Alfonso  inti^ 
tolata 

„  Notabilia  libri  Andeljunsi  proverbiorum  qui  appellatur 
,y  Clericalis  disciplina. 

Salomone  i  Proverbj 

Sallustio 

Testamento  vecchio,  e  Nuovo,  Epistole  di  S.  Jacopo^  di  S, 
Pietro  e  di  S.  Paolo  eccy 

M,  Tullio  Cicerone 

Ugo  il  Didascalo;  ed  altri. 

Descrizione  con  Osservazioni  dei  Codici 

contenenti  Trattati  Morali  di  Albertano ,  veduti,  e  conosciuti 

dalV  Editore  Sebastiano  Ciampi. 

NS"  /.  Codice  Eiccardiano  Cartaceo  N^.  2280. 

-I  n  principio  del  Codice  è  scritto  „  In  nomine  domine  nostri 
„  gieso  cristo,  anno  domìni  millesimo  dugientesimo  settuagesi- 
„  rao.yndizioneXV.yenuari.  In  questa  indizione  si  cliompieo  que- 
„  sto  libro.  Scrisselo  lo  maestro  Fantino  da  sanfriano„.  Avverta- 
si clie  questa  dichiarazione  apparteneva  al  codice  più  antico,  e  fu 
poi  successivamente  copiata  dagli  scrittori  posteriori.  Il  Riccar- 
diano,  come  si  conosce  dal  carattere  della  scrittura,  fu  copiato 
nel  XV secolo.  Così  è  giudicato  pure  nel  catalogo  a  stampa  di  quel- 
la Biblioteca.  Può  confermarsi  anche  non  essere  stato  scrittore 


){G^  )( 

di  questo  codice  lo  stesso  Fantino  da  sanfriano  (del  1174-)  osser- 
vando clic  le  parole  scrisselo  lo  maestro  Fantino  da  sanfriano 
sono  cancellate  con  linee  rubricate;  dal  che  può  dedursi  che  il 
più  moderno  copiatore  riflettendo  non  esser  vero  che  la  sua  co- 
pia scrivessela  Fantino  da  sanfriano,  ne  radiò  quel  nome  dopo 
averlo  scritto.  Contiene  il  solo  Trattato,,  dell'  Amore  e  della  di- 
lezione di  Dio  e  del  prossimo ,  e  dell'  altre  cose,  e  della  forma 
dell'onesta  vita  „. 

N,°  IL  Codice  Bar  fiacchi 

Uno  de' molti  che  possedea  1' Ab.  JXiccolò  Largiacchi  uomo 
eruditissimo  e  benemerito  delle  buone  lettere,  come  lo  chiama 
Domenico  Manni  nelle  prefazioni  premesse  alle  vite  de' SS.  Pa- 
dri. Ora  è  presso  il  Sig.  Jacopo  Bargiacchi,  il  quale  mi  permise 
cortesemente  di  esaminarlo  a  beli'  agio. 

È  membranaceo,  scritto  a  colonne  in  foglio;  di  carattere  goti- 
co e  con  rubriche;  fu  postillato  di  propria  mano  dui  celebre  Anto- 
nio Maria  Salvini. 

Contiene  la  traduzione  anonima  in  lingua  volgare  italiana 
dei  tre  morali  Trattati  di  Albertano.  Il  primo  è  de  lo  am.aiestra- 
mento  di  dire  e  di  tacere  de  Albertano  Indice  di  Brescia  de 
la  Cappella  di  Santa  Astata  composto  et  ordinato  sopto  an- 
ni domini  MCCXLT^.  del  mese  di  dicembre. 

Il  secondo  libro  è  de  la  consulatione  et  dei  consigli;  ed  in 
fine,,  Explicit  liber  Albertani  ecc.  de  la  contrada  di  Santa  Agatha 
de  consulatione  et  Consilio  composto  socto  anni  domini  MCCXLVI 
del  mese  di  aprile  e  di  magio. 

Il  terzo  :  de  V  amore  e  de  la  dilectione  di  Dio  e  del  prò- 
ximo  ecc. 

In  fine;,,  finito  è  lo  libro  de  l'amore  et  dilectione  di  Dio  e  del 
prosimo  et  de  l' altre  cose  et  de  la  forma  de  1'  honesta  vita  lo 
quale  Albertano  Judici  di  brescia  de  la  contrada  di  Santa  Agatha 
conpuose  et  scripse  stando  in  pregione  di  mess.  lo'mperadore  Fre- 
derigo  in  dela  dieta  Città  di  Cremona  ,  in  de  la  quale  pregione  fu 
messo  perchè  elli  stando  capitano  di  Gavardo  difendendo  Gavardo 
a  utilità  del  comune  di  Brescia  anni  domini  MCCXXXVIU.  del  me- 
se di  agosto  lo  die  de  la  festa  di  sancto  Alexandro  indictione  Xf, 
quando  lo  dicto  mess.  lo  'mperadore  assediava  la  Città  di  Brescia. 
In  fine  del  codice  è  scritto,,  Questo  libro  fa  scripto  socto  an- 
ni domini  MGCLXXXVIII.  del  mese  d'  octobre.  U.  B.  „.  II  Salvi- 
ni  notò  —  Lo  scrittore  o  copista  di  questo  libro  è  da  Budrio  vi* 
cino  a  Bologna  8.  miglia  — 


X67X 
A  tergo  della  pag.  si  legge  del  medesimo  carattere 
„  Quicumqiie  vult  salvus  esse  oportet  liabere  catliolicam  fi- 
dem.  dominus  Binducius  tuscanus  debet  dare  Bitino  notano  de 
butrio  X.  sold.  ven.  gross. 

Forse  le  due  lettere  U.  B.  voglìon  dire  Vitinus  Butrias  o 
Butriensis;  è  noto  che  B.  e  V.  si  scambiavano,  e  perciò  tanto  potea 
esser  chiamato  Bitino  quanto  Vitino.  Probabilmente  questo  Vitino 
notaro  da  Budrio  fu  lo  scrittore,  e  Binduccio  toscano  fu  quegli  cbe 
gli  commise  di  far  la  detta  copia  per  la  quale  dovea  pagare  dieci 
soldi  veneti  grossi  (  (orse  erano  parte  del  pagamento  per  la  scrit- 
tura). Che  il  Codice  Bargiaccbi  non  sia  stato  scritto  da  calligrafo 
fiorentino  è  manifesto  per  ciò  cbe  il  dialetto  comparisce  piuttosto 
essere  pisano  dallo  scambio  costante  della  lettera  z  in  s,  come 
p.  e.  lo  scrivere  ricchessa,  allegressa,  ansi,  invece  di  ricchez» 
za  ,  allegrezza  ,  anzi  e  simili  ;  noto  essendo  cbe  i  copiatori  dei 
codici  solcano  introdurvi  la  scrittura  e  le  voci  del  dialetto  loro, 
quali  in  questo  codice  se  ne  trovano,  cbe  non  bo  mai  incontrato 
nel  dialetto  fiorentino,  come  tei  per  te,  ciglilo  per  picciolo  ed 
altre .  Ma  in  tal  caso  non  sarebbe  vero  quello  cbe  scrisse  il  Sal- 
vini „  lo  scrittore  o  copista  di  questo  libro  è  da  Budrio  vicino  a 
Bologna  otto  miglia ,..  li  dialetto  non  è  certamente  bolognese, 
ma  toscano,  quantunque  non  fiorentino  .  Forse  potrebbesi  dire 
cbe  de  Budrio  debba  intendersi  da  Biiti  Castello  del  distretto 
pisano,  che  per  lo  scambio  consueto  delle  lettere  t,  e  d  potca 
dirsi  Budriuni  e  Butriurn .  Contro  questa  supposizione  stareb- 
be ,  cbe  il  pagamento  di  dieci  soldi  veneti  grossi  conviene  me- 
glio al  Budrio  bolognese,  e  vicino  a  Comaccbio,  di  quello  cbe  a 
Buti  castello  pisano,  dove  non  sarebbesi  pagata  la  moneta  ve- 
neta, ma  la  pisana ,  Inoltre  ^M^r/o  si  trova  nominato  per  pa- 
tria d'  altre  persone  native  da  Budrio  bolognese,  come  Antonio 
da  Budrio  professore  negli  Studj  di  Bologna,  Firenze,  e  Fer- 
rara dal  i384  al  1409  (  Tirab.  Storia  della  Lett.  Ital.  T.  V.  par. 
2.  cap.  o.)  ed  il  Mazzuccbelli  ne  registra  le  opere  sue;  e  ne  parla 
pure  il  Giraldi  nei  Commentarli  delle  cose  di  Ferrara,  (a) 

All'opposto  :  il  cognome  di  tuscano  dato  a  Binduccio  lo 
crederei  piuttosto  di  famiglia  ,  che  di  nazione  ;  ed  è  noto  lo 
scrittore  poeta  Gio.  Matteo  Toscano .  Un  Sebastiano  Tuscano 
Portugbese  scrisse  Comentarii  sopra  Giona  profeta  stampati  Fé- 
netiis  apud  Jo»  Bapt,  Soniascum  167 1. 

(a)  Kon  ho  esempio  di  Butriurn  per  Buti  Pisasao, 


)(  68  )( 

Giov.  Matteo  Toscano  poeta  latino  del  secolo  XVI  pub- 
blicò C^rm/w^z  illustrium  Poctarum  Jialorum,  Luletiae  iSyó. 
In  Pistoia  a  mio  tempo  esisteva  pure  ona  famiglia  Toscani. 
Forse  questo  Binduccio  trovandosi  in  Bmdrio  era  cliìamato  To- 
scano per  essere  nativo  di  Toscana  p  Ma  se  fosse  stato  da  Pi- 
sa, o  del  distretto  pisano  ,  l'avrebber  detto  pisano,  e  se  di  Fi- 
renze, fiorentino,  e  cosi  dicasi  d'altro  luogo  noto,  e  molto 
più  che  si  reggesse  con  Stato  indipendente  come  Lucca,  Siena, 
Pistoia  ec.  Or  come  si  potrà  conciliare  il  dialetto  Pisano  o 
Toscano  di  questo  codice  collo  scrittore  bolognese  o  ferrarese , 
stando  Budrio  tra  Bologna  e  Ferrara  ,  e  col  pagamento  in  soldi 
veneti  grossi  ?  Due  ragioni  mi  sembra  potersene  dare . 

La  prima:  che  Binduccio  Toscano  si  fosse  trasferito  a  Budrio, 
od  a  Bologna  od  a  Ferrara,  dove  dimorasse  il  notaro  Bilino  da 
Budrio  ,  a  cui  dasse  la  commissione  di  copiare  un  codice  d' Al- 
bertano  scritto  a  Pisa  o  nel  pisano  ;  ed  egli  stesso  sopra ntendesse 
alla  diligenza  ,  ed  alla  fedeltà  della  copia. 

La  seconda  :  che  il  notaro  Bitino  in  qualunque  modo  avesse 
acquistato  questo  codice  e  lo  vendesse  poi  a  Binduccio  Toscano: 
sì  che  le  due  lettere  U.  B*  significassero  non  lo  scrittore,  ma  il 
possessore  del  Codice  Vitinus  BuLrius  ;  il  quale  come  per  ricor- 
do aggiunsevi  che  „  Domìnus  Binduccius  Tuscanus  debet  dare 
Bitino  Notario  de  Butrio  X  sold.  venetos  grossos  „  forse  pel 
resto  del  pagamento .  Questo  Vitìno  potè  essersi  stanziato  in 
Toscana ,  e  per  suo  comodo  seguitare  a  far  i  suoi  conti  in  mo- 
neta veneta,  della  quale  era  più  pratico,  come  nativo  di  Budrio, 
dove  è  assai  probabile  che  avesse  corso  la  moneta  veneta  più 
che  altra  d' Italia  . 

L'ortografia  più  sistematica,  e  la  dettatura  son  pare  altri  segni 
non  equivoci  della  posteriorità  al  1288,  standocene  al  Codice  pi- 
stoiese ,  ed  al  Testamento  della  contessa  Beatrice ,  che  sono 
depositar]  autentici  della  lingua  e  della  scrittura  di  quell'età; 
dieci  anni  prima  o  dopo  non  potendo  far  cangiamenti  di  gran- 
d' importanza;  e  tali  quali  furono  poi  introdotti  dai  letterati , 
come  ho  già  detto,  circa  la  metà  del  secolo  XIV.  de' quali  si 
scorge  il  cominciamento  anche  nel  codice  Bargiacchi. 

Potrebbesì  pur  domandare  se  l'anno  1288  sia  veramente 
quello  della  scrittura  di  questo  Codice,  o  di  quello  più  antico 
di  cui  fu  tratta  copia .  Se  facciasi  attenzione  alla  forma  del  ca- 
rattere mosti'a  d'esser  posteriore  al  1288,  ed  eccone  il  giudizio 
fattone  dai  Periti  Calligrafi  padre  e  figlio  Giarrè. 


)(69X 
Sig.  Cav»  Sebastiano  Ciampi, 


J-n  ordine  a  qoanto  si  è  degnato  accennarmi,  ho  preso  in 
esame  il  Carattere  contenuto  nel  Codice  pergamino,  traduzione 
dì  Albertano  da  Brescia  ,  e  precisamente  fino  al  punto  ove  si  leg- 
ge in  color  rosso  „  Questo  Libro  fu  scripto  socto  Anni  Do- 
„  mini  1288.  del  mese  dottobre  „  e  fatte  sopra  di  esso  le  pia 
minute  osservazioni  ho  chiaramente  rilevato 

Esser  questo  una  copia  stata  eseguita  da  un  espertissimo 
Callìgrafo,  poiché  si  vede  scritta  con  una  franchezza,  e  co- 
stanza propria  dell'arte,  e  di  una  forma  di  Carattere  Gotico, 
che  per  la  sua  perfezione  mi  fa  con  ragione  opinare  esser  questa 
di  un'  epoca  posteriore  alla  sopraindicata  ,  benché  vi  esistano 
molte  caratteristiche  solite  usarsi  dagli  Scrittori  aranti  il  i3oo. 

E  profittando  di  questa  favorevole  occasione,  le  rìnnuovo 
gli  attestati  della  mia  più,  distinta  stima  dichÉarandomi  rispet- 
tosamente 

Di  VS.  Illustrissima 
Firenze  19.  Settembre    i83i, 

Umìliss.  Obbl  Servitore 
Gaetano  Giarré  Perito  Calligrafo. 

Un'altra  prova  dell'incertezza  di  queste  date  si  è  che  nel  Cod. 
Kiccardiano  2280  leggesi  la  data  del  1274;  la  traduzione  è  af- 
fatto la  stessa  di  quella  degli  altri  Codici  posteriori,  con  le  dif- 
ferenze degli  arbitrii  de'  copisti  ec. ,  e  sebbene  abbia  la  data 
del  1274  ;  è  manifestamente  scritto  nel  secolo  XV. 

Quella  data  potè  ben'  essere  in  un  Codice  della  prima  tradu- 
zione del  Trattato  dell'Amore  di  Dio  e  della  dilezione  del  prossi- 
mo fatta  da  Soffredi  del  Grazia,  e  poi  riformata  da  chi  si  fosse, 
come  già  dissi .  Che  Soffredi  l'avesse  compiuta  e  pubblicata  in 
quel  tempo  si  può  dedurre  dalle  traduzioni  degli  altri  due  Trat- 
tati ,  i  quali  vengono  dopo  quella  ,  cioè ,  del  Dire  e  del  tacere 
prima  tradotto  da  Soffredi,  e  poi  certamente  copiato  dal  Seriacopi 
nel  1278;  e  l'altro  del  Consolamento  e  del  consiglio  imagore- 
gato  su  questo  volgare  negli  Jnni  D.  MCCLXXV  ;  Laonde  il 
primo   Trattato  potette  essere   tradotto  da  Soffredi   avanti  il 


)(  70  )( 

1274.  Nei  Codici  dunque  la  data  più  antica  del  Volgarizza- 
mento conosciuto  innanzi  al  Codice  pistojese  è  il  1274  del 
Cod.  2-280  Rìccard.,  ma  dalla  scrittura,  e  dallo  siile  è -/nostrato 
assai  più  moderno;  poi  ne  viene  il  Codice  Bargiacchi  colla  data 
dei  1288,  ma  di  questo  ancora  provai  doversi  tenere  per  più 
moderno  .  Tutti  gli  altri  Codici  da  me  descritti  sono  senza  data; 
contengono  la  medesima  traduzione  più  o  meno  alterata  ,  e  dal 
carattere  sono  dichiarati  essere  scritti  dal  secolo  XIV  al  XV. 

Con  questo  Codice  n'è  legato  un  altro  clie  dalla  scrittura  si 
manifesta  essere  scritto  verso  la  metà  del  secolo  XIV.  E  intito- 
lato Liber  vulgarìum  sent enti ar uni;  sono  circa  cento  epigrammi 
morali  volgari  divìsi  in  due  parti,  e  contornati  da  prolisse  illu- 
strazioni in  latino;  dopo  la  tavola  clie  indica  l'argomento  e  la 
pagina  di  ciasclieduno,  ne  seguitano  due  lettere  dell'autore,  delle 
quali  la  prima  comincia 

Illustris.  excellentie  domino  domino  bertrando  de  Baucio 
clarìssimo  Corniti  Montiscnveosi  Grutiolus  de  bambaiolis  bonc- 
niensìs  et  exul  immerite  bumilis  servus  ejus  ,  olim  civitatis  bo- 
nonìe  Cancellarius  se  ipsum  in  sue  recomendationis  et  fidei  de- 
votione  sincerum .  de  superne  trono  clementie  ad  inftriorum  sa- 
lutem  sapientia  increata  prospiciens  etc. 

Epistola  seconda 

Ad  Inclitam  reverentiam  Summi  llegis  laudemque  virtutuin 
et  odium  detestabile  vitioium  novellum  opus  vulgarium  senten- 
tiarum  initiat  super  ipsis  vìrtutibus  et  oppositìs  earumdera  per 
me  gratìolum  de  bam.baiolis  olim  comunìs  bononie  cancella- 
rium,  et  quamvis  bononìensem  extrinsecus  gravatum  immerite 
relegationis  exilio  tamen  boni  Comunìs  vereque  pucis  ipsius  bo- 
nonie ipsius  patriae  zelatorem  eie. 

Queste  sentenze  volgari  in  tanti  epigrammi  furono  stampate 
in  Roma  l'anno  1692  cavate  da  un  codice  vaticano  già  di  Fulvio 
Orsipi  ;  dove  sono  attribuite  a  Roberto  re  di  Gerusalem.  Le  ri- 
pubblicò l'eruditissimo  Sig.  ab.  Celestino  Cavedoni  in  Modena 
per  le  stampe  del  SoUiani,  restituendole  al  Bambagioli . 

L'edizione  romana  fu  riprodotta  in  Torino  da  Santi  Bru- 
scoli l'anno  lyDo. 

IIL  Cod.  Riccardiano  membranaceo  N.°  1737.  scritto  alla 
fine  del  secolo  XIV  per  quanto  mostra  il  Carattere.  Contiene  il 


X7»  )( 
solo  libro  d'Aìbertano  della  Dottrina  del  dire  e  del  tacere. 
Questo  Codice  s'accosta  talvolta  un  poco  al  Cod.  pistojesc  ,  ma 
nel  totale  e  la  stessa  traduzione  degli  altri  codici ,  specialmente 
del  Cod.Bargiacclii;eccone  un  saggio:  „  Anti  che  lo  spirito  con- 
duca la  parola  a  la  tua  bocca  ricbiedi  e  cerca  da  te  medesmo  sì 
che  anti  che  tu  vegni  a  dire  pensa  una  fiata  ,  et  anco  pensa  e  ri- 
pensa sì  eh'  è  a  dire  per  tre  fiato  pensa  e  per  ciò  pensa  en  de 
l'animo  tuo  anti  che  tu  vegni  a  parlare  se  quello  che  tu  vuoU 
parlare  apertiene  a  tei  a  dire  u*  se  elli  apertiene  ad  altrui  et  se 
quello  che  tu  vuoli  dire  apertiene  ad  altrui  che  attei,  dico  che 
di  quello  dicto  tu  non  ti  debbi  intramectere.  perciòche  dicie  la 
legge  che  quelli  è  colpabile  che  s'intramecte  di  quello  che  a  lui 
non  apertiene  .  et  Jesu  Sirac  disse  ,  che  fue  un  grande  filosofo  ; 
de  la  cosa  che  a  tei  non  apertiene  non  tene  combactere  „. 

IV.  Cod.  Riccard.  membranaceo  IN'.°  i538.  f.  scritto  a  due  co- 
lonne con  miniature;  senza  data,  ma  la  scrittura  mostralo  del 
secolo  XIV ,  più  che  del  XV  come  sta  nel  catalogo  stampato. 
Contiene  il  solo  trattato  dell' Amore  di  Dio  e  della  Dilezione 
del  prossimo  ec.  distinto  in  quattro  libri . 

V.  Cod.  Riccard.  cartaceo  f.  N.o  1317.  senza  data,  ma  dal 
carattere  usuale  è  mostrato  del  secolo  XIV.  Contiene  il  libro 
della  Dottrina  cristiana  che  è  lo  stesso  dell'  Amore  di  Dio 
e  della  dilezione  del  prossimo  ec.  Combina  affatto  col  Cod.  Bar- 
giacchi,  ma  non  ha  lo  scambio  della  2  colla  5. 

VI.  Cod.  Riccard.  cart.  W.°  i645  senza  data,  ma  d'oltre  la 
metà  del  secolo  XV.  scritto  in  carattere  usuale.  Contiene  il  trat- 
tato delle  sei  maniere  del  dire  ec.  risponde  al  Codice  Bargiac- 
chi  ed  agli  altri ,  detratte  alcune  delle  solite  varianti. 

VII.  Cod.  Laurenziano  già  Gaddiano  membranaceo  di  N.^  i43. 
8.°  senza  data ,  ma  è  scritto  nei  primi  anni  del  secolo  XIV.  (  Ca- 
lai. T.  II.  png.  i54  del  suppl,  )  Contiene  a  pag.  47.  il  trattato 
«ie'  sei  modi  di  parlare  . 

Vili.  Cod.  Laur.  già  Gaddiano  cart.  N.°  i83.  8.°  senza  data  , 
ma  di  scrittura  del  secolo  XV.  contiene  il  predetto  trattato  (  Ca- 
tal.  T.  II.  pag.  178.  suppl. 

IX.  Cod.  Laur.  cart.  N.o  119.  Med.  Palatino  f.  In  fine  :  Anni 
Domini  MGCLXXXX  mezzo  Aprile  si  compieo  questo  libro  di 
scrivere  „.  Contiene  il  trattato  della  dilezione  di  Dio  e  del  pros- 
simo e  della  forma  dell' onesta  vita,,.  Viene  dalla  solita  tradu» 
zione.  Plut.  89.  super. 


X  1'^  )( 

X.  Cod.  Laurenz.  membranaceo  N.o  64.  4»  >^in-  senza  data  , 
ma  dal  carattere  comparisce  della  fine  del  secolo  XIII.  Contiene 
tutti  i  trattati  morali  di  Albertano  (  Catal.  T.  V.  pag.  SiS.) 

Il  Cod.  Laur.  N.°  47»  pliit*  90  inferiore  car.  del  secolo  XIV  e 
del  XV.  a  pag-  55.  contiene  un  frammento  di  traduzione  del  prin- 
cipio del  trattato  del  dire  e  del  tacere. 

XI.  Cod.  magliabechiano  cart.  palcb.  II.  N.°  23.  contiene  il 
trattato  delle  sei  maniere  del  parlare.  Senza  data. 

XII.  Cod.  Magliab.  già  Stroziano,  cart.  palcb.  II.  N.°  4^-  con- 
tiene uno  squarcio  del  trattato  delle  sei  maniere  del  parlare;  è 
scritto  in  prosa,  ma  paiono  versi,  ed  è  insieme  con  delle  poesie  ; 
dal  cbe  nacque  lo  sbaglio  per  cui  il  Crescimbeni,  ed  il  Quadrio 
affermarono,  trovarsi  di  Albertano  alcune  poesie  italiane  nella 
Biblioteca  Stroziana  ,  ma  ogni  possibile  diligenza  per  rinvenirle 
era  stata  inutile  .  Infatti  prmcipia  il  Cod.  Stroziano  con  questo 
titolo  'Raccolta  di  poesie  diverse, 

XIII.  Cod.  Magliab.  raembran.  IV.o  166.  Clas.  21.  pale.  7. 
in  8.°  contiene  il  trattato  de  l'Amore  e  dilezione  di  Dio,  scritto 
in  carattere  semigotico  ,  senza  data  ,  ma  pare  scritto  su'  primi 
del  secolo  XIV  principiante  ;  ba  lo  stesso  dialetto  del  Codice 
Bargiaccbi,  come  :  sensa  per  senza  ;  Jìlozofo  per  filosofo  ;  ma- 
ctessa  per  mactezza;  affermasione  per  affermazione  ec.  vi 
s'incontrano  aocbe  le  aspirazioni,  comerboc^a  per  bocca;  ed 
ancbe  buscia  per  bugia,  busciadra  per  bugiarda,  rasclone  per 
ragione  e  simili.  La  traduzione  corrisponde  a  quella  del  Cod. 
Bargiaccbi;  ma ,  direi  quasi ,  ridotta  un  mosaico  di  varj  dialetti . 

XIV.  Cod.  Magliab.  cart.  Stroz.  N.^  i4i.  clas.  21.  palcb.  4. 
contiene  il  trattato  sopra  il  dire  ed  il  tacere  . 

XV.  Cod.  Magliabecbiano  cartaceo  N.°  g4.  clas.  35.  N.°  4. 
contiene  il  Trattato  dell'Amore  di  Dio  e  della  dilezione  del  pros- 
simo etc. 

XVI.  Cod.  Magliab.  i3i.  paioli.  III.  già  Strozziano  è  scritto 
a  colonne,  due  per  pagina;  contiene  il  trattato  della  dottrina 
del  parlare  tradotto  in  lingua  Veneziana;  tolto  questo  dialetto, 
risponde  quasi  letteralmente  al  Riccardiano  di  N.°  lySy,  ossia  alla 
traduzione  comune  nei  codici,  ed  a  stampa.  Di  questa  traduzione 
non  rimangono  se  non  due  foglietti  ossiano  colonne,  cbe  arrivano 
a'  primi  versi  del  Cap.  III.  Da  questo  frammento  si  vede  che  non 
è  fatta  suir  originale  latino . 

XVII.  Cod.  Magliab.  membranaceo  già  Poirot,  scritto  verso 


X  73  )( 

Jl  fine  del  secolo  XIV.  8.**  Contiene  la  tradazione  del  trattato 
delV Amore  e  della  dilezione  di  Dio  e  del  prossimo^  clic  è  la 
stessa  di  quella  stampata  nel  1610  pubbl.  da  Seb.  de' Rossi. 

XVni.  Codice  posseduto  dall' eruditissimo  Sig.  Ab.  Pietro 
Pera  di  Lucca,  il  quii  le  mi  lu  cortese  di  favorirmene  la  seguente 
descrizione:  „  Il  Codice  è  in  foglio,  in  pergamena,  scritto  a 
due  colonne  per  faccia,  in  carattere  grande  che  inclina  un  poco 
al  gotico  con  belle  iniziali  messe  a  oro ,  ed  un'assai  gentile  mi- 
niatura in  principio  rappresentante ,  io  credo,  Albertano  in  abi- 
to di  Giudice.  E  scritto  tutto  da  una  mano  ,  ed  in  fine  si  legge: 
Finito  è  lo  libro  de  remore  e  de  la  dilectione  di  Dio  e  del 
proximo  etc.  (come  nel  Cod.  Bargiacchi,  e  precisamente  a  let- 
tera .) 

„  Questo  libro  si  è  di  Baronciello  Aldobrandi  de  Firenze,  e 
„  fu  scritto  sotto  anni  domini  MCCCXXXVIJ.  „ 

Tutto  il  testo  corrisponde  al  Cod.  Bargiaccbi,  ancbe  nel  dia- 
letto pisano,  od  altro  che  sia;  ha  la  data  del  iSSy  con  alcune  di- 
versità di  scrittura,  che  non  fanno  alterazione  considerabile. 

Il  medesimo  Sig.  Pera  mi  ha  dato  notizia  d'un  altro  Codice 
della  biblioteca  privata  di  S.  A.  B.  il  Duca  di  Lucca  ecc.  Anche 
questo  nella  lezione  si  accosta  molto  al  posseduto  da  lui,  e  per 
conseguenza  a  quella  pure  del  Cod.  Bargiacchi,  e  degli  altri 
Laurenziani  e  Magliabechiani  ;  dal  che  si  conchiude  che  il  Co- 
dice pistojese  è  differente  da  tutti  i  sinadora  da  me  veduti ,  o 
conosciuti . 

CODICI  LATINI 

L  Due  Cod.  della  R.  Biblioteca  di  Turino  ;  uno  in  perga- 
mena ,  cartaceo  1'  altro  (  Catal.  II.  4^.  35o  ) .  La  descrizione  dei 
medesimi  può  leggersi  nella  prima  e  seconda  edizione  delle  Me- 
morie della  Vita  ec.  di  Messer  Cino  da  Pistoja.  Pisa  1808.  e 
i8i3. 

IL  Cod.  Magliabechiano  già  Stroziano  i38.  clas.  ai.palch.  L 
membr.  misceli,  in  foglio.  Contiene  due  trattati:  De  doctrina 
dicendi  et  tacendi — De  consolatione  et  Consilio;  è  mutilo,  man- 
cando i  capitoli  dal  principio  di  quello  de  Quintupli  K^oluntate 
Dei ,  sino  a  quello  De  rnendicitate  inclusive.  La  scrittura  è  del 
secolo  XIII.  Neir  ultima  carta  del  Cod.  leggesi  a  tergo  :  ,,  Hic 
liber  est  mei  ser  Bindi  Ludovici  de  Taxis  Civis  et  notarii  floren- 

k 


)(74K 

tini,  qnem  erai  die  IX  mali  147^  a  ser  Angelo  A.ntomì  vulgo  ser 
Agnolo  bello  not.  florentìno  mediante  persona  ser  Ludovici  ser 
Cristopliani  Menchi  not.  fiorentini  qui  per  me  ])actitavìt ,  et 
eolvit  dicto  ser  Angelo  de  meis  propriis  denariis  grossos  decem 
argenteos  ,  cjui  faciunt  lib.  2.  solid.  i5.  den.  5. 

III.  Cod.  Riccard.  membran.  770.  f.  In  fine  leggesl:  „  Alber- 
tani  tractatus  tres  latine  scripti  acephali  et  mutili-,  deest  enim 
dimidia  pars  primi ,  et  tertius  ad  calcem  deficit.  Praetereundum 
non  est  italicum  interpetrem,  quicumque  ìs  fuerit,  mutasse  or- 
dinem)  eorum  tractatuum  ratio  constat  ex  tractatu  secundo.  At 
librarius  qui  non  intelligebat  quid  latine  scriberet  eosdera  pre- 
postero ordine  in  unum  volumen  conjecit .  Ita  censeo.  Lauren- 
tius  Mehus  „.  Questa  confusione  dell'ordine  dei  trattati  è  in  tutti 
1  codici  da  me  veduti ,  o  vi  siano  tatti  riuniti  i  trattati,  0  vi  se 
ne  trovino  due  soli . 

EDIZIONI  LATINE 

Nel  Repertorio  Bibliografico  dì  Lodovico  Hain  tìono  regi- 
strate venti  edizioni  del  trattato  de  loquendl  et  laccndi  ,  alcu- 
ne senza  data  ;  la  più  antica  con  la  data  è  dell'anno  i4S4j  ^  ^u^- 
tima  con  quella  del  i497«  Vene  sono  tre  del  medesimo  trattato  in 
lingua  belgica;  una  in  data  del  1492  per  quanto  congettura  l'Hain., 
e  le  due  rimanenti  senz'anno  . 

EDIZIONI  DEL  VOLGARIZZAMENTO 

Conosciuto  prima  di  quello  del  Cod.  pistojese, 

I.  Edizione  fatta  da  Sebastiano  de'  Rossi  Accademico  della 
Crusca  detto  V  Inferigno.  Firenze  1610.  8.° 

II.  Mantova  nella  Stamperia  di  San  Benedetto  per  Alberto 
Pazzoni  stampatore  arciducale  .  1737.  8.° 

III.  Brescia  1824.  per  Gaetano  Venturini  8."  In  queste  edi- 
zioni tra  Tuna  e  l'altra  sono  delle  variazioni  nelle  parole  e 
nell'ortografia,  sostituendosi  quasi  sempre  la  moderna  ,  e  spesso 
nel  senso  e  nella  frase,  che  non  corrispondono  ai  testi  de'  Codi- 
ci ,  non  che  a  quello  dell'originale  latino  ;  come  p.  e.  nel  cap.  XII. 
del  Consolamento  e  del  consìglio:  „  Imperocché  quivi  ove  non 
è  fine,  non  può  esser  requie ,  e  quivi  ove  non  è  requie  non  può 


)(  75  K 
esser  pace ,  e  quÌTÌ  dove  pace  non  è  Dio  ajutar  non  pnò.  Ne  la 
pace  dice  lo  Profeta  è  santo  luogo  ,  e  magione,  e  la  sua  abita- 
gione  è  in  Sionne  „ .  E  nel  Cod.  Barg.  ,,  Inperocliè  qaine  u'  non 
è  fine  non  può  essere  requie  ,  et  quine  u'  non  è  requie  non  può 
essere  pace  ,  et  quine  u'  p<»ce  non  è  Dio  avitare  non  può  .  In  de 
la  pace  dice  lo  profeta  è  sanato  luogo  et  magione  la  sua  avita- 
gione  „  .  Oltre  che  questi»  traduzione  non  risponde  al  testo  la- 
tino :  ubi  pax  nulla  est  Deus  habitare  non  potest:  in  pace^  in- 
quii  propheta ,  factus  est  locus  ejus ,  et  in  Syon  habitatio 
ejuSj  il  Cod.  Barg.  invece  di  Syonne  ha  Magione;  e  nell'edizio- 
ne lasciando  stare  magione  vi  è  aggiunto  anche  Sionne,  Si  con- 
froDti  il  volgaria.  diSoffredi  a  pagg.  35,  e  36.  Gap.  XV.  in  fine. 

NOTE 


(1)  Per  convincersi  di  quanto  il  Muratori  asserisce,  leggansi  special- 
mente i  documenti  contenuti  nell'opera  intitolata  "  Karoli  Calvi  et  Suc- 
éessorum  aliquot  Franciae  regum  capitula  in  diversis  syuodis  ac  placitis 
generalibus  edita. 

Jacobus  Sirmondus  Societ.  Jesu  Presbyter  in  unum  collegit  y  notisqae 
illustravit.  Parisiis  apud  Sebastianum  Cramoisiy,  i6a3. 
V.  pag.  242.  pag.  441.  ed  altrove. 

(2)  Qui  non  è  opportuno  il  rendere  la  ragione  delle  mutazioni  di  let- 
tere, o  terminazioni  ecc.  che  si  osservano  regolarmente  corrispondenti  tra 
la  scrittura  grammaticale,  e  la  pronunzia.  Di  tutto  ciò  parlai  nella  citata 
Acroasis  de  Origine  lingiiae  italicae,e  mollo  più  diffusamente  ne  tornerò 
a  dire  nel  mio  libro  deli'  Origine  ecc.  della  lingua  italiano;  ed  alla  pag. 
143.  an.  782.  '^  Exinde  tertia  vices  per  singulos  annu  tue  et  f^uccessores 
tuos  pascere  debeatis  paujìcros  dece,  idest  in  festivi  tate  Sancle  j\Jariae,  et 
in  festivitate  Sancti  Micbneli  et  in  Stivltate  fsaiicli  Pelri,,.  Si  uoti  il 
troncamento  5izV/£flf  e  per  Festivi  late;  non  mancano  csempj  slmili  in  al- 
tre voci,  come  sta  per  ista  an.  7S7.  pag.  169.  ed  è  frequente  nel  dialetto 
Yeneziano;  in  Toscana  dicesi  stamattina,  stasera,  stanotte, 

(3}  tali  e  tale  come  omni  ed  o/une,  omnis  ed  omnes  e  simili,  perchè  le 
due  vocali  z,  ed  e  anche  in  buona  latinità  si  scambiavano.  Quintiliano  ci 
fa  sapere  che  la  e  non  era  né  affatto  e,  né  adatto  /,  perciò  omnei  ed  omneìs 
ecc.  furono  scritti,  anche  secondo  pronunzia,  omni 3  omnis)  sebbene  grauj- 
maticalmente  dovessero  scriversi  omne  ed  omnes* 

(4)  È  noto  che  la  m  finale  per  lo  più  clidevasi  nella  pronunzia  ,  spe- 
cialmente in  poesia. 

(5)  L' US  in  fine  pronnnziavasi  per  u  serrato  ,  e  per  o;  la  preposizione 
de  è  soppressa  per  cllipsi  anche  uell'  italiano,  e  dicesi,  per  esempio,  staia 
cento  grano,  baiùli  dieci  yiuOj  in  luogo  di  grano,  di  vino  ecc. 


X  76  )( 

Scafiglio  e  scafigliuolo  erano  misure  tuttavia  in  uso  nel  secolo  XIV. 
y.  Statuti  ifolf^ari  delC  Opera  di  S.  Jacopo  di  Pistoja  del  i3i3  da  me 
pubblicati  in  Pisa  l' an.  i8i\.  (pag.  22.  nota  73). 

(6)  Siat,  o  sia  son  ovvil  nelle  carte  notariali;  ma  siet  è  pure  ne'  mo- 
numenti e  nei  codici  della  eulta  lingua  latina. 

(7)  Anche  nelle  voci  finite  in  is,  la  lettera  s  sopprimeasi;  onde  pronun- 
ziaviisi  pan/  e  pane  invece  àipaiiisy  come  omni  ed  orane  invece  di  omnis, 
omnes, 

(8)  Due  per  duo  è  ovvio  nelle  lapidi;  e  Quintiliano  mettea  questa  voce 
Ira  i  barbarismi  del  tempo  suo. 

(9)  Voce  più  latina  di  pulmentavium» 

(10)  E'  notissimo  che  la  lettera  b  era  pronunziata  per  u  consonante  co- 
mt-  ì/xit  (^/xit;  se  biho  se  uivo  ecc.  in  lapide  sepolcrali  crisliane. 

(i  i)  Dell'origine  de' così  detti  articoli^  e  dell'uso  antico  de'  medesimi 
già  scrissi  nella  mia  Acroasis  ecc.  ma  con  molto  maggior  diffusione  ne 
tratterò  nel  mio  libro  deW Origine  della  lingua  Italiana, 

("ra)  Luogo  così  detto  tuttora. 

(i3)  Barsocchini  pag.  34-5. 

(<4)  Non  si  creda  dai  poco,  o  niente  pratici  delle  carte  notariali  di 
que'  tempi  che  questi  ed  altri  esempii  si  ristrìngano  ai  da  me  riportati  od 
a  pochi  di  più:  sono  innumerabili,-  e  come  farò  vedere  n^W Origine  della 
lingua  Italiana,  non  sono  arbitrarli,  o  casuali,  od  errori  di  scrittura,  ma 
si  tengono  a  regole  generali  di  pronunzia,  che  prende  il  cominciamento 
dai  primi  tempi  della  lingua  latina  ed  arriva  sino  a  noi. 

(i5)  Questo  sistema,  come  già  dissi,  continuò  anche  ne' secoli  susse- 
guenti all'  introduzione  della  scrittura  in  lingua  volgare,  per  1*  ambizione 
de' letterati. 

(16)  Instit.  Orat.  lib.  1.  cap.  5. 

(17)  Hore  per  ora  si  trova  anche  nelle  scritture  del  secolo  Xlll, 

(18)  Ego  ed  eo  dissero  gli  antichi;  ed  i  Greci  /^^ 

(19)  Altrove  mostrerò  che  sum  in  latino  volgare  pronunziavasi  anche 
sun  e  son,  donde  l'italiano  sono. 

Nella  lingua  romano-dacica,  derivata  in  gran  parte  dalla  lingua  volgare 
introdottavi  dalle  legioni  romane  che  vi  erano  di  stazione,  io  sono  dicesi 
io  sum  ed  io  sont,  V.  Gram.  di  Gio.  Alexio.  Vienna  1826. 

('j(o)  Di  questo  Biduino  v.  le  mie  Notizie  inedite  della  Sacrestia  de'bel- 
li  arredi,  del  Campo  santo  pisano,  ed  altr*  opere  di  disegno  dal  secolo 
XII  al  XV.  Firenze  1810-4,  a  pag.  23-4. 

(21)  Il  Borghini  ci  avrebbe  fatto  un  gran  servizio  se  ci  avesse  conser- 
vato alcuno  di  que'  monumenti  che  egli  conobbe,  quando  scrivea  che  le  pa- 
role sono  di  que'  tempi ,  e  le  rime  si  usaimno  quasi  in  tutte  le  iscrizioni 
così  fare»  Intender  debbesi  di  parole  e  di  rime  volgari,  non  di  parole  e 
rime  leonine  latine^  Or  se  quasi  tutte  le  iscrizioni  d' allora  state  fossero 
di  parole  e  rime  come  questa,  molte  se  ne  conoscerebbero,  od  almeno  tut- 
tavia a  tempo  del  Borghini  se  ne  sarebbero  conosciute,  e  non  sarebbe  stata 
una  maraviglia  l' iscrizione,  che  tanto  si  decantava. 

(22)  Tutte  queste  sono  supposizioni  belle  e  buone,  ma  bisogna  provare 
che  Luco,  Luconazzo  e  Lucane  fossero  nomi  d*  una  e  medesima  persona. 


)C  77  X 

(a3)  II  Borghini  dice  che  da  una  delle  loro  molte  Tenute  o  Castella 
che  ebbero  noli'  Alpi,  quel  marmo  fu  condotto  in  Firenze  da  Piero  Ubal- 
dini,  e  conservato  da  lui  con  molta  diligenza  nella  sua  casa  ,,;  e  poi  sog- 
giunge,, ma  quello  che  noumeno  importa  alla  verità  di  questo  marmo,  con- 
servasi un  contratto  fatto  l'anno  i4«4  dove  n'è  menzione  come  di  cosa 
tenuta  molto  cara  dogli  uomiui  di  quella  famiglia  che  viveano  allora  ,,. 

Nell'iscrizione  dello  Stradano  si  dice**  Vetusti  marmoris  inscriptioCa- 
strì  Pilae  ruinis eruti  a  Joanne  Bapt.  Ubaldino  Florentlae  custoditi. 

(34)  Queste  parole  non  indicano  troppo  bene  che  dovesse  appartenere  al 
secolo  Xll.  Assai  antico  nell'età  del  Borgliini  potea  dirsi  anche  se  fosse  stato 
scolpitone!  secolo  XIV,  p,  e.  nel  i35o,-  cioè  prima  del  1 585,  od  anni  235  in- 
nanzi all'età  del  Borghini,  in  cui  la  Critica  nella  paleografia  non  era  molto 
avanzata. 

(25)  La  data  del  118^  non  debbo  necessariamente  riferirsi  al  tempo  iu 
cui  fu  scolpita  la  lapida,  o  messa  quella  memoria,  e  composta  la  iscrizione, 
ma  può  anche  appartenere  soltanto  all'avvenimento  che  vi  si  narra  in  bocca 
deirUbaldini  detto  del  Cervio. 

(26)  11  sig.  cav.  Carlo  Lasinio  conservatore  dei  monumenti  delle  belle 
arti  che  adornano  il  celebre  Campo  santo  Pisano  mi  favori  la  copia  lettera- 
le di  questa  iscrizione;  e  l'ho  pubblicata  mantenendo  l'originale  scrittura 
quant' è  stato  possibile  di  farlo  servendosi  della  moderna  stampa,  nella 
quale  non  sono  conservate  né  la  forma  delle  lettere,  né  quella  delle  abbre- 
viature ;  ciò  non  dimeno  è  mantenuta  la  lezione  in  modo,  che  può  dirsi 
conforme  all'originale,  eccettuate  le  seguenti  correzioni  da  farsi 

a  porto  corr»     porto 

andammo  —       andanmo 

cu  < —       cu 

La  copia  moderna  posta  nel  luogo  dell'antica  è  stata  scritta  cosi: 

DIE  sci:  MARIE  DE  SECTEBRE  ANNO  DNI  MELO.  CC.  XLHIL 
IINDICT.  I.  SIA  MANIFESTO  ANNOI  E  AL  PIV  DELE  PERSO- 
NE CHE  NEL  TEMPO  DI  BVONACORSO  DE  PALVDE  LI  PISA- 
NI ANDARO  A  CVM  GALEE  CV.  E  VENVTI  CVM  „C.  A  PORTO 
VENERE  STETTERVI  PER  DIE  XV.  E  GVASTARO  TVCTO  E 
AVREBBERLO  PRESO  NON  FVSSE  LO  CONTE  PANDALO  CHE 
NON  VOLSE  CHERA  TRAITORE  DELLA  CGRONA  E  POI  NAN- 
DANMO  NEL  PORTO  DI  GENOVA  CVM  CHI  GALEE  DI  PISA 
E  C.  VACCHECTE  E  AVREMOLA  COMBADVTA  NON  FVSSE 
HEL  TEMPO  NO  STHROPIO  IjNS  DODVS  FECIT  PVBLICARE 
HOC   OPUS 

(27)  Non  debbesi  tralasciare  un  altro  frammento  di  lingua  volgare  ri- 
ferito al  1298;  ed  é  il  Decreto  della  Repubblica  fiorentina  per  l'edificazio- 
ne del  Duomo  datoci  da  Ferdinando  Leopoldo  del  Migliore  nella  sua  Fi- 
renze illustrata  ;  e  dice  così  : 

'*  Atteso  che  la  somma  prudenza  d'un  popolo  d'origine  grande  sia  pro- 
ceder negli  affari  suoi  di  modo  che  dalle  operazioni  esteriori  si  riconosca 
non  meno  il  savio,  che  magnanimo  suo  operare  :  si  ordina  ad  Arnolfo  capo 
maestro  del  nostro  Comune  che  faccia  il  modello  0  disegno  della  innoTa- 


V 


X78H 

ftìonedi  S.  Reparata  con  quella  più  alta  e  suntuosa  magnificenza  che  InTcn- 
lar  non  sì  possa  né  maggior,  né  più  bella  dairinduslria  e  poter  degli  uo- 
mini, secondo  che  dai  più  savj  di  questa  città  è  stato  detto  e  consigliatoin 
pubblica  e  privata  adunanza  non  doversi  intraprender  le  cose  del  Comune, 
se  il  concetto  non  è  di  farle  corrispondenti  ad  un  cuore  che  vien  fatto  gran- 
dissimo, perchè  composto  dell'  animo  di  più  cittadini  uniti  insieme  in  un 
sol  volere  ,,. 

Il  del  Migliore  non  dice  dove  esistesse  1'  originale  autentico  di  questo 
Decreto;  né  per  molte  diligenze  fatte  posteriormente  é  stato  possibile  tro- 
varlo. Non  incolpo  d'impostura  il  del  Migliore,  ma  dico  non  essere  d'una 
frase  né  d'una  dizione  conveniente  a  quel  tempo;  onde  se  fu  giammai  scritto 
in  volgare,  bisogna  dire  che  ne  sia  totalmente  mutata  la  frase  e  la  dizione 
primiera;  o  piuttosto,  che  essendo  stato,  com'è  più  verisimile  (trattandosi 
di  un  atto  Pubblico)  disteso  in  latino,  sia  la  traduzione  volgare  quella  ri- 
portata dal  del  Migliore;  non  mancando  molti  e  molti  esempj  cousimi- 
li;  perché  gli  storici  meno  accurati  in  alcun  tempo  si  contentavano,  anzi 
credeano  pregio  dell'opera  tradurre  a  senso,  e  con  moderno  linguaggio  gli 
antichi  monumenti,  citandoli  come  autentici  in  quanto  alle  cose  in  essi 
contenute,  ma  senza  dare  importanza  alla  identità  delle  parole. 

Terminerò  questa  disamina  de'fraramenti  volgari  anteriori  alla  scoper- 
ta del  Codice  pistojese  con  qualche  osservazione  sulle  parole  di  Dante  neì 
libro  della  Vita  Novay  le  quali  sono  state  intese  da  taluni  come  se  egli  a- 
yesse  voluto  parlare  dell'origine,  od  almeno  dell'uso  in  rima  od  in  poesia 
della  lingua  volgare  come  non  anteriore  a  cento  cinquant'anni  prima  del 
tempo  in  cui  scrivea  il  libro  della  Vita  Nuova. 

„  E  non  é  molto  numero  d'anni  passati  che  appariscono  prima  questi 
^,  poeti  volgari;  che  dire  per  rima  in  volgare  tanto  é,  quanto  dire  per  versi 
,y  va.  latino  secondo  alcuna  proporzione.  E  segno  che  sia  piccolterapo  èche 
„  se  volemo  cercare  in  lingua  d'oco,  e  in  lingua  di  sì  noi  non  troveremo 
3,  cose  dette  anzi  il  presente  tempo  per  CL.  anni  „. 

11  Tiraboschi  avverte  nel  modo  seguente:  „  colle  quali  parole  ci  sem- 
bra dare  una  medesima  antichità  alla  poesia  provenzale,  che  alla  Italiana  , 
ma  Dante  ha  esagerato  l'antichità  dèlia  poesia  italiana,  perché  egli  stesso 
non  nomina  poeta  alcuno  che  sia  vissuto  innanzi  al  secolo  XllI  ,,. 

A  questa  osservazione  del  Tiraboschi  parmi  possa  rispondersi  che  Dan- 
te non  volle  dare  una  medesima  antichità  alle  poesie  provenzale  ed  italia- 
na; ma  prese  collettivamente  il  tempo  dell'una,  e  quello  dell'altra,  sì  che 
di  veruna  delle  due  non  si  trovassero  cose  dette  i5o  anni  innanzi  al  tempo 
in  cui  scrivea  la  Vita  Nuova  ;  cioè  che  prima  della  metà  del  secolo  XI.  non 
SI  conoscessero  poeti  in  rima  della  lingua  d'oco,  e  non  prima  della  metà 
del  secolo  Xll  se  ne  trovassero  della  lingua  di  sì;  laonde  tra  il  comincia- 
mento  della  poesia  di  lingua  d'oco,  e  quella  della  lingua  di  sì  sarebbero 
corsi  loo  anni  sino  al  i25o  ;  e  dal  i25o  sino  al  tempo  in  cui  scrivea  Dante 
la  Vita  Nova,  cioè  sino  alla  fine  del  secolo  XIII.  ne  passarono  altri  5o.,  e 
perciò'disse  bene  che  ,,  se  volemo  cercare  in  lingua  d'  oco  ,  e  in  lingua  di 
si  noi  non  troveremo  cose  dette  (  in  rima)  anzi  il  presente  tempo  per  CL. 
anni  „  ossìa  retrocedendo  i5o  anni  tra  Tuna  e  l'altra  dal  i3oo  incirca,  si 
ritorna  al  ii5o,  dal  qual  tempo  procedendo  al  i3oo  si  trovavano  cose  dette 


)(  79  )( 

in  rima  prima  o  dopo  neiruna,  e  neU'  altra;  perlochè  Dante  sarebbe  dac- 
cordo  seco  stesso,  e  non  avrebbe  esagerata  l'aotichità  della  poesia  volgare, 
non  nominando  poeta  alcuno  in  lingua  di  sì,  o  volgare  italiano  cbe  sia  vis- 
suto innanzi  al  secolo  Xlll. 

È  poi  cosa  manifesta  cbe  le  parole  citate  di  Dante  non  possono  applicarsi 

alla  mancanza  della  lingua  volgare  di  i5o  anni  prima  del  tempo  in  cui 
scrisse  la  Vita  Nuova  ;  perchè  quivi  egli  parla  del  dire  in  r-ma,  e  non  già 
del  dire  in  prosa,  e  di  più  sembrami  anche  potersi  spiegare  che  egli  voles- 
se intendere  delle  rime  scritte,  più  che  delle  cantate  ,  come  erano  quelle 
de'così  detti  Giullari,  ed  altre  volgari  cantilene,  che  sono  tuttavia  in  uso 
per  le  campagne  nel  mese  di  Maggio,  nel  Ferragosto  ,  e  nel  tempo  della 
mietitura,  della  vendemmia  ec. 

Per  quel  che  appartiene  alla  lingua  ed  alle  rime  della  lingua  d' Oco, 
ossia  provenzale  merita  d'  esser  letta  1'  opera  intitolata  „  Choix  des  Poe- 
aies  Origiuales  des  Troubadours  par  M.  Raynouard.  Paris  1816. 

Nelle  Efemeridi  letterarie  di  Roma  dell'  anno  1722.  T.  IX.  pag.  i58  è 
la  notizia  d'  un  Codice  Gbigiauo  in  lingua  d^  Italia  del  200,  e  se  ne  por- 
tano alcuni  squarcj  che  empiono  sei  pagine.  L'editore  sottoscrivesi  con  le 
iniziali  F.  R.  ma  non  dà  le  pruove  di  quello  cbe  asserisce  ;  solamente  ag- 
giunge di  crederlo  scritto  in  Sicilia,  ed  anteriore  al  Vespro  Siciliano,  e 
forse  una  traduzione  dal  Provenzale.  Con  tutte  queste  congetture  non 
escludesi  che  il  detto  Codice  non  sìa  una  delle  solite  copie  più  o  meno  an- 
tiche, e  assoggettata  alle  metamorfosi  indicate  di  sopra.  Certamente  da 
quanto  si  può  giudicare  per  la  dizione  e  per  1'  ortogra6a  di  quel  saggio  non 
apparisce  un  codice  intatto  del  tempo  al  quale  vorrebbe  ascriverlo  l'edi- 
tore. Del  resto,  io  non  intendo  negare  che  nella  sua  origine  possa  essere 
anche  più  antico. 

(28)  Codice  dei  trattati  latini  di  Albertano  con  la  giunta  in  fine  del  li- 
bro ,,  Vulgarium  sententiarum  „  di  Graziolo  de'Bambagioli;  posseduto  già 
dal  sig.  Ab.  Niccolò  Bargiacchi  in  Firenze.  V,  il  Catalogo  de'codici. 

(29)  D'  Albertano  e  delle  sue  opere  V.  Mazzuccbelli  ,  ed  anche  il  Tira- 
ixjscbi  nella  Storia  della  letteratura  italiana. 

(30)  Questa  probabilità  s*  appoggia  a  .e  frequenti  comunicazioni  fra 
l'Italia  e  la  Francia  dal  tempo  de'  Carlovingi  sino  al  secolo  XV,  non  sola- 
mente civili  ed  ecclesiasticne,  ma  scientificb.5  e  letterarie. 

(3i)  Forse  potrebbero  esser  tali  due  asserzioni  dell'  editore  ;  la  pri- 
ma si  è  cbe  il  vocabolario  di  nostra  lingua  debba  aver  fondamento  più 
che  si  possa  su  libri  a  stampa  ,  siccome  tutto  lo  hanno  que'delia  greca 
e  della  latina;  contro  la  quale  opinione  in  primo  luogo  è  da  osservare 
che  i  libri  a  stampa  sino  dal  tempo  dei  Deputati^  come  vedemmo»  eraso 
pieni  d'imperfezioni;  e  quelli  che  ne  son  venuti  di  poi  sono  stati  talora 
copie  infedeli, od  anche  peggiori  de'precedenti,  talora  raffazionamenli  fatti 
su' codici  tenuti  per  li  migliori  secondo  l'arbitrio,  ed  il  giudizio  di  chi 
s'  accinse  a  rabbrecciarli.  In  fatto  di  lingua  l'arbitro  ed  il  testimone  sem- 
pre vivo  è  l'uso.  11  vocabolario  dunque  d'  una  lingua  vivente  debbe  com- 
prendere due  parti:  i  vocaboli  antiquati y  e  quelli  tuttora  adoperati  dal- 
l'uso. De'  primi  il  fondamento  saranno,  più  de'  libri  a  stampaci  codici 
riconosciuti  per  li  più  antichi  e  meno  alterati  dall' ignoranza  de' colasi 


)(8oX 

tori.  Degli  altri,  che  sono  la  massima  parte,  dehhe  stabilirsi  il  princi- 
pale fondamento  nell'uso  vivente,  al  quale  si  debbono  unirei  vocaboli, 
le  frasi  ecc.  de' codici  e  de'  libri  a  stampa  che  ne  mostrano  l'esistenza  non 
interrotta  dal  tempo  antico  sino  a' dì  nostri.  Una  bella  conlerma  della 
necessità  di  ricorrere  all'uso  per  assicurarsi  della  genuinità  delle  voci, 
me  l'otTre  il  seguente  articolo  di  lettera  d'un  mio  eruditissimo  amico  il 
sigt)or  cavaliere  Francesco  Gherardi  Dragomanni  Presidente  zelantissi- 
mo dell'Accademia  della  Valle  Tiberina  ,, In  fallo  di  lingua  io 

professo  precisamente  le  medesime  sue  opinioni  ....  le  racconterò  in  che 
modo  ho  acquistata  tale  opinione.  Dimorando  nella  buona  slagiona  in  una 
mia  casa  di  campagna  situata  alle  sponde  del  Tevere,  messi  assieme  una 
ricca  raccolta  dei  vocaboli  che  dai  nostri  contadini  si  adoprano  nelle  ru- 
sticali  faccende,  e  dei  nomidelli  strumenti  rurali  e  delle  più  minute  parti 
di  essi.  Fatto  ciò,  mi  venne  in  lesta  di  cercare  nel  vocabolario  e  negli  au- 
tori che  trattano  d'  Agricoltura,  e  che  fanno  testo  di  lingua,  i  miei  voca- 
boli; ma  con  mia  soi  presa  non  ne  trovai  pur  uno  che  non  fosse  stroppiato 
fra  i  pochissimi  ivi  registrati.  Per  vedere  chi  avesse  ragione  ,  se  il  Voca- 
bolario od  i  contadini  viventi,  mi  rivolsi  allora  a  varii  letterati  miei  ami- 
ci, e  gli  pregai  a  volermi  indicare  come  si  chiamasse  nella  provincia  da 
essi  abitata  il  tale  o  tal  altro  istrumento,  e  la  tale  o  tal  altra  faccenda,  e 
con  piacere  riscontrai  che  avevano  sempre  ragione  i  miei  parlanti  conta- 
dini: volli  accertarmi  ancora  se  questi  vocaboli  avessero  subito  notabile 
alterazione,  ed  esaminai  a  tal  uopo  gli  statuti  di  queste  Comunità,  ove  trat- 
tano di  faccende  rusticali,  molti  antichi  contratti  ed  altre  memorie  anti- 
che, e  con  ugual  piacere  riscontrai  che  la  massima  parte  dei  vocaboli  non 
hanno  subito  alcuna  variazione,  che  altri  pochi  ne  hanno  ricevuta  una  leg- 
gerissima, che  pochissime  sono  le  voci  del  tutto  sfigurate  o  variate.  Con- 
chiusi  allora  che  la  troppa  fiducia  ai  codici  ed  a' libri  stampati  era  stata 
cagione  di  grandissimi  sbagli  ,,. 

Ma  va  ben  altrimenti  ia  cosa  per  le  lingue  greca  e  latina,  le  quali  non 
son  più  in  uso  nel  comune  linguaggio  de'  vivi,  e  perciò  il  principale,  anzi 
unico  fondamento  di  esse  consiste  ne'  codici  e  ne'  libri  stampati,  ed  anche 
nelle  lapide  scritte  e  nelle  medaglie. 

La  seconda  opinione  dell'Editore  del  Tesoretto,  la  quale  sembrami 
sottoposta  ad  emenda,  è  la  seguente:  ,,  la  Concordia  del  maggior  numero 
„  de'  Codici  fa  su  me  autorità,  ma  allora  solamente  che  non  mi  paia  repu- 
„  gnarvi  la  grammatica,  la  critica,  e  la  ragione  ,,. 

Primieramente  osservo  che  altro  è  la  repugnanza  della  grammatica, 
altro  quella  della  critica  e  della  ragione.  La  prima  è  cosa  d'uso,  e  conven- 
zionale, se  intendasi  per  grammatica  la  materialità  delle  parole  conforme 
a  certi  precetti  e  certe  regole  fondate  sull'uso,  o  sulla  convenzione  dei 
letterati.  Se  poi  intendasi  per  grammatica  la  parte  ideologica  che  costi- 
tuisce il  ragionamento  indipendentemente  dal  modo  di  enunciarlo  colle 
parole,  allora  la  grammatica  si  confonde  e  si  unisce  colla  ragione.  L'  uso 
e  la  convenzione  possono  essere  modificati  o  tolti,  per  uso  e  per  conven- 
zione in  contrario.  Di  qui  è  che  nel  parlare  il  popolo  spesso  si  emancipa 
dall'uso  dalla  grammatica  delle  parole,  ed  i  letterati  scrivendo  fauno  di 
movente  lo  stesso^  adottando  i  cosi  detti  idiotismi. 


)(  8i  )( 

Tutto  ciò  è  confermato  dal  medesimo  editore  alla  pag.  24  del  Favoletto 
in  questi  versi 

In  amici  m*  abbatto 
Che  ra'  aman  pure  a  patto 
E  serve  buonamente 
Se  vede  apertamente 
Com'io  riserva  lui 
D'altrettanto  e  di  plui. 

Dove  nota  cosi  : 

V.  59  e  serve.  R.  G.  e  servon,  male:  non  volendosi  questa  variante  dal 
contesto.  Altri  esempii  si  hanno  di  questo  passaggio  da  un  numero  ali*  al- 
tro e  nel  Tesoretto^  e  in  altri  anti<;hi  componimenti  ,,. 

Va  benissimo:  ma  la  grammatica?  Se  volea  esser  coerente  a  se  stesso 
dovea  adottare  la  variante  seniori  dei  codici  Riccard.  e  Gaddiano;  ed  in- 
vece di  male  dovea  soggiungere  bene  ;  molto  più  che  o'  era  facilissima  la 
correzione  in  tal  modo  : 

In  amico  m'abbatto 

Che  m' ama  pure  a  patta 

E  serve  buonamente 

Se  vede  apertamente 

Com*  io  riserva  lui 

D' altrettanto  e  di  plui. 
(3a)  Comunemente  in  Firenze  ed  in  Toscana  si  pronunzia  mi  racco 
comando,  mi  dolgo  ecc.  quantunque  nel  quarto  caso  dicasi  iwe  ;  ed  è  que- 
sto un  residuo  dello  scambio  frequente  delle  lettere  i  ,  ed  e,  che  si  fa- 
cea  comnnemente  in  antico  ,  si  come  ci  mostrano  il  Codice  pistojese  ed 
altre  vecchie  Scritture. 

(33)  Essendo  già  impresso  questo  foglio,  venni  a  sapere  che  FEruditissirao 
Sig.  Filippo  Brunetti  nella  li.  parte  del  suo  Codice  Diplomatico  Toscano- 
T.  1.  pubblicherà  la  Pace  concordata  in  Tunisi  con  quel  Re  dall'  amba- 
sciatore de' Pisani,  ed  in  lingua  volgare  italiana  nel  1265.  Ottenni  dalla 
cortesia  del  sig.  Brunetti  medesimo  di  poter  vedere  e  leggere  nel  suo  MS. 
gli  articoli  della  predetta  Pace,  e  di  trascriverne  i  paragrafi  seguenti. 

1  „  Questa  este  la  Pace  facta  inter  Dominum  Elminam  Mommini  Regem 
„  de  Tunichi  et  Domiuum  Parentem  Visconte  ambasciadore  de  lo  Go- 
„  mune  di  Pisa  per  lo  Comune  di  Pisa. 

Termxnus  Paeis^ 

9  „Et  fermosi  questa  Pa^e  per  anni  xx.  La  quale  Pace  sempre  sta  ferma 
„  in  de  lo  soprascripto  termine  a  die  xiii.  de  lo  mese  di  Sciavel  anni 
„  LXii.  et  DC  secondo  lo  corso  de  li  Saracini ,  et  sub  annìs  Domini 
y,  M  ce  Lxv,  indictione  vii.  tertio  idus  Augusti  secondo  lo  corso  de  li 


)(  82  )( 
Lo  testi moniamento  et  lo  datale  di  questa  pace. 

Et  testìmoniove  dominus  Parente  per  culoro  che  lui  noandono  in  sna 
buona  volontade  et  in  sua  buona  memoria  et  in  sua  buona  sanitade  che 
questa  pace  a  lui  piace  et  cusì  la  ricevette  et  fermove.  Et  intesene  li  testi- 
moni da  lo  scheca  grande  et  alto  et  cognosciuto  secretano  et  faccia  di  do- 
mino Elmìra  Califfo  Momini.  Et  faccitore  di  tutti  li  suoi  fatti  lo  quale 
Dio  mantegna  et  in  questo  mondo  et  in  de  l'altro.  Et  rimagna  sopra  li 
Saracini  la  sua  benedicione.  Baubidelle  filio  de  lo  Scheca  a  cui  Dio  faccia 
misericordia.  Bu;ili  Aren  filio  de  lo  Scheca  alto  cui  Dio  faccia  misericordia 
Elbulusaid  filio  Said  lo  gentile  cui  Dio  guardi.  Et  Io  compimento  di  que- 
ste pace  soprascritta  cbome  ditto  este  in  questo  modo  suprascritto.  Et  fue 
scripta  in  die  di  Sabbato  ali  die  XIIII.  de  lo  mese  che  si  chiama  Isciavel 
anni  LXII.  et  DC.  secondo  lo  corso  de  li  Saracini.  Et  sub  annis  domini 
millesimo  ducentesimo  sexagesimo  quinto  Indictione  septima.  tertio  idus 
Augusti.  Secondo  lo  corso  de  li  Pisani.  Li  nomi  de  li  testimoni  Bulcas- 
somo   Elbenali  Elbinelbata  et  Tenucchi.  Maometto  Benondi  da  Gebbit. 
Maometto  Ettearaì.  Maometto  Bertali  et  Beneabraì.  Abbidercamen  bene- 
umat  elcarsì.  Vabidellaid  mee  bidonie.  Ali  ebbram  et  Bine  biamaro.  Mao- 
metto Bencabrain  Lorbosi.  Et  per  la  gratia  di  Dio  cognoscendo  et  sap- 
piendo  et  testimoniando   queste  cose  predicte.  Maometto   Benmaometto 
benelgamezo  lo  quale  este  Cadì  (a). 
Et  abbia  salute  chiunque  la  legera, 
3,  Rainerius  Scorcialupi  Notarius  Scriba  publicus  Plsanorum  et  Comu- 
„  nis  Portus  in  Tunithi  Presens  translatum  hujus  pacis  scripsit.  Exi- 
„  stente  Interprete  probo  viro  Bonaiuncta  de  Cascina  de  lingua  Arabica 
„  in  latina,  j. 
Dall'  Eruditissimo  Sig.  Brunetti  non  è  indicato  dove  sia  1'  originale 
di  questa  traduzione. 

E'  da  notarsi  che  quest'atto  pubblico  per  mantenere  le  forme  legali  con- 
servansi  in  latino  alcuni  periodi,  come  la  dichiarazione  del  uotaro  che  scrisse 
presens  translatum,  e  quella  dell'  interpetre,  che  dall'arabo  lo  mise  in  la- 
tino, ed  altre  parole  che  direbbonsi  di  convenienza,  come  dominus  in 
vece  dì  signore',  le  date  degli  anni  ecc.  Ma  da  ciò  non  debbesi  credere  che 
quando  scriveano  in  volgare  fosse  mantenuto  sempre  l'uso  di  far  quel  me- 
scuglio;  e  molto  meno  che  gli  obbligasse  la  necessità,  perchè  la  lingua  non 
avesse  tutti  i  vocaboli  opportuni  per  dire  lo  stesso  senza  ricorrere  alle 
parole  o  frasi  latine.  Già  mostrai  che  gli  eruditi  in  tempi  anche  posteriori, 
hanno  fatto  pompa  di  mescolare  latinismi  al  volgare;  e  molto  più  i  nota- 
ri.  Ma  che  in  quel  tempo  medesimo  chi  volea  adoperare  il  pretto  volgare 
potesse  farlo,  è  manifesto  dal  volgarizzamento  di  Soffredi  del  Grazia,  che 
nel  1265  era  già  in  età  matura,  avendo  nel  127 1  rogato  l'atto  che  ho  ripor- 
tato alle  pag.  47»  Lo  stesso  dicasi  del  testamento  della  Contessa  Beatrice. 
Resta  dunque  sempre  più  confermato  quanto  dissi,  cioè,  non  potersi 
credere  che  prima  del  1278  non  si  scrivesse  la  lingua  volgare. 

(a)  Sembra  che  in  questi  nomi  siano  delle  scorrezioni  forse  per  colpa 
dell*  apografo  antico  da  cui  furono  trascritle,  come  Momini  e  Mommini, 
Elminam,  ed  Elmira, 


)(  83  )( 

Fiualmentc  non  tacerò  il  dubbio  che  potrebbe  affacciarsi  intorno  al 
tempo  della  traduzione  volgare,  se  cioè  sia  contemporanea  della  pace,  o 
fatta  più  o  meno  anni  dopo. 

11  dubbio  sembra  che  possa  nascere  dalla  dichiarazione  del  notare  Ra- 
nieri ijcorcialupi,  il  quale  ,,  Presens  translatum  pacis  hujus  scripsit, inter- 
prete probo  viro  Bonaiuncla  de  Cascina  de  lingua  Arabica  in  latina  ,,. 

Quale  trusLutOy  o  traduzione  scrisse  lo  Scorcialupi? 

La  volgare,  o  la  latina  che  Bonagiunta  da  Cascina  fece  dall'originale 
arabico  ? 

E  se  scrisse  la  volgare  fatta  dalla  traduzione  latina,  in  qual'anno  la 
scrisse  ?  non  si  dichiara .  Potrebbe  esser  dunque  che  un  volgarizzatore 
qualunque  traducesse  tutto  letteralmente  dal  latino,  e  lasciasse  talqual'  era 
il  testimoniamento  del  JNotaro  Scorcialupi,  che  scrisse  la  traduzione  latina 
fatta  dall'arabo  per  Buonagiunta  da  Cascina. 

Per  altro,  comunque  piaccia  di  pensare,  non  può  dubitarsi  che  la  lin- 
gua volgare  di  questa  carta  non  sia  anteriore  al  i3oo,  essendo  analoga  an- 
che per  la  scrittura  a  quella  del  Codice  pistojese.  Tanto  basti  aver  osser- 
vato a  solo  fine  di  rilevare  che  1'  autenticità  della  traduzione  non  è  tale  da 
potersene  stabilire  un'epoca  determinata. 

Che  la  frase  praesens  tvactatum  scripsit  non  voglia  dire  tradusse  il 
presente  uotgare,  ma  si  riferisca  alla  scrittura  della  presente  traslazione 
dall'  arabo  in  latino  è  manifesto  anche  dalle  interpetrazioni  delle  conces- 
sioni fatte  a' Fiorentini  ed  a' Pisani  dai  Soldani  di  Babilonia,  e  dell'ara- 
bico voltate  in  latino,  e  poi  di  latino  in  volgare  senza  iudicarvisi  né  il 
tempo,  né  il  luogo  in  cui  fu  eseguita  la  traslazione  volgare,  né  chi  la  fece. 
Queste  traslazioni  di  latino  in  volgare  molto  probabilmente  si  eseguivano 
in  Italia  per  comodo  de'mercatanti  italiani  ed  altre  persone  che  non  erano 
mai  state  in  Barberia,  e  che  non  s'  intendeano  né  di  arabico,  né  di  latino; 
e  non  se  ne  può  fissax-e  il  tempo:  giacciiè  nelle  dette  traduzioni  volgari  non 
è  dichiarato  se  non  l'anno  in  cui  furono  stipulate  le  convenzioni,  ed  ese- 
guite le  traduzioni  dell'  arabico  in  latino  dai  respettivi  Turcomanni.  Pro- 
babilmente d'inque  si  fecero  in  Italia  per  comedo  de'Wercatanti  sopra  det- 
ti: e  non  hanno  caratteri  tali  d'autenticità  (come  traduzioni  volgari)  da 
poterle  riguardare  per  originali  autentici,  né  per  sicuramente  fatte  nel 
tempo  dello  stipulameuto. 

Dal  numero  grandissimo  de' Mercatanti  Italiani,  Veneziani,  Pisani, 
Fiorentini  e  Genovesi  che  andavano  e  venivano  di  Levante  e  di  Barberia 
sono  passate  nella  lingua  volgare  italiana  le  migliaja  di  vocaboli  arabici  che 
più  o  meno  stroppiati  vi  si  mantengono  tuttora;  lo  che  il  dottiss.  sig.  Cav. 
Giacomo  Graberg  d' Hemsò,  stato  in  Barberia  lungo  tempo  nella  qualità 
di  Console  svezzese,  ha,  come  socio  corrispondente  dell' Accademia  della 
Crusca,  chiaramente  dimostrato  in  una  lunghissima  nota  di  voci  arabico- 
italiane,  presentata  alla  suddetta  Accademia. 

In  Dei  JNomike  Amen 

Translatio  coucessionis  fact.  Florentinis  per  Serenissimum  Principem 
Dorainum  Sultauum  Babillonio  fact.  per  Zenedin.  INotar.  de  AlexanUria 


)(  84  )( 

Saramyniim,  et  retìncta  in  latinum  per  Abraham  Judeum  Turcomannura 
Florenliiiortitn  in  Alexandria;  facta  die  sexta  Wovemhris  Anno  Domini 
ab  Incar.  Mccccxxiii.  Ind.  prima  et  scripta  per  me  FilippumNot.  infra- 
scriptum  dieta  die,  et  in  dieta  civitate  in  Domo  Residentiae  Ambaxiato- 
rum  Florenliuornm  («). 

Questa  è  la  memoria  del  comandamento  del  Sig.  Soldano  fatto  per  li 
«igg.  Francia  Fiorentini,  etc.       •.•••.•.. , 


Ih  Dei  komine  Amen 

Tnfrascritte  sono  le  interpetrazioni  delle  infrascritte  scritture  di  patti 
di  concessioni  fatte  a  Pisani  per  li  infrascritti  Soldani  di  Babilonia  fatte 
per  Tommaso  di  Ramondo,  Cardus  di  Nichosia  di  Cipri  di  Arabico  in  la- 
tino, et  prima  la  interpetrazione  di  una  scrittura  segnata  dieci  per  abbaco, 
che  comincia  nel  modo  infrescritto,  cioè  (Z>). 

Lo  Re  giustissimo  spada  della  fede  e  del  mondo  Soldano  delli  Turchi 
e  delli  Persi  e  Bulacchara  figlio  di  ecc.       ••• •• 

Seguita  lo  nome  del  Califfo  che  è  questo  ,cioè 

Raril  Emir  Elmominin.  Interpetrò  lo  detto  Tommaso  un'altra  scrit- 
tura disse  era  salvo  condotto  che  è  segnato  ^:  y  et  disse  era  medesimo  te- 
nore, che  quello  di  sopra,  et  co^ì  di  più  altri  disse  essere  nel  segnato  4» 
più  queste  parole,  cioè 

Che  essi  intenda  rotta  la  pace,  et  lo  salvo-condotto  ogni  volta  moves- 
si no  guerra. 

Ego  Philippus  olim  ser  Michaelis  Jacobì  de  Podiobonizi  Civis  Not. 
Pubi.  Florent.  nec  non  timc  INotar.  elect.  per  Offìc.  consulum  maris  Comu- 
nis  Florent.  ad  Sultanum  Babiloniae  anno  Domini  ab  Incarnat.  mccccxxvl. 
Indict.  XV.  praed.  ad  interpetrat.  suprascripli  Thomasi  Raimondi  de  Nico- 
la de  Cipri  vid.  contenta  in  duobus  proximis  praecedentibus  foliis,  et 
hoc  praesenti  vigore  commissionis  in  nobis  ab  officio  factae  scripsi  in  civi- 
tate Cayri,  ubi  tunc  Soldanus  habitabat,et  bic  fideliter  someudo  ex  origi- 
nali trauscripsi,  et  ad  fidem  subscripsi  (e)  „« 

Frammenti  estratti  dall'Opera  conosciuta  col  nome  di  Decima  del  Pa- 
snini  Tom.  11.  pag.  ig5, 

(34  Segno  Notariale  o  Sigillo  dì  ser  Soffredi  Del  Grazia  cke  si  ved« 
neirOrigioale  della  Carta  l'iportata  alla  pagina  47« 


+ 


nn 


(a)  (h)  (e)  Qui  è  manifesto  che  parlasi  delle  (versione  latine,  e  non 
della  volgari» 


X85X 

Seiriio  notariale  ecc.  di  ser  Lanfranco  Scriacopi  che  vedesi    nell'Origi- 
liale  delle  carte  citate  alla  pag.  48. 


^ 


LO    LIBRO 

DE  LA.  DOCTRINA  DEL  DIRE  E  DEL  TACERE 

FACTO  DA 

ALBERTANO  GIVDICIE  DI  BRESCIA 

DE  LA  CONTRADA  DI  SANCTA  AGATA  NEL  MCCXLV. 

DEL  MESE  DI  DICEMBRE, 

E    TRASLACTATO    di    latino    in    VOLGHARE    PER   MANO 

DI  SER  SOFFREDI  DEL  GRATHIA 

DI  SANTO  AIUOLO,  E  SCRICTO 

PER 

LAMFRANCO  SERIACOPI  DEL  BENE 

NOTAIO  DI  PISTOIA  SOCTO  LI  A.  D.  MCCLXXVIIL 

DEL  MESE  d'  AERILE  'NE  LA  SEXTA  INDICTIONE. 


Il  e1  principio,  nel  mezo,  *ne  la  fine  sìa  tuctora*la  gratia  di  Cri- 
sto Fopra'l  mio  dire;  in  perciò  che  nel  dire  molti  errano,  e  non  è 
alcbuno  che  la  sua  lingua  pienamente  possa  domare,  sì  cliome  dice 
santo  Iacopo  :  la  natura  de  le  bestie  ,  dei  serpenti  e  di  tucti  li 
animali  si  doma  da  la  natura  de  li  uomini,  ma  la  sua  lingua  neu- 
no  puote  domare;  e  in  perciò  io  Albertano  breve  doctrina  sopr* 
al  dire  e'I  tacere  a  te  filliuolo  mio  Istefano  in  uno  piccolo  versecto 
ti  mostro  ;  lo  verso  è  questo  :  clii  se' ,  e  che  ,  ed  a  cbui ,  di  cha- 
scione  ,  e  modo ,  e  tempo  richiedi.  Ma  perciò  che  questo  verso  è 
ponderioso,  e  scuro  e  gennerale,  e  la  generalitade  pare  oscuri- 
tade  ,  ò  pensato  di  disporllo ,  e  di  schiararllo  per  uno  picciolo 
modo  di  mio  senno. 

Adomqua  filiuolo  mio  charissimo  quando  volli  parlare  dei  co- 
minciare da  te  medesmo  ,  a  1'  asempro  del  gallo  ,  che  anthi  *  che 
chanti  si  percuote  cholTale  tre  volte. 


I. 


Sopra  la  paraula  chi  se\ 

Ed  imperciò  nel  princìpio  del  tuo  dicto  ,  anthi  *  che  Io  spi- 
rito produca  parole  a  la  bocca,  Richiedi  le  parole  del  verso  di 
sopra  ;  richiedi ,  tant'  è  a  dire  quanto  due  volte  chiedi ,  e  cer- 
cha  ,  adonqua  richiedi  nel'  animo  tuo  ,  e  da  te  medesmo  chi 
se' ,  e  quello  che  dire  volli ,  e  se  quello  diete  pertiene  a  te  ; 
o  altrui  ;  ma  se  pertiene  altrui  più  eh'  a  te,  di  quello  dicto 
non  ti  dei  'mframectere,  sì  chome  dice  la  lege:  foli' è  d'infra- 
mectere  di  quella  chosa  che  a  se  non  pertiene ,  e  chosì  è  fcillo 
di  dire  quello  che  a  se  non  pertiene.  Unde  dice  Salamone  'ne 
proverbi:  chosl  è  quelli  che  s' imframecte  'ne  la  briga  altrui  cho- 
me quelli  che  prende  '1  diane  per  1'  orechie.  Ed  un  altro  savio 
disse:  Di  quella  chosa  che  non  ti  molesta  non  combactere.  Apres- 
so dei  Richiedere  te  medesmo  in  piano  ,  e  in  cheto  senno ,  e  se 


)(4)( 

se' irato,  o  turbato;  ma  se  l'animo  tao  è  turbato  non  dei  parlare 
sine  che  quello  turbamento  dura,  sì  cliome  dice  tulio  :  EUi  è 
grande  vertudie  di  costringere  li  animi  turbati ,  e  la  volontade 
fare  ubidiente  a  la  rascione,  e  perciò  dei  tacere  quando  se'  irato, 
sì  cliome  dice  senocha  :  l'uomo  irato  non  parla  altro  che  pechato; 
e  chato  dise  :  o  tu  clie  se'  pieno  d' ira  nor)  contendere  de  la  chosa 
che  tuo  no  sai;  e  perchè  madie  ?  perciò  che  l'ira  inpedisce  1'  ani- 
mo a  ciò  che  non  pose  cognoscere  lo  dricto  dal  falso.  Ed  un  altro 
Savio  disse:  la  lege  vede  1'  uomo  churiciato  ,  ed  pili  non  vede  la 
lege.  Ed  Ovidio  disse  :  o  tue  che  vinci  tucte  le  chose,  or  vinci  l'a^ 
nìmo  e  l' ira  tua  ;  e  tulio  disse  :  cesi  dio  V  ira  da  noi  co'  la  quale 
non  sì  puote  fare  alcli-ina  chosa  buona  in  te.  E  perciò  petro  al- 
funso  dise  ;  la  natura  omana  si  àe  questo  in  se  che  turbato  l'ani- 
mo de  1'  uomo  non  àe  discrectione  nel  chuore  a  giudicare  Io  dri- 
cto dal  falso.  E  se  de  l'ira  e  del' irato  ,  e  del  furioso  volli  piuo 
pianamente  sapere  legerai  'ne  libro  lo  quale  feci,  di  socto ,  de 
l'amore  ,  e  de  la  dilectione  di  dio;  e  nel  tictoìo  là  u'  t'insegno 
ischifare  l'amistade  de  l'uomo  furioso;  e  certo,  bene  ti  dei  guar- 
dare che  la  volontà  del  dire  non  ti  muova  né  t' induca  a  dire  tan- 
to eh'  el  tuo  spirito  non  consenta  a  la  rascione.  E  salamone  dice  : 
l'uomo  che  non  puote  costringere  l'animo  suo  e  lo  spirito  nel 
parlar'  è  si  chome  la  citade  manifesta  ,  e  secza  circhoamento  di 
muro;  e  perc/ò  è  usato  di  dire  :  1'  uomo  che  non  sae  tacere ,  non 
sae  parlare,  e  chosl  non  sae  l'uomo  macto  parlare  ,  perchè  non 
sae  tacere;  ed  un  savio  fue  adimandato:   perchè    tanto    taci? 
se'  tu    macto  ?  llispuose  :  1'  uomo    macto   non    puote    tacere.  E 
salamone  disse  :  de  1'  oro ,  e  de  1'  argento  fae  burbanza  ,  e  de 
le  parole  tue  fae  statieia* ,  e  poni  a  la  tua  bocca  li  dricti  freni ,  e 
guarda  no  per  aventura  discorresi  'ne  la  lingua,  e  che  '1  casso 
tuo  non  sia  insanabile  'ne  la  morte.  E  ancor  disse  ;  chi  guarda  la 
bocca  sua  sì  guarda  1'  anima  sua,  e  chi  non  è  moderato  a  parlare 
sentirà  pena.  E  chato  disse:  io  penso  che  la  prima  vertudie  sia 
di  costringere  la  lingua^  e  queli  è  più  amicho  di  dio,  che  sae  ta- 
cere per  rascione.  'Ne  la  terza  parte  richiedi  te  medesmo,  e  da  te 
medesmo  ripensa 'ne  l'animo  tuo  chi  tu  se' che  volli  altrui  ripren- 
der' e  dire,  e  se  tuo  potresti  esere  ripreso  di  simile  facto  o  dicto. 
E  sampaulo   disse  'ne   la   pistola  a  romani  :    da   escusare    non 
se'  tu  che  giudiche ,  e  di  quello  giudiche  altrui  condanne  te  me- 
desmo, e  se'  peccatore  di  quello  che  giudiche  ;  ed  in  altra  pisto- 
la disse  :  perchè  amaestre  altrui  di  quell'  a  che  non  se' Amaestra- 


)(  5  )( 
to  tu?  porcile  prediche  lo  scuro,  ed  invoiic?*  E  cbato  disse:  guar- 
da non  sie  peccai  -re  di  quello  peccato  clic  ir  colpe  altiuì  ,  perdi' 
eli  è  soza  cliosa  al  sigr.ore  di  riprendere  lo  servidore  del  suo  lue- 
desrno  peccato;  ma  perciò,  ben  dire  e  male  operare  no.i  e  altro 
che  danare  se  rnedesino  elio  la  sua  parola,  secondo  che  dice  san- 
cto  Aghostino;  ed  altroe  disse  chato  ;  no  riprendere  lo  dicto  ne  l 
faclo  altrui,  forsi  per  avenlura  quelidi  simile  facto  ti  puote  is- 
cbernire.  'ne  la  quarta  parte  richiedi  da  te,  e  dentro  da  te  chis' 
se' ,  e  che  volli  dire  ,  e  se'l  sai  ,  e  se  noi'  sai  bene,  noi' puoi  dire  ; 
ed  un  savio  fue  adimandato:  chome   potrei  io  ben  sapere  dire  : 
Rispuose,  se  tu  solamente  di'  quello  che  tu  sai  bene.  Z   gesù  se- 
racha  dise  :  se  lo  'ntendi mento  è  a  te  ,  rispondi  al  prosimo  ;   e  se 
no  sì,  sia  la  tua  mano  sopra  la  bocca  tua,  a  ciò  che  non  sie  ripre- 
so'ne  la  parola  non  savia. 'JVe  la   quinta  parte  richiedi  qual  sera 
l'efecto  del    tuo  pai  lare  ,  perciò  die  alchuna  chosa  pare  buona 
nel  princìpio,  che  à  inala  fine,  gesù  seracha  disse:  in  tucti  li  beni 
troverai  doppi  lyinli.  E  per  cioè  non  solamente  lo  principio^  ma 
la  fine,  e  da  che  efìecto  dei  Richiedere  e  pensare.  Unde  pamfilio 
disse  .•  lo  savere  guarda  lo  principio,  e  la  fine  insieme  ,  perchè  la 
fine  àe  in  se  tanto  honore  e  disnore,  e  guarda  la  fine  el  principio 
de  la  tua  parola  a  ciò  die  tuo  posse  più  sicuramente  dire  quello 
cbe  propensato  ài.  E  se  'ne  la  parola  la  quale  volle  dire  à  duhio 
d'avere  buono  cominciamento  ,  o  nò  ,  dei^tacere  magioremcnte 
che  dire,  si  chome  dicie  petro  Alfunso  grande  fisolafo,  che  disse: 
Se  tuo  dubite  di  dire  .  taci  ;  perciò  che  sempre  è  melio  tacere  e 
pentere  ,  che  parlare  e  pentere  ;  e  magiore  mente  si  conviene  al 
savio  uomo  tacere  per  se,  che  parlare  contro  se ,  perciò  che  nsu- 
no  per  tacere  avemo  veduto  ripreso,  quasi;  ma  per  parlare  molti 
errano,  perchè  le  parole  sono  quasi  saecte,  e  lievemente  si  dico- 
no ,  e  troppo  gravemente  si  tornano  ;  pei  ciò  è  usato  di  dire  ;  da 
che  la  parola  è  dieta  non  si  puote  rivocare  ;  unde 'nei  dubi  me- 
gli' è  tacere,  cbe  dire,  secondo  che  i  facti  dubitosi  è  meglio  a  no 
farli  che  a  firli.  A  ciò  dice  tulio  ^  io  lodo  cholui  cbe  vieta  di  fare 
quella  chosa  ,  o  dricto ,  o  no  dricto  che  sia  ,  perciò  cbe  la   dri- 
ctura  per  se  minlesmo  Risprende  e  lucie,  raa'l  dubio  contiene  si- 
gnifica mento  d'ingiura.  ed  un  altro  savio  disse:  non  fare  la  chosa 
che  dubite  ,  ma  fugilia.  e  certo  ad  intendimento   ed  ispositione 
di  quella  parola  chi  se'  asai  chose  si  potrebe  dire,  ma  di  ciò  cbe 
diciamo  breve,  Rilieni  li  V.  Asempri  che  t'  òe  dati  di  sopru. 


X  6  )( 

li. 

Sopra   la    paraula  cht. 

Poiché  tuo  sai  quello  nlie  òe  dicto  di  sopra  ,  diròe  sopra  la 
parola  che.  certo  pensare  dei  che  *  tuo  die  se  'li  è  dricto  o  falso, 
gesù  seracba disse:  la  dricta  parola  de'essere  inanzi  a  tucte  le  tue 
opere;  e  innanzi  a  tucti  i  tuo'facti  abie  istabille  Consilio  in  te,  e 
perciò  la  veritade  è  da  amare  sopra  tucte  l'altre  cose,  colla  quale 
Acbacta  luorao  la  grazia  di  dio,  conciosiacbosa  cbe  dise;  io  sono 
via,  veritade  e  vita;  e  perciò  se  volli  parlare  parla  veritade,e  taci 
buscia.  Unde  dice  Salamone;  magioremente  dee  essere  Amato  lo 
ladrone,  cbe  'l  continuo  buscìardo;  e  laltro  disse:  piacciati  la  ve- 
ritade cbicbe  la  dica.  E  cbasiodorodisse:  la  lusanza*  è  di  dispre- 
sciare  la  veritade;  intendasi  veritade  puta  senza  nullo  falso.  E  an- 
ello disse:  lo  vero  è  buono  se  non  vi  si  rniscbia  lo  falso;  ed  io  in- 
tendo de  la  sempice  veritade.  E  senecba  disse  :  la  rascione  di  cbo- 
lui  cbe  dae  opera  a  la  veritade  de'  essere  senpice,  e  incomposta , 
e  perciò  dei  parlare  veritade  a  ciò  cbe  '1  dicto  tuo  non  sembri 
mentire,  senecba  disse  'ne  libro  de  l'onesta  vita:  non  pertegna  A 
te  possa  cbe  afermi,  e  giuri:  de  la  relegione  e  de  la  fede  in  tucte 
parti  si  tracta.  Ma  possa  cbe  nelsaramento  dio  non  sì  ricorda,  ne 
noa  v'abia  testimonio  ,  non  però  dei  tuo  tacere  ìa  veritade  ,  ma 
dirlla  a  ciò  cbe  non  passi  la  lege  de  la  giustizia  ;  ma  se  nlcbuna 
volta  fossi  costrecto  di  dire  buscia,  dilla  a  guardia  del  dricto,  e  no 
del  falso;  e  se  A  venisse  cbe  per  buscia  tu  ti  ricomperasi  da  la 
fidelitade*  non  mentiresti,  Anzi  se'magioremente  da  essere  escu' 
sato,  perciò  cbe  là  dov'è  l'onesta  casczone  l'uomo  gz'usto  non  fal- 
sa la  sacrata  cbosa.  Dei  tacere  le  cbose  cbe  sono  da  tacere,  e  par- 
lare le  cbose  cbe  sono  da  dire,  ed  a  cbolui  cbe  cbosie  fae  la  pacie 
se  li  è  secreto  Riposo.  E  perciò  dei  dire  la  veritade  puta  e  sem- 
pice, e  de'pregare  dio  cbe  paraule  di  buscia  faccia  di  lungi  da  te. 
e  salamone  pregò  dio  e  disse:  signore  dio  di  due  cbose  t'òe  pre- 
gato, no  mille  dinnegare  innanzi  cb'eo  muoia,  la  vanitade,  e  le  pa- 
raule de  la  buscia  fai  di  lungi  da  me.  E  sicbome  tuo  non  dei  dire 
contra  la  verilade  ,  cbosì  non  dei  f.ire.  si  cbome  disse  sarapaulo 
'ne  la  pistola  seconda  Ad  ì  cborizios:  noi  non  possiamo  Alebuna 
cliosa  fuori  da  la  veritade,  ma  per  la  veritade ,  e  tal  veritade  dei 
dire  cbosa  cbe  ti  sia  creduta,  altramente  serebe  Reputata  per  bu- 


)(  7  )( 
Fcla,  e  oterebbe  luoglio  di  falsitade;  E  perciò  la  veritade  non  cre- 
duta ,  buscia  è  tenuta.  E  però  t' òe  dicto  di  sopra  ,  che  fugbe  la 
buscia,  perciò  cbe  noì»  è  da  g/udioare  lo  busciardo  cbe  dice  falso 
quello  elle  vero,  e  d'imconlrario  mente  chi  dice  vero,  se  crede 
dire  falso,  ne  no  libero  da  la  buscia  quelli  cbe  dice  veritade  di 
quello  che  non  sae,  e  quelli  cbe  la  sae,  mente  per  volontà  sì  cho- 
me  dice  sancto  agostino. 

'JVe  la  seconda  parte  dei  richiedere  quello  cbe  dire  voglie,  se 
elli  è  utile,  u  vano,  e  perciò  le  utili  paraule  sempre  devem  dire,  e 
le  vane  tacere,  secondo  cbe  dice  senacba  ^ne  la  forma  de  la  vita 
honesta:  la  parola  tua  non  sia  vana,  ma  o  ella  de'cbonsolare  al- 
trui, o  insegnare,  o  comandare,  o  amonire. 'ne  la  terza  parte  ti  dei 
guardare  se  tuo  di'chosa  di  rascione  ,  o  no  di  rasczone  ,  e  le  pa- 
raule di  rascione  sempre  si  den  dire;  quelle  cbe  non  sono  di  ra- 
scione si  denno  tacere;  inperciocbè  la  chosa  cbe  non  è  di  rascio- 
ne non  puote  essere  troppo  di  lungi,  cbe  chi  porta  seco  rascione 
vince  tucto  lo  mondo.  Unde  scripto  è:  istu*vuoli  vincere  tucto  lo 
mondo  soctomectiti  a  la  rascione.  ed  ancbora  è  usato  di  dire  :  la 
rascione  bene  cognosciuta  giudica  quello  cb'  è  '1  melilo  ,•  la  non 
conosciuta  rasczone  è  ripiena  di  molti  errori. 'Ne  la  quarta  parte 
dei  Ricbiedere  se  tu  di'alcbuna  cosa  aspra,  o  dolcie,  o  soave;  e  le 
dolci  paraule  sempre  si  denno  dire  ,  e  l'aspreze  tacere  ;  e  perciò 
dise  gesù  seracba:  la  dolcie  paraula  Accresce  lì  amici  e  umilia 
li  nemici.  Ancbo  si  dice  che  nel  diserto  dimora  la  lievore ,  e  la 
salvagina  ,  e  'ce  la  lingua  de  l'jiomo  savio  dimora  umilitade.  E 
pamfilio  dise:  lo  dolcie  parlare  notrica  l'amore,  da  V.  parte  E.i- 
cbiedi  se  di'duro  o  molle;  le  molli  paraule  si  deno  dire  ,  e  le  du- 
re tacere,  si  cborne  dice  salamone:  la  molle  risposta  espeza  l'ira, 
lo  sermone,  e  la  paraula  dura  isveliia  lo  furore  ,  e  V  ira.  'ne  la 
sexta  parte  richied'istu  *  di'alcbuna  chosa  bella,  o  sozura ,  e  le 
belle  paraule  e  le  buone  si  deno  dire ,  e  le  soze  tacere,  e  perciò 
disse  sampaulo'ne  la  pistola  seconda  ad  corizios:  lo  male  parla- 
re rompe  li  buoni  costumi;  ed  altro  disse:  cesi  dio  cbe  neuna 
mala  paraula  discenda  de  la  nostra  bocba  ;  ed  ancbora  disse  'ne 
la  pistola  ad  efesìos:  la  sozura  è  macto  parlare ,  la  quale  non  tiene 
a  neuna  cbosa,non  si  nomini  in  voi  si  comes'apertiene  ai  sancti. 
e  senecba  'ne  libro  de  l'onesta  vita:  da  le  soze  paraule  ti  guarda, 
perciò  cbe  la  loro  tenza*  ingennera  matia.  E  Salamone  disse:  l'uo- 
mo cbe  dimora  luugbamenteinalcbuno  peccato,  e'non  si  neamen- 
da  'ne  la  sua  vita  legieramente  ,  e  la  tua  paraula  non   dee  essere 


)(  8  )( 

soza,  raa  sempre  conilita,si  chome  dice  snmpnulo:  la  paraula  tua 
de'snrriprc  essere  condita,  a  ciò  clic  sapie  come  dei  rispondere  a 
ciascuno,  'ne  la  settima  parte  ricliiedi  se  tuo  di'  pnraula  ,  oscliu- 
ra,  o  dubitosa,  ma  de'dire  ciliare  ed  aperto  ,  si  chornc  ti  truova 
iserlplo:  melio  è  che  l'uomo  sia  muto,  che  parlare  quello  che  non 
sia  inteso.  'Ne  Potava  parte  Richiedi  non  parli  paraula  solìstica, 
cioè  paraula  d'inganno,  sì  chome  dice  gesù  seracha:  chi  pnrla  ad 
inganno  de' essere  udiato,  né  a  cholui  non  è  data  grazia  da 
dio.  'Ne  la  nona  parte  E.ichiedi  non  diche  paraula  d'  ing/uia,  si 
chome  si  l.ruova  scripto;  a  molti  uomini  minacia  chi  'ng/ura  a 
uno,  e  perciò  disse  gesù  siracha;  non  ti  dei  ricordare  di  tuete  le 
'ngmrie  che  ti  fae  io  tuo  vicino  ,  e  neuna  coso  dei  fnre 'ne  la 
opera  de  la  'ng/ura  ,  e  chiasiodoro  disse:  per  la  'ni:,/ura  de  l'  uno 
tucto  lo  parentado  n' è  corrocto;  e  l'apostolo  disse:  chi  fae  sn- 
gnjra  altrui  arac  di  quello  che  malvasciamente  arac  facto  altrui; 
e  senacha  disse:  aspecta  d'essere  meritato  di  quello  che  farai  ; 
ed  io  intendo  d'  ogna  ingmra  ,  e  specialmente  di  quella  che  si  fae 
ad  inganno  ,  che  mostre  di  fare  bene ,  e  far  male.  E  tulio  disse: 
neuna  ingiura  è  sì  grande,  come  quella  di  choloro  che  quando 
magìoremente  falano,  mostrano  di  no  fallare  per  essere  tenuti 
huoni  uomini;  e  le 'ngmre  chosl  rie  non  solamente  impediscie 
le  ssingularì  parte,  ma  tucta  la  provincia  guasta;  e  scendo  che 
dicie  gesù  seracha  la  provincia  Rinnova,  e  muta  gente  e  signoria 
per  le'ng?*ure  e  le  malvascitadi  che  si  fanno;  e  non  solamente  ti 
dei  guardare  ,  e  cessare  di  dire  e  di  fare  ingmra  altrui  ,  ma  dei 
contrastare  a  colui  che  la  vuole  fare  altrui,  se  fare  lo  puoi  como- 
damente, Si  cerne  dice  tulio:  due  sono  le  genneratlonì  de  la'ngiu- 
ria:  l'  una  sì  è  di  choloro  che  la  fanno;  1'  altra  di  coloro  che  la 
possono  stroppiare,  e  ne  la  stroppiano;  e  tanto  de  di  fallo  chi  non 
contrasta  a  la'ngmra,  chome  chi  abandona  lo  padre,  e  la  madre, 
e  li  amici;  e  se  altre*  ti  dirà  ingiura  dei  tacere,  e  perciò  scripsse 
agostino,  'ne  libro  del  somo  bene:  più  èn  *gratiosa  chosa  a  fugire 
e  cessare  la  ingiura  tacendo,  che  soperchiarla  Rispondendo.  'Ne 
la  decima  parte  R.ichiedi  non  tuo  diche  parolai  da  comectere  bri- 
ga. 'Ne  r  undicima  parte  richiedi  non  diche  parola  d'ischernire 
de  l'amicho  ne  del  nemico,  uè  d'altrui,  e  perciò  è  scripto:  lo  buono 
Amico  b'cIì  *  è  schernito  più.  grave  mente  s'aira,  e '1  nemicho 
per  le  schierne  di  lui  fare  pino  tosto  verrebe  a  le  paraule,  ed  a 
ciaschuno  dispiacere  s'eli  è  schernito,  siche  l'amore  menima  ,  e 
secondo  l'aj-goUìo  de  V  amore  selli  menima,  tosto  viene  meno,  e 


){9)( 
certo  per  isclìicrnc  tosto  ti  serebe  dicto  chosa,chenon  vorcsti  adi- 
re .  e  Salamene  disse:  chi  sebiernisce  altrui  non  puotc  cbampare 
cb'elli  non  sìa  iscbernito.  'Ne  la  dodicesima  parte  Richiedi  non  di- 
che paroled'inghanno, e  perciò  disse  lo  profeta:  disperda  diotucli 
li  dicti  d'inglianno,  o  le  lingue  malparlanti.  'Ne  la  tredicesima  par- 
te Richiedi  non  diche  alchuna  chosa  soperbin,eSiilamone  disse:  la 
u'è  la  soperbia  quin'è  la  nequitade,  e  uv' è  l'umilitade,  quin'c  'l 
savere  ;  e  g/oho  disse:  possa  che  la  soperbia  monta  al  cielo,  e  'l 
suo  capo  tochi  li  nuvili  conviene  che  divegna  neiente  'ne  la  fine. 
e  gesù  seracha  disse:  odicvile  è  denanzi  da  dio,  e  da  le  genti  la 
soperbia.  apresso  dei  Riclìiedere  non  diche  parola  oziosa,  e  per- 
ciò è  scripto:  di  ciaschiina  parola  oziosa  Renderemo  Rascione» 
adonqua  sia  la  parola  tua  vera  e  nò  vana,  e  sia  Rascioncvile  e 
dolcie,  e  soave  e  molle ,  e  non  dura,  bella  e  non  soza,  né  ria  ,  né 
d' inghanno  ,  non  piena  d' ingiura  ,  e  d' ischierne ,  e  di  soperbia. 
E  questo  ti  doe  per  amaestramento  ,  che  non  è  da  credere  che 
noi  possiamo  fare  tucte  le  chose,  che  sono  centra  li  buoni  cho- 
sturai  ,  si  chom'dice  la  lege:  quelle  chose  che  sono  soze  a  fare 
non  sono  oneste  a  dire  ,  perciò  nolle  deLiamo  dire,  ma  l'oneste 
chose  sempre  debiamo  dire  non  solamente  intra  li  strani,  ma  in- 
tra tuoi ,  ne  anchora  parolle  no  oneste  intra  suoi  dei  usare  chi 
tra  li  strani  vuole  dire  oneste  parole,  conciò  sia  cosa  che  in  tucte 
le  cose  e  tucte  le  parti  de  la  vita  1'  onestade  sia  bisogno.  E  certo 
molti  assempri  sopra  questa  parola  che  sì  pptrebe  dire,  ma  quello 
che  n'  ò  dicto  ti  basti. 

Ili 

ora  diremo  de  la  parola  chui 

Or  ai  veduto  quello  eh' è  dicto  sopra  queste  due  paraule  chi 
e  cht)  intenderai  sopra  la  parola  chui.  e  certo  quando  volile  par- 
Lire  Richiedi  a  chui  tuo  parie,  o  se  a  l'amieho,  o  altrui,  a  l'ami- 
cho  bene  e  drictamente  puoi  parlare^  e  perciò  che  non  è  si  dol- 
cie cosa  chome  d'avere  arrico  chol  quale  posse  parlare  sì  chome 
con  te  medesmo,  ma  non  dire  a  l'amieho  tali  paraule  che  tuo  te- 
me che  si  manifestino  se  divenisse  nemicho,  e  perciò  disse  senacha 
'ne  le  pistole  :  parila  chol'  amiclio  sì  chome  se  dio  t^odìsse,  e  vi- 
vi cholli  altri  uomini  chome  se  dio  ti  vedefige;  e  l'altro  disc:  tieni 
i'  amiclio  tuo  che  tuo  non  teme  che  si  fuccia  nemicho.  dise  pe- 


)(  'o  X 
tro  nlfunso:  per  li  amici  non  provati;,  provedl  una  volta  de  nemi- 
ci ,  e  mille  delli  amici ,  e  perciò  che  alchuna  volta  T  amicbo  di- 
verrà neruiclio,  e '1  tuo  segreto,  del  quale  non  vuoili ,  né  puoi 
avere  consillio,  abìclo  da  te  raedesmo,  ed  a  neuno  lo  manifestare; 
e  perciò  disse  gesù  siracLa:  al'amicbo  e  al  nemico  no  manifesta- 
re lo  tuo  peccato;  udiracti,  e  guarderati,  ed  irridendoti  f.irae  beflfe 
di  te.  ed  un  altro  disse  ;  quello  che  volli  sia  secreto  noi  manife- 
stare a  ncuno;  ed  un  altro  disse:  a  pena  credi  che  da  neuno  uomo 
si  possa  celare  la  secreta  cosa;  ed  un  altro  disse  :  lo  secreto  tuo 
Consilio  sia  celato  e  piacto 'ne  la  tua  priscione;  perciocbè  da  cbe 
r  ai  dicto,  tiene  te  preso  ne  la  sua  priscione;  e  perciò  disse  :  chi 
Io  suo  Consilio  tiene  in  chuore  si  è  signore  di  se  d'alegersi  lo 
mellio,  ma  piuo  sichura  chosa  è  tacere,  che  pregare  altrui  che 
tacia;  e  perciò  disse  bene  senacha  :  se  tuo  non  potesti  tacere,  co- 
me volli  tuo,  chome  dimande  tuo  cbe  altr'  e'  debia  tacere;  ma  se 
del  tuo  secreto  volli  avere  Consilio,  comectilo  al  fidelissimo  ami- 
co e  provato  e  secreto,  e  per  ciò  disse  salamone;  tucti  ti  siano  pa- 
cefichi;  e  consilieri  de  mille  l'uno;  e  chato  disse:  Io  secreto  Con- 
silio manifesta  al  tacito  compagno,  e  V  aiuto  del  corpo  al  fidele 
medico  ,  ma  al  nemicho  non  parlare  molto,  ne  li  tuoi  secreti 
noUi  dire;  e  perciò  disse  isopo.-  li  vostri  secreti  non  vi  fidate, 
ne  iscoprite  a  quelli  chon  chui  avete  avuta  guerra ,  e  questo  ti 
dicho  se  col  nemico  tome  in  gratia.  iscripto  è  cbe  col  nemicho 
neuno  riede  in  gratia  sicuramente, e  '1  pechato  de  l'odio  sempre 
sta  naschoso  nel  peccato  del  nemicho;  ma  secondo  che  dice  se- 
nacha là  u'  è  '1  fuocho  non  menima  la  caldeza.  e  ancho  e' disse: 
magiorement'è  de'  l'uomo  volere  morire  elio  ramicho,  che  vivere 
chol  nemicho.  unde  Salamone  disse:  Al  nemicho  Anticho  non 
credere  mai,  e  se  s'aumilia  nolli  credere  ;  ed  altro  disse:  'ne  tuoi 
ocbi  lagrimerà  '1  nemico,  e  se  vedrà  tempo  non  si  sazerà  del  tuo 
sangue,  e  petro  alfunso  disse  :  non  t' scompagnare  cho  li  tuo  ne- 
mici quando  puoi  avere  altri  compagni  ;  e  perciò  con  tucti  si  de' 
parlare,  e  fare  chetamente,  e  perciocbè  tai  tiene  Altri  per  amici 
che  lì  sono  nemici.  Ancor  disse  :  tucti  quelli  che  tuo  non  conosci 
sono  da  dubitare  quasi  nemici.  Anchora  disse:  non  prendere 
compagnia  cho  alcbuno ,  se  prima  noi  congniosci  ;  e  se  alclmno 
non  cognosciutoti  s'acompagnerà  e  dimanderà  del  tu'viagio,  di* 
che  voglie  andare  più  lungi  che  no  ài  pensato  ;  e  se  ara  lancia  , 
va'  da  mnn  dricta  ,  s'  ara  spada  ;  va'  da  man  mancha.  e  richiedi 
istu  parie  cho  '1  savio,  o  cho  '1  macto  ;  e  perciò  dice  Salamone  : 


X  i<  ){ 

non  parlare  cho  '1  macto  lo  quale  disprescierà  lo  tuo  parlare  ;  e 
ancho  l'uomo  savio  se  col  bestia  contend' e  ride,  non  troverà 
Riposo.  Ancliora:  non  riceve  io  macto  le  paraule  savie.  E  gesù  se- 
racha  disse  :  chi  dice  al  macto  savere  *  parla  con  choluì  che  dor- 
me, e  'ne  la  fine  del  tuo  dire,  dirà  chi  è  quie?  Ancho  Richiedi  non 
parili  cholli  schernitori  ;  e  scripto  è:  co' li  sc/iernitori  non  avere 
usanza,  e  fugi  l'usantha*  del  suo  parlare  chome'i  veleno,  e  Sala- 
mone  disse:  no  riprendere  lo  schernitore,  che  t'  odierà,  e  ripren- 
di lo  savio,  e  ameratti.  E  senacha  disse:  chi  chastiga  lo  macto 
fae  a  se  medesmo  ingiura  ;  chi  riprende  lo  malvasio  vuole  briga, 
ancho  richiedi  non  abie  usanza  cho  l'uomo  cli'ae  troppo  paraule,  e 
perciò  dice  lo  profeta:  l'uomo  eh' à  troppo  paraule  non  fie  ama- 
to in  tara  ,  periglioso  Abita  il  linghoso  'ne  la  sua  cittade  ,  e  'ne 
la  sua  parola  è  da  dubitare,  ed  è  odiato,  sì  cbome  dice  gesù  se- 
racha.  Ancora  chi  odia  lo  troppo  parllare  spegnerae  la  malitìa. 
e  altroe  disse  :  non  avere  consiglio  cho  mati,  perchè  non  possono 
amare  se  no  quello  che  loro  piace.  Anco  Richiedi  non  parile  A  cho- 
loro  che  latrano  come  cani,  sìchome  sono  quelli  che  parlino  quan- 
do tucti  parllano,  e  sono  cbiamati  cinici ,  quasi  ebani,  de  quali 
disse  cristo:  non  gittare  le  margarite  tra  porci.  Anco  Ricbiedi  non 
contende  cho  gli  'nvidiosi,  e  cbo  malli* uomini, e  perciò  disse  san- 
cto  Agostino:  si  chome  '1  fuocbo  crescie  quante  pia  legna  vi  sì 
mecteno,  chosl 'i  malvascio  quanto  pino  ode  Rascione  sempre 
crescie  la  malitia,  e  'ne  la  malivola  Anima  no  entra  sapientha  ,  e 
perciò  disse  Cato  :  centra  li  uomini  che  sanno  che  sono  pieni  di 
paraule  non  contendere  di  paraule,  perciò  cbe  paraula  si  dae  a 
molti ,  sapienza  a  pogbi .  Ancho  Richiedi  non  de  le  tue  credenze 
cbo  ebri ,  o  cbo  le  femine  parili;  e  perciò  dice  Salamene:  neuno 
secreto  è  ne  l'uomo  ebro,  e  la  vanitade  de  le  femine  fae  dire  quel- 
lo cbe  non  sae  ;  e  Ricbiedi  chi  t'ode  quando  parile;  perciò  è  scri- 
pto; guardati  d'intorno  quando  parie,  non  vi  sia  A  chui  dispiac- 
cia lo  tuo  parlare,  e  certo  asai  si  potrebe  dire  sopra  questa  paro- 
la cuiy  ma  bastiti  quello  che  dicto  t'  òe. 

IV. 

De  le  Cascionì. 

Or  vegniamo  sopra  la  paraula  che  dice  cbascione,  e  perciò  ri- 
chiedi chascione,  del  tuo  dicto.  Ma  sì  cbom'é  nei  facti  chascione 


)(  >^  )( 

A  ricliiedere,  sì  come  dice  senacha;  di  ciascheuno  facto  Richiedi 
cbascione,  e  quando  truove  rinchuminciamcnti  pensa  de  la  fine, 
e  cliosì  nei  diclì  si  de'  ric/iiedere  chascione,  e  si  come  senza  cha- 
scione  neuna  cbosa  si  fae  sì  come  dice  chasiodoro ,  chosl  senza 
cliascione  neuna  cliosa  dei  dire,  e  perciò  la  cbascione  del  tuo  di- 
cto  sia  vero  per  lo  serviscio  di  dio,  secondo  che  fanno  li  frati  pre- 
dicatori ,  e  minori ,  e  richiedi  omana  otilitade  sì  chome  fanno  li 
giudici,  e  secondo  sanc!;o  agostino  che  dice  :  elli  è  licita  chosa  al 
savio  di  rascione  di  vendere  lo  suo  consillio,  e  Richiedi  quale  sia 
l' otilitade,  e  quale  dee  essere  hello  e  no  sozo;  e  perciò  dice  sena- 
cha :  lo  sozo  guadagno  si  de'fugire  sì  chome  la  mala  ispesa.  e  un 
altro  disse  ;  lo  guadagno  che  s'achatta  chon  mala  fama,  si  de'ap- 
pellare  danno,  e  altrce  è  scricto:  magiormente  vorrei  avere  per- 
duto ,  che  sozamente  guadagnato  .  anchora  de'  essere  l'  utilitade 
moderata  sechondo  che  dice  chasiodoro  :  se  1'  utilitade  passa  la 
misura  perde  la  forza  del  suo  nome.  Anchora  de' essere  l' utili- 
tade natorale  e  chomune,  e  tulio  dicie:  la  paura,  ne  'l  dolore,  né 
la  morte,  ne  alchuna  altra  chosa,  che  possa  a  venire  a  l'uomo  non 
è  chosl  contra  natura,  chome  de  l'altrui  utilitade  cresciere  la  sua 
menimando  altrui,  e  masima  mente  de  la  povertade  de'mendichi. 
e  casioaoro  disse  :  sopra  tucte  le  crudelitadi  passa  l'uomo  volere 
essere  Ricco  de  la  potenza  picciola  del  povero,  ma  per  lo  serviscio 
di  dio,  e  per  l'umana  utilitade  parlano  li  preiti  e  cherici,  e  prin- 
cipalmente per  lo  serviselo  di  dio  ,  apresso  per  sua  utilitade  ,  e 
perciò  che  deuno  vivere  de  l'altare  secondo  che  dice  sampaulo  : 
chi  l'altare  serve  de  l'altare  de' vìvere;  e  dio  ordinò  a  choloro 
che  '1  vagnelo  anonziano  di  quello  vivano  ;  ed  alquanti  cherici 
parlano  per  la  propria  utilitade,  e  possa  per  lo  serviscio  di  dio.  ra' 
a  chascione  di  dire  per  l'amicho  ti  dei  muovere,  e  se  le  paraule  so- 
no giuste  e  belle;  e  lege  de  l'amicitia  secondo  tulio  è  questa,  che 
no  devemo  pregare  altrui  de  le  soze  cose,  né  noi  nelle  devemo  fa- 
re per  prego  Altrui ,  no  perciò  dei  fare,  né  dire  per  l'amico  tuo 
cbosa  che  pertegna  a  peccato,  ma  secondo  la  regola  de  l'amore 
no  ne  ischusa  del  peccato  se  pecche  per  chascione  de  l'amico, 
e'  peccati  de  li  amici  se  li  fai,  sono  tuoi.  Ancho  si  dice  :  pino  che 
due  volte  pecca  chi  dae  aiuto,  al  peccato  s'aparechia  chi  aiuta  lo 
peccatore ,  e  massimamente  'ne  le  cose  soze  là  u'I  peccato  è  dop- 
pio, e  perciò  disfe  senacha:  chi  pecca  'ne  la  soza  chosa  due  volte 
pecca,  e  perciò  disse  :  dei  difendere  l'  amicho  tuo  drictamente,  a 
ciò  che  sia  dicto  vero  difenditore .  perciò  disse  chasiodoro  :  quel- 


)(  i3K 

Il  è  propio  difenditore,  die  difende  T amico  suo  a  drlcto;  ma  per 
lucie  le  prtidecte  chose  parla  piuo  volentieri  parole  utili,  cioè  per 
lo  serviselo  di  dio,  e  per  V  omana  otilitade,  e  per  l'utilità  de  l'a- 
mico ,  e  aveyna  che  sopra  la  paraula  cliascioue  asai  si  potesse  di- 
re faccio  fine,  e  óirò  sopra  la  paraula  modo. 


sopra  la  paraula  modo, 

donqua  Richiedi  modo  di  parlare  ,  ma  secondo  che  modo  è 
da  servare  'ne  le  chose,  chosl  nel  parlare  sei  modo  se  'bria*neuna 
chosa  laudabile  si  potrà  trovare;  si  chome  dicie  casiodoro;  lo  mo- 
do in  ciascuna  cliosa  si  de'  observare,  e  chosi  lo  tuo  modo  de'  es- 
sere in  cinque  maniere,  cioè:  nel  prononziare,  nel  avachare  ,  nel 
tardare,  'ne  la  quanfltude.  donqua  vediamo  che  chosa  è'I  pronon- 
tiare  :  prononziare  si  è  de:inità  di  paraule  prestata  a  le  chose  ,  e 
A 'ssensi  del  uomo,  e  moderanza  di  corpo,  e  questa  in  tanto  mon- 
ta che  secondo  la  sentenza  di  mastro  tulio  che  disse:  lo  non  tucto 
savio  facto  achacta  loda  se  si  profera  bene;  e  chcsì  prima  sì  de' 
operare  nel  prononza  mento  moderanza  di  vocie  e  d'ispirilo,  e  mo- 
vimento di  corpo,  e  di  lingua,  e  se  alchuno  vizio  àe  la  bocca  de'lo 
araendare  dilligente  monte,  a  ciò  che  le  paraule  non  siano  infiate, 
o  alevate*  o  vero  'ne  la  tua  bocca  ardenti,  o  aspre, o  troppo  sonan- 
ti ,  ma  assetatamente  aguale  e  chiaro  sia  lo  tuo  pronunziare.  An- 
cho  E-ichiedi  che  la  faccia  tua  sia  dricta  nel  pronunziare  ,  né  che 
i  labri  non  si  torcano,  e  che  non  abie  troppo  ispirilo,  e'I  volgale* 
allo,  ne  li  ochi  volti  a  la  tera,  né  la  testa  chinata,  né  le  cilia  leva- 
te ,  o  vero  chinale,  iraperciochè  neuna  chosa  che  non  ci  convene 
puote  altrui  piacere  secondo  tulio  che  dicie  :  lo  capo  de  l'  .srte 
sì  è  che  quello  che  tuo  fai  sì  convegna.  li  labri  istringere,  e  morde- 
re si  è  soza  chosa,  e  in  diffinire  le  paraule  de'  essere  lo  loro  mo- 
vimento poghecto;  elio  la  bocca  non  dei  parbire  piuo  che  cho  le 
labra  ,  e  perciò  a  simile  quando  die*  grandi  chose,  grande  mente 
le  dei  profcrere;  quando  le  di'picciole  dei  proferere  sottilmente; 
quando  die  le  mezane  dei  parlare  temperatamente  ;  ma  ne'  pic- 
cioli piati  neuna  chosa  grande,  né  alta  ,  ma  humile  ,  e  a  modo  ,  e 
simiglianza  de  1'  uomo  che  va  a  piedi  ;  'ne  magioi  i  piati  là  u'  di- 
chiumo  di  dio,  o  de  la  salute  de  li  uomini,  piuo  grande  mente,  'ne 
temperati  piali  là  u'non  si  dicie  Altro  se  non  al  dileclamento  de* 


X  i4X 

li  uditori,  moderatamente,  ma  avegna  che  ciascheuno  dica  grandi 
cliose  ,  non  perciò  dei  sempre  dire  grande  mente ,  e  ([uando  tuo 
nlcliuna  chosa  lode,  o  vitupere,  dei  dire  temperatamente  loda,  e 
piuo  temperatamente  vitopera  ;  e  cliosl  è  da  riprendere  lo  trop- 
po lodare,  cliome  '1  tro' *  biasmare,  e  'n  presenza  di  se  non  de'al- 
tre* essere  lodato;  e  scritto  è:  non  si  conviene  di  lodare  l'  uomo 
denunzi,  ne  bìassmare.  'nel^  avaciare,  e  'nel  tardare  similliante- 
mente  Ilichiedi  modo,  ma  altro  in  dire  che  in  fare,  e  non  dei  es- 
sere frectoso  al  parlare,  ma  tardi  elio  eguale  misura,  sì  chome  di- 
cie  santo  Iacopo  :  sie  tostano  a  udire  ,  e  tardi  a  dire  ,  e  a  l' ira  ;  e 
salamene  disse:  vedesti  l'  uomo  tostano  a  parlare?  magiormente 
sì  de'  esperare  mania  che  senno,  chasiodoro  disse  queste  parole: 
vertade  è  tardo  in  dire  parola,  e  tosto  sentire  le  choFe  eh'  abiso- 
gnano; a  giudicare  de' essere  tardo,  scritto  è  :  io  pi  uso,  o  gmdico 
cholui  essere  buono  giudicie  che  tosto  intende  e  tardi  giudica,  e  a 
diliberare  1'  utili  cbose  la  dimoranza  è  utile  e  buona  ;  ond'è  u'^ato 
di  dire  :  quelli  vae  a  pentere  che  tosto  giudica,  e  perciò  la  chon- 
venevile  dimora  in  tai  chose  non  è  da  schifare;  und' è  usalo  di 
dire  :  ogne  induscio  è  per  odio  ,  ma  fa  l'  uomo  savio;  e  anchor  'ne 
consili  Richiedi  tardità  j  e  non  frecta  .  iscrito  è  :  de'  consili  ,  cbe 
lungamente  tracterai  quello  pensa  drictissimo  ;  lo  tostano  Consi- 
lio sieguita  penetenza;  ed  anchor  altre  cnose  contrarie  al  Consilio, 
la  frecta,  l'ira,  e  la  chupidità;  e  nel  fare,  avuto  lo  Consilio,  de'es- 
sere  tostano  ,  e  studioso  ;  e  senacha  disse  di  dire  meno  cbe  fare  ; 
e'IuDgamente  diliberare,  tosto  fae  ;  e  perciò  che  lo  studio  fae  buo- 
no serviscìo;  e  salamone  disse:  vedesti  l'uomo  volace?  in  tucte  sue 
opere  denanzi  da  re  strae,  e  non  serae  intra  i  non  conti*; e  Gesù  se- 
racha  disse:  in  tucte  tue  opere  sie  tostano  e  studioso,  e  non  arai 
ogna  inpedimento;  non  perciò  usare  tanta  frecta  che  ìnpedisca 
lo  compimento  de  l'opera  .  Anchor  'ne  la  quantitade  Richiedi  mo- 
do, non  dicendo  trope  chose,  e  perciò  che  nel  tropo  parlare  no 
meninia  peccato;  e  Salamone  disse:  'ne  le  molte  parauie  si  truova 
mattia,  e  altroe  :  là  u'ae  molte  parole,  quine  è  spesse  volte  fallo; 
e  senacha  disse:  neuna  cbosa  drictaraennte  fae  prode  che  riposar- 
si ,  e  cho  altrui  parlare  poglio ,  e  con  seco  molto  ,  ma  moderata- 
mente dei  tacere  e  parlare,  e  pamfilio  disse:  né  tropo  tacere, 
ne  soperchio,  ne  troppo  dire  ;  e  odi  assai ,  e  rispondi  pogo.  e  so- 
strate  disse:  a  tucti  potrai  piacere, e  se  fnrai  bene,  e  parlerai  po- 
go. 'ne  la  qualitade  Richiedi  modo  di  dire,  cioè  dire  bene,  iscri- 
cto  è  :  incomi«c/amento  d'amistade  si  è  bene  parlare,  e  mal  dire 


)(i5)( 

è  '1  contradio,  e  dicendo  parole  allegre,  oneste,  chiare,  conposte, 
e  piane,  e  con  cheto  volto,  e  conposta  faccio,  senza  troppo  riso,  e 
senza  grido,  de  le  quali  chose  disse  salamene:  lo  fao  del  mele  , 
le  paraule  conposte  ,  la  dolceza  de  1'  anima  e  la  sanitade  de  l'  os- 
sa ',  e  sopra  a  quello  che  dicto  t'  òe  del  modo,  ritieni  e  intendi. 

VI. 

Sopra  la  paraula  tempo. 

Or  debiamo  vedere  sopra  la  paraula  tempo,  e  per  ciò  Ri- 
chiedi diligentemente  tempo  di  dire  ;  e  gesù  seraca  disse  :  1'  uo- 
mo savio  tacerae  fine  ch'arae  tempo;  lo  macto  non  guarderae 
tempo;  e  salamone  disse:  temp'  è  da  tacere,  e  tempo  è  dri 
dire;  e  senacha  disse:  Abie  silenzo  fine  che  ti  fàe  mestieri 
di  parlare,  e  non  solamente  lo  tuo,  ma  T  altrui  aspecta  ;  e 
gesù  seracha  disse  :  là  u'  non  se'  udito  non  spargere  le  tuoi 
paraule,  e  molto  è  inportuno  lo  tuo  dire,  e  quando  non  se'  udito, 
e  chi  dice  le  paraule  a  cholui  che  non  1'  ode  si  è  quasi  com@ 
chi  svelia  1'  uomo  che  dorme  dal  grave  sonno  ;  e  scritto  è  :  non 
t'affrettare  a  rispondere  fine  che  non  sie  adimandato,  e  secondo 
che  dice  salamone  :  chi  prima  risponde  che  oda  ,  dimostra  esser(; 
macto .  Similliantemente  :  chi  prima  parla  che  appare  è  da  dì- 
spresciare  :  unde  gesù  seracha  disse:  inanzi  al  giudicie  appare- 
chia  la  giustitia ,  e  anzi  che  parli ,  appara  ;  e  per  ciò  ciascuna 
chosa  è  da  dire  al  tempo  ed  a  luogho  ;  e  se  vuoli  appare  Ad 
aringare  ,e  a  proporre  l'ambasciate  prima  dei  dire  salute;  apres- 
so dei  chomendare  ,  e  lodare  sì  choloro  a  chui  V  ambasciata 
è  mandata  ,  chome  choloro  ,  che  sono  teco  a  portarella  ,- 
apresso  1'  ambasciata  è  'l  dicto  di  questo  che  t'  è  inposto  ; 
apresso  chonfortare  dicendo  belle  paraule  per  avere  quello  che 
diraaude;  apresso  dei  alegare  lo  modo  chome  quello  che  di- 
manda se  puote  fare  ;  apresso  mostrando  per  assempri  simili 
chose  facte.  'Ne  la  septima  parte  assegnerai  soficente  rascione 
a  tucte  le  predicte  chose ,  e  ciò  farai  a  l'  asempro  del  gabriello 
Archangelo,  lo  quale  quando  mandato  fue  da  dio  a  la  beata  ver- 
gine maria ,  prima  puose  la  salute  dicendo:  ave  maria  .  apresso, 
la  chomendò  dicendo:  gratia  piena  etc.  ed  apresso  puose  la  chon- 
fortazione,  quando  disse:  ne  timeas  Maria,  e  questo  conforto  pro- 
puose  r  archangelo  ,  in  perciò  che  la  beata  vergine  era  turbata 


)(  "6  )( 

'no  la  salute  clie  l'  archangelo  fecie  a  lei  apresso  puose  V  nnon- 
ziamento  quando  disse  ;  echo  che  ingraviderai ,  e  farai  filliuolo  ; 
apresso  puose  lo  modo,  chome  cioè  potrà  essere;  e  quando  disse  : 
spirito  santo  sapravenne  in  te,  e  la  vertudie  de  l'altissimo  ti 
prenderà,  'ne  la  sexta  parte  puose  T  asempro  quando  disse  che 
isabecta  tua  cbugnata  parturirà  filiuolo  'ne  la  sua  vecliieza  .  'ne 
la  seplima  parte  Asegnò  sofficiente  rascione  a  le  predicte  cliose 
quando  disse  :  inperciò  che  non  serae  apo  dio  ìnposseyile  ogna  pa- 
raula  .  ma  se  de  la  lege  di  dicretali ,  e  dicreto  vorrae  tractare  , 
in  prima  poni  la  lectora  ;  apresso  lo  chaso  la  spositione  de  la  le- 
ctora  ;  A  presso  5  la  similitudine  ^  Apresso,  lo  contrario  ^ 'ne  la 
sexta  parte  la  soluzione  ;  e  chosl  di  ciaschuna  scienza  ;  e  questi 
Asempri  sopra  la  paraula  tempo  presente  mente  ti  siano  asai, 
e  tuo  per  lo  'nsegno  che  dio  ti  drae  sopra  questa,  e  sopra  ciaschu- 
na paraula  del  vero  potrai  asoctiliare  a  pensare;  e  questa  doctrina 
sopra  dire  e  tacere  breve  mente  conpresa  a  te,  calli  altri  tuoi  fra- 
telli lettorati  ò  churato  discrivere  ,  perciò  che  la  vita  dei  lecte- 
rati  è  piuo  nel  dire,  che  nel  fare  ;  e  le  predicle  chose  odite  Ado- 
perati A  quelle  studiosamente,  perciò  che  lo  studio  vincie  la  na- 
tura e  lo  'ngegno ,  e  spesse  volte  ,  e  per  uso  si  vince  tucto ,  e 
ehosì  potrai  la  doctrina  del  dire  ,  e  del  fare  Avere  in  pronto , 
ed  anchora  prega  dio,  lo  quale  mi  donò  le  predicte  chose  chosi 
dire  ,  che  ci  conduca  a  l'ecternale  Allegreza  Amen. 


>ì^^O^^==i< 


Qvie  finiscie  lo  libro  de  la  doctrina  del  dire  e  del  tacere  fa- 
cto d'  albertano  giudicie  di  brescia  de  la  contrada  di  sancta 
Agliata  nel  MCCXLV  del  mese  di  dicembre,  e  stralactato  de  la- 
tino in  volghare  per  mano  di  ser  sofiredi  del  grathia  in  prova- 
no *  di  santo  Aiuolo,  e  scritto  per  lamfrancho  Seriacopi  del  be- 
ne notaio  di  pistola  socto  li  A.  D.  MGCLXXVIH  del  mese  d'apri- 
le 'ne  la  sexta  indictione. 


LO 

LIBRO 

DEL  CONSOLAMENTO  E  DEL  CONSIGLIO 

L  O 
QUALE 

ALBERTANO  GlVDICiE  DI  BRESCIA 

DELLA  CONTRADA  DI  SANCTA    AGATHA 

compuose 
'ne  li  Anni  d.  mccxlyi.  del  mese  d'  aerile 

ED 

imagoregato  in  sv  qyesto  volgare 
'ne  li  anni  d.  mcclxxv.  del  mese  di  sectembre 


/>/  uero  cons.'llio  e  del  consolamenlo. 


1  Erciò  che  sono  molti  die  'ne  l'adversitade  ,  e  ne  li  tribula- 
menti  sie  s'afigeno,  e  che  in  loro  perturbamento  danimo  non 
anno  Consilio  né  confortamento,  ne  d'altrui  n'aspectono,  si  si  con- 
tristano, che  di  male  in  pe^io  cbagiono,  perciò  a  te  filinolo  mio 
Giovanni ,  lo  quale  vuoli  essere  medicbo  di  fedite  ,  ispesse  volte 
truove  di  que'  cotali,  Alquante  cose  per  mia  scienza  ti  mostro 
per  le  quali  a  la  speranza  di  dio  potrai  A  te,  e  altrui  fare  prode 
€  dare  consola  mento  ,  e  questa  è  la  similianza: 

Uno  Giovane, lo  quale  A^  nome  melibeo,  uomo  potente  e  richo, 
lasciando  la  moglie  e  la  fiìiuola  in  chasa  ,  le  quali  molto  amava  , 
chiuso  Tuscio  de  la  chasa  Andossi  a  trastullare,  e  tre  suoi  nemici 
Antichi  e  suoi  vicini  vedendo  questa  chosa,  apuose  le  schale,  e  in- 
trando  per  le  finestre  de  la  chasa,  la  moglie  di  melibeo,  la  quale 
avea  nome  prodenza,  fortemente  bactiero,  e  la  figliuola  sua  fedita 
di  cinque  piagbe ,  cioè  'ne  li  ochi ,  'ne  Torechie,  ne  la  bocha,  nel 
naso  e  *ne  le  mani ,  e  lei  quasi  morta  lasciando  se  spartiero  ;  e 
ritornato  melibeo,  vedendo  ciò,  incbuminciò  a  gran  pianto  li  suo' 
capelli  tirare,  e  i  suoi  vestimenti  isquarciare  si  come  pazo  ;  e 
la  sua  moglie  ,  Ancora  che  taciesse  ,  inchuminciò  luì  a  chastiga- 
re ,  e  quelli  sempre  piuo  gridava,  e  quella  rimase  di  chastigarlo 
Richordandosi  de  la  parola  d'Ovidio  de  amore*  che  disse  :  lascia 
che  l'uomo  Irato  s'  adimestichi  cho  l'ira,  e  s'empia  l'animo,  e  sa- 
zilo d' ira  e  di  pianto  ,  e  alerà  si  potrae  quel  dolore  temperare 
con  paraule.  e  quando  lo  suo  marito  di  piangere  cessasse,  inchu- 
mincia  la  prudenza  lui  a  Amonire  dicendo;  macto,  perchè  impa- 
lile *,  e  perchè  lo  vano  dolore  ti  chostringe  ?  lo  tuo  pianto  non 
achatta  né  leva  alchnno  fructo  ;  tempera  lo  modo  e'I  pianto  tuo  , 
forbi  le  tue  lagrime,  e  guarda  cbe  fai;  non  pertiene  a  savio  uomo 
che  gravemente  si  doglia  ,  e  la  tua  filiuola  a  la  speranza  di  dio 


)(    20   )( 

bene  guarrà*  .  Anchora  se  morta  fosse  non  per  lei  ti  dei  tuo  di- 
strugere.  perciò  dicie  senaeba:  non  si  distrugc  Tuorno  savio  per 
perdita  di  figliuoli  e  delli  Amici;  chon  quelli*  mcdesmo  animo  ti 
sofferà  de  la  loro  morte  clion  che  aspecte  la  tua,  ed  io  voglio  che 
tuo  lasci  anzi  lo  dolore,  chel  dolore  lasci  te,  e  llimanli  di  fare 
queste  chose  ,  che  possa  che  tuo  lo  volessi  lungamente  fare  non 
non  potresti.  Melibeo  rispuose  :  chi  potrebbe  in  sì  grande  dolore 
cbostringere  le  lacrime,  el  pianto?  ma '1  nostro  signore  dio  di 
lazaro  amicho  suo  'ne  lo  spirito  si  dolse  ,  e  lagrimoe  .  E  proden- 
za  disse:  Io  temperato  pianto  da  cholor  che  sono  tristi ,  e  intra 
loro  non  è  vietato  :  Anthi  *  é  concieduto  secondo  che  disse  sam- 
paulo  'ne  la  pistola  A  romani:  Ralegrdtevi  chon  choforo  che 
sono  Allegri ,  e  piangete  chon  choloro  che  piangeno;  e  anchor 
tulio  disse  :  propia  Chosa  è  de  l'animo  bene  constetuto  di  rale- 
grarsi  de  le  buone  chose,  e  dolersi  de  le  contradie  ,  ma  piangere 
e  molte  lagrime  ispargere  si  è  vietato,  il  modo  di  servare  è  tro- 
valo da  senaclia  clie  disse  :  non  siano  sechi  li  ochi  quando  perdi 
l'amiclio  ,  che  non  discorrano  da  lagrimare,  e  no  4-'"  piangere*, 
e  anzi  che  perde  l'amiclio  Riparalo  secondamente  cliel  puoi  fare; 
e  pino  santa  cbosa  è  ripamre  Tamicbo,  die  piangerlo,  e  a  ciò 
che  saviamente  vive,  la  tristitia  di  questo  secolo  da  l'animo  tuo 
al  tucto  dischaccia  .  e  gesù  seracba  disse:  molti  uccide  la  tristitia, 
e  non  è  utilitade  in  lei  ;  e  altroe  disse:  l'animo  allegro  mena  gio- 
iosa vita, e  lo  spirito  tuctedisecha  l'ossa. e  salamone disse:  sì  cbome 
la  tignuola  al  vestimento,  e  '1  verme  al  legno  ,  chosl  la  tristitia 
nuocie  al  chuore  de  l'uomo,  e  anchora  :  non  contristare  l'uomo 
Giusto  di  ciò  chelli  avegna ,  e  malvasci  sempre  sono  pieni  di 
male  .  e  senecha  ^ne  le  pistole  disse  :  ne«na  cbosa  è  piuo  mieta 
che  acliactare  fama  ditistitia,  e  le  lagrime  aprovare;  e  neu- 
na  chosa  al  savio  puote  Avenire  clie  lo  contristi  ,  stae  dricto 
socto  ciascbuno  pondo,  sicbome  Avenne  Al  beato  G/obo  ,  lo 
quale  quando  tucti  li  filinoli ,  e  tucte  le  sue  sostenanze  ebe 
perdute,  e  anchora  molte  aversitadi  nel  suo  corpo  avesse  soste- 
nute, sempre  fece  dricto,  e  rendèo  lode  a  dio  dicendo:  dio  mi  die- 
de, e  dio  mi  tolle,  e  quello  che  a  dio  è  piac/uto  A"^  facto,  sia  lo 
nome  di  dio  benedecto  e  ora,  e  sempre;  e  perciò  non  ci  debiamo 
troppo  dolere  de  filiuoli  ,  né  de  l'altre  chose  cbe  perdiamo,  da 
che  quello  ch'aviene  altrui  non  si  puote  mutare  per  dolore;  ma 
magiormente  ci  devemo  ralegrare  di  quello  ch'avcmo,  che  dole- 
re di  quello  che  perdiamo;  linde  uno  valendo  lo  padre  consolare 


X  »i  )( 

tie  la  morie  del  filiuolo  disse  :  non  piangere  perchè  tao  able  per- 
dalo buono  filliuolo,  ma  ralegrati  che  l'avesti  chotale.  E  senacha 
disse  :  neuna  cbosa  viene  piuo  tosto  in  odio  cAe  'l  dolore  :  lo  fre- 
sco dolore  volentieri  volle  consolamento ,  de  lo  vechio  si  ne  fae 
beffe  o  di'  elli  è  maclo  ,  o  elli  V  infinge:  e  Certo  la  tristizia  di 
questo  Secolo  dei  discacciare  da  te,  perciò  che  san  paulo  disse 'ne 
la  pistola  seconda  At*corizios  :  la  tristitia  del  secolo  per  neuna 
modo  de'  discchacciare,  ma  studiare  d'averla,  percbè  possa  Ri- 
tornare in  allegrcza:  si  come  disse  dio  nel  vagnelo:  unde  salame- 
ne disse:  lo  cuore  de' savi  è  là  u'  è  la  tristitia,  e'I  cuore  de  macti 
è  là  u'  è  l'alegreza.  melilo  ire  a  la  casa  del  pianto,  che  a  quella 
de'convicti.  Meliheo  rispuose:  tucto  ciò  eh'  ài  dicto  è  vero  e  uti- 
le, ma  r  animo  mio  torbato  m'incalca  tanto,  che  non  so  cbe  fare 
mi  debia.  e  quella  disse:  appella  li  privadi  e  fideli  amici, e  cognati, 
e  dimanda  diligentemente  Consilio  da  loro  di  queste  chose,  secon- 
do lo  loro  Consilio  ti  regi;  e  Salamone  disse  :  tucte  le  cose  fae  con 
Consilio  ,  e  no  ti  ne  penterai.  Melibeo  apeloe  moltitudine  d'uo- 
mini, intra  quali  ebe  medici  di  fedite  e  di  fisica,  vechi  e  giovani, 
vicini  molti,  li  quali  magioremente  l'onoravano  per  paura,  ch& 
l'amasero  per  amore  .  e  ancora  Alquanti  che  de  nemici  erano  fa- 
cti  Amici  in  sua  gratia  tornati  ;  e  ancora  v'ebe  molti  lusingatori, 
e  savi  giudici ,  li  quali  chiamati,  nararo  per  ordine  quello  che  a- 
yenuto  li  era  ,  e  adimandando  loro  consillio  grande  volontà  mo- 
straro  di  fare  incontenente  la  vendela.  Àlora  si  levò  l'uno  de' me- 
dici di  fedite  per  consentimento  di  tucti  quelli  de  la  sua  arte,  e 
intra  l'altre  chose  disse  :  1'  oficìo  de'  medici  si  è,  e  a  loro  si  con- 
viene di  fare  prode  a  tucti,  et  no  nuocere  A  neuno;  e  spesse  volte 
Aviene  eh'  e  medici  churino  le  fedite  da  l'una  parte  e  da  l'altra, 
e  a  ciaschuna  diar)o  medicina  e  Consilio;  e  perciò  non  pertiene  A 
loro  chonsiliare  di  guera,  né  di  vendecta,  ne  intr' alcuno  prendere 
parte,  per  la  qual  chosa  noi  non  consiliamo  che  vendecta  si  faccia, 
e  la  tua  filiuola,  presa  diligente  guardia  di  quelle  fedite,  solicita- 
mente  per  die  e  per  nocte  procureremo,  a  la  speranza  di  dio,  Ave- 
gna  elle  gravemente  sia  fedita,  A  buona  e  spiana  santade  la  condure- 
mo,  ed  ito  è  a  loro  .  si  ssi  ievoe  uno  medico  di  fisica  per  volontade 
de  li  altri,  e  consilioe  quasi  simile  a  l'  altro  ,  e  dipo  molte  parole 
per  se,  e  per  li  altri  medici  Ripromise  A  lui  Consilio,  e  aiuto  per 
sua  filliuola;  e  sopra  la  guerra  e  sopra  la  vendecta  dichiarò  che  se- 
condo che  per  fisica  le  contrarie  chose  si  curano  per  le  contrarie, 
chosie  'ne  la  guerra  mandando,  e 'ne  l'altre  chose  li  contrari  sono 


)(  ^^  )( 

usati  (li  curare  per  lì  contrari;  e  li  suoi,  e' vicini,  e  quei  che  in  di* 
rietro  erano  istati  nemici,  e  alora  erano  tornati  in  sua  gratia  e  lu- 
singatori tucti  piangendo  e  lagrimando,  e  mostrando  grande  do- 
lore 'ne  la  faccia  di  cioè  che  avenuto  era,  consiliaro  che  la  vende- 
cta  si  facesse  inmantenente,  comendando  molto  meser  Meliheo,  e  la 
sua  potenza,  e  contando  le  sue  RiccAeze,  e  la  grandeza  e  la  niolti- 
tudine  de  parenti  e  de  li  amici  suoi,  ispre^ciando  quella  de  nemi- 
ci e  le  loro  richeze  in  par  aule  menomando  .  e  a  presso  uno  de' 
savi  legistri  si  ievoe,  e'ntra  le  altre  chose  si  disse  :  questo  facto  è 
molto  gravissimo  per  rascione  de  la  'ngiura,  e  del  maleficio  nuo- 
vamente comesso,  e  molto  pino  gravi  potrebero  Avenire  per  inanzi, 
e  per  questa  cascione ,  e  anchora  è  gran  facto  perciò  che  sono  vi- 
cini, e  per  Rascione  de  la  richeza  e  de  la  potenzia  de  1'  una  parte, 
e  de  r  altra;  e  per  molte  Altre  Rascioni ,  le  quali  non  si  possono 
pensare  chosì  lievemente ,  né  no  serebe  convenevile  di  contarle 
quie  ,  e  perciò,  chonciò  sia  cliosa  che  in  su  questo  facto  si  debia 
procedere  saviamente,  consiliamo  che  la  tua  persona  sopra  tucte 
le  cose  guardi  sì,  che  neuna  chosa  ti  menimi.  Aguardati  Ancora  la 
tua  casa  sia  diligente  mente  guarnita,  del  facto  de  la  vendecta  e 
de  la  guerra  fare  grande  dubio  vedemo;  per  la  qnal  chosa  non  pos- 
siamo anchora  giudicare  quelo  che  sia  lo  melio,  unde  noi  Adiman- 
diamo gzorno  di  consillio  per  melio  diliberare,  e  perciochè  non  è 
da  giudicare  di  subito;  und'è  usato  di  dire  j  quello  é  buono  giudice 
che  tostamente  intende,  e  tardi  giudica,  e  quauvis  dioc^e  ogna  in- 
duscioèda  odiare,  non  perciò  in  giudicando  lo  convenevile  inda- 
scio  si  de'biasmare.  e  scritto  é:  ogna  induscio  è  rio,  ma  fae  l'uo- 
mo savio  ;  e  se  sopra  le  diete  chose  voliamo  deliberare  non  è  da 
meravilìare ,  perciò  che  a  deliberare  1'  utili  chose  lo  'nduscio  è 
buono,  e  volgaremente  si  dicie:  melio  è  lo  giudicie  lento  chel  fre- 
ctoso  a  giudicare  ;  ed  isse*  dio  quando  volle  giudicare  la  femina 
presa  in  avolterio,  iscrivendo  in  tera  due  volte  diliberoe.E  noi  da 
poi  eh'  aremo  diliberato  cho  la  forza  di  cristo  utile  mente  ti  con- 
silieremo.  E  i  giovani  confidandosi  de  la  loro  forteza,  e  de  la  molti- 
tudine di  choloro  che  si  mostravano  Amici,  udiendo  le  molti  laudi 
di  Messer  JMelibeo,  e  de  le  sue  Ricc^eze,  e  del  suo  parentado,  e  la 
sua  potenza,  consiliaro  che  la  vendecta  si  facesse  inmantenente,  e 
la  guerra  vivamente;  e  dispresciando,  e  avendo  per  neiente  la  po- 
tenza ,  e  la  richeza  de  nemici  ,  e  riprendendo  anchora  li  savi  de 
lo  incluselo,  e  del  diliberamento,  e  adimandaro, e  allegando  Ancho- 
ra per  Assempro  sì  chome'l  ferro  eh'  è  chaldo  Alfuocho  sine  ch'è 


)(  »3  )( 

chaldo  sì  distende  meglio  che  1  fredo,  e  la  'ngiura  novella  sempre 
ininantenenle  si  vendica  nielio,  elio  ainucciiiarla;  e  alora  quasi  Ui- 
cti  a  grande  remore  gridano  sia,  sia,  sia  .  e  alora  uno  de  vechi  Adi- 
mandando che  udissero,  per  consentimento  de  li  altri  veclii  sì  dis- 
se :  molti  gridano  sia  sia,  li  quali  non  sano  lo  pondo  de  le  loro  pa- 
raule  ,  e  non  sanno  quello  che  diceno .  e  certo  la  vendecta  e  la 
guerra  che  nascie  di  lei  Ae  sì  larga  l'antrata,  che'l  suo  inchomin- 
ciamento  A  ciascuno  è  manifesto  e  aperto,  e  la  sua  fine  on  gran- 
dissima difHcoltade  E  briga,  e  a  pena,  e  di  neuno  tempo  sitruova; 
in  pcrcioché  al  principio  de  la  guerra  non  sono  Ancor  nati  li  qua- 
li innanzi  Ja  sua  fine  chon  molta  faticha  e  chon  molto  perìcolo 
overo  che  invechiano,  o  miseramente  per  la  guerra  finiscie  la  sua 
vita  ;  per  la  qual  chosa  non  è  da  proceder  suo*  di  subito,  ne  chon 
frecta,  ma  con  dilig-ente  provediscìone,  e  grandissima  diliberascio- 
ne,  e  chon  solicita  cura  tucta*  chotai  chose  sono  da  fare;  e  quando 
vollie  aprovare  Io  suo  dricto  per  rascione,  quasi  tu-oti  incumincia- 
no  A  gridare  centra  lui,  e  frequentemente  Io  suo  dicto  intrurom- 
pere  dicendo  che  le  sue  paraule  finesse  tosto.  E  ancor  lui  fue  di- 
cto :  là  u'non  se' udito  non  perdere  parola,  e  'l  tuo  dicto  è  incre- 
scievile,  perchè  non  se' udito;  e  quando  lo  vechio  vide  che  non  era 
udito  ,  e  conosciendo  che  neuno  puote  b^n  dire  a  colui  che  l'  ode 
malvolentieri, disse  loro:  la  non  consiliata  mactia  non  sae  aspecta- 
re  Consilio  ,  e  ancora  1'  uomo  macto  schifa  lo  Consilio  ;  e  certo  or 
cognosco  la  veritade,  ch'è  usato  di  dire:  sempre  lo  Consilio  meni- 
nia  ,  quando  magioremente  abisogna;  e  chosl  adirato,  e  quasi 
confuso  lo  vechio  sedecte  .  Ma  Molti  All' orechie  di  messer  Meli- 
beo  prima  segreta  mente  consigliavano,  che  volesero  dire  palese- 
mente, e  in  audicnza  mostravano  di  dire,  e  di  volere  altro  ;  eh'  ale- 
rà levandosi  messer  Melibeo  ,  facto  lo  partito  intra  loro  ,  si  che- 
m'  è  usato,  cognobe  che  le  XX  parti  di  loro  Volea  che  la  vendecta 
rì  facesse  incontenente  ,  e  la  guerra  vivamente  .  Unde  loro  consi- 
glio Messer  Melibeo  Aprovò,  e  lodò,  e  affermò;  e  quando  Messer 
Melibeo  Andava  a  fare  la  vendecta.  Madonna  prudenza  sua  molie 
correndo  denanzi  da  lui,  sappiendo  quello  che  ordinato  era,  e  sta- 
bilito per  lo  Consilio,  disse  a  lui:  non  andare,  io  ti  ciliege  uno  gran 
dono,  che  tuo  mi  die  ispazo  di  dire.  Or,  nò,  disse  petro  Alfnnso, 
nò  andare  a  cholui  reddere  la  prestanza  del  bene  e  del  male,  per 
cioè  che  lungamente  t*  aspecterae  1'  amicho,  e  lungamente  ti  te- 
merae  lo  nemicho.  Unde  lascia  l'ira,  lascia  lo  furore,  non  fare 
queste  chose,  signore  mio:  non  voglie  tuo  Ancor  lo  mio  consiglio? 


)(  H  )( 
II. 

De  rimprovero  de  lefemine, 

E  Messer  Melibeo  disse  rispuondendo:  ia  non  ò  pensato  di  vo^ 
lermi  rei^ere  per  lo  tuo  consiglio  per  molte  Rascioni  :  la  prima  si 
è  perciò  cli'io  serei  tenuto  bestia  se  per  lo  tuo  Consilio  ,  e  per  lo 
tuo  senno  mutasse  tjuello  cli'è  stabilito  da  sì  i^ronde  molùtudine 
d'  uomini  .  la  seconda  Piascione  si  è  perciò  che  le  femine  sono 
tncte  Rie,  e  neuna  sine  truova  buona,  sì  chome  dicie  Salamene  : 
uno  Uomo  ò  trovato  buono  intra  mille  ;  de  le  fen.ine  no  n'  è  una 
intra  tucte  .  la  terza  Rascione  si  è  perciò  cbe  se  io  mi  reijesse  per 
Io  tuo  consiglio  già  parrebe  ch'io  ti  desse  signoria  sopra  me,  sì 
che  tu  mi  seresti  contraria  ,  la  qual  chosa  non  de'essere  .  e  gesù 
seracba  disse  :  se  la  femina  Ae  podestà  è  contraria  Al  suo  mari- 
to .  e  Salamene  disse:  udite  popoli  e  tucte  genti  ,  e  rectori  de  le 
cliiese  ,  ai  filliuolo  ,  a  la  molle  ,  al  fratello  ,  ne  a  1'  a»nicbo  non 
dare  podestà  sopra  te  fine  che  vivi  ;  perciochè  megli'  è  che  i  tuoi 
filiuoli  guardino  in  te ,  che  tu  guardi  a  le  loro  mani  .  la  quarta 
rascione  si  è ,  che  se  io  tenesse  lo  tuo  Consilio  Alcuna  volta  si  vor- 
rebe  tenere  credenza  fine  che  fosse  bisogno  di  manifestarlo  ,  la 
qual  chosa  tuo  non  potresti  fare;  e  scricto  è  :  la  femina  solamen- 
te cela  e'tiene  credenza  quello  che  non  sae .  la  quinta  Rascione 
si  è  secondo  lo  fisolafo,  cAe  disse  le  femine  per  lo  mal  Consilio  vin- 
ce no  li  mariti. 

HI. 

De  la  scusa  de  lefemine. 

E  Allora  Madonna  Prudenza  umile  mente  e  benignamente  udi- 
to, e  conoscaito  cine  che  'l  suo  marito  Avea  dicto  ,  Adimandoe 
primieramente  parola  e  licenza  di  rispondere  ,  e  disse  a  lui  :  A  la 
prima  rascione  la  qual'  per  te  allegasti,  si  puote  Rispondere  che 
non  è  macia  chosa  di  mutar  consiglio  in  meglio  ,  e  ancbor  se  le 
diete  chose  Avessi  promeso  di  fare,  non  perorò  mentiresti  se  no 
le  facessi ,  in  perciò  eh' è  scricto  ,  che  1'  uomo  savio  non  mente 
quando  suo  proponimento  Rimuta  in  meglio  ;  ne  non  ti  nuocie 
perchè  tuo  diche  ch'el  tuo  consiglio  sia  stabilito  e  fermo  da  gran- 
de moltitudine  d'uomini ,  perciò  che  la  veritade  e  l'utilitade  de 


)(  ^5  )( 

le  cose  sempre  da  poghi  savi  si  cognoscie  meglio,  che  dal  popolo 
gridatóre  j  perciò  che  'nello  romOrc  del  popolo  non  à  neuna  clirf- 
sa  d' onestade  .  E  alla  seconda  Rascioiie 'ne  la  quale  dicesti  che 
tucte    le   femine  sono  Rie,  che  neuna  sine  truova  buona,  Ri- 
spondo che  ,   salva  sìa  la  pace  tua  ,  non  dei  cliosl  generalmen- 
te dispresciare  le    femine,  ne  Riprovare  loro  pogo  senno  ;  chi 
tucte  le  disprescia,  a  tucte  dispiacie  *  E  senacha  disse:  non  di- 
spresciare lo  pogo  senno  di  neuno,  e  sofferà  d'udire  chi  parla,  e  sie 
chiaro,  e  alegro  ,  e  no  aspro  ,  Abie  volontà  d' aparare  ,  e  d'inse- 
gnare quelle  cose  c//e  tuo  sai,  senza  romòre,  e  di  quelle  cose  clie 
tuo  non  sai,  umilmente  l'adimanda.  Adonqua  molte  femine  èono 
buone,  e  ciò  si  puote  provare  per  divina  Rascione,  perciò  che  se 
neuna  femina  buona  non  fosse  trovata,  lo  nostro  signore  Dio  non 
arebe  degnato  di  venire  in  l'emina,  e  carne  Umai\a  non  arche  pre- 
sa da  la  vergine  Maria,  e  ancora  ogn'uomo  sae  cbe  molte  sante  e 
buone  femine  sono  j  e  ancliora  per  la  bontà  de  le  femine  dipo  la 
sua  Risurrectione  degneo  di  manifestarsi  a  le  femine  piuo  tosto 
che  a  l'uomini ,  che  prima  si  mostroe  a  la  brata  madalena,  clie  a 
li  apostoli  .  Ne  no  fae  al  facto  perchè  Salamene  dicesse  de  le  fu- 
mine tucte:  né  una  buona  no  n'ò  trovato;  perciò  che  quamvisdio* 
elli  no  ne  trovasse ,  altri  uomini  assai  anno  trovate  de  le  buone; 
o  per  aventura  Sa  la  mone  intese  de  le  femine  in  somma  bontode 
poste,  de  le  quali  non  sine  truova  neuna,  ne  neuno  Uomo  non  è  sì 
peifectiimente  buoro,  se  non  solo  dio,  secondo  che  di  se  mede- 
smo  disse  nel  vagnelo.  la  terza  rascione  'ne  la  quale  dicesti  che 
se  tuo  ti  regessi  per  lo  mio  Consilio  parrebe  che  tuo  mi  dessi 
signoria  sopra  te,  non  di'neiente,  perciò  che  se  A  tucti  quelli 
coi  quali  nei  Avemo  Consilio,  desimo  signorìa  sopra,  neùno  Oomo 
potrebe  Avere  ccmsilio  d'altrui.  Adonqua  noi  abidmo  libero  Albi- 
tro  dì  poter  prendere  e  lasciare  lo  consiglio  che  ci  è  dato  .  la 
quarta  Rascione  là  u'dicestì  la  vanitade  de  le  femine  quello  che 
non  sae  tiene  credenza  ,  Similiantemente  è  neiente,  ne  àe  luoghò 
quie,  e  quello  s'inti  nde  de  le  riissime,  e  mal  parlanti,  de  le  qua- 
li è  usalo  di    dire  :   tre  chose  sono  quelle  che  chacciano  l'uomo 
di  casa,  cioè,  lo  fummo,  e  la  piova,  e  la  mala  raolie,  de  le  quali 
Aneli»  ra  dicie  Salamone  :  meli'  è  abitare  'ne  la  terra  diserta,  che 
cholle  male  femine.  Ma  tuo  non  ài  trovato  me  chetale,  anzi  is- 
pesse volte  m'  ài  provata.  E  là  u'  'ne  la  (quinta  parte  dicesti  che 
le    femine    vinceno  li  uomini  'ne  li    mai  *  consigli    non    à  quie 
luogho,  perciochè  '1  mal  consiglio  tuo*  non  vuoli  fare,  ma  se 


I 

)(  ^6  )( 
*J  mol  Consilio  volesi  fare,  e  le  femine' in  questo  mal  consiglio  ti 
vincessero,  consigliandoti  nel  buono,  non  serebero  da  biasmare, 
Anzi  da  lodare .  per  la  quale  rhosa  disse  sampaulo  'ne  la  pistola 
a  romani  ;  non  volere  esser  vinto  dal  male,  ma  vinci  lo  niule  io 
l)ene  .  e  se  tu  dicessi  chelle  femine  consiliassero  male  li  uomini, 
cbe  vuoleno  prendere  lo  buono  Consilio,  e  in  ciò  li  vincessero,  que- 
sto serebe  colpa  de  li  uomini ,  cbe  sono  signori ,  e  possono  pren- 
dere lo  buono  consii»lio,  e  lasciare  lo  Rio .  e  Sampaulo  disse  'ne 
la  pistola  prima  a  quel  popolo  Apreso  a  la  fine,  cbe  disse:  pro- 
vate tucte  le  cliose,  e  quello  eh'  è  'l  meglio  Ritenete  .  e   di    che 
à  luogho  quando  le  rie  femine  consiliano  A  tolticcii*  Uomini,  ma 
qui  e  non  è  chosi» 

IV. 

De  la  laide  *  c/e  le  femine. 

Poich'ai  udito  ciò  che  dicto  è  a  tchusa  de  le  femine,  intendi 
cinque  altre  Rascioni  pei  le  quali  si  puote  provare  le  femine  eser 
buone  e  speci:>!mente  le  benigne  molli*,  e  Jor  consiglio  è  da  udiare, 
e  s'  è  buono,  da  tenere,  la  prima  si  e  per  ciò  cbe  volgare  mente  si 
dicie;  lo  Consilio  de  la  femina  o  elli  è  troppo  ebaro,  o  troppo  vile: 
troppo  ebaro,  intendi  charissimo,  A  ciò  cbe  non  sia  soperchio,  se- 
condo cbe  si  dicie  de  li  amici  di  dio  :  molto  sono  onorati  li  amici 
tuoi,  dio.  E  avegna  cbe  molte  femine  siano  riissime,lo  consigliode 
le  quali  è  vile,  ma  in  molte  si  truova  buono  Consilio;  e  Jacob  per 
lo  buono  Consilio  de  la  madre  sua  Rebccba  ebe  la  benedictione  dì 
isaacha  suo  padre ,  e  signorìa  supra  i  suoi  fratelli;  e  giudita  per  lo 
buono  suo  Consilio  difese  la  ciltade  'ne  la  quale  dimorava,  de  le 
inani  di  loferno*lo  quale  la  volea  distruggere.  E  abigail  per  lo  suo 
buono  Consilio  nabal  suo  marito  difese  da  l'ira  de  Re  david,  che 
quello  volea  uccidere,  e  cbosì  di  molte  buone  femine  Asai  buoni 
Assempri  sì  possono  dire  .  la  seconda  Rìscione,  per  che  '1  consi- 
j'iio  de  le  buone  femine  de*  essere  udito,  e  s'  elli  è  buono  de'  es^ 
sere  tenuto,  e'puotesi  provare  per  lo  [ìrimo  Dome  cbe  dio  puose 
a  le  femine,  e  inperciò  che  quando  dio  ebe   f;icto  l'uomo  disse  : 
facciamoli  Aiuto  ;  e  chosie  tracta  del  corpo  de  1'  uomo  una  cho- 
sla  e'  fecie  eba ,  e  cbosì  chiamò  la  femina  aiuto  de  l'uomo,  in- 
perciò che  'I  deno  aitare  e  consiliare ,  e  manifestamente  si  puote 
dire  cbe  la  femina  è  aiuto  de  1'  uomo  e  Consilio,  per  ciò  che  sen- 


X  ^7  )( 
za  lo  loro  Consilio  e  aiuto  lo  mondo  no  potrebe  durare; e  clerlo  ma- 
la vita  arebe  dio  dato  loro  se  da  le  femine  non  devessero  adimaii- 
dare  Consilio  ,  conciò  sia  cbosa  cbe  l'uno  senza  l'altro  no  puote 
essere .  la  terza  Rascione  si  è  per  ciò  che  la  femina  è  mellio  che 
l'oro ,  e  che  pietra  pretiosa,  e  '1  suo  senno  è  molto  soctile ,  e  so- 
prastae  a  tucti  li  senni  ;  e  perciò  si  dicie;  che  melli'è  che  l'oro? 
la  pietra  pretiosa  .  eh 'è  meglio  che  la  pietra  pretiosa  ?  lo  senno . 
e  ch'è  meglio  che  '1  senno  ?  la  femina.  e  eh'  è  mei*  de  la  femina  ? 
no  è  neiente.la  quarta  Rascione  si  è  sichomedìcie  senachojche  dis- 
se :  lodate  sopra  tucte  le  chose  le  benigne  femine,  e  mogli,  e  sicho- 
me  neuna  chosa  non  passa  la  benigna  moglie  di  boutade,  chosieneu- 
na  chosa  passa  la  ria ,  di  Pxetadi  ;  e  quanto  la  savia  femina  'ne  la 
sua  vita  è  a  salute  del  marito,  cotanto  la  ria  è  a  morte,  la  quinta 
Bascione  si  è,  sichorae  dicie  cato,  se  la  lingua  de  la  femina  è  con 
fructo  abiela  in  memoria,  e  per  ciò  sapie  che 'ne  la  buona  molie 
è  buona  compagnia.  Unde  usato  è  di  dire:  la  buona  moglie  si  è 
fidele  guardia,  e  buona  a  casa;  e  'n  perciò  la  buona  molie  facien- 
do  bene ,  e  ubidiendo  bene  al  marito,  no  solamente  puote  con- 
siliare lo  marito,  ma  comandare  ;  unde   lo  savio  disse  :  la  sa- 
via femina  ubidiente  al  marito  comandali ,   e   che   saviamente 
serve  tiene  parte  de  la  signoria  .  Adonqua  se  saviamente  e  con- 
siliatamente  ti  vuoli  regere,  la  tua  fìliuola  a  la  speranza  di  dio 
A  piena  santa  condurrò,  e  te  di   questo  facto  traierò  Cho  onore; 
e  allora  Messer  Melibeo  Udiendo  questa  paraula  Alquanto  chon 
pino  dolcie  viso  disse:  lo  fao  del  mele,  le  parole  composte,  la 
dolcieza  de  l'Anima,  e  la  santa  de  l'ossa  !  per  le  tuoi  buone  e 
dolcie  parole,   e  ancora  per  la  isperieuza  tua  te  ò  cognosciuta 
savia  e  fedele  a  me ,  e  discreta  ;  Unde  Riuiutato  lo  mio  proponi- 
mento saviamente  col  tuo  consìglio  ò  volontade  di  regermi .  e 
quella  disse  .•  se  saviamente  vuoli  vivere,  conviene  che  tu  abie 
prodenza.  E  melibeo  rispuose:  e  cierto  òe  prodenza  da  eh'  i'  òe 
te,  perciò  che  tuo  ai  questo  nome,  e  quella  disse:  non  sono  io 
prodenza ,  ma  sono  ombra  di  prodenza  .  Melibeo  Rispuose  e  dis- 
se: dimi ,  dimi  ,  e  insegnami  che  chosa  è  la  prudenza  ,  e  quante 
sono  le  sue  ispecie ,  e  qual  sin  l' utilitade  della  prudenza ,  e  in 
che  mode  s' acacia  .  quella  disse 


)(  »8  )( 
V. 

Che  cosa  è  la  prodemà. 

La  prudenza  si  è  coijDOsciniento  de  le  buone  cose,  e  de  le  fie, 
prendendo  le  bu^ne ,  e  lasciando  le  rie  .  e  certo  la  dricta  pro- 
denza  sopra  stae  a  tucte  le  chose  si  chome  disse  cbassiodoro. 

VI. 

(guanti  sono  li  modi  di  prudenza. 

E  I  modi  de  la  prudenza  sono  sei:  Rascioni,  intendimento, 
provedenza,  guardamento  ,  insliscaltrimento  ,  E  maestra  mento, 
la  rascione  si  è  ailbitro  del  belie,  e  dèi  male,  e  cognoscimento;  e 
inperciocbè  la  Rascione  sìeguita  la  natura ,  dico  che  la  rascio- 
ne non  è  altro  cbe  Un  siguitamento  di  natura,  e  puotesi  an- 
cbora  intendere  cbosii  Rascicre  è  Una  Vertudie  cbe  cliognoscie 
lo  bene  dal  male  ,  e  '1  drito  dal  falso  ,  1'  onesto  da  quel  cbe  non 
è  onesto  prendendo  lo  bene,  e  lasciando  lo  male,  e  quindi  si 
dicie  cbe  Rascionaniento  è  un  trovaniento  di  rascione;  lo 'nten- 
dimento  è  guardare  la  veritade  ;  la  provedenza  è  uno  presente 
cognoscimento  cbe  pensa  di  quello  cbe  de' Venire,-  \k3  guarda- 
mento è  savere  con  cautela  de  i  vitii  contrariij  lo  maliscalterr- 
mento  è  cbognoscimento  de  la  Vertudie  da  vitii,  cbe  paiono  Ver- 
tudi;  l' amaestramento  è  vertudie  d' amaestrare  coloro  c/ie  non 
sono  bene  savi . 

VII. 
De  V  utilitade  de  la  prudenza. 

L'  UTILITADE  de  la  prudenza  si  è  la  beatitudine^  perciò  cbe 
l'uomo  savio  si  è  beato,  e  solo  lo  savere  è  asai  a  la  beata  Vita; 
Vnde  senaca  disse  'n  e  le  pistole;  quelli  cb'  è  savio  si  è  tempe- 
rato ;  e  quelli  cb' è  temperato  si  è  fermo;  e  quelli  cb'  è  fermo 
non  si  puote  turbare,  ne  cburicciare;  e  quelli  clie  non  è  turbato 
è  senza  tristitia  ;  e  quelli  cb'  è  senza  tristitia  ,  si  è  beato  .  adon- 
qua  quelli  cb'è  savio  ,  si  è  beato;  e  cbi  àe  in  se  prodenza  ,  si  à 
in  se  tucte  queste  cbose  d'  utilitade  ,  da  cbe  elli  è  beato,  e  fer- 


)(  ^9  )( 
roo  ,  e  temperato,  e  non  turbato  ,  e  senza  tristitia  ;  e  molte  al- 
tre utilitadi  ;  le  quali  non  si  potrebbero  quelle  contare . 

Vili. 

Come  si  puotc  aquistare  la  prodenza  ^ 

PuOTESl  Aquistare  la  prodenza  e'I  savere  del*  buono  Maestro, 
e  per  continuo  istudio;  disse  dal  miliore  Maestro,  perciò  che 
ciascun  uomo  de' sempre  prendere  Io  miliore  Maestro,  e  '1  mi- 
liore Medico  ,-e  così  in  ciascheuna  iscienza  adimandare  Aiuto,  e 
Consilio  quando  fae  bisogno  ;  unde  sì  cliome  '1  buono  Maestro 
per  la  buona  iscienza  fae  buoni  discepoli ,  e  cbosie  lo  rio  li  con- 
ducie  in  errore;  e  sichome  'l  buono  Medico  tosto  sana  \a  infer- 
mità eh'  è  da  guarire  ,  chosì  lo  rio  la  malatia  cb'è  da  guarire  la 
conducie  a  morte  molte  volte;  cliosì  di  molti  altri  Maeslri,  che 
possa  ch'ano  durata  molta  fatica,  'ne  la  fine  si  perde  per  lo 
pogo  senno  .  Unde  già  mai  di  quelli  chotali  non  puoi  avere  buo- 
no mercato  ,  Anzi  è  meglio  che  tuo  gli  cacci  da  l'opera  pagan- 
doli, che  prendere  lo  lor  serviscio  senza  prezo;  e  in  perciò  che  io 
dissi  che  Ila  *  prodenza,  e  ciascuna  iscienza  si  punte  aquistare  per 
grande  istudio ,  vediamo  che  sia  lo  stadio,  e  eh' è  utile,  e  biso- 
gno a  lo  studio. 

IX. 

Dì  quelle  cose  che  sono  a  lo  studio  bisogno, 

AdonquA  lo  studio  è  uno  pensamento  d'animo  sopra  alchuna 
chosa  con  grande  disrdero;  ed  è  bisogno  A  lo  studio  drotrina  si 
chom' ò  dicto  di  sopra,  de  la  qual  drotrina  compiutamente 
ficripssi  nel  libra  de  la  forma  de  la  vita  e  mandalo  A  Vincienzo 
tuo  fratello,  la  seconda  (;hosa  si  è  Aitare  Io  ingegno  cho  u??o,  e  ciò 
opera  per  ciò  che  lo  'ngegno  de  1'  uomo  cho  l'opera  ispese  volte 
Vincie  la  natura,  e  l'uso  È  maestro,  e  soprasta  a  tucti  Ir  comanda- 
menti di  maestri,  la  terza  chosa  si  è  aitare  l'uso  chon  opera  di  ma- 
ini, ed  aitare  lo'ugegno  cho  rangola*;  Unde  chato  disse.'  possa  che 
tuo  sappie  la  chosa  per  l'arte,  adopera  anche  lo  studio,  e  sichome 
lo  studio  Aiuta  lo  'ngegno,  chosi  la  mano  Aiuta  l'uso;  Unde  sena- 
cha  disse  :  neuna  chosa  è  miliore  e  in  bactallia,  e  in  ciascuna  Arte 


)(  3o  )( 

chome  l'opera;  e  panfilio  disse  :  Io  savere  di  tucte  le  chose  s*  ap- 
para per  uso,  e  per  l'arte,  e  per  l'uso  si  fae  ogna  cliosa,  e  se  per 
aventura  lo  studio  pertiene  A  liberale  iscìenza  de'  aitare  l'animo 
e  lo  'ngegno,  e  la  mente,  e  la  memora  in  quatro  modi,  cioè  con 
forti  pensieri  sopra  al  quale  che  studie,  e  contino'  legere,  e  molte 
volte  legere  una  chosa,  d'  averla  piuo  volte  in  memoria,  del  forte 
pensieri  disse  senacKa  ;  lo  molto  pensieri  Asotilia  lo  'ngegno,  e  '1 
pogo  lo  tolle  via.  del  continoo  legere  disse  casiodoro:  lo  'ngegno 
si  perde,  se  no  si  guarda  per  istudio,  e  per  opera,  e  de'  continoa- 
mente  legere  elio  umiltade  ,  e  con  pianeza,  perciochè  si  truova 
iscripto  che'l  buono  legitore  de'  essere  Umile  e  riposo  da  tucte 
Rie  Rangole,  e  clie  aprende  Volontìeri  da  ogn'uomo;  uè  no  impa- 
rare da  Rio  maestro  ,  ma  schifalo  ,  e  pensa  la  cosa  inanzi  che  la 
giudichi.  Apara  né  no  volere  parere  troppo  savio;  adimanda  di 
volere  eser  savio,  intendi  li  dicti  de  savi,  e  amali,  e  sempre  li  abe 
denanzi  A  tuoi  occhi ,  e  in  tre  modi  dei  Avere  humilitade  :  la  pri- 
ma si  ècheneunachosa  dei  tenere  A  vile;  per  che  ciò*iscienza,  e  al- 
tro che  si  truova  iscripto,  si  è  iscripto  per  Araaestramento  di  noi 
sichome  dicie  senecha  ^  che  dicie  :  non  dei  dispresciare  lo  pogo 
senno  Altrui,  la  seconda  si  è,  che  non  ti  dei  vergognare  d'aparare 
di  ciascuno,  secondo  dicto  del  savio, che  disse:  magiormente  vollio 
Apparare  d'  altrui  chon  vergogna,  che  dimentichare  quello  ch'io 
soe,  mactamente.  la  terza  si  è  che  quando  se'tuo  savio,  non  dispre- 
sciare tuctì  lì  altri,  e  senacha  disse  :  quello  che  tuo  sai  insegnalo 
a  chi  ti  r  adimanda  senza  Romore,  e  elio  umilitade,  e  quello  che 
non  sai ,  senza  nasconderlo  A  dimanda  che  ti  sia  insegnato.  E  ave- 
gna  eh'  io  t'  abìa  dicto  che  neuna  iscrictura  ,  né  neuna  chosa  dei 
tenere  A  vile,  non  però  dei  molto  istudiare  sopra  le  chose  che  non 
sono  bene  utili,  perciò  che  male  è  far  lo  bene  lentamente  ,  e  pe- 
gio  ò  A  durare  ,  e  perdere  faticha  indarno  ;  e  certo  non  solamen 
te  devemo  legere  ,  e   scrivere  ,  perciò  che  lo  scrivere  menima  la 
forza  ,  lo  legere  la'ncactiviscie.  Adonqua  dei  cho  l'uno,  echo  l'ai' 
tro  aitare  lo'ngegno,  e  temperare  l'uno  cho  l'altro,  e  ricorditi  is- 
pesse volte  de  la  chosa.  disse  Martiale  che  modo  da  *m parare  si  è 
che  quando  tuo  vedi  che  tuo  non  sai,  inpara,  A  ciò  che  tuo  sap- 
pie;  perciò  che  1'  esca  e'I  cibo  che  altr' e' prende,  e  tucto'l  perde 
pogo  giova ,  ma  '1  bue  po'  eh'  è  pasciuto,  ancor  vuole  Ruraichare 
A  ciò  che  li  faccia  prode:  de' A  dunque  sempre  inparare,  perciò 
che  non  è  Alchuna  persona  che  sappia  tucte  le  chose.  E  inperciò 
che  l'  uomo  È  dimenticho;  Unde  dice  la  lege  che  avere  in  memo- 


)(  3i  )( 

ra  tucte  le  cliose,  e  non  peccare  in  alchana  chosa  si  pertlene  piuo 
a  divinitade  clie  A  liumanitade.  Adonque  A  ciò  che  tuo  sa  pie,  e  te- 
gne  melio  A  mente  le  cose  che  tuo  inpari  dei  legere  A  ore  conve- 
nevili,  e  se  tuo  non  farai  questo,  tuo  dimenticherai.  Unde  disse 
senaca:  l' uomo  che  non  sae  neiente,  non  dimentica,  e  de'  inpara- 
re da  tucta  gente.  Unde  si  truova  iscripto  che  se  tuo  vorai  Appa- 
rare da  ogn'uomo,  tuo  serai  piuo  Savio  d'ogn'uomo;  e  chosl  è  da 
mastricare,  e  da  rumicare  la  scienza  ,  E  ciò  è  che  ài  a  fare  a  ciò 
che  r  abie  in  prunto  e  in  uso  ;  Unde  piuo  suole  fare  prode  un  po- 
gho  di  savere  ,  che  1'  uomo  Abia  in  pronto  e  in  uso ,  che  sapere 
molte  chose  ,  e  no  averle  in  pronto  e  in  memoria ,  la  qual  memo- 
ria tu  dei  Aitare  con  pensamento,  e  cho  Asoctilia mento  d'ingegno, 
unde  disse  tulio  che  per  volere  Afaticare  la  memoria  isforzomì  dì 
ricordare  la  sera  ciò  ch'i'òe  veduto  e  dìcto,  e  facto  lo  die.  istudia 
Adonque  lo  die  e  la  nocte,  e  fae  quello  che  dicie  senaca,  che  neu- 
no  die  dei  posare  ozioso,  ne  negligente,  potrai  Adonque  fare  gen- 
tile, e  aiutare  lo  'ngegno  tuo  con  afatiamento,  e  con  solicitudine 
E  guadagnarti ,  ed  aparechiarti  somìtade  di  beleza  e  d'  onore;  e 
ciò  è  che  si  suol  dire  che  afaticare  l' animo  fae  lo  'ngegno  genti- 
le, e  usare  continuamente  lo  studio  fae  somitadi  di  beleze.  udite  e 
intese  tucte  queste  chose  diligentemente, RispuoseMelibeo  e  disse: 
Madonna  mia  chotal  prodenza  non  ò  io,  ne  no  ispero  d'avere,  per 
ciò  eh'  io  sono  glae  proceduto  'ne  1'  etade,  e  sono  quasi 'ne  la  fine 
de  la  mia  gioventudine,  e  'ne  di  mìei  che  sono  passati  aho  sì  posto 
1'  animo  a  le  chose  E  cure  de  le  rascìonì  del  mondo,  che  avegna 
eh'  io  sia  molto  Ricco  ,  consumando  molte  boutadi  ch'io  avea  ò 
perduto  lo  tempo  mio,  E  posso  dire  io  piangho  'l  danno  delle  cho- 
se, ma  più  piangho  'l  danno  del  tempo,  percioch'  altr'e'puote  Ri- 
guadagnare le  chose  ,  ma  '1  tempo  è  perduto,  non  sì  puote  mai 
B.acquistare  ,  ne  non  posso  istudiare  né  in  prodenza  ,  ne  in  altre 
vertudi ,  perciò  che  chi  non  s'ausa  nel  bene,  e  'ne  le  vertudì  fine 
eh' è  giovane,  non  si  sae  disusare  né  partire  da  vitii  Riei  poi  eh'  è 
vecchio ,  e  poi  eh'  àe  pasato  quel  tempo.  Unde  conciò  sia  chosa 
eh'  io  mi  cognosca  non  ben  savio,  Adimandoti  consiglio  sopra  que- 
sto presente  facto,  e  queste  chose.  dona  prudenzìa  rispuose  e  dis- 
se :  Avegna  che  tuo  non  sie  savio  pienamente,  non  percioe  se'ma- 
cto,  e  non  puote  essere  che  sia  macto  quelli  che  s'  apella  ,  e  che 
s' intende  macto;  perciò  che  se  tuo  fossi  macto,  tucti  li  altri  Aresti 
per  bestie .  e  sopra  ciò  disse  Salamone:  lo  macto  là  unque  elli  è, 
perciò  eh'  elli  è  beetia  ,  luti  l' altri  àe  per  bestia  .  Ancor  disse:  la 


)(  32   )( 

via  del  raato  si  è  diricta  ,  e  buona  al  suo  parere  veramente  ;  per- 
ciò che  'ne  dubi  adimande  consiglio,  e  seinbremi  magìore  mente 
savio  che  raacto  .  Unde  disse  perciò  inocenzo  papa 'ne  libro  là  u* 
dispresciòe  Io  mondo  :  chi  piue  sae  piuo  dubita  ,  e  a  choiui  par 
piuo  sapere,  che  sae  meno  ;  unde  propria  chosa  E  de  V  uomo  sa- 
vio di  volere  sapere  quel  che  no  sae  ,  e  non  è  neuna  chosa  si  vile  , 
kìè  si  legierì ,  che  pienamente  si  possa  sapere  ,  né  perfectamente  . 
Adonqua  se  tuo  non  sai  pienamente,  aprendi  da  savi,  e  credi  loro, 
e  chi  per  se  non  sae,  ne  altrui  erede,  e  tucto  '1  suo  proponimento 
cade  ,  e  viene  a  neiente . 


Del  Coiisillio 

Ed  imperclò  che  '1  mìo  constilo  vuoìi  avere,  prima  vediamo 
ehe  chosa  è  'I  Consilio ,  e  da  chuì  lo  dei  adimandare, e  '1  cui  Con- 
silio dei  ischifare  ,  e  in  che  modo  si  de'  isaminare ,  e  quando  si 
de'  prendere  ,  e  quando  tenere,  e  quando  mutare  ,  E  in  che  mo- 
do .  lo  Consilio  sì  è  uno  intendimento  ,  overo  proponimento  buo- 
no ,  o  rio  ,  lo  qual'  è  dato  a  li  uomini  sopra  alchuna  chosa  fare,  o 
lasciare , 

XI. 

Da  cui  dei  Adimandare  consillio . 

Or  vediamo  da  chui  dei  A  dimandare  consiglio;  e  certo  in  tre 
maniere  lo  de'Adimandare:  primieramente  da  dio  potente  ;  apres- 
so da  te  niedesmo  ;  apresso  d' altrui ,  ma  dimandarlo  da  dio  de'es- 
ser  dpvulo  *  ,  e  savio  ;  in  te  medesmo  ,  aveduto;  in  altrui,  male- 
scaltrito  ;  in  esaminare  lo  Consilio  ,  discreto;  in  ischifarlo,  aspro; 
in  prenderlo  ,  savio  ;  e  ritenerllo ,  fermo;  in  mutarllo,  hamile  . 

XII. 

Sopra  dimandare  consillio  da  Dio . 

Che  consiglio  debie  Adimandare  da  dio  dicie  sancto  iacopo 
che  dise:  se  alchuno  di  voi  Abisogna  di  senno,  Adimandilo  da  dio,  lo 
quale  lo  dae  Altrui  Abondevile  raente,e  nulla  Rinproverane.  Adon- 


X  33  K 

qna  lo  chonsilio,  e  ciò  che  fai  in  dicto,  e  in  opera  Al  nome  di  dio 
dei  fare  .  lo  simile  disse  sampaulo'ne  la  pistola  ad  colocenses  .  An- 
cliora  disse  :  ogna  dato  buono ,  e  ogna  dono  perfecto  viene  ,  e  di- 
scende da  cristo,  apo  M  quale  non  è  Alcliuno  trasrautamento .  ma 
diruandare  consiglio  da  dio  e'  de'  essere  devoto  e  savio;  A  ciò  che 
tuo  Adimandi  lo  consiglio  divotamente  AI  signore  tanto  che  sìa 
Giusto  e  lionesto,e  se  ciò  farai,  senza  dubio  Arai  da  dio  quello 
che  li  adomanderai.  e  cristo  disse:  ciò  che  domandf^rete  Al  mio  no- 
me, e  del  padre  Si  vi  drae  se  serae  giusto,  e  se  giustamente  Adì- 
manderae;  altramente  se  'l  malvascio  consiglio  farai ,  sopra  te  me- 
desmo  Ritorneroe.  e  gesù  seracha  disse  :  quelli  cbe  fae  lo  Rio  con- 
siglio ,  sopra  lui  Ritorna,  e  non  cognoscerai  là  ud'elli  verrà, e 
se  'ne  la  terena  x\mistade  è  ordinata  tal  lege  che  non  preghiamo 
de  le  cbose  soze  ,  né  le  facciamo  per  pregho,  e  Adimandiamo  dal- 
li Amici  le  cbose  honeste,  per  li  amici  le  facciamo  molto  magior- 
mente  chotali  cbose ,  debiamo  guardare  in  dìo  ched  è  verace  ami- 
cho,  e  guardia  del  nostro  Animo  .  e  Cato  disse  :  Adimanda  quella 
chosa  eh' è  giusta  ,  e  onesta  ;  e  macta  chosa  è  adimandare  quella 
cosa  cbe  si  puote  negare  per  rascione.  Unde  conciosia  chosa  che'l 
consiglio  de  l'uomo  senza  l'aiuto  di  dio  è  inutile,  e  vano,  e  sen- 
r.a  quello  neuna  chasa  fere  ,  secondo  cbe  dio  disse  :  neuna  cosa 
potete  fare ,  primieramente  adìmandiamo  chonsiglio  da  lui,  e  da 
la  sua  sostanza,  e  tuto  bene  ce  ne  vera  • 

XIII. 

Si  come  dti  Adimandare  Consilio  da  te , 

DA  TE  MEDESMO'ne  la  seconda  parte  dei  Adimandare  consiglio, 
e  dentro  da  te  Ricbiedere,  e'n  ciò  de' essere  Aveduto,  che  da  te  e 
da  tuoi  consilieri  Rimuove  le  tre  speciali  cbose,  che  sono  chontra- 
rie  Al  Consilio  ,  cioè  ,  l' ira  ,  e  dilectamento ,  e  la  frecta  • 

XIV. 

Sì  come  dei  ischìfare  V  ira  'ne  consiili, 

PRlMlERAmente  provedi  e  guarda  no  quando  se' irato,  né  da 
uomo  irato  no  adimandare  consiglio  ,  e  ciò  per  molte  Rascioni. 
la  prima  rascione  si  è  per  ciò  che  l'uomo  irato  sempre  crede 


)(  34  )( 

potere  fare  pino  che  non  puote,  perciò  lo  suo  podere  soperchia  . 
iscrito  è:  chi  crede  potere  valere  piuo  che  la  sua  natura  non 
porla  ,  lo  suo  podere  puote  essere  meno,  la  seconda  Rascione  si 
è  perciò  che  T  uomo  irato  non  parila  altro  che  peccato  secondo 
che  disse  senacha:  la  lege  \ede  ruomo  irato, ed  elli  non  vede  la 
lege.  la  terza  Rascione ,  perciò  che  l'ira  inpediscie  l'anima;  e 
chato  disse  ;  tuo  irato  non  contendere  de  la  chosa  che  non  se'  cier- 
to .  r  ira  inpediscie  1'  animo  A  ciò  che  non  possa  cognioscere 
lodricto;  linde  'ne  consigli  e  'ne  l'altre  chose  de' costringere 
r  animo  turbato,  e  la  volontà  fare  ubidire  a  la  rascione,  sì  chome 
disse  tulio  :  l' ira  sìa  di  cesso  da  noi ,  cho  la  quale  neuna  chosa 
si  puote  fare  dr iota  mente,  e  neuna  chosa  che  li  si  fae  cho  al- 
chuno  turbamento  si  puote  fare  ferma  mente,  e  chosl  cierto  non 
àe  misericordia  l' irato,  credere  che  '1  consiglio  eh'  altri  gli  dae, 
sia  Rio.  Unde  iscripto  è:  chi  vincie  l' ira  si  vincie  un  grande  ne- 
miche; e  se  de  l' ira,  e  de  l' irato  piuo  pienamente  vorrai  sapere 
legi  'ne  libro  de  la  forma  de  la  vita  là  u'  t' insegna  ischifare  l'  a- 
mistade  de  l' uomo  irato  e  furioso. 

XV. 

Là  u'  t' insegna  ischifare  V  avarida  e'I  dilectamento 
'ne  consilii, 

Deì  Anchora  provedere  no  l'avaritia  e  *1  dilectamento  in- 
tanto t'  impedisca  te  ,  e  tuoi  chonsiglieri  che  la  troppa  voluttà 
non  vincha  lo  senno,  e  ciò  per  molte  Rascioni.  la  prima  si  è  per- 
ciò che  l'avaritia  èradicie  di  tucti  i  mali,  si  chome  dicie  sam- 
paulo  .  la  seconda,  perciò  che  '1  dilectamento,  e  la  voluttade 
ispegna  lo  lume  de  l'animo,  e  a  in  se  tucti  i  mali  vizi;  Unde  tulio, 
de  la  vechiezza  *  disse  ;  neuna  infermità  e  neuna  morte ,  neuno 
pericolo  è  sì  grand-e  chome '1  dilectamento  del  corpo  dato  A  li  uo- 
mini per  natura,  e  '1  disideroso  dilectamento  è  senza  freno  Al 
mal  fare,  si  chomuoveno  sin'  i  tradimenti  del  suo  paese,  e  la 
sua  terra  si  involane  da  altrui  ,  si  chome  i  nemici  ,  malvascii 
parlamenti  e  consili  fare;  e  a  la  profine  neuno  peccato,  neuno 
Rio  male  è,  lo  quale  la  lusuria,el  dilectamento  non  ti  chostringa 
di  prendere,  ma  e  l'adolterio  e  tucti  mali  per  neuno  altro  pec- 
cato excitati  sono  piuo  che  per  lusuria,  conciò  sia  chosa  cbe  la 
natura,  o vero  dio  non  desse  al' uomo  neuna  chosa  si  contraria, 


)(  35  )( 

ne  Si  inemica  come  lusuria.  e  chato:  qu.nndo  lusurla  dura  a  1'  uo- 
mo non  à  in  se  temperamento ,  ne  non  puote  Avere  in  se  vertu- 
die  ,  per  la  qual  chosa  neuna  cliosa  cliosl  ria  ,  ne  chosl  xnorlale 
come  lusuria  e  la  voluttà  ,  e  seco  e  vedete  che  spegna  e  tolle  a 
l'uomo  tucte  le  buone  vie.  e  certo  lusuria  e  la  voluttà  è  si  for- 
temente ria,  che  no  nascie,  né  pare  se  no  per  dolore  che'n  prima 
sente  e  procede,  sì  come  disse  petro  alfunso,che  disse  :  neano  uomo 
si  dilecta  in  bere,  se  prima  no  li  viene  lo  dolore  de  la  sete ,  e  neu- 
no  si  dilecta  A  mangiare,  se  prima  non  si  duole  de  la  fame,  e 
così  di  tucti  dilectamenti  che  vegneno  A  l'uomo;  e  sapie  che  non 
è  sì  picciola  voluttà,  che  non  v'abia  pericolo.  Anch'  è  usato  di 
dire:  chiunqu'è  con  dilectamento  non  puote  essere  senza  vitii. 
Per  la  terza  rascione,  per  consigli,  e  'ne  1'  altre  chose  dei  ischi- 
fare  r  avaritia,  in  perciò  che  di  quella  nascie  peccato,  e  'ngen- 
nera  morte .  unde  Saiacopo*  'ne  la  pistola  sua  disse  :  ciascuno  si 
temperi  de  l' avaritia,  e  de  la  voluttà  ,  per  ciò  chi  con  quella  in- 
genera fa  peccato,  e  quando  sì  mato  fosse,  ingenera  morte,  e 
certo  r  avaritia  è  in  tanto  Ria,  e  la  voluttà,  chea  l'animo  di  cho- 
lui  che  volle,  neuna  chosa  si  puote  fare  tropo  tosto,  che  a  lui  non 
paia  avere  induscio ,  e  pare  tardi  A  la  voluttà  .  per  la  quarta  ra- 
scione  devemo  ischifare  ravaritia,e  rimuovere  da  Consilio,  per- 
ciochè  l'avaratia  e  la  voluttà  sono  porte  de  lo  'nferno  per  le  quali 
l'uomo  vae 'ne  la  morte,  le  quali  \oluttade  e  avaritia  se  l'uo- 
mo Altramente  non  le  potesse  torre  via,  e  lasciare  lo  suo  chuore 
medesmo  si  vorebe,  e  si  derebbe*  in  volere,  per  la  quinta  Rascione 
non  solamente  'ne  consigli ,  ma  etiamdio  in  tucti  i  tuoi  facti  le 
de'  ischifare  e  cessare  da  te ,  per  ciò  che  l' avaritia ,  e  la  voluttà 
non  à  in  mano  Alchuna  chosa,  se  non  quela  che  non  si  conviene, 
e  pino  si  disdicie  .  per  la  qual  chosa  disse  Seneca:  la  grande  ava- 
ritia, e  voluttade  si  è  morte,  la  quale  chui  ella  prende  suole  far 
bisogno ,  e  perciò  che  non  truova  fine  ma' dimandare ,  e  1' una 
de  l'altra  nascie .  Anchor  disse;  piuo  fort' è  quelli,  che  vìncie 
la  voluttade,  che  quelli  che  si  socto  raecte  lo  nemico  suo  .  per 
la  sexta  Rascione  la  u'  devemo  in  tucti  i  nostri  facti  ischifare  e 
fugire ,  e  chol  fuochg,  e  chol  ferro  socidere  ispetialmente  per 
fugire  infermìtade,  e  se  'Ila  non  truova  fine  ma'  dimandare  sì 
com'è  dicto,  molto  magioremente  la  de'fugirej  iscricto  è'nel  dida- 
schalo  d'ugo,  nel  tictolo,,come  si  de'legere  la  divina  iscriptura,, 
là  u't'amaestra  de'chostumi,  disse:  non  seguitare,  ne  volere  le 
chosG  che  non  anno  fine,  perciò  che  la  fine  non  à  posa,  e  non 

3 


X  36    )( 

puote  avere  ;  e  là  u'non  à  riposo,  non  puote  avere  pacìe  ;  e  là  u* 
pacie  non  à,  dio  non  puote  essere,  ne  abitare,  e  '1  profeta  disse 
'ne  la  pacie  è  fiicto  lo  suo  luogo,  e  in  Syon  lo  su'  abitamento. 

XVI. 

Chome  si  dee  ischi/are  lafrecta. 

Or  de'  sapere  e  cognosciere  che  la  frecta  è  contraria  e  ria  *ne 
consili ,  e  perciò  la  de'  scliifare  e  cessare  da  te  'ne  consillii ,  e 
si  chome  in  giudicare  lo  frecta  è  ria ,  unde  usato  è  di  dire:  quelli 
è  buono  giudicie  che  tosto  intende  ,  e  tardi  giudica;  e  scripto  è  : 
quella  chosa  che  lungamente  tracterai,  e  dilibererai  abiela  per  drì- 
cta  .  e  ancor  si  dicie  ;  chi  tosto  Consilia  chade  in  amenda,  e  falla, 
adonqua  non  dei  dare,  ne  ricevere  consiglio  a  frecta,  ma  con  di- 
liberamento,  e  con  convenevole  dimoro,  e  'nduscio;  Unde  senacha 
disse  'ne  la  forma  de  la  vita  onesta:  i'neuna  cosa  devemo  avere 
frecta  ,  ma  tuto  denanzi  guardare,  e  chi  è  savio  e  a  veduto  non  di- 
cie non  pensai  fare  questo,  perciò  che  non  dubita,  ma  aspecta, 
non  pensa,  ma  guardasi,  e  perciò  in  certe  chose  lo  diliberamento 
e  'l  convenevile  induscio  non  si  de'ischifare,  ma  tenere;  iscricto  è: 
a  diljberare  le  chose  utili  lo  'nduscio  è  buono;  e  ancLor:  ogna  'n- 
duscio  è  altrui  in  odio,  ma  fae  1"  uomo  savio,  und'è  veduto  lo  di- 
liberamento ,  e  '1  diligente  provedimento  ,  e  sopra  schifare  e  ri- 
muovere quelle  chose  che  sono  contrarie  al  consiglio^  cioè  l'ira  e 
J.' avarizia  ,  e  la  vo^uttade  e  la  frecta  . 

xvn. 

Come  ti  dei  guardare  di  no  manifestare  lo  Consilio 
se  no  per  grande  necessitade, 

ANclior  dei  provedere  e  guardare  che  la  tua  credenza  tegne  iq 
te,  ne  no  de'adimandare  di  consìglio  d'altrui,  se  per  quel  consiglio 
Ip  tuo  istato  non  de'  migliorarse  ;  e  gesù  seraca  disse  :  A  l' ami- 
che ,  ne  al  nemico  non  dire,  né  manifestare  secreto,  e  s' è  tuo  pec-» 
cato  no  lo  scoprire,  che  t'  odierae,  ed  in  luogo  di  ricoprire  lo  tuo 
peccato  farae  beffe  di  te  .Ed  un  altro  disse:  quello  che  volli  che 
sia  credenza  noi  dire  Altrui  :  ed  un  altro  disse  :  non  de' credere  , 
pè  pensare  che  uno  uomo  possa  tenere  una  chosa  cielata  -,  e  petro 


)(  37  )( 

alfunso  disse  :  Io  consiglio  e  '1  secreto  tuo  tlei  tenere  ciolato  e  ser- 
rato 'ne  la  tua  prisciono,  ma  da  clie  tuo  l'ai  manifestato  tiencti 
legato  'ne  la  sua  ,  perciò  disse  ,  chi  '1  suo  consiglio  e  '1  suo  secreto 
tiene  nel  chuore  puote  dire  che  sia  signore  di  se,  e  a  'legere  e  pren- 
dere lo  mellio  ;  e  piuo  siclmra  chosa  e  a  tacere  ,  che  non  pregare 
altrui  che  taccia,  unde  senaca  disse  :  se  te  medesmo  non  potresti 
costringere  di  tacere  ,  cliome  volli  tuo  che  altr'  e'  taccia  .  ma  se 
tuo  credi  che'l  tuo  istato  dehia  meliorare  per  lo  consìglio  Altrui 
Alora  dilihera  ,  e  dentro  da  te  diligentemente  provedi  a  chui  tuo 
adimande  questo  Consilio ,  e  a  cui  tuo  manifeste  lo  tuo  secreto .  e 
senaclia  disse  :  dilibej'a  tucte  le  cose  elio  l'amicho,  ma  in  prima, 
di  lui .  e  petro  Alfunso  disse  per  li  no  provati  Amici:  provedi  una 
volta  de  li  nemici  ,  e  mille  delli  Amici  ,  perciò  che  per  aventura 
l'amico  adiviene  nemico,  e  chosi  potrebeti  lievemente *danegiare. 

XVIII. 

Chome  non  dei  mostrare  la  tua  i'olontà  ai  consillieri  . 

ANchor  dei  provedere  no  sopra '1  consiglio  che  tuo  adimandi  ai 
consiglieri  mostri  la  tua  volontade  ,  perciò  che  gli  uomini  sono 
tucti  quasi  piacendieri  e  usingatori,  e  guardano  la  volontà  del  si- 
gnore, e  isforzansi  di  dire  quello  che  credeno  ,  che  pino  piaccia 
Al  signore,  e  magiormente,  vedendo  la  lor  volontà,  la  lodano,  che 
'1  dispresciano  ,  Ancor  che  non  sia  utile;  e  questa  è  la  rascione  per 
la  qual  cosa  ,  li  grandi  uomini  e  potenti  se  per  loro  non  sanno  , 
d'  altrui  neuno  buono  consiglio  possono  Avere  ,  ne  prendere,  de' 
quali  usingatori  pienamente  ti  ne  dirò  di  socto.  Adonque  in  adi- 
mandar Consilio  da  te  prima  provedi,  a  ciò  che  chosi  da  te  e  dai 
tuoi  consiglieri  rimuovi  quelle  chose  che  sono  contrarie  A  lo  consi- 
glio; apresso,  che  lo  tuo  consìglio  secreto  dei  tenere  in  te,  e  no  dir- 
lo se  per  quello  non  credi  meliorare  lo  tuo  istato  .  Ancor  infra  te 
medesmo  dei  consiglieri  dei  diliberare,  e  propensare  che  non  mo- 
stri loro  la  tua  volontà  di  quello  che  adimande  . 

XIX. 

Come  dei  adimandare  consiglio  d' altrui . 
Or  da  eh'  ài  adimandato  Consilio  de  te  medesmo,  e  proveduto 


)(  38  )( 

diligentemente  dentro  da  te,  abisogna  che  alchana  volta  Adìmandi 
consiglio  d'  altrui,  dei  sapere  da  chiù  debie  adimandare  Consilio , 
e  in  adimandare  consiglio  d'  altrui  abìe  questo  senno  che  cogno- 
sche  li  buoni  Amici  da  riei.  adonqua  da  tucti  li  amici  e  savi  e  pro- 
vati ,  e  (ideili,  e  specialmente  da  vechi  devemo  adimandar  con- 
siglio ,  e  perciò  dissi  de  li  amici;  che  sì  chome  disse  Salamone:  io 
cUuore  de  1'  uomo  sì  dileta  dei  buoni  confecti ,  e  1'  anima  si  dile- 
cta  del  consiglio  del  buon  Amico,  e  neuna  cosa  è  piuodolcie  che 
avere  Amico  chol  quale  posse  parlare  sì  chome  cop  teco  medesmo, 
e  Salamone  disse  ;  neuna  chosa  è  che  s'  aguagli  ne  vaglia  tanto , 
quanto  'l  fidele  Amico ,  ne  non  è  né  ariento  ,  ne  oro  Al  quale  si 
possa  aparegiare;  e  ancora:  l'amico  se  dimorrae  fermo  sera  uno  te- 
co  i  e  anchora  :  lo  fidele  Amico  è  forte  difenditore,  e  chi  '1  truova 
buono  guadagna  grande  tesauro.  Ancora  si  dicie  che  tal' è  l'uomo 
senz'  amici ,  qual'  è  '1  corpo  senza  1'  anima  ,  e  se  quelle  chose  ,  le 
quali  sono  diete  doni  d'ayentura,  sono  celate  da  li  amici,  non  posi- 
sono  essere  piacevili ,  e  per  ciò  disse  de' savi;  perciò  cLe  '1  savio 
porta  Arme  centra  tuti  quando  pensa,  e  per  lo  suo  senno  Consilia/ 
gì  è  che  tuo  lo  credi ,  non  puoi  chadere  mactamente;  eum*pro* 
verbio  dicie  :  non  del  ponte  diade  chi  con  senno  vae.  e  senacha 
(disse:  i  savi  per  le  chose  aperte  pensano  le  scure,  e  per  le  picciolo 
le  grandi;  e  de' provati  efideli  perciò  dissi,  che  i  molti  sono  tenu- 
ti savi  che  sono  malitiosi,  e  tosto  consilierebbero  altrui  male  per 
la  lor  malitia  ;  e  per  la  qual  chosa  non  si  de'  credere  A  tuti,  m' a 
choloro  che  sono  provati  e  trovati  fideli;  unde  san  gio vanni 'ne  la 
fìstola  sua  disse  :  Amici  charìssìmi  no  credete  a  ogna  ispirito,  ma 
provateli  se  sono  buoni .  e  san  paulo  disse;  ogna  chosa  provate,  e 
quello  eh'  è  meglio  tenete  ,  e  da  ogne  ria  isperanza  vi  guardate . 
ed  uno  savio  disse  :  chi  tosto  crede,  à  '1  chuore  lieve  e'meaima,  e 
la  lievezza  del  chuore  ,  e  de  1'  animo  viene  da  pogo  senno  ,  ed  è 
una  partita  di  follia,  ed  un  altro  Savio  disse:  no  lodare  l'amico 
fine  che  noi  pruove  ;  e  uno  fisolafo  disse:  guardati  dal  consiglio 
di  ebollii  da  chui  tuo  1'  adimande  ,  che  ti  sia  fidele  ,  e  provato  . 
E  perciò  feci  menz/one  de'  vechi,  perciò  che  sì  chome  disse  san- 
to globo  :  'ne  li  antichi  è  '1  savere,  e  ^nel  lungo  tempo  è  la  pru- 
(lenza.  Ancora  cassiodoro  disse  :  quelli  sono  sempre  tenuti  savi 
che  sono  Amaestrati,  e  provati  savi  per  la  convisationedi  molti 
huomini  ;  e' vechi 'ne  consigli  Aparano  senno,  unde  Marcialle 
disse  :  1'  uso  de'  panni  vechi  tosto  dispiacie  ,  e  si  disprescia,  ma'l 
consiglio  de'  vechi  non  è  chosi  da  dispresciare  .  e  tulio  de  la  ve- 


)(  39  )( 

chieza  disse:  le  grandi  cl>ose  non  si  fanno  per  forza ,  ne  per  avac- 
ciaraento,  ne  per  frecta  del  corpo,  ma  per  consiglio  ,e  per  auto- 
rità, e  per  senno,  le  quali  cliose  la  vecliieza  non  suole  rnenimare, 
ma  cresciere.  Adonqua  adimandando  consiglio  da  sopradicti  abie 
tal  guardia,  che  prima  da  uno  o  da  pogbi  adimandi  consiglio  ,  e 
Salamone  disse  :  abie  molti  pacefichi  ;  consiglieri  de  mille  uno  .  e 
no  pure  uno  consiglio  de'  fare  co'  loro,  ma  piuo  .  ciò  disse  Sala- 
mone:  là  u'  non  à  signore  lo  popolo  diruina,e  la  salute  e  la  pacie 
sì  è  là  u'sono  li  molti  consigli  ;  e  se  abisogna  abie  assai  consiglie- 
ri ;  unde  Salamone  disse  'ne  proverbi  :  li  pensieri  sono  vani,  e  si 
perdono  là  u' non  à  consiglio ,  e  là  u'sono  assai  consiglieri  so- 
pra van/io  e  si  confermano. 

XX. 

Lo  cui  consìllio  si  de'  schifare  . 

VEduto  e  cognosciuto  diligentemente  da  cbui  lo  coiisiglìo  si 
de' adimandare ,  vediamo  lo  cbui  consiglio  sì  de'  iscbifare.  e  pri- 
ma iscbiferai  lo  consiglio  de'  folli,  perciò  cb'e  folli  Amano  le  cliose 
folli ,  e  ì  loro  consìgli  traieno  a  mactia ,  unde  iscripto  è  :  propìa 
cbosa  E  de  la  mactia  d'altrui  peccato  cognosciere,  e  del  suo  no  ri- 
cordarsi .  e  Salamone  disse  :  lo  cbuore  del  savio  'ne  la  sua  dricta 
parte,  e  '1  cbuore  del  non  savio  'ne  la  mancba  .  unde  Altròe  disse  : 
in  orecbia  de'  folli  non  parlare,  perciò  cbe  disprescierà  lo  tuo  sen- 
no; e  ancbora  :  la  via  del  folle  sì  è  dricta  al  suo  parere...  *e'l  sa- 
vio ode  i  consigli .  Ancor  :  1'  uomo  savio,  se  cbol  folle  contende,  e 
s' aira  o  ride,  non  troverà  riposo  . 

XXL 

Coni'dei  ischìfare  lo  Consilio  de  li  usingatori,  e  di  coloro 
che  mostrano  una  cosa,  e  volliono  un'  altra, 

Simillìante  mente  devemo  iscbifare  lo  consiglio  de  li  usingato* 
ri ,  e  di  quelli  cbotali  uomini  non  pur  'ne  l'aversìtadi,  ma 'ne  le 
seconde  cbose;  e  'ne  le  seconde  cbose  massima  mente  devemo  usa- 
re lo  consiglio  de  gli  amici,  e  allora  si  de'guardare  no  l'osìngatori 
lo  sentano,  a  ciò  cbe  noi  no  ci  lasciasimo  usingare,'ne  la  qual  cbosa 
legiera  mente*  si  falla,  perciò  che  noi  devemo  credere  d  esere  tali 


)(  4o  X 

clie  slamo  lodati  per  rascione,  e  di  ciò  uascieno  molti  peccati,  qua ff- 
do  li  uomini  che  si  tegnono  savi  e  scioccliamente  sono  isclicrniti,  e 
cliageno  in  grande  errore  .  unde  dei  sapere  che  'ne  l'amistà  non  k 
neuno  si  grande  peccatochome  le  inghanneviliUsinghe,maavegna 
che  l'usinghe  e  le  lode  denanzi  siano  mortali  chose,  ma  non  puote 
nuocere  Altrui,  se  no  A  choloro  che  le  ricevono,  che  le  credono, 
e  che  in  quelle  si  dilectano  di  loro  udire,  e  sopra  ciò  disse  chato: 
se  alchuno  ti  loda  Pticorditi  che  tuo  medesimo  sic  tuo  giudicie,  e 
non  credere  Altrui  di  te  piuo  che  a  te  medesmo  .  e  senacha 'ne 
le  pistole  disse  :chonsidera  dentro  da  te,  e  no  credere  altrui  quel- 
lo che  tuo  sai;  magiormente  si  pertiene  A  te  medesmo  di  credere 
quello  che  tuo  se' ,  e  da  savio  uomo  viene  magiormente  Volere 
piacere  a  se,  che  altrui .  Adonque  'ne  consili,  e  'ne  l'  altre  chose 
non  temere  le  parole  Aspre,  ma  temi  l'usinghevoli  parole  .  disse 
Salamene:  lo  rio  uomo  che  parila  usinghe  e  iughanno  è  uno  laci'a- 
ollo  de' peccatori .  Ancor  1'  uomo  che  dicie  parole  d'inganno  Usin- 
ghevili  A  l'amico  suo,  rete  dispande  a'suoì  piedi. ed  un  altro  disc: 
neuno  Aguaito  è  si  nascosto  come  quello  che  si  fae  cho  inganno;  e 
secondo  tulio  donque  è  melilo  A  credere  che  crudeli  nemici  ispes- 
se volte  digano  vero,  che  l'usinghevili  Amici  una  volta.  Unde  cha- 
to disse:  Ilicorditi  di  schifare  l'usinghevili  e  le  ingannevili  paro» 
le  .  Adonqua  non  ti  de'  muovere  a  le  parole  Unsinghevili,  dolci , 
e  hene  composte  ,  m'  a  la  verità  solamente  .  e  Seneca  disse 'ne  le 
pistole  :  muoviti  Al  dricto,  e  no  a  le  parole  composte  .  Ma  lo  dicto 
di  colui  che  dà  opera  a  la  veritade  de'  essere  no  composto,  e  sem- 
pricie  .  E  se  per  Aventura  tuo  credi  essere  savio,  non  perciò  dei 
credere  pure  al  tuo  senno ,  ma  consiglio  Adimanderai  d'altrui; 
perciò  disse  chasiodoro  :  quelli  Adimanda  consiglio  d'altrui,  e 
senno  nel  qual'  è  grandissimo  savere.  Adonque  dubitare ,  e  dei 
savii  consiglio  adimandare  no  è  vergogna,  ne  senza  utilità  . 

XXII. 

Come  dei  ìschi/are  lo  consiglio  di  coloro  che  sonOp. 
o  già  furo  nemici  y  eh'  or  sono  Amici  . 

ANcor  dei  ischifare  lo  consiglio  di  choloro  che  già  furo  nemi- 
ci ,  e  possa  sono  tornati  in  gratia  .  e  scricto  è;  neuno  uomo  chol 
nemicho  Riede  in  gratia  sichuramente .  E  isopo  disse:  non  vi  fida- 
te, ne  scoprite  li  vostri  secreti  A  choloro  coi  quali  siete  istati  ne- 


)f  4"  )( 

mìci .  Anclior  disse  :  ncuna  fede  dare  'ne  i  nemici,  E  loro  confor- 
tarnento  abie  per  nolente  ,  perciò  che  V  ira  ,  e  V  odio  sempre  istà 
celata  'nel  pecto  do' nemici  ;  e  sccliondo  clic  senecha  disse:  li\  u* 
lungamente  e  stato  lo  fuoco  non  menima  'l  caldo,  ancor  disse: 
magiore  mente  conviene  A  morire  per  l'amico,  che  vivere  chol  ne- 
mico .  lo  simile  disc  Salamoile:  A  1' anticho  nemico  non  credere 
mai,  e  se  contra  te  s'aumilia  no 'i*  credere,  perciò  ch'è  presode  l'uti- 
litade,  ma  no  de  l'amistade;  vuole  Avere  quello  per  volontà  o  per 
inghanno ,  che  non  puote  prendere  per  forza  .  Ancor  disse  :  de- 
nanzi  Ai  tuoi  occhi  lagrimerà  lo  nemico,  e  se  vedrà  tempo  non  si 
sazerae  del  tuo  sangue.  E  petro  Alfunso  disse:  non  t'acompagna- 
re  Ai  tuoi  nemici  se  puoi  avere  Altri  compagni,  per  che'l  bene  che 
farai  obrieranno,  e  '1  male  terranno  A  memoria  • 

XXIII. 

Come  dei  ischi/are  lo  consiglio  di  coloro  che  per 
paiiraj  o  per  amore  fanno  riverenza  , 

ÀNchor  dei  ìschifare  lo  consiglio  di  choloro  che  per  paura ,  e 
nò  per  amore  ti  mostrano  d'  amare ,  e  no  perciò  sono  Amici,  ma 
mortali  nemici ,  e  neuna  chosa  è  melio  a  difendere  e  ritenere  le 
richeze,  che  essere  Amato  j  E  neuna  chosa  è  pino  istrania  che  es- 
sere temuto;  e  li  uomini  chiaramente  chui  temeno,  sì  odiano,  E  la 
chosa  che  l'uomoà  in  odio  Adimanda  che  perisca  .  Adonque  non 
de'credere  potere  Avere  buon  Amico,  né  buono  consilieri  per  pau- 
ra ne  per  foraa  ;  e  sì  chome  uno  fisolafo  disse  :  neuno  è  fidato  ami- 
co a  cholui  chui  teme  .  E  marcialle  disse  :  1'  amore  volle  le  chose 
pari,  E  eguali,  E  l'odio  le  contrarie  .  E  no  solamente  l'amistà  e  1 
buono  consiglio  per  paura  non  s'  accata,  né  si  ritiene  ,  ma  etian- 
dio  lo'mperio  per  paura  si  perde  .  E  tulio  disse:  neuna  forza  d'im- 
pero è  tanta,  che,  da  che  la  paura  constringe,  possa  essere  lunta- 
na*  e  perciò  molti  uomini  de' temere  quelli  che  da  molti  è  temu- 
to; unde  senecha  disse:  neuno  puote  esere  grande  sicuramente, 

XXIV. 

Come  dei  ischifare  lo  Consilio  de  li  uomini  ehri , 
ANcora  dei  ischifare  lo  Consilio  di  coloro  ,  che  sono  ebri ,  per- 


)(  4^  )( 

ciò  che  '1  secreto  consiglio  non  possono  celare  .  e  Salamone  disse: 
nc'uno  secreto  là  u'  regna  la  ebrità  . 

XXV. 

Come  dei  ischìfare  Consilio  di  coloro  che  consìlliano 
secretamente  in  cosa,  e  palesemente  vuole  altra, 

ANcora  dei  ischifare,  e  avere  sospecto  lo  consiglio  di  choloro 
che  secretamente  consiliano  una  cliosa  ,  e  palesemente  mostrano 
di  volere  un'  altra  .  A  ciò  disse  chasiodoro:  elli  è  specie  di  tradi- 
mento dire  secretamente  una  chosa ,  e  palesemente  mostra'  *  di 
volere  altro . 

XXVI. 

Come  dei  ischifare  lo  consiglio  de  V  uomo  rio, 

Slmilliante  mente  dei  ischifare,  e  avere  sospecto  lo  Consilio  de 
l'uomo  rio;  e  scricto  è  :  lo  rio  nomo  da  seneuno  buono  Consilio  dae. 

XXVII. 

Come  dei  ischìjare  lo  Consilio  de'  giovani, 

ANcora  dei  ischìfare  lo  consiglio  de  giovani ,  o  almeno  dubi- 
tarlo ,  perciò  eh' e  giovani  non  anno  senno  maturo ,  e  amano  le 
chose  giovani,  e  non  si  puote  avere  con  loro  successoìunìano,  che 
troppo  tosto  prendeno  la  matureza  .  per  la  quale  chosa  disse  Sa- 
lamone :  guai  a  la  terra  là  unde  lo  fancello  è  signore,  o  i  co'  *  prin- 
cipi mangiano  da  matina .  E  marzialle  ti  disse  :  messer  melibeo 
confideti  tao*  'ne  i  consili  de'  giovani  ?  e  puoi  aspectare  a  avere 
dannagio  sine  a  tanto  che  se'  senza  Consilio  . 

XXVIII. 

Come  dei  esaminare  lo  consillio  generale, 

DEvemo  vedere  chome  '1  Consilio  si  de' esaminare  •  e  certo  in 
esaminarllo  Consilio  dei  essere  sì  distrectoche  guarde  lo'ncomin- 


)(  43  )( 

ciamrnlo  e  '1  mczo  ,  e  la  6ne  ,  e  quelle  cose  che  siano  utili  ina* 
r  esaniinamento  del  consiglio  ,  e  provedi  diligente  mente  quello 
che  fae  bisogno  A  ciò  .  inperciò'ne  1  esaniinamento  del  consiglio, 
prima  che  sia,  da  te ,  e  da  i  tuoi  consilieri  quelle  cliose  rimuovi 
eh'  è  dicto  di  sopra,  e  che  sono  contrarie  Al  consiglio,  cioè  l'ira, 
la  voluttà,  r  avaritia,  e  la  frecta,  e  possa  ritorna  A  lo  comincia- 
mcnto  del  facto,  perciò  che  di  ciaschuna  cosa  lo  principio  è  gran- 
dissima parte  ;  etiandio  'ne  i  contracti  io  'nprincipio  di  ciascuno 
contraete  si  de' guardare  del  principio,  secondo  chella  legedicie: 
li  principi  de  le  cose  si  deno  guardare  e  vedere,  e  scricto  è  :  con- 
trasta, e  antivedi  Al  principio,  A  ciò  eh'  e  malli* non  crescano,  e 
inperciò  tucti  li  mali  Assempri  sono  nati  da  i  buoni  principii,  se- 
condo che  disc  salustio  :  in  tucti  li  beni  troverai  dopi  mali .  E  ge- 
sù seraca  disse  ;  per  ciò  dei  ma gior mente  temere  'ne  i  principii 
per  li  doppi  mali,  che  in  tucte  le  chose  sono;  ma  se  'ne  buoni 
principi  àe  periccoilo*perlidopi  mali, molto  magiormente  Ae  pe- 
ricolo, e  dubio'ne  le  chose  eh'  ano  mal  principio,  e  sono  mal  pro- 
vedute, inpercioché  non  ponno  venire  a  buon  fine  le  cose  ch'ano 
avuto  mal  principio,  secondo  che  dicono  li  dicretali;  per  la  qua- 
le cosa  il  principio  e  la  fine  considerare  dei .  e  panfilio  disse  :  lo 
savere  guarda  avere  insieme  lo  principio  e  la  fine  di  tucte  le  co- 
se ,  àe  in  se  tucto  onore  e  disnore  ,  e  vede  lo  principio  e  la  fine  de 
la  parola,  a  ciò  che  possa  mei 'parlare  quello  ch'àe  propensato .  e 
senecha  disse:  piuo  lieve  cos'  è  a  constringere  l' incominciamenti 
de'  vitii  ,  che  soferire  lo  loro  furore,  e  perciò  li  'ncorainciaraenti 
sono  i'  nostra  signorìa,  e  la  vertude  giudica  di  quello  che  aviene. 
Adonque  saviamente  ,  e  con  grande  discrectione  si  de*Asaminare 
lo  Consilio;  e  propria  chosa  è  del  savio  uomo  isarainaro  lo  Consi- 
lio; e  dell'  altre  chose,  secondo  che  disse  tulio:  sì  considerate  que- 
ste chose,  cioè  che  in  ciascuna  cosa  sie  dricto  e  chiaro  e  qual  sia 
la  rasciiine  di  ciascuna  cosa  ,  e  com'  ciò  sia  vero;  per  ciò  debiarao 
guardare  che  la  verità  sempre  deverao  onorare  ,  la  qual  cosa  fae 
li  uomini  prossimi  a  dio,  concio  sia  chosa  che  idio  siae  verità  sì 
come  e'  medesmo  dicie  :  io  sono  via  ,  verità  ,  e  vita  ;  perciò  disse 
tulio:  chiara  e  pura  de' essere  la  verità,  senza  neuno  falso,  per  la 
qual  cosa  disse  chassiodoro  :  buono  è  '1  vero,  se  in  quello  non  si 
mischia  lo  contrario,  e  dio  disse:  lo  diavolo  è  busc/ardo  e  'l  suo 
padre;  E  salamone  disse:  magioremente  devemo  Amare  1' uomo 
eh'  è  ladro ,  che  quello  eh'  è  busciardo .  Ancor  de'  vedere 'nel  con- 
siglio che  t'  è  proposto,  se  quello  consiglio  consenta  a  la  rascionjBi 


)(  44  }( 

o  no.  Ancor  deVedcre  cLi  consente  A.  questo  Consilio, e  chi  contra- 
ci iciu,  A  ciò  clic  per  quello  co^uoscie  se'l  facto  e  '1  Consilio  tuo  puoìe 
avere  compimento,  o  no.  Ancor  dei  guardare  e  provedere  se  la  tuii 
voiontade  e 'l  consiglio  Risponde  Al  tuo  podere  o  no,  e  in  tucle  io» 
predecte  cliose  provedi  che  la  tua  volontà  consenta  a  la  lascione, 
e  al  podere  .  sopra  la  terza  parola  che  disse  tulio  :  fedel  consiglio 
seguite,  bene  o  m;ile,o  odio,  o  paura,  o  amore,  rascione  o  torto, 
pacieo  guerra,  danno  od  otilitade,  ealtre  molte  chose  che  dire  si 
potrehero,  Avegna  che  no  chomodamente;  'ne  le  quali  tucte  chose 
lo  bene  si  de'  prendere  ,  e  '1  contrario  lasciare  .  Sopra  la  quarta 
parola  là  u' tulio  disse:  e  qaal  sia  lachascione  di  ciascuna  chosa  di- 
ligente mente  provedi,  esamina  la  chascione  delle  chose,  e  solici- 
tamente  le  ricercha,  e  quando  troverai  Io  principio  pensa  de  la  fi- 
ne ;  del  quale  principio  e  fine  asai  ti  ne  dissi  di  sopra  .  Adonque 
richiedi  chascione  soficente  e  buona  e  principale,  e  prosima,  e  ri- 
mota,  e  a  ciò  che  lo  Consilio  bene  isamini,  e  tuoi  facti  saviamente 
faccie,  guardia  a  quel  che  dei*, e  puote  Avenire,  aranimo  tuo  tucto 
proponi ,  e  non  pur  a  quello  che  de'  venire,  ma  a  quello  eh'  è  pas- 
sato dei  intendere  ;  perciò  disse  senaca  de  la  forma  de  la  vita  one- 
sta, che  disse  :  se  1'  animo  tuo  è  savio  dispensasi  e  disortisciesi  in 
tre  parti ,  in  ordinare  le  cose  presenti ,  in  provedere  le  cose  che 
deno  e  possono  Avenire,  e  ricordarsi  de  le  cose  passate;  perciò,  che* 
di  neuna  chosa  passata  si  ricorda  perde  la  vita  ;  chi  no  pensa  di 
quello  che  puote  avenire  in  tucte  le  cose  ,  è  mal  proveduto ,  Or 
proponi  'ne  l'  animo  tuo  le  cose  che  ti  possono  avenire  ,  le  buo- 
ne ,  elle*  contrarie ,  A  ciò  che  quelle  posse  comportare . 

^  XXIX. 

Quando  'l  Consilio  si  de' prendere ,  e  aprovare. 

Poi  eh'  a  verno  veduto  chome  'l  Consilio  si  de'  esaminare,  ve- 
diamo chome  si  de'prendere,  e  quando  è  a  aprovare,  e  certo  pren- 
derete Aprovare  sì  de'lo  Consilio  e  quando  sera  esamìnato,e  trova- 
to buono  e  utile;  e  avegna  che  '1  consiglio  ti  paia  buono  non  perciò 
inmantenente  '1  dei  prendere,  ma  diligente  mente  guardare  chome 
si  puote  compierei  e  perciò  disse  tulio:  chi  viene  a  fare  una  cho- 
sa guardisi  che  non  chonsideri  che  quella  chosa  solamente  sia  one- 
sta ,  ma  ancor  disse  :  chonsiderare  s'  àe  lo  podere  di  compierlla  . 
Ma  in  tucti  li  facti  j  Anzi  che  l'inprende,  diligente  apparechiamenta 


)(  45  )( 

de'avere.  Adonque  clionsidera  non  troppo  prende;  e  proverbial- 
nienle  si  dicie  „  chi  troppo  abraccia ,  poi^lio  istringie  ,,  e  perciò 
dei  inchuminciare  tai  cliose  ch'elle  posse  condure  A  fine,  sicliome 
disse  senacha ,  clie  disse:  non  adiriiandiamo  chose  che  siano  ma- 
ijiori  di  te;  adinianda  quello  che  si  possa  trovare  ,e  si  d'altre  co- 
se, e  non  ti  ponere  a  più  alta  cosa  di  te/ne  la  quale  incontenente 
si  debia  tremare,  e  chadere  ;  e  chi  vuole  volare  Anzi  che  mecta 
penne,  diade  in  tera,  e  tucto  si  digiungie;  e  se  per  aventura  so- 
lamente a  la  bontà  ,  e  a  Tutilità,  e  a  l'  onore  guardasi ,  e  no  a  la 
potenza  tua,  tosto  t'  averrebe  ciò  eh'  è  dicto  di  sopra;  e  chi  piao 
crede  potere,  che  la  sua  natura  porti ,  lo  suo  podere  puote  esse* 
meno  ;  e  se  '1  Consilio  sera  dubio  ,  o  al  dicto  ,  o  al  facto  che  porte- 
gna ,  sempr'  è  da  tacere  ,  o  no  farllo ,  o  alegere  piuo  tosto  lo  no 
clie  'l  sì .  perciò  disse  petro  Alfunso  :  se  temi  di  dire  ,  taci  ;  e  al 
savio  magiormente  sì  cliome  si  conviene  tacere  per  se  ,  che  par- 
lare contra  se  ,  perciò  che  neuno  in  tacendo,  e  molti  in  parlando 
A  verno  veduti  Riprendere,  e  le  parole  sono  simili  a  le  saecte,  lie- 
vemente si  dicieno  ,  e  gravemente  si  stornano  e  s' amendano  ,  e  poi 
che  la  parola  è  dieta,  non  si  puote  mai  Rivocare;  per  la  qual  chosa 
'ne  dubi  è  melilo  A  tacere  che  a  dire,  si  chome  'ne  facti  dubi  è 
melilo  A  no  farli,  che  a  farli ,  si  chome  disse  tulio ,  che  disse:  ben 
fae  chi  vieta  di  fare  quella  chosa  che  dubita,  o  dricto,  o  falso  che 
sia  ,  per  ciò  che'l  dricto  lucie  per  se  medesmo,  e'I  falso  pare  si- 
gnificamento  d'ingiura  .  ed  un  altro  disse  :  se  alchuna  chosa  da- 
bite,  né  la  fare  .  A  la  per  fine  in  tucte  le  predicte  chose  sì  per  te, 
e  per  Altrui  sie  savio,  che  st^mpre  prende  lo  bene,  la  verità,  l'ulti- 
lità,  la  rascionc;  la  giustizia;  e  lo  contrario  lasci , 

XXX. 

Quando,  e  in  che  modo  lo  Consilio  si  de'  ritenere  • 

VEduto  E  cognosciuto  quando,  e  in  che  modo  lo  Consilio  si  de- 
bia prendere,  vediamo  quando,  e  in  che  modo  si  debia  Ritenere  ; 
€  cierto  lo  consiglio  si  de'  ritenere  quando  per  legipiinia  prova 
appara  utile  e  buono,  sì  chome  disopra  disse  sampaulo  :  provate 
tucte  le  chose ,  e  tenete  lo  melio  ;  e  anchora  con  grande  fermeza 
si  de' ritenere,  perciò  disc  chato  :  sie  fermo  e  umile  sì  chorae  '1 
facto  Richiede:  e, 'l  savio  muta  costumi  quand' abisogna  senza 
peccato .  Adonque  fermamente  servemi*  lo  consiglio,  e  non  volu- 
bile mente . 


)(  46  )( 
XXXI. 

Quando  7  consillio  ,  e  la  cosa  promessa 
si  puotc  e  si  de^  mutare , 

Or  devemo  vedere  quando  '1  Consilio ,  e  '1  promesso  si  puote, 
e  si  de'mutare.  e  certo  lo  Consilio,  si  puote  mutare  per  molte  Ra- 
scioni.  puotesi  mutare  quando  nuova  chascione  sopraviene ,  e  qui  l 
eh' è  di  nuovo  Consilio  si  chome  dicie  la  lege.  Ancor  si  dicie:  noti 
è  macta  chosa  mutar  Consilio  con  cascione;  e  senacha  disse  :  se  'l 
nemico  tuo  odirà  lo  tuo  Consilio,  Rimuta  lo  proponimento  di  quel- 
lo, puotesi  Ancor  mutare  lo  Consilio  se  per  errore,  o  per  altra  cha- 
scione fosse  preso  Rio  e  inutile,  la  qual  chosa  ispesse  volte  A  vie- 
ne ;  ma  sì  chome  dicie  senacha ,  cose  sono  che  non  paieno  huone , 
e  sono  ,  ma  secondo  eh'  è  alchuna  volta  che  l'amico  mostra  trista 
faccia,  e  T  usingatore  Alegra.  Ovidio  disse:  li  malvasci  veleni  si 
chelano  socto  '1  dolcie  mele,  e  'n  tucti  li  beni  troverai  doppi  ma- 
li ,  si  chome  di  sopra  dissi .  Ancor  si  de'  mutare  lo  Consilio  s'  eli 
è  sozo,  o  per  soza  chascione  dato,  ma  Ve  se*  per  le  predicte  cha- 
scioni  eziandio  se  la  promessione  fosse  facta  cho  effecto  non  ter- 
rebe ,  perciò  che  per  quella  rascione  serebe  neiente ,  o  drebesi 
contra  lei  exceptione,e  generalmente  sapiamo  ch'e  sothi  *  istipula- 
ment'  e'  non  sono  di  neuno  valore,  secondo  che  dicie  la  legie .  An- 
cor si  de'  mutare  lo  Consilio  se  pertiene  a  peccato,  eperciochè  ge- 
neralmente è  usato  di  dire:  neuno  Consilio  è  contrario  ;  e  che  ti 
dissi  de  la  sotha  promessione,  no  essere  da  servare,  intendi  de  la 
promessione,  che  non  puote  essere  da  servare;  Ancora  overo  di 
quella  che  comodamente  non  si  puote  oservare  ,  overo  di  quella 
che  magiormente  nuoce  a  cholui  a  chui  è  promessa ,  overo  di 
quella  eh'  è  inutile  e  contraria  a  cholui  a  cui  è  facta  ;  e  per  ciò 
disse  tulio  :  non  sono  da  servare  le  promessioni  che  sono  inutili  A 
choloro  chui  sono  facte  ;  und'  è  iscrito  di  sopra  :  lo  savio  non  men- 
te ,  quando  '1  suo  proponimento  Rimuta  in  melio  . 

Or  serva  e  tieni  per  reghole  generale  quello  che  per  li  savi  è 
usato  dì  dire  :  lo  consiglio  che  non  si  puote  mutare  è  rio . 

Or  cognosciute  le  predicte  cose  diligentemente,  Messer  raeli- 
beo  Ripuose,  e  disse  ;  fin  'a  qui,  Madonna  mia,  convenevile  mente 
m'  ài  dei  consili  insegnato  in  genere  :  vorrei  che  discendendo  a 
specie ,  Consilio  sopra  questo  facto  presente  a  me  dato  meco  in  sie- 
me  esaminasi,  si  che  veduta  1'  utilitade  prendiamo  quello  che  '1 


)(  47  )( 
meglio  è  .  E  donna  prudentLa  Rispuose  :  signore  mìo,  io  ti  prego 
eli  e  se  io  avesse  dicto  o  dicesse  troppo  che  ti  dispiacesse  ,  che 
m' il  perdoni ,  perciò  che  io  lo  dico  per  otilità  e  per  onore  di  te , 
credendo  che  humile  mente  l'udirai,  e  chi  chastìga  e  insegna  l'uo- 
mo, magioremente  troverà  i'  lui  gratia,  che  chi  per  usinghe  lo  'n- 
ganna  .  Adonque  sapie  che '1  Consilio,  lo  qual  di' che  ti  fue  dato, 
non  fue  Consilio,  salva  la  pace  tua ,  ma  fue  uno  Aringamento  e  uno 
parlamento  non  proveduto  e  non  discreto,  e  i*  molti  chapitoli 
crando  Ai  pre'  mal  consiglio . 

XXXII. 

De  V  errore  del  Consilio  . 

PRimiera mente  errasti  nel  congregamento  del  Consilio ,  e  per- 
ciò che  prima  deve'  raunare  poghi  per  cascione  d' avere  lo  Consi- 
lio ,  e  possa  se  fosse  istato  bisogno  ,  Asai  ;  e  quando  incontenente 
del  principio  chiamasti  la  moltitudine  gridatrice  .  'ne  la  seconda 
parte  errasti  cuando*  deve' Raunare  li  buoni  Amici  e  i  savi,  e  quel- 
li eh'  ave'  trovati  e  provati,  e  fideli,  e  specialmente  li  vechi  tuo', 
elio  predicti  Raunasti  tucti  li  tuoi  E  chonti*,  e  i  mali  giovani  e  ma- 
li e  lusinghieri,  e  coloro  che  ti  facciano  Reverenza  piuo  per  paura 
che  per  Amore,  la  qual  cosa  non  deve'  fare .  'ne  la  terza  parte  er- 
rasti perciò  che  con  ira,  con  volontà  {con  voluttà)  e  avaritia,  con 
frecta  Adimandasti  Consilio  no  rimovendo  le  diete  tre  chose,  che 
sono  contrarie  Al  Consilio  .  'ne  la  quarta  parte  errasti  perciò  che 
mostrasti  la  tua  volontà  Ai  consiglieri  di  volere  fare  la  vendecta 
in  mantenente,  per  la  qual  chosa  li  consilierì  seguitando  piuo  tosto 
la  tua  volontà  che  l'  utilitate,  consiliarti  de  la  vendecta  fare .  'ne 
la  quinta  parte  errasti  perciò  che  fosti  contento  a  uno  solo  Consi- 
lio, conciò  sia  cosa  è  eh'  a  si  grande  fato  [facto)  vollia  piuo  d'uno 
Consilio  .  'ne  la  sexta  parte  errasti  perciò  che  no  isamenasti  lo  Con- 
silio .  'ne  la  settima  parte  errasti  perciò  che,  facto  '1  partito,  non 
seguitasti  la  volontà  e  '1  Consilio  de'buoni  Amici,  ma  magiormen- 
te  quella  de  la  moltitudine  de  folli .  Adonque  se  tuo  guarderai  a  la 
moltitudine,  e  no  Al  senno  gzà  non  potrai  avere  buono  Consilio , 
perciò  che  tutta  volta  troverai  piuo  folli  che  savi ,  e  i  folli  diceno 
folle  ,  e  a  quelle  dispognono  lo  loro  intendimento,  de  savi  si  truo- 
vano  poghi ,  per  la  qual  cosa  'ne  partiti  che  s'  usano  di  fare  'ne 
consiii ,  sempre  perdono,  e  sempre  vi  si  prende  lo  pigiore.  Mess. 


)(  48  )( 

melibeo  Rispaose:  bene  sono  confesso  eh'  i'  òe  errato,  e  da  che  mi 
dicesti  di  sopra  ch'io  posso  mutare  lo  Consilio  convenevilc  niente, 
A-vegna  che  serebe  melilo  che  dal  principio  non  fosse  preso,  sono 
apparechiato  di  mutarlo  a  la  tua  volontà,  perciò  eh'  eli  è  homana 
cosa  a  peccare,  e  diaula  chosa  a  perseverare  'nel  peccato.  Alora 
donna  prodentha  Rispuose:  quello  ch'è  facto, per  neuna  Rascione 
si  puote  dire  che  non  sia  ff\cto,  ma  quel  eh' è  facto  e'  si  puote  esa- 
minare, lasciando  V  errore  ,  e  prendendo  l'  utilitade  . 

XXXIII. 

Come  dei  isaminare  lo  Consilio  specialmente , 

E  Perciò  isaminiamo  quello  Consilio,  e  elio  la  forza  di  dio  Al- 
chuna  utilitade  ne  prenderemo,  a  ciò  che  lo  isaminamento  si  pos- 
sa fare  drictamente,  inchuminciando  dal  chapo  ogne  cosa  isami- 
niamo; el  Consilio  de  medici  fue  buono  e  dricto  ,  e  a  loro  uficio  si 
pertiene  A  tuti  gzovarej  e  a  neuno  nuocere,  e  a  lora*Arte  fare  so- 
licita  mente,  e  anchora  savia  mente  sono  portati;  meritali  grande 
mente  A  ciò  che  solicita  mente,  e  tosto  guarischano  la  tua  filliuola. 
e  avegna  che  siano  tuoi  Amici,  non  perciò  di  meno  si  deno  Rimu- 
nerare, e  là  u'senteno  guadagno,  quine  magiore  mente  anno  fede  . 
or  volilo  udire  chome  intendi  la  paraula  dubiosa  che  dissero  :  lo 
contrario  si  chura  per  contrario,  melibeo  Rispuose:  intendo  che  '1 
contrario  che  mi  fecero  li  miei  nemici  si  possa  curare  per  l'altro 
contrario  eh'  i'  voi'  fare  loro  .  e  prodenza  Rispuose:  lievemente 
puote  r  uomo  credere  chi  vuole  lo  suo  animo  metere  in  quello 
che  volle  ;  ma  io  non  ti  intendo  chosl  quella  parola;  perciò  che  '1 
male  non  è  contrario  Al  male,  ma  è  simile;  ma  intendo  ch'el  ma- 
le è  contrario  al  bene,  e  la  pacie  a  la  guerra,  e  asai  Assempri  so- 
pra ciò  si  potrebe  dire  ,  e  chosì  secondo  quello  eh'  è  dicto  contra 
la  discordia  si  potrebe  ponere  la  guerra,  e  contra  la  guerra  la  pa- 
cie ;  e  sichome  disse  Sampaulo  ,  che  disse  :  non  ti  lasciar  vincere 
Al  male,  ma  vinci  lui  in  bene.  Ancor  disse  :  seguitiamo  le  cose 
che  sono  di  pacie.  Ancor  disse  :  non  rendere  male  per  male,  pro- 
vedete lo  bene  non  pur  denanzi  da  dio  ,  ma  deLanzi  Alli  uomini, 
se  fare  si  puote  que'  che  é  di  voi,  e  con'tucti  Abiate  pacie  .  Or  ve- 
rniamo A  lo  'saminaraento  del  chonsilio  de' savi  giudici,  e  de'  ve- 
chi,  li  quali  uno  medesmo  Consilio  di  te  dero*  dicendo,  che  la  tua 
persona  V  altre  cose  guardi,  e  la  tua  casa  diligentemente  fornisci, 


)(  49  )( 

Allegando  clie  in  colali  cose  non  si  volea  procedere  con  frecta,  ma 
con  diligente  dilibennncnfo.  e  certo  con  ciò  sia  cosa  clic  questo 
coiisilio  sia  driclo  per  le  cascioni  che  vi  sono  asegnate,  secondo  lo 
mio  Albitrio  in  poghe  cose  vuole  esaminamento. 

XXXIV. 

Come  dei  a^^ere  guardia  de  la  persona  quando  sediti  guerra. 

E  CIÒ  che  dissero  de  la  guardia  de  la  tua  persona,  ben  si  puote 
dire,  e  de'  sapere,  che  chi  guerr'  àe,  in  molte  maniere  la  convie- 
ne guardare,  adonque  primieramente  de' adomandare  da  dio  guar- 
dia divotamente,  senza  l'aiuto  del  quale  neuna  cbosa  si  puote 
guardare  second'el  profeta  clie  disse  :  se  dio  non  guarderà  la  cita- 
de,  indarno  fae  chi  la  guarda;  e  la  guardia  di  te  cbometila  'nei  fide- 
li  Amici  echiirissimi.  e  cbato  dise:  se  a  te  fae  mistieri  Aiuto  adi- 
mandalo da'  fideli  Amici,  e  neuno  è  millìore  medico  eh'  el  fidele 
Amico,  e  guardati  da  tucti  li  strani,  di  loro  sempre  dubitando.  A 
ciò  disse  petro  Afunso:  non  prendere  via,  ne  compagnia  cho  al- 
cuno, se  prima  noi  congnosci.  Ancora  ti  dei  guardare  di  non  ave- 
re A  vile  li  tuoi  nemici ,  perciò  che  '1  savio  uomo  teme  in  tucte  le 
chose ,  e  massimamente  i  nemici,  e  Salamone  disse:  beato  l' uomo 
che  sempre  teme,  e  chi  è  di  dura  mente  diverrà  in  malie .  Adon- 
que de'temere  tucti  li  aguaiti .  Acciò  disse  senacha;  che* di  tucti  li 
aguaiti  dubita,  in  neuno  decade.  Ancor  sempre  temendo  lo  savio 
ischi  fa  lo  male,  e  avegna  che  ti  paia  essere  bene  sicuro,  non  per- 
ciò di  meno  li  dei  guardare,  o  non  solamente  ti  dei  guardare  de' 
piccioli, ma  da  grandi;  unde  iscritto  è:  lo  nemico,  Avegna  che  sìa 
umile,  senno  è  a  temerllo:  e  di  ciò  disse  Ovidio  de  amore:  la  pic- 
ciola  vipera  uccìde  col  morso  lo  toro  ,  e  spesse  volte  lo  picciolo 
cane  tiene  lo  porcho .  e  panfilio  disse  :  la  picciola  cosa  Alcuna  vol- 
ta muove  la  grande  cbosa,  e  de  la  picciola  favilla  nascie  grande 
fuoco  .  e  avegna  che  tuo  debie  chosì  temere,  non  perciò  dei  esse- 
re troppo  pauroso  de'pericholi,  e  quelli  che  non  sono  vede"*.  An- 
cor disse:  chi  sempre  teme,  sempre  à  pene;  e  calo  disse:  a  pau- 
rosi, e  a  sospetti  la  morte  è  utile.  Ancor  ti  dei  guardare  dal  vele- 
no, e  da  la  dimesticheza  di  ciascuno  Rio  uomo;  e  scriclo  è:  cho  lo 
schernitore  e  rio  non  avere  dimesticheza,  e  '1  suo  parlare  fugi  cho- 
me  Veleno,  e  la  sua  compagnia  si  t'  e  uno  laciuolo  :  similemente 
sopra  quello  che  ti  consiliaro  li  savi,  del  fornimento  de  la  tua  ca- 


)(  5o  )( 

sa,  volio  intendere  da  te  cliome  intendi  quella  parola.  Mess.  Me- 
libeo  Rispuose:  credo  che  dissero  ch'i' dovesse  fornire  la  mia  cha- 
sa  di  gran  torri;  e  di  gran  difici  A-  ciò  eh' e  miei  nemici  temessero. 

XXXV. 

Sopra  le  torri . 

Dona  prodenza  Rispuose:  lo  fornimento  de  le  tori  de'  gran 
difici  se  pertiene  a  soperbia,  'ngenera  odio ,  e  paura  sì  c^e  i  liami- 
ci  *  per  paura  diverrano  nemici,  e  tucti  i  mali  ne  nascieno.  Vnde 
Salamene  disse:  chi  la  sua  chasa  fae  alta,  chiede  le  ruina;  e  chi 
schifa  di  parare*  diverrà  a  male  ,  e  fanosi  con  gran  fatica,  e  con 
grande  ispesa  ;  poi  che  sono  facte  non  valieno  neiente  senza  l'aiu- 
to de' savi  e  dei  fideli  Amici,  de  la  quale  soperbia  gesù  seraca  disse: 

XXXVI. 

De  la  soptrbia . 

Lo  principio  de  la  soperbia  de  l'uomo  è  di  partisi  *da  dio,  per- 
ciò che  da  cholui  ch'el  fecie  si  parte  lo  chuor  di  colui, e  la  soper- 
bia si  è  principio  del  peccato.  Anchor  diss':  è  da  odiare  denanzi  da 
dio  e  li  uomini  la  soperbia,  e  la  malvascia  iniquitade ,  e  la  casa 
eh' è  troppo  Plica,  per  la  soperbia  diviene  A  neinte.  e  salamone  dis- 
se: là  u'  è  la  soperbia,  quine  la  nequità,  e  là  u'  è  l'umilitade, 
quin'è  '1  senno,  e  la  groria;  e  g^obo  disse:  se  la  soperbia  iscende- 
rà  fin'  al  cielo,  e  '1  suo  capo  tocherà  i  nuveli,  A  fine  si  perderà,  e 
diverrae  com'el  ghiiicio.  Adonque  con  ciò  sia  cosa  che  la  soperbia 
sia  così  ria,  e  di  lei  nascieno  tanti  Mali  gz'a  le  tori  non  sono  da  fa- 
re, se  no  quando  li  altri  fornimenti  venissero  meno,  o  non  bastas- 
sero, e  Mess.  Melibeo  dise:  chome  poso  io  Altramente  fornire  la 
mia  chasa  ?  e  donna  Prodenza  Rispuose  e  disse  : 

XXXVII. 

Del  fornimento . 

Fornimento  è  molti  modi  :  è  uno  fornimento  lo  quale  pertiene 
A  diletione  e  amore,  e  quel'è  buono  del  quale  disse  tulio:  Um  buo- 


)(  5i  )( 

no  foruimento  è  l'amore  de  vicini ,  e  l'altro  fornimento  si  è  la  ver- 
Inde,  die  conforta  l'anima  e  corpo,  e  sono  Ancora  Altri  fornimen- 
ti li  quali  pertegneno  a  difendi  mento,  sì  chome  sono  mura  e  fos- 
si .  Sono  Altri ,  sichomc  saete  ,  e  balestra,  altr'  arme,  clioi  quali 
la  tua  cliasa  e  "l  tuo  corpo  ,  il  qual'  è  casa  de  l'  anima  ,  puoi  for- 
nire mellio  che  con  torri;  la  quale  cliosa  li  savi  e  veclii  'ne  la  fi- 
ne consiliaro  dicendo  :  in  questo  facto  non  si  volle  frccta  ,  ma  di- 
ligente mente  provedimento.  e  ciò  fue  ben  dicto  e  saviamente  . 
e  tulio  disse  :  in  tucti  i  tuoi  facti  Anzi  clie  i  faccio  ,  abie  diligente 
aparecbiamento  .  adonqua  in  vendeta  ,  in  guerra,  Anzi  clie  inclio- 
minci,  de'  fare  diligente  Aparecbiamento  ,  se  fare  si  puote  senza 
danno.  Ancor  disse,  cbe  solicito  apparecbiamento  di  bactallia 
fae  tostana  vectoria  .  e  cbasiodoro  disse  clie  1'  aparrecliiamento  è 
buono ,  quand'  è  facto  cbou  lunghi  pensieri  ;  perciò  cbelle  cliose 
che  si  fanno  disubito  sono  dubitose  ,  e  alor  vede  l'uomo  cb'  à 
nuli  facto,  quando  cognioscie  lo  dampno  ,  cbe  puote  avenire  ;  e 
quello  è  buono  apparecchiamento  di  fare  bactallia,  che  si  fae  'nel 
tempo  de  la  pacie;  e  quando  è  l'  asio  e  buono  apparechiare.  mel- 
lio che  quando 'l  bisogno  é  venuto .  ora  esaminiamolo  Consilio 
ispecial mente  A  ciò  cbe  dì'  clie  i  tuoi  vicini ,  cbe  piue  per  paura, 
che  per  amore  t'  amavano,  ti  dissero,  e  quelli  eli'  erano  facti  A- 
inici ,  e  solano  essere  nemici  ;  e  quel  de  lusinghieri  ,  e  quello  de 
giovani ,  che  ti  consiliaro  che  devessi  fare  vendecta  incontenente, 
e  che  isforzatamente  incliuminciasi  guerra;  in  questi  consilieri, 
secondo  che  ti  dissi  di  sopra  ,  molto  errasti ,  perciò  che  nolli  de- 
ve'cliia  mare  al  tuo  Consilio  in  neuna  maniera  ,  e  se  bene  ti  ricor- 
de, in  questo  chotale  Consilio  esaminato  di  sopra  nel  capitolo// 
quale  Consilio  è  da  schifare^  nel  sequente  capitolo  a  quello  cbe 
dicie  cjual  Consilio  si  de'  ritenere  .  ma  perciò  che  iv'  e  non  è  di- 
cto se  no  in  genere ,  dicendiamo  A  specie,  e  vediamo,  secondo  che 
dicie  tulio,  che  dì  bontade,edi  veritade  abia  in  questo  Consilio, 
e  che  ci  à  di  dricto,  e  cbe  chose  se  ne  sieguita,  e  che  di  questa 
vendecta  nascie,  e  qual  fue  la  chascione,  per  che  la  'ngiura  ti  fue 
facta  ,  e  perchè  dio  ti  lascioe  fare  questa  ingìura  .  e  certo  ,  de  la 
pura  veritade  di  questa  ingiura  ,  e  brìgha  non  si  conviene  molto 
pensare ,  perciò  che  tuo  sai  bene  chi  fuoro  choloro,  e  quanti  che 
ti  fecero  questa  ingiura,  e  chome,  e  quando,  e  che  ingiura  ti  fe- 
dero .  vediamo  adonque  cbe  è  convenevile,  e  quanti  e  quali  sono 
quelli,  che  consenteno  a  la  tuo*  volontà,  e  chi  a  quellaje'  nemi- 
ci tuoi .  e  certo  con  teco  consenteno  coloro  ,  eh'  io  ti  dissi  di  so- 

4 


)(  52  X 

pra,  e  molti  Altri  tuoi  vicini,  chonoscenti  e  parenti ,  e  quelli  che 
ti  chonsiliaro  clie  incontenente  facessi  la  vendecta .  ma  vediamo 
chi  tu  se',  e  quanti  e  quali  sono  quelli  che  tu  di'  che  sono  tuoi 
nemici,  tu  de' sapere  questo  che  avenga  che  tuo  sie  grand' uomo, 
e  ricco,  e  potente,  tu  se' solo,  che  tuo  non  ài  filiuoli  maschi,  né 
fratelli,  né  parenti  carnali,  per  la  paura  delle  quali  chose  li  tuoi 
nemici  si  guardassero  di  volerti  offendere  e  distrugerti  la  perso- 
na ,  e  quando  la  persona  é  distructa  hen  sai  chelle  Ricc^eze  si 
perdenq ,  e  non  valeno  neiente ,  ma  i  nemici  tuoi  sono  trie  ,  ed  ano 
molti  filiuoli ,  e  carnali  parenti ,  e  altre  chose  che  loro  sono  biso- 
gno, de  quali  istuo  n'ucidessi  per  vendecta  due  o  trie  Rimarebo* 
ren  de  li  altri,  che  tosto  ti  toerebero  la  vita  ;  e  sopra  li  altri  Ami- 
ci tuoi  de'  sapere  che  avegna  che  siano  molti  pino  che  quelli  de' 
tuoi  nemici,  né  sono  chotali,  perc/ò  che  loro  Amici  sono  parenti, 
e  ricchi ,  e  presso  ;  ma  i  tuoi  sono  da  la  lunga ,  e  non  sono  di  sì 
grande  podere,  sì  che  conpensando  choloro  che  sieguitano  loro , 
assai  è  mellio  la  loro  condizione  che  la  tua  .  Ancho  vediamo  so- 
pra questa  parola  convenevile  ,  se  1  consillio  che  tuo  pilliasti  di 
fare  vendecta,  s'  elli  é  convenevile  a  la  rascione,  o  nò  .  e  certo 
non  è  convenevile  Rascione,  che  neuno  per  dricto  faccia  vendecta 
se  non  è  giudicie,  A  ciò  per  rascione  sia  conceduto  a  tali  che  sono 
con  temperanza  di  no' incolpato  difendimento,  secondo  che  dicie 
la  legie . 

ANcho  vegniamo  sopra  questa  parola  convenevile,  se  la  volon- 
tade  ,  e  lo  Consilio  si  convegna  chol  podere  ,  overo  no  .  la  potenza 
è  diet'  a  molti  modi  ,  und'  è  decto  'l  podere  quello  che  si  paote 
fare  agievile  mente,  e  questo  si  chiama  podere  chon  agevileza.e 
UH  altro  podere,  che  si  chiama  podere  di  drictura,  del  quale  sì 
dicie  che  noi  non  potemo  ,  né  non  ci  é  licito  di  fare  quelle  chose 
che  guastano  la  pietade,  e  la  gentilezza  nostra,  né  generalmente 
neuna  chosa ,  che  sia  contra  buoni  costumi ,  e  questo  si  pruova 
per  la  lege  ;  del  quale  podere  disse  sancto  marcho  nel  vagnelo  suo, 
di  cristo:  e'  non  potea  fare  qui  ne  molte  vertudi .  e  l'  apostolo 'ne 
la  pistola  sua  Ai  corinzi,  quasi  'ne  la  fine,  disse;  noi  non  potemo 
neiente  contra  la  veritade ,  ma  per  la  veritade .  e  ancho  è  un  al- 
tro podere  di  podestà  ,  sì  chome  disse  dio  'ne  la  sua  passione  a 
sampiero:  non  credi  tuo  eh'  io  possa  pregare  lo  padre  mio,  e  dra- 
nii  pino  che  dodici  ischiere  d'  angeli .  e  un  altro  podere  eh'  è  po- 
dere di  possihilitade  ;  e  dio  disse  di  questo  A  moise  nel  exodo: 
non  potete  vedere  la  facia  Mia,  perciò  che  no  mi  vedrà  1'  uomo. 


)(  53  )( 

e  viverrae*  .  un  altro  podere,  eh'  è  podere  di  bontade,  e  di  prò- 
deza  ;  e  di  questo  disse  dio  'nel  vagneìo  di  sancto  matlieo  ;  non  po- 
tete bere  lo  calicie  ch'io  beroe;  e  un  altro  podere,  eh'  è  podere 
di  grazia ,  la  quale  si  dicie  'ne  libro  del  savere  in  persona  de  la 
sapienza  :  i'ò  saputo,  eh'  io  non  posso  esere  contenente  ,  cioè  eba- 
sto, se  no  elio'  V  aiuto  di  dio.  Ancora  disse  dio  nel  vagnelo:  neu- 
na  persona  puote  venire  A  me  ,  s'el  padre  mio  noi  passa.  Anco 
si  pone  'ne  la  lege  un  altro  podere  che  si  puote  dire  devere,  e  so- 
pra questa  parola  podere  si  possono  dire  questi  versi  :  podestà  e 
natura  dà  podere  A  le  cose ,  Rascione,  e  uBcio  e  '1  divino  volere; 
e  se  tuo  guarderai  tucte  le  significazioni  di  questa  parola  podere, 
la  potenza  e  '1  podere  tuo  si  confa'  con  la  volontà  e  '1  Consilio  ,  sì 
che  per  tua  A  torità  o  potenza  tuo  posse  fare  vendecta,  se  tuo  non 
sforzassi  lo  podere  tuo  ,  tanto  che  tuo  n'  aresti  danno ,  la  quale 
cosa  tuo  non  dei  fare  ,  perciò  che  si  truova  iscricto ,  cbe  quelli 
che  si  crede  piuo  potere  che  non  puote,  soperchia  'l  suo  podere, 
e  puote  men  di  se  medesmo  .  Ancora  la  lege  non  costringe  neuno 
ultra  suo  podere,  e  non  credo  essere  Rio  cholui  che  aopera  tucto 
'1  suo  podere.  Andonque  non  dei  fare  vendecta  passando  '1  tuo 
podere  .  perciò  che  quelli  che  vuole  fare  vendecta  ,  e  combactere 
cho  un  altro  de'  'l  fare  con  guardia  di  se  di  sse,  e  chon  dano  del 
suo  nemico.  Unde  scricto  è,  che  non  combacte  bene  quelli  che 
per  volontà  à  di  vincere  si  gnuda  de  l'arme.  Ancho  disse  :  se  tuo 
dìstendì'l  bracio,  non  ti  si  scuopra  lo  lato;  unde  tucti  periscono 
insieme  choloro  ,  che  mactamente,  e  gravemente  conbacteno,  e 
altramente  ogn' uomo  potreste  ucidere  e  inperadore  .  Und'è  di 
qui  el  volgale,  che  chi  vuole  morire,  lo  reie*  puote  uccidere  ;  e, 
mal  vendica  sua  onta  chi ,  vendecta  facendo  ^  la  pegiora .  e  al'nl- 
tirao  ti  dico  che  sopra  questa  parola  convenevile  tre  cose  inten- 
derai :  in  prima  chi  consente  Al  tuo  proponimento,  e  chi  '1  con- 
tradicie;  e  poi  se  '1  tuo  proponimento  si  confa' con  la  rascione,  e 
se  ti  conviene  con  la  potenza  tua  o  no.  e  questo  ti  basti  sopra  que- 
sta parola  convenevile .  e  rimane  a  vedere  1'  esaminainento  di  que- 
sta parola  che  si  seguita  ,  e  brevemente  mine  sbrigro,  e  dico  che 
"n  fare  vendecta  si  siegaita  un  altra  vendecta,  e  pericolo,  e  guer- 
ra ,  e  altri  danni  senza  modo  .  e  sopra  la  quarta  parola  eh'  io  ti 
dissi,  che  devee  guardare  unde  nascieno tucte  le  cose,  dicoti  che 
la  'mgiura*,  che  ti  fue  facta  naque  de  l'odio  dei  tuoi  nemici ,  e 
d'una  vendecta  nascìe  mischia  .  e  de  la  mischia  nascie  odio  e  guer- 
ra ,  e  de  la  guerra,  tradimento  e  consumaraento  de  la  persona  ,- 
e  bactallie,  e  innoraerevili  mali  ne  nascono. 


)(  54  )( 
XXXVllI. 

Sopra  la  rasc'iotie  . 

Ogì  mai  vediaaio  la  spositione  sopra  questa  parola,  qual  sia  la 
cascione  de  le  cose ,  e  dico  che  la  rascione  perchè  la'ngjura  ti  fue 
facta  fue  in  due  modi:  l'  una  fue  remota  e  luntana,  l'altra  fue 
proximana  .  la  rimota  fue  dio;  eh'  è  chascione  dio  che  fae  tncte 
le  cascioni  ,  per  la  quale  si  fano  tucte  le  cose ,  e  senza  lui  non  si 
puote  fare  neuna  chosa,  secondo  che  dicie'nel  vagnelo  ,•  e  la  cas- 
cione proximana  fue  quelli  tre  tuoi  nemici,  che  commisero  quel 
malificio  ;  e  la  cascione  nccidentale  fue  Todio  ch'elinoavàno  con 
te,  e  i  facti  ch'erano  passati  denanthi;  e  la  cascione  materiale  ftie 
le  piaghe  e  le  fedite  eh'  ebe  la  filiuola  tua;  e  la  cascione  formale 
fue  la  forma  ,  e  '1  modo  di  quello  malificio  ,  e  fue  in  questo  mo* 
do  che  intraro  salliendo  per  iscale ,  e  per  le  finestre;  e  la  cascio- 
ne finale  fue  che  volsero  uccidere  la  filiuola  tua ,  no  rimase  da  lo- 
ro che  no  la  uccidessero .  ma  la  cascione  finale  Remota,  cioè  A  che 
fine  noi  ne  debiamo  venire ,  noi  potemo  Anco  sapere  ,  se  no  per 
credenza  e  per  presenzione ,  o  potemo  credere  e  presumere,  che 
né  verrano  a  fine,  che  secondo  ch'io  ti  dissi  di  sopra:  a  pena  che 
vegnano  a  buona  fine  le  chose  ch'anno  mal  principio;  eh' altressi 
no  potemo  sapere,  perchè  dio  ti  lascia  fare  questa  ingmra,  se  no 
per  credenza  ,  perciò  che  secondo  che  stolta  cosa,  e  peccato  è  a 
gmdicare  de  le  scerete  cose  del  cuore  d'  un  altro  ,  si  come  dicie 
sancto  Agostino ,  e  sampnulo  'ne  la  prima  pistola  A  corinzi,  cosi 
'ne  facti  di  dio  neuno  puote  ,  ne  dee  giudicare,  mA  per  credenza 
di  ciò  eli'  al  mondo  non  si  fae  neuna  chosa  senza  cascione,  ne  non 
si  rege  '1  mondo  per  Avenimentì  *,  secondo  che  disse  chasiodoro, 
e  perciò  credo  che  dio  giusta  cascione  ti  lasciò  adovenire  questo 
facto,  e  dico  che  secondo  ch'io  credo  la  chascione  fue,  che  no  te- 
mendo né  onorando  dio  ,  né  li  uomini  del  mondo  non  volesti  vi^- 
vere;  e  convientissi  dricta mente  '1  nome  tuo,  cioè  melibeo;  com- 
ponesi  questo  nome  da  mele  e  beo,  cioè  melebeo,  per  ciò  che  be- 
vendo lo  mele  e  le  dolceze  dì  questo  mondo  se' ineobriato ,  si  che 
ài  abandonato  dio  creatore  e  factore  di  te,  e  confidandoti  de  le 
tue  molte  riccheze  se'  isvaliato  'ne  la  gioventudine  tua  ,  e  tucte 
quante  cose  li  tuoi  oclii  ano  disiderate,  no  1'  ài  loro  negate,  e  ài 
dimenticata  la  scrictura  che  dicie:  non  bere  mele  senza  fele  :  e 
ancho  uvidio  che  dicie  c^e  '1  malvascio  veleno  è  nascoso  socio  '1 


)(  55  )( 

mele  eh' è  dolcie,  e  anco '1  clicto  di  Salamone  che  disse:  trovasti 
'1  mele?  mangiane  tanto  che  ti  basti ,  ne  quando  tuo  ne  se'  sazio 
tuo  no  '1  rivoinichi .  e  imperciò  dio  volgendo  la  sua  fticcia  centra 
te  lascioti  divenire  queste  cose,  voUiendoti  ponire  de' peccati 
eh'  ài  facti,  e  del  bene  che  dovee  fare,  e  non  ài  facto  lasciandoti 
sopra  stare  a  tre  tuoi  nemici,  e  contristare  la  tua  anima,  cioè  de 
la  carne  ,  de'l  mondo,  e  dal  dialo ,  che  sono  tre  tuoi  nemici,  e  di 
tucta  l'umana  generatìone  ,  li  quali  nemici  tuoi  ài  lasciati  intra- 
re  per  le  finestre  del  tuo  corpo ,  cioè  per  la  bocca  ,  per  le  nari , 
per  li  ochi ,  e  per  l'orecchie,  li  quali  tre  nemici  intrando  per  le 
diete  tre  finestre  yVno  fedito  'ne  l'anima  tua  di  v.  fedite,  cioè  di 
quelle  cinque  che  nascono  de  cinque  sensi  del  corpo  ,  cioè  del  ve- 
dere, de  l'udire,  de  l'olorare,  del  chostare,e  del  toccare.  Adonque 
a  questa  similianza  forsi  che  indegnato  chontra  te  e'iascioe  la  fi- 
linola tua  fedire  da  trie  tuoi  nemici  intranti  cho  le  scale  per  le 
finestre  ,  in  cinque  parti  del  corpo  ,  cioè  nel  naso  ,  'ne  la  bocca, 
*ne  li  ochi ,  'ne  l'orechie  e  'ne  le  mani,  A  ciò  che  tuo  ti  ricordassi 
di  cristo  che  ricevete  Y.  fedite  'nel  suo  corpo,  e  a  ciò  che  ricom- 
perasse te,  e  la  lua  filinola,  e  tucta  l'umana  generatione  dacho- 
tali  tre  nemici ,  e  chotali  piaghe  . 

XXXIX. 

De  le  cinque  voloiitadi  di  dio . 

Rlspuose  Mess.  melibeo  e  disse:  avegna  che  l'altre  chose,  che 
tuo  ài  diete  siano  vero,  e  verisimile,  non  perciò  credo  che  la  vo- 
lontà di  dio  fosse  che  si  devessero  chomectere  chotali  malifixi  ; 
Anzi  piacie  a  dio,  e  sua  volontà  è  che  li  uomini  facciano  bene,  e 
non  facciano  chotali  mali,  secondo  che  quasi  tucte  le  scripture  di 
dio  diceno,  e  donna  Prudenza  Piispuose ,  e  disse:  in  cinque  modi 
è  la  volontà  di  dio  :  lo  primo  comanda  ;  lo  secondo  vieta  ,•  lo  ter- 
zo permete;  lo  quarto  Consilia;  lo  quinto  compie;  e  ciò  è  che  dicie 
questo  verso:  „  Comanda  e  vieta  dio,  lascia,  e  Consilia,  e  com- 
pie. Comanda,  quando  dicie:  Ama  dio  signore  tuo  con  tucta  l'ani- 
ma tua  ,  el  prossimo  tuo  Ama  secondo  che  te  raedesmo;  E  alora 
la  volontà  di  dio  comanda;  ma  quando  vieta  che  no  si  facia  Alcu- 
na chosa,  chome  quando  disse  :  non  commectere  avolterio,  non  fu- 
rare, non  disiderare  le  chose  del  tuo  vicino;  quand'elli  lascia,  cioè 
negando,  e  toUendo  la  sua  gratia  Ad  alchuno  peccatore  e  rio  no- 


)(  56  )( 

mo  ,  e  concedeli  di  peccare  ,  e  eh'  ei  sia  ponilo  da  li  altri  pecca- 
tori .  e  così  lasciò  dio  fare  in  te  .  Consilia  dio,  quando  dicie:  vae , 
e  vendi  tucte  le  cose  che  tuo  ài ,  e  dalli  a'  poveri  istuo  vuoli  es- 
sere perlecto .  Anchor  compie  dio,  quando  compie,  e  fue  quello  che 
li  piace  ,  e  puote  fare  e  compiere  tucte  le  cose .  e  Mess.  meliheo 
Rispuose,  e  disse  :  sempre  mi  pare  che  tuo  con  parole  piane  e  soa- 
vi volie  eh'  io  non  faccia  vendeta  ,  mostrandomi  li  pericoli  ,  che 
me  possono  Avenire.  Ma  certo  neuno  farebe  mai  vendeta,  se  o- 
gn'  uomo  guardasse  a  quello  che  'nde  puote  intervenire  ,  e  chosl 
neuno  inalilicio  si  ponivehe,  la  qual  chosa  non  de'essere;  perciò 
che  molti  beni  provegneno  de  la  vendecta 5  perciò  che  i  malfa- 
ctori  s'  uccideno,  e  li  altri  si  spaventano,  sì  che  già  mai  non  si  ìn- 
vezano  di  fare  cbotali  cbose  ;  e  secondo  che  a  molti  minaccia  chi 
fae  ingiuria  A  uno,  e  chosì  molti  fae  guardare  de  malificii,  e  ispe- 
gna  molti  mali  chi  potentemente  fae  vendecta  de' malfactori. 

XL. 

De  V  oflcio  del  giudice  'ne  la  vendecta  * 

Rispuose  donna  Prudenza  :  le  cose  che  tuo  ài  decte  son  vero  , 
e  ano  luogho  'ne  giudici  che  anno  signoria,  e  lecenza  di  punire  li 
malfactori,  ed  ispaventare  li  riei  uomini;  unde  dice  casiodoro  che 
alora  si  fano  li  mali  con  paura, econ  dubio, quando  si  crede  che 
dispiacciano  Ai  giudici;  e  anco  ti  dico  pino,  che  secondo  che  cia- 
scuno uomo  facendo  vendecta  per  se,  farebe  peccato,  chosl 'l  giu- 
dice quando  lascia  di  non  fare  una  vendecta  non  è  senza  peccato, 
perciò  non,  de'lo  gmdice  perdonare  Ai  malfactori;  perciò  che  di- 
cie sennca  che  chi  perdona  a  riei  fae  male  A  buoni;  e  un  altro  Sa- 
vio disc  :  el  giudice  che  teme  di  fare  vendecta  fa  molti  malvasci. 
Ancora  lo  giudice  che  non  castiga  cholui  che  falli,  chomanda  che 
li  altri  fallano,  e  un  altro  disse,  the  lo  sfacciamento  sicuro  cre- 
scie  per  lo  fallo  che  si  perdona  .  Adonque  '1  giudicie  de'  fare  ve- 
decta  poniendo  li  uomini  in  avere,  e  in  persona,  e  che  '1  giudicie 
possa  ponire  in  persona  dicie  sampaulo  'ne  la  pistola  a  romani , 
quando  dicie ,  che  'i  giudicie  non  porta  la  spada  senza  cascione, 
ma  per  vendecta  de  malifici  co'  laide  de  buoni;  e  perciò  li  buoni 
deno  Anzi  Amare  lo  giudice ,  che  temere;  unde  dice  sampaulo 
eh' e'  principi  non  sono  buoni  per  paura,  ma  riei,  e  la  rascione 
non  teme  la  signoria.  fa'bene,e  sera'  'nde* lodato;  e' riei  denotami- 


X  57  )( 

re  lo  gmdice  .  e  ancKo  disse  :  istu  fai  male  abie  paura .  Anch'  è 
scricto  eh'  e  buoni  non  vuoleno  peccare  per  Amore  de  la  verlu- 
de,  e'  riei  per  paura  de  la  pena  .  Adonque  '1  giudice  de',  e  puo- 
te  ponire  li  riei  uomini  in  avere  ,  e  impersona  ,  e  non  debono  so- 
ferire  che  la  signoria  sia  tenuta  ad  vile  secondo  che  la  lege  dice. 
Anco  disse  tulio  che  non  è  contra  natura  a  spoliare  1'  uomo  dei 
suoi  beni ,  s'  elli  è  onesta  cosa  a  ucciderlo  .  e  casiodoro  disse  : 
che  se  lo  'mperio  è  uno  pogo  tenuto  A  vile  ,  in  ciaschuna  parte 
si  conrrompe  .  Adonque  istuo  diligente  mente  intenderai  queste 
cose ,  e  quelle  eh'  io  iscrissi  'ne  libro  de  la  forma  de  la  vita  'nel 
capitolo,  ehome  si  de'  fare  la  vendecta,  tuo  intenderai,  e  aperta- 
mente cognoscerai ,  che  fare  vendecta  si  pertiene  a  solo  dio  ,  o  a 
giudice  secolare  ,  ma  non  a  te,  ne  a  un  altro  sini^ulare  uomo  .  a- 
donque  se  tuo  vuoli  fare  vendecta  Ricorrine  al  giudice  che  'nd' 
abia  giuridizione  e  licenza,  lo  quale  co  l'aiuto  de  la  rascione  de- 
bitamente puuirà  li  nemici  tuoi ,  e  non  tarderà ,  e  or  scranno  puni- 
ti in  persona  e  in  avere,  e  scranno  abominati  ,  e  così  perdi  ndo 
grandi  quantitadi  de  le  loro  RiccAethe,  infamati  e  mendichi  vi- 
verranno  con  vitopero  e  con  disrìore.  e  alora  Rispuose  melibeo  e 
disse:  cotal  vendecta  mi  dispiace  ,  perciò  che  cureranno  pogho 
de  loro  abominamento,  e  de  la  perdita  de  l'avere,  ma  io  soffe- 
rendo la  'ngmra  che  m'  è  facta ,  e  a  la  mia  fìliuola  ,  non  potrei 
naai  vivere  senza  disnore  e  senza  vitoperio  , 

XLI. 

De  la  ventura. 

ADonqua  non  volliendo  la  vendecta  del  g^udicie  ,  volio  pro- 
vare la  vendecta  ,  e  voliomi  raectere  A  ventura  di  fare  questa 
vendecta,  perciò  che  la  ventura  fine  A  ora  m'àe  conceduto  mol- 
to bene ,  e  aitatomi  in  molte  cose ,  e  chosì  cho  la  grazia  di  dio 
m' atrae*  di  questa  vendecta.  Allora  donna  prodenza  Rispuose,  e 
disse:  quanto  per  Io  mio  Consilio  tuo  non  farai  vendecta ,  né  non 
ti  mecterai  a  questa  ventura  ,  e  ciò  è  permolte  rascioni .  la  pri- 
ma si  è,  sì  chome  dicie  sena  ca  'ne  le  pistole,  che  disse  :  mal  si  fae 
quella  chosa ,  che  si  fae  a  speranza  de  la  ventura,  la  seconda  Ra- 
scione  :  per  ciò  che  la  ventura  è  di  vetro  ,  e  chome  '1  vetro,  che 
quand'  e'  Risprende  si  s'  ispezza  .  la  terza  Rascione  è  perciò  che 
tuo  sopra stresti  a  la  natura  ,  e  abandonerestilla  ;  unde  disse  se- 


)(  58  )( 

naca  ,  che  quando  1'  uomo  si  fida  'ne  la  ventura  abandona  la  na- 
tura .  la  quarta  Rascione,  perciò  che  la  ventura  è  secondo  eh'  è'I 
medico  non  savio,  clie  uccide  molti  uomini .  la  quinta  Rascione 
è  perciò,  che  la  ventura  ma'  'iuta*,  ma  disaiuta  cholui  che  si  fida 
di  lei  ;  unde  iscricto  e  che  la  ventura  neuno  prende  se  no  chi  di 
lei  si  fida .  Andonqua  e  non  ti  fidare  'ne  la  ventura  in  neuno  mo- 
do ,  perciò  eli'  ella  non  è  ìstabile  ,  ne  ferma  ;  e  scritto  è:  neuna 
cosa  può  essere  istabile  in  questo  mondo,  e  quello  medesmo  dis- 
se senaca:  che  disse  :  ne  vita,  ne  ventura  è  perpetua  A  li  uomini. 
Adonque  conciò  sia  cosa  che  la  ventura  sia  trascorrente,  e  non 
si  possa  tenere  'ne  la  vita ,  erri ,  e  se'  ingannato  se  tuo  credi  che 
la  ventura  sempre  ti  dia  prosperila,  e  ti  notrichi  perciò  che  fine 
a  ora  t'ahia  nodrito  ;  vogi  puoi*  credere  tucto  il  contrario,  perciò 
che  se  la  ventura  fine  a  ora  t'àe  facto  molto  bene,  e  àti  consenti- 
to ,  àti  facto  istolto ,  secondo  che  si  truo-va  Iscricto:  elio'  *la  ven- 
tura fae  istolto  cholui  A  chui  el:i  tropo  dà  baldanza  e  prosperità, 
adonqua  non  ti  de' fidare  'ne  la  stoltcza  che  t'àe  data  la  ventura, 
perciò  che  la  stolteza  Radi  volte,  o  neuna  fae  otilitade.  dei  Adon- 
que essere  savio, e  vincere  la  ventura  con  vertndie,  secondo  che 
dicie  sennclia,  che  '1  savio  uomo  vincie  la  ventura  cho  le  vertude; 
e  non  credere  che  la  ventura  ti  possa  aitare,  perciò  che  disse  sena- 
cha  ,  che  errano  choloro,  che  credeno  che  la  ventura  non  dia  Al- 
cuno bene ,  o  Alcuno  male ,  e  questa  intendo  di  quella  che  volgal- 
miente  si  chiama  ventura .  unde  dicie  Boezo  nel  secondo  libro  del 
consolamento  ,  che  la  ventura  non  è  neiente  ,  se  no  secondo  lo 
pensieri  del  popolatho.  e  chato  disse:  conciosia  cosa  che  tuo  sie 
sempice,  e  non  sapie  fare  le  cose  a  rascione ,  non  dire  la  ventura 
cieclia,  la  quale  non  è;  e  desi  cosi  intendere;  la  quale  non  è 
cieca  ,  la  quale  non  è  clie  nulla,-  e  se  tuo  credessi  che  dio  fosse 
ventura  drictamente  crederesti,  eperciò  che  puote  torre  via  lo 
male,  e  dare  lo  bene,  adonque  se  la  vendecta  del  giudicie  ti  spiace, 
e  al  postucto  Ai  volontà  di  fare  vendecta  ,  Ricorri  al  somo  e  vero 
giudicie, che  no  lascia  neuna  ingiura  A  vendicare, ei  ti  vendicarrae 
grande  mente  ;  unde  e'  medesmo  disc;  A  me  la  vendecta,  e  io  la 
venclìcheroe  .  e  anco  l'apostol'  e'  disse  'ne  la  pistola  Ai  coloeensi  : 
quelli  che   farà   ingìura  Altrui  riceverà   quello  che  malvascia 
mente  arae  fato;  und' eL  profeta  dicie:  mecti  '1  tuo  pensieri  in 
dio,  elli  ti  notricherà,  e  non  drà  ira  mai  al  gmsto.  Messer  Meli- 
beo  R.ispuose,  e  disse:  sofferendo  questa  iagiura  io  non  farò  ven- 
decta, invierò  li  nemici  miei ,  e  li  altri  uomini  A  farmi  nuova 


)(  59  )( 

ingiura  ,  perciò  che  si  traeva  iscripto ,  che  sofferendo  1'  anticha 
inij/ura  inviasi  la  nuova, e  così  mine  serano  tancte  facte,  ch'io  noi  le 
potrò  solVeriro  ;  e  scrictoèche  sofferendo  molte  cose,  viene  quel- 
lo che  non  si  puote  sofferre  ,  e  cotale  sofftrimento  è  Rio.  donqua 
la  vendecta  è  buona,  donna  Prodenza  Rispuose  e  disse;  le  due 
Autoritadi  die  tuo  ài  decto  Anno  luogo  'ne  giudici  piuo  avacio 
che  'ne  li  altri  uomini,  eniperciò  che  s'  e  giudici  non  vendicano 
li  raalitìci  non  solamente  inviano  novella  ingmra,  ma  etiamdio 
chomandano  che  di  nuovo  si  pechi>  e  se  molti  malifìci  si  sofferis- 
sero ,  senza  dubio  Averebtro  tai  cose  che  no  si  potrebero  soffe- 
rire, perciò  che  i  Ricchi  uomini  farebero  tanto  male  che  non  si 
potrebe  patire,  e  cosi  sei eber  cacciati  da  li  ufici  cotai  signori  ; 
e' giudici  debono  magioreraente  cercare  e  solicitu  mente  in  vendi- 
care li  inalifici,  e  i  malfactori ,  che  sofferire  essere  dispresciati 
e  tenuti  a  vile,  o  essere  con  vitopero  cacciati  de  i'  nficio;  e  po- 
gniamo  che  le  predecte  autoritadi  Avesero  luogho  'ne  li  altri  uo- 
mini, non  perciò  serebe  Ptio  lo  soferire  in  questo  caso  chorae  tu 
di',  perciò  che  tu  ài  Ben  veduto  di  sopra  che  la  tua  volontà  di  fa- 
re vendecta  non  si  conviene  A  la  rascione ,  e  non  si  confà  col  po- 
dere tuo;  unde  la  Rascìone  vieta  di  fare  vendecta  co' intervallo, 
e  quello  c^e  non  è  con  Rascione  non  puote  molto  bastare,  e  scri- 
ctoè:  chi  vuole  vincere  tucto'l  mondo  socto  pognasi  A  la  rascio- 
ne ;  convenevile  cosa  è  eh'  elli  vegna  meno  in  tucti  i  facti,  e  la  tua 
potenza  non  è  da  contare,  ne  d'agualliare  A  quella  de  tuoi  ne^ 
mici,  secondo  che  noi  vedemo  di  sopra,  Anz'  è  molto  minore,  si 
che  non  puoi  fare  vendecta  senza  pericolo  e  distrugimento  de  la 
tua  persona  ;  e  perciò  non  credo  che  '1  sofferire  sia  rio  chome 
tao  dicesto  ,  Anz'  è  tropo  buono  in  questo  caso  . 

XLII. 

De  la  tendone, 

UNde  scricto  è  che  contendere  e  litigare  con  suo  magiore  si 
è  furioso,  e  molto  pericoloso  ;  e  contendere  col  pari  ,  dubitoso  ; 
e  chol  minore  è  vergogna,  e  perciò  è  utile  di  fugire  le  tencioni  ; 
chi  non  puote  contastare  ai  potenti,  procuri  solicitamente  di  fari- 
li  A  piacere;  e  non  solamente  contendere,  e  '1  contastare  al  poten- 
te è  pericoloso,  ma  etiamdio  puro*  airirsi  co'lui  è  pericoloso:  e  ciò 
è  che  disse  senaca  che  chi  s'aira  chol  potente  si  è  adimandare 


){  6o  )( 

pericolo,  e  per  ciò  se'l  piuo  potente  farà  ingior' a  Alclauno,  pia 
sicura  co^  è  a  colui  che  riceve  la'ngiura  a  ssofiferirlla,  che  d*ai- 
rarsi  co'lui;  e  ciò  pare  che  'ntendea  cato  quando  disse  :  quando  a 
te  è  facto  incresci  mento  sotìera  la  ventura  e  'i  potente ,  perciò 
che  quelli  che  ti  puote  fare  male,  ti  potrae  Alcuna  volta  fare  be- 
ne; donqua  se  '1  potente  ti  danegerà,  e  airerasi  con  tcco  no  richor- 
rere  a  vendecta,  ma  a  sofferenza. 

XLIII. 

De  la  sofferenza. 

Ed  è  la  sofferenza  iguale  sofferimento  de  l'animo  de  le'ng^u- 
re  chelli  sono  facte,  o  la  sofferenza  è  vertude,  che  benigna  mente 
comportali  subiti  Avenimenti  de  le 'ngzure  e  de  le  aversitadi , 
overo  così  :  la  sofferenza  e' teme  dio  de  le  'ng^'ure  secondo  che  si 
contiene  'ne  la  doctrina  de'filosofi;  adonque  la  sofferenza  à  celate 
Ricc^eze,  e  quelli  c/i'  è  sofferente  fa  se  raedesmo  bene  aventuro- 
so,  e  forte,  e  la  forteza  è  remedio  di  dio  a  ciascuno  dolore;  e  cer- 
to alquanti  sono  che  diceno  che  la  sofferenza  Vale  piuo  che  tucte 
r  altre  Vertudi,  e  ciò  è  che  dicie  questo  Verso  :  neuna  vertude 
vale  tanto,  quanto  la  sofferenza,-  e  ancho:  la  vertude  è  vedova  se 
la  sofferenza  no  la  ferma,  e  cato  disse:  la  sofferenza  è  de  le:  raa- 
giore  vertude  che  siano  infra  chostumi;  e  Socrate  disse:  la  soffe- 
renza è  porto  de  le  miserie .  e  'ne  l'ultimo,  sappi  che  non  è  bene 
savio  quelli  cbe  non  puote  bene  sofferire;  e  ciò  è  die  dicie  Sala- 
mone  cliel  Savere  de  l'uomo  si  cognoscie  per  la  sua  sofferenza  , 
e  la  sua  groria  è  la  via  'ne  la  quale  puote  Andare  ;  e  quelli  cli'è 
sofferente  chovernase  di  molto  savere,  e  quelli  che  non  è  soffe- 
rente Acrescie  la  sua  follia;  e  l'uomo  niquitoso  comete  le  mi- 
schie, e'I  sofferente  le  spegna,  e  sapie  che,  secondo  che  la  soffe- 
renza è  buona,  chosl  la  non  sofferenza  è  ria  ,  e  quelli  che  non  è 
sofferente  sofferà  danno,  e  chi  non  è  sofferente  non  puote  essere 
piacente,  e  questo  viene  da  fina  conoscientha ,  e  per  lo  no  soffe- 
rire comete  tal  volta  l'uomo  de  le  cose  che  non  dee;  la  qual  cosa 
è  da  incolpare  in  mactia,  secondo  che  dicie  la  regola  de  la  ra- 
scione ,  che  falso  è  d' infraraectersi  de  le  cose  che  nolli  per- 
tegnono  .  linde  dicie  Salamene:  mellio  è  1'  uomo  sofferente, 
che  l'uomo  forte  ,  e  quei  che  signoregia  A  l'animo  suo  si  è  vin- 
citore ,  e  la  perfccta  sofferenza  Aopera  secondo  che  dicie  sa- 


)(  6i  )( 

Iacopo  Apostolo  'ne  la  pistola  'nel  principio  :  o  frati  miei ,  pen- 
sate ogna  allegreza  quando  voi  chadrete  in  diverse  tenlationi,  sap- 
piendo  cli'el  provamento  de  la  vostra  fede  adopera  sofferenza,  e  la 
sofferenza  à  grande  uopo  a  ciò  che  voi  siate  intact'e  interi,  e  non 
menimate  in  alchuna  cosa  .  Mess.  Melibeo  Rispuose  e  disse  :  Ave- 
gna  che  l'avversari  miei  siano  potenti  piuo  di  me  di  persone  ,  io 
sono  piuo  potente  di  loro  d'avere  .  e  certo  e'  son  poveri  Apo  me, 
e  conciò  sia  cosa  che  le  riccheze ,  e  la  pecunia  sia  regimento  di 
tncte  le  cose,  elio  l'avere  eh'  i'ò;  potrò  Avere  agievile  mente  gran- 
de moltitudine  d'uomini,  e  così  li  potrò  soprastare  in  avere  e'n 
persona,  e  regliarlli  A  povertà,  e  a  mendicare,  e  a  la  mor'te,. 

XLIV. 

De  la  poi>ertà  ,  e  de  le  riccheze» 

Rispuose  donna  prudenza  :  inperciò  che  pare  che  tuo  ti  con- 
fidi molto  'ne  le  RìccAeze,  e  disprescie  troppo  la  povertà,  no  dire 
Alcuna  cosa  de  la  povertà,  e  de  la  richeza  per  la  quale  tuo  fugi 
e  schifi  la  distructione  de  le  richethe,  e  cesi  da  te  la  povertade 
che  fa  mendichità,  e  bisogno  .  e  ben'  è  vero,  secondo  che  tu  di- 
cesti, che  la  pecunia  è  regimento  di  tucte  le  cose,  cioè  che  si  re- 
gano  e  si  convertano  per  lei,  quanto  che  in  se  la  pecuna  e  le  ric- 
cheze tenporali  son  buone  perciò  che  ogna  criatura  di  dio  è  buo- 
na, secondo  che  '1  corpo  non  puote  vivere  senza  l'anima,  cosi  non 
puote  durare  senza  le  riccheze  temporali,  perciò  ch'el  mangiare, 
e  '1  vestire  sono  si  bisognosi  al  corpo  che  senza  Ricchezze  tenpo- 
rali non  potè  lungamente  durare  la  vita,  nè'l  corpo,  per  le  grandi 
Riccheze  fano  li  uomini  li  gram  parentadi ,  e  aquistano  gvfinde 
onore.  TJnde  dice  panfilio  che  la  fiUiuola  d'ano  bifolcho  s'  ella 
sera  bene  Ricca  potrassi  iscelere  uno  uomo  infra  mille .  Anco  si 
dicie  che  le  riccheze  grorificano,  e  fano  gentile  cholui  che  non  à 
punto  di  gentileza,  e  la  povertà  Rabassa  la  casa  ch'è  bene  alta  di 
gentileza.  Anco  per  le  riccheze  temporali  Aquista  l'uomo  si  gran 
potenza  che  i  Re,  e  principi  e  quasi  tucta  gente  '1  seguita,  e  '1  te- 
me; e  sapie  che'l  secondo  per  le  riccheze  temporali  sine  seguita- 
no le  predicte  cose,  e  molte  altre  può,  cosi  quand'elle  sono  per- 
dute ne  coriarao  in  necessitade  e  in  mendicanza  ,  e  convienci  so- 
stenere ogne  male. 


)(    62    )( 

XLV. 

De  la  necessitade. 

Epercìò  clie  la  necessitade  è  madre  di  tucti  i  peccati ,  unde 
dicie  cbasiodoro ,  che  se  si  tolle  via  la  necessitade  ,  eh'  è  madre 
de'  peccati,  si  si  tolle  la  volontade  del  peccare  ,  e  la  necessitade 
non  ama  cose  temperate  .  e  petro  Alfunso  disse:  etiamdio  l'uomo 
ch'è  onesto  per  la  grande  necessitade  è  costrecto  di  lagrunare*  e 
d'adimandare  Aiuto  Ai  suoi  Nemici,  la  quale  cosa  è  molto  grave, 
e  ciò  è  che  mi  disse  :  una  de  le  piuo  gravi  cose  di  questo  secolo  è 
a  l'uomo  libero,  ch'ei  sia  costrecto  Adimandare  per  necessitade 
al  nemico  suo  Aiuto,  la  quale  cosa  è  molta  gravissima;  e  in  tanto 
è  pessima  la  necessitade  ch'eia  costringe  V  uomo  di  provare  tu- 
cte  le  cose,  e  fallo  essere  busciardo,  e  senza  lege,  e  conducelo  a 
tucte  follie  ;  unde  la  lege  e'I  proverbio  dice:  la  necessitade  non 
à  lege;  e  senaca  disse  che  la  necessitade  fae  l'uomo  mendace  ,  e 
àe  da  lui  ciò  che  li  domanda,  e  conforta  l'uomo  di  provare  tucte 
le  cose.  E  casiodoro  disse:  giustamente  devemo  fu  gire  la  necessi- 
tade, la  quale  ti  conforta  a  peccare.  Esalamone  disse:  V.  cose  sono 
quelle  che  domano  lo  popolo,  cioè  la  libertade  e  la  licenza  ,  el 
pianto,  e  la  fame, e  la  bactallia  e'I  pogho  senno,  e  sola  la  necessi- 
tade conduce,  e  costringe  l'uomo  a  tucte  le  cose,  e  ancor  dicie  un 
savio,  che  melli'è  A  morire  che  essere  i'  necisitade  ,  e  'l  bisogno 
conduce  l'uomo  A  mendicitade,  de  la  qual  disse  inocenzio  'ne  li- 
bro là  u'disprescia  Jo  mondo: 

XLVI. 

De  le  mendichitadi . 

O  Misera  conditione  di  mendichitadi ,  che  se  tu  adimande  sì 
muori  di  vergogna;  e  se  no  Adimande,  si  ti  consume  di  poverta- 
de ,  ma  se'  costrecta  per  necessitade  d'andare  mendicando  ,•  laun- 
de  ìsdegna  ,  e  mormora  e  rimansi  di  pregare,  per  la  quale  cosa 
disse  Salamone  'ne  proverbi  :  o  dolcie  dio  no  mi  dare  mendichi- 
tade  ,  né  riccAetha.  A  donque  le  riccheze  temporali  per  le  quali 
seguitiamotantibeni,  e  schifiamo  tanti  mali,  sono  buone  s'elle  so- 
no possedute  da  buoni  uomini  :  e  a  rispetto  de'  mali,  uomini  che 
possegono  quelle  Riccheze,  no  st)no  tenute  buone  ,  per  ciò  che 


)(  63  )( 

neuna  cliosa  è  buona  A  l'uomo  se  elli  non  è  buono ,  Avegna  che 
per  loro  niedesmo  siano  buone,  ma  a  mali  uomini  sono  diete  Rie, 
perciò  che  danno  loro  cascione  ,  e  podere  di  mal  fare  ,  e  perciò 
disse  Seneca  :  le  ricc^eze  sono  casc/one  de'  mali ,  no  perchè  'le 
facciano  alcuna  cosa,  ma  confortano,  e  riscaldano  coloro  che  voU 
liono  tare  male  .  Unde  disse  uno  tìsolafo:  la  pecuna  è  tormento 
A  r  avaro  ,  e  a  largo  moderato  si  è  onore ,  ed  al  traditore  si  è 
micidio  .  Adonque  usa  le  riccheze ,  e  ritienti  da  quelle  modera- 
ta mente  ,  e  savia  mente  secondo  vertude  ;  e  perciò  disse  tulio  : 
grande  vertud'  è  d'ausare  le  cose ,  che  noi  guadagniamo,  o  farle 
temperatamente,  e  savia  mente  .  E  Ovidio  :  vertud'  é  d'astenersi 
da  quelle  cose  che  ti  piacciano .  Adonque  in  guadagnare  Avere  , 
e  in  usarllo  dei  avere  con  teco  tre  cose,  cioè  dio  ,  e  choscienza  , 
e  buona  fama,  e  almeno  le  due  ,  cioè  dio ,  e  la  conscienza,  e  di 
ciò  piuo  pienamente  troverai  'ne  libro  de  1'  amore  di  dio  .  Or' ài 
veduto  sopra  le  riccheze  e  la  povertade,  e  la  necessitade ,  e  la 
ventura  ,  ma  io  no  ti  consillio,  che  tuo  ti  confidi  troppo  *ne  le 
l'iccAeze,  né  che  tuo  le  consumi  in  fare  guerra. 

XLVII. 

Dei  mali  de  la  guerra . 

Ererciò  neuna  RiccAeza  per  lo  mio  g/udicio  è  assai  a  le  spe- 
se che  la  guerra  Richiede .  Unde  disse  uno  filosafo:  neuno  uomo 
che  sia  in  guerra  puote  essere  assai  Ricco  ,  e  quantunche  1'  uo- 
mo sia  ricco  e' conviene,  se  lungamente  dimora  in  guera,  che  per- 
da o  la  guerra ,  o  le  riccheze,  e  per  aventura  V  uno,  e  V  altro  ,  e 
la  persona  ,•  e  s' elli  è  pavero*  per  neuno  modo  puote  sostenere  la 
guerra  ,  e  s'  elli  è  molto  Ricco  ,  molto  magiormente  lo  conviene 
espendere,  e  secondo  che  V  uomo  che  pecca,  quanto  elli  è  magio- 
re,  cotanto  à  magiore  peccato,  secondo  che  disse  Marzalie,  e  co- 
si l'uomo  eh'  è  in  guerra,  quant'elli  è  magiore  ,  tanto  li  convie- 
ne di  fare  magiori  ispese  .  e  marcìalle  disse  :  quanto  1'  uomo  è 
pmo  alto,  piuo  chade  magiore  percusso,  e  non  solamente  si  per- 
deno  le  riccheze  per  la  guerra  ,  ma  l' amore  di  dio  e  '1  paradiso, 
e  la  vita  presente,  e  li  amici  ;  e  molti  altri  pericoli . 


)(  64  )( 
XLVIII. 

Vedi  le  cascìonì  per  le  quali  dei  ischi/art  bactallia  . 

Or  nota  e  vedi  la  rascione  ,  perchè  dei  ischifare  la  bactallia, 
e  la  guerra  ,  e  quanto  tuo  puoi  dei  ischifare  ;  e  ancor  la  bactallia 
che  si  fae  per  casclone  de  la  guerra  molto  magiore  mente  si  de' 
ischifare  per  molte  Piascioni .  per  la  prima  rascione  ,  perciò  die 
le  bactallie  dispiacceno  A  dio  ;  unde  lo  profeta  disse  :  distrugi  la 
gente  che  vuole  bactallia  ;  per  la  seconda  rascione ,  perciò  che 
non  sola  mente  li  uomini  perssingolo,  ma  tucto  '1  popolo  è  usato 
di  domare,  secondo  Salamone  che  disse  :  V.  sono  le  cose  che  do- 
mano lo  popolo,  cioè  la  libertade,  e  '1  pianto,  e  la  fame ,  e  la  ba- 
ctallia etc.  per  la  terza  rascione  ,  perciò  chella  bactallia  si  de' 
troppo  temere  :  unde  scricto  è  :  beata  quella  cittade  che  'ne  la 
pace  teme  troppo  la  bactaglia  .  e  non  solamente  si  de'  temere  la 
bactallia  ,  ma  di  ricordare;  e  scricto  è  :  se  tuo  ame  pace  non  fare 
menz/one  di  bactallia.  per  la  quarta  rascione,  per  ciò  che  diver- 
so e  dubitoso  è  lo  caso  de  la  bactallia ,  né  per  moltitudine  d'uo- 
mini ,  né  per  altra  rasc/one,  che  vedere  si  possa  né  toccare,  ne 
potemo  esser  certi  .  unde  g/uda  Machabeo  disse  :  non  per  molti- 
tudine d'  uomini  si  vince  la  batalia^ma  da  cielo  viene  la  vertu- 
de,  e  lieve  cosa  è  a  dio  campare  li  poghi  da  molti ,  e  sopra  molti 
dare  vectoria  hX  poghi .  E  davi'  disse  a  filistèo  lo  quale  uccise  con 
la  pietra  de  la  fonda  :  e  ciò  sappia  la  chiesa  che  quella  vectoria 
non  è  'ne  la  forza  terena  ,  ma  la  bactaglia  è  sua.  per  la  quinta 
rascione  perchè  la  bactaglia  è  da  ischifare  per  ciò  ched  è 
di  troppo  pericolo  ,  e  i  savi  molto  lo  deno  fugire  ;  E  tulio  disse, 
che  fugire  lo  devemo ,  né  farla  altrui  senza  casc/one,  perciò  in 
ischifarla  dei  usare  lo  Consilio  de  medici,  per  la  sexta  Rasctone 
devemo  ischifare  la  bactallia  perciò  che  di  quella  s'aspecta  mor- 
te, e  non  è  certo  in  quale  luogo  la  morte  t'  aspectì,  ma  tuo  in 
ogna  luogo  la  puoi  aspectare,  e  dei,  e  specialmente  in  bactaglia,  e 
perciò  sono  senza  fine  le  rasczoni,  per  le  quali  la  bactalia  e  la  guer- 
ra devemo  ischifare,  le  quali  non  sipotrebero  lievemente  pensa- 
re ,  né  dire .  Alora  disse  Melibeo  :  avegna  che  tuo  m'  abie  Ben- 
date molte  Rasczonì  per  le  quali  io  debo  ischifare  la  guerra ,  e 
la  bactalia,  ma  lo  tuo  Consilio,  lo  quale  io  molto  disidero,  in  sa 
questo  facto ,  non  mi  ài  Ancora  mostrato . 


)(  es  )( 

XLIX. 

Or  seppie  come  la  guerra  si  vince  per  la  pace 
e  per  la  concordia, 

PRodenza  Rìspuose  e  disse;  lo  mio  si  è,  che  tuo  per  pacevin- 
cbe,  e  per  acordia  la  discordia,  e  la  guerra  ;  e  pe  rciò  si  truova 
iscricto;  la  u'  àe  concordia  e  pace  si  àe  vetoria,  e  alegreza,  e  così 
arai  g/oia ,  e  diti  mali  fugendo  le  tue  cose  crescerano  ,  e  molti- 
pricherano;  E  Salarnone  dise'ne  proverbi:  chi  s'atiene  al  Consilio 
de  la  pace  sieguiterà  'ne  li  beni .  e  Seneca  disse  'ne  le  pistole  : 
le  picciole  cose  crescono  per  la  concordia,  e  le  grandi  menimano 
per  la  discordia,  e  melibeo  Rispuose:  come  mi  posso  Ra pagare  co 
miei  nemici  perciò  che  incuminciaro  discordia ,  e  no  m'adoman- 
daron  pace.  A.  ora  madonna  prudenza  Rispuoss:  s'è  tuoi  aversa- 
rii  credessero  che  tuo  volessi  pace,  con  grandissima  umiltade  te 
la  domanderebero .  i'  òe  udito  dire  che  del  peccato,  e  de  la  follia 
loro  forte  sì  dolliono,  e  si  penteno,  e  i  tuoi  comandamenti  in  tu- 
cte  cose  volieno  ubidire  ;  per  la  quale  cosa  credo  sia  piuo  sicuro 
a  oscire  di  guerra,  e  di  pericolo  con  questo  onore  ,  che  slare  a 
dubio  di  perdere  l'anima, e'I  corpo,  e  l'avere.  Ancora  ti  dico  piuo, 
che  s'è  tuo' Aversarii  non  t' adomandassero,  non  perciò  di  meno 
la  dei  tuo  adi  mandare  loro,  unde  iscricto  è  :  e  sempre  s'incomin- 
ci discordia  d'altrui,  e  da  te  pace;  e'I  profeta  comandò  la  concor- 
dia e  la  pace,  non  solamente  l'aspectare  c^e  ti  sia  Adoraandata  , 
ma  richiedela.  Anco  disse:  dicessati  dal  male,  e  fa' bene:  Richiedi 
la  pace,  e  sieguitala.  e  l'apostolo  disse 'ne  la  pistola  A  romani:  non 
rendete  male  per  male,  ma  provedete  i  beni  non  solamente  davanti 
a  dio,  ma  davanti  A  le  genti,  se  fare  si  puote  quello  ch'è  di  voi  abien- 
do  pace  contucti  li  uomini.  Adonque  Richiedi,  e  abie  pace,  e  metti 
in  oblìanza  le  'ng/'ure;  e  Seneca  disse:  noi  devemo  obliare  le'ngm- 
re,  e  ricordarci  de'servisci,  perciò  che  l'  ubriaza  è  rimedio  de  le 
'ng^'ure.  Unde  gesù  seraca  disse:  non  ti  dei  Ricordare  de  le  'ngm- 
re  del  p»'oximo,  né  operare  alcuna  cosa  'ne  l'opera  de  la  'ngzura. 
e  Mess.  melibeo  Rispuose  e  disse  :  io  non  posso  obliare  la  'ngm- 
ra,  ma  vorrei  che  tuo  mi  dicessi  se  'n  alcuuo  caso  è  licito  altrui 
di  fare  guerra  e  di  combactere  .  Prodenza  Rispuose:  li  uomini 
sono  tucti  tenuti  sempre  di  fare  guerra ,  e  di  combactere  contra 
peccati, e  scricto  è:  non  sera  uomo  coronato  se  nocombacte  legì- 
timamente,  e  per  cotale  bactallia  tucti  li  combactitori  accadano 


)(  66  )( 

vita  eterna  e  corona  dì  pcrpetoale  Victoria  ;  ma  con  tucti  li  uo- 
mini dei  avere  pace.unde  iscrlcto  è:  abie  pacie  con  tucti  li  uo- 
mini, e  co  pecliati  guerra  .  e  allor  Ms.  melibeo  Rispuose:  io  non 
parlo  de  la  bactailia  contra  peccati,  mn  parilo  de  la  bactallia 
centra  coloro  die  comectono  li  mallfici  . 

L. 

Nota  le  casc'ìoni  per  le  quali  liei tainent e  possiamo  conbactere, 

PRodenza  Pùspuose  :  Vili,  sono  le  cascioni  per  le  quali  licita- 
mente  possiamo  combactere  :  per  conservare  lo  fede ,  e  non  cor» 
romperlla  .  per  mantenere  giustizia  .  per  avere  pacie .  per  con- 
servare libertà  .  per  iscbifare  sozura  .  per  contastare  a  la  forza  . 
per  fare  guardia  del  suo  corpo,  per  necessaria  cascione .  de  le 
quali  singulariamente  Vegiamo .  e  certo  per  la  fede  devemo  Ri^ 
cevere  bactallia  e  combactere;  e  sì  come  la  fede  de'  essere  nossa 
iscudo  soct'  al  quale  tucti  ci  copriamo,  e  tucte  le  vertudi ,  e  per 
1'  aiuto  di  quello  iscudo  devemo  conbactere,  de  la  quale  bactallia 
disse  l'apostolo  'ne  la  pistola  ad  efesios  Apresso  a  la  fine  :  pren- 
dete lo  scudo  de  la  fede,  'nel  quale  possiate  vincere  le  bactallie 
del  maivascio ,  e  cosi  per  la  fede  devemo  conbactere,  e  magiore- 
mente  devemo  sostenere  morte,  cbe  abaudonare  la  fede  catliolica'*' 
sì  come  fece  giuda  macabeo,  e  moises,  e  david,  e  carilo*  e  li  altri 
conbactitorijCmolti  sancti  ricevendo  morte  per  la  fede  conbactie- 
ro.  Simile  mente  devemo  conbactere  per  la  giustitia  fino  a  la  morte, 
unde  gesù  seraca  disse  :  fine  a  la  morte  conbacti  per  la  giustitia , 
e  dio  iscaccerà  li  tuo'  nemici .  per  la  pace  devemo  combactere  . 
disse  tulio  :  da  ricevere  sono  lo  Jìactallie  per  casc/one  cbe  senza 
ingmra  viva  in  pace.  Ancor  disse:  prendiamo  la  bactallia  in  tale 
modo  die  neun' altra  cosa  paia  che  s'  adomandi  cbe  pacie.  E  per 
conservare  libertà  ;  per  discacciare  indebita  servitude  devemo 
combactere  fine  a  la  morte  .  unde  tulio  disse  .*  quando  'l  tempo^ 
e  la  necessitade  Ricliiede,  devemo  conbactere  ,  e  accambiare  la 
morte  a  la  servitudine,  e  a  la  sozura;  e  Seneca  disse  :  bella  cosa 
è  di  contastare  a  la  servitudine  s'  ella  si  fae  sì  come  non  dei  : 
de  la  servitudine  die  non  si  de' fare  perciò  dissi,  cbe  se  altri 
debitamente  è  servo  non  dei*  curare,  perciò  disse  sampaulo'ne  la 
pistola  A  corinzi  :  c/ascuno  in  quell'oficio  in  cb' eli  è  cliiamato, 
in  quello  dimori  ;  e  se  tuo  se'  cbiamato  servo  non  tine  ebalia  .  e 


X  67  ){ 

sainpiero  disse  :  voi  servi  istate  solo  posti  in  tucta  paura  Ai  sigiio- 
ri ,  e  non  solamente  Ai  buoni ,  m'  a  coloro  che  non  sarano  tucli 
buoni .  E  per  ischifare  la  sozura  devemo  combactercj  e  la  morte 
le  si  dei  Antiporre,  sì  com'  è  dicto  di  sopra  .  E  per  contastare  a 
la  forza  devemo  comba etere  >  si  chome  dicie  la  lege,  e  la  dicre- 
tale  che  dice;  la  lege  ha  tucte  rascìoni  de  lasciare  discacciare 
la  forza  per  forza.  E  io  intendo  la  forza  non  solamente  quando 
li  uomini  sono  fediti,  ma  quando  Altr*  e' non  adomanda  a  rasc/o- 
ne  ,  e  denanzi  al  gmdice  quello  chi*  crede  c/^'  altri  li  debia  j  si 
come  dice  la  lege.  e  per  la  difensione  del  tuo  corpo  devemo  com- 
bactere.  E  la  lege  dice:  quello  che  Tuomo  fae  a  difensione  del  suo 
corpo  pare  che  dricta  mente  faccia ,  e  per  ciò  la  naturale  rascfone 
consente  e  hiscia  difendere  incontr'  al  pericolo.  E  in  tanto  si  con- 
sente la  defensione,  che  anzi  tempo  ti  posse  difendere,  perciò  che 
mellio  è  Al  principio  difendersi,  che  a  la  finevendicarsi;  E  intan- 
to si  consente  la  difensione,  che  se  altra  mente  non  puoi  ischifare 
lo  pericolo ,  e  uccidi  uno  uomo ,  per  la  lege  e  per  la  rascione 
no  ne  dei  essere  punito;  e  tulio  disse  :  cosi  è  in  colpa  chi  non  con- 
tasta a  la  ingiura  se  comodamente  puote,  come  quelli  eh'  aban- 
dona  li  parenti ,  e  li  amici ,  e  la  defensione  del  suo  corpo .  incon- 
tenente dei  fare, e  temperatamente  che  se  altr'e'  ti  vuole  fedire 
con  coltello ,  tuo  innanzi  che  ti  fiegha,  puoi  fedire  lui  con  coUtello 
a  difensione,  e  no  a  vendecta.  E  per  necessaria  cascione  devemo 
combactere;  cioè  quando  la  bactalia  èdicta,  e  dinontiata  ;  e  per- 
ciò disse  tulio  :  intendere  si  puote  che  neuna  baclallia  è  gmsta 
se  no  per  forza ,  o  per  cose  Adomandate  si  facesse,  e  cato  disse  : 
combacti  per  lo  tuo  paese  .  e  quello  che  dicto  è  de  la  bactallia 
fare,  intendi  che  a  luogho  in  ciascuno  uomo,  che  non  è  religioso; 
ma  li  perfecti  religiosi  che  anno  vera  devotione  non  deno  muo- 
vere Arme  .  dit'  è  da  dio  ;  A  me  la  vendecta,  e  io  la  renderò;  e 
se  alcuno  ti  drae  una  mascellata  'ne  la  guancia  porgili  V  altra;  e 
se  alcuno  ti  torrà  la  gonella,  dalli  la  guarnaccia;  e  perciò  cotali 
Bilegiosi  non  deno  combactere  co'  le  mani,  ma  deno  magiore- 
raente  patire  la  morte,  che  fare  peccato  mortale,  e  allora  Rispuo- 
se  raelibeo,  e  disse  :  due  volte  àe*  udito  da  te  che  per  avere  pace 
uomo  de' combactere  co  la  mano,  per  la  quale  cosa  voliÒcoi  pre- 
dicti  miei  nemici  conbactere,  e  cosi  potrò  avere  pace  possa  co'lo- 
ro.  e  Prudenza,  quasi  airoso  Animo  col  volto  cambiato,  disse  :  Io 
mato  no  tracorre  con  ciò  sia  cosa  eh'  elli  possa  discendere  si  si 
sforza  d' ire  puro*  incontra  i'  aqua;  e  tuo  veramente  puoi  essere 

5 


)(  68  )) 

Repalalo  malo ,  che  conciò  sìa  cosa  che  tuo  li  posse  avere  a  tuo 
comandamento  con  paci' ,  e  con  seramento,  talli  voli  perdere  a 
fine  par  con  verrà  *  e  con  battallia;  e  per  ciò  chi  vede  lo  bene  e 
prend'  el  male  ,  o  elli  s' infinge  ,  o  elli  è  folle  .  E  alora  Melibeo 
Rispuose  :  non  vogizo  che  airato  Animo  tuo  dice  incontra  me  al- 
cuna cosa ,  ma  se  alcuna  cosa  soza  o  folle  avesse  dieta,  o  dicesse, 
voila  Amendare  a  la  tua  volontà  ,  ne  io  non  arò  per  male  ciò  che 
tuo  mi  dirai  con  posato  Animo;  e  in  peroe  disse  sigiamone:  chi  casti- 
ga l'uomo  m.ig/ore  mente  troverà  gratiaapo  lui, di  ch.i  perusing^e, 
l'anganna.  e  Prodenza  rispuose  :  io  no  m'  airo  centra  te  senza  ca- 
sc/one  ma  per  tua  salute,  ma  secondo  che  disse  lo  dicto  Salamo- 
ne  :  meliore  è  l'  ira,  che  'lR.iso,  inperciò  che  per  lo  coruccio  la 
volontà  s'  ameoda,  e  Tanirno  di  colui  che  falla .  Adonque  ti  consi- 
glio che  ti  castighi ,  e  che  mi  lasci  Iractare  parole  di  pace,  o  s' e' 
tuoi  Avversari  volliono  fare  quello  eli'  io  dissi ,  a  buono  animo. 
Ricevili  ai  tuoi  comandamenti.  E  allora  Rispuose  Melibeo:  poiché 
ciò  ti  piace  e  consiglimi  eh'  io  faccia  ,  no  l'obriare  di  fare.  E  al- 
lora Prodenza  Adimandato  piccolo  rispetto  per  volontà  del  mari- 
to, ma  in  sua  iscenza  secretamente  li  suoi  aversarii  fece  chiama- 
re A  se,  e  'ne  la  loro  presenza  narrando  'nel  predicto  modo  li  beni 
de  la  pace,  e  mali  de  la  guerra,  e  de  la  bactallia,  preseli  a  pregare 
che  de  la  'mgmra  a  lei ,  a  mess.  melibeo,  e  a  la  sua  filinola  facta 
si  dolessero  ,  e  a  comandamenti  dì  mess.  melibeo  con  saramen- 
to  e  giuratori,  e  con  pena  devesse' venire  senza  'nduscio.  e  quel- 
li udiendo  queste  cose  fuoro  molto  Allegri,e  commosi  di  gran  dol- 
\^eza  di  parole  ,  e  con  grande  dolore  di  cuore  con  pianto  Rispuo- 
sero  dicendo:  madonna  sapientissima  tuo  e'  ài  trovato  con  dol- 
eeza,  e  quello  che  tuo  Ai  dicto  A  noi,  noi  lo  devavamo  dire  pri- 
ma a  te,'  per  ciò  c^e  lo'ncominciamento  de  la  discordia  venne  da 
la  nostra  macteza,  per  la  quale  cosa  lo  principio  de  la  concordia 
devea  incuminciare  da  noi.  unde  inperciò  che  noi  non  sapavarao, 
clie  le  predicte  cose  piacessero  a  te ,  e  al  tuo  signore  non  vi  Tar- 
davamo* di  muovere  .  Andonque  voUiendo  istare  Ai  tuoi  consili, 
e  a  comandamenti  di  mess.  melibeo  in  tucto,  e  per  tucto  volen- 
tieri ubidire,  la  tua  benignità  a  ginocchia  ingnude  in  terra  umi- 
le mente  preghiamo ,  che  quello  che  n'  aveto  decto  in  paraule 
debiate  compiere  con  buone  e  con  sancte  opere,  ma  noi  temiamo 
no  per  aventura  per  la  reità  del  nostro  peccato,  e  del  nostro  fal- 
lo mess.  melibeo  irato  procederebe  contra  noi  iratamente,  per 
la  qual  cosa  lo  vostro  Consilio  sopra  ciò  devota  mente  Adimandia* 


)(  69  )( 

mo.  E  madona  Prodenza  Rispoose  :  quamvisdio  eh'  ci  sia  dura 
cosa,  e  contraria  a  tucte  rascioni ,  che  l'uomo  s'  afidi  'ne  Taver- 
sario  suo,  o  nel  nemico,  o  che  si  mecta  in  sua  podestà  (secondo 
che  dice  disopra  in  questo  libro  )  mess.  melibeo  di  queste  cose 
tracterà  meco,  né  per  mio  Consilio  A  malvasc/o  comandamento 
potrehe  ricorere,  e  perciò  vi  consiglio  che  dico  non  diiidiate , 
perciò  ch'io  cognosco  la  benignitade,  e  la  largheza  di  mess.  meli- 
beo, per  ciò  che  non  è  malvasc^o  e  cupido  dì  pecunia,  ma  volien- 
do  sempre  honore  ,  la  nequità  e  la  pecunia  al  tucto  disprescza  , 
Altramente  per  neuno  modo  consilierei  che  senza  alcuno  cognosci- 
mento  di  piato  ,  o  precedente  tractato  dese  Albritro  al  suo  ne- 
mico, o  podestà  sopra  se;  e  per  ciò  disse  Salamene  :  udite  popo- 
li, e  tucte  genti,  e  rectori  de  le  chiese:  Al  figliuolo,  A  la  femina, 
Al  fratello  ,  ne  a  V  amico  non  dare  podestà  sopra  te  'ne  la  tua 
vita  ;  molto  magiore  mente  vietò  A  cz'ascuno  che  non  dese  pode- 
stà Al  suo  nemico  sopra  se.  E  udite  le  diete  cose,  quei  tre  aver- 
sarii  in  concordia  Rispuosero  dicendo:  confidandoci  de  la  vostra 
bontà  ,  la  tua  volontà  e  di  mess.  melibeo  faremo  pienamente  a  la 
speranza  di  dio  .  Adomque  quando  ti  piacerae  manderai  per  noi, 
a  tucti  li  vostri  comandamenti  seremo  apparechiati  d' ubidire  . 
E  dona  Prodenza  ritornando  Al  suo  marito,  e  dicendoli  ciò  che 
con  loro  Avea  tractato  ,  Adomandò  da  lui  se  le  diete  cose  li  pìa- 
ceuo ,  lo  quale  quando  elli  udio  la  loro  devotione,  e  la  constri- 
zione  ,  e  '1  pentimento  de  loro  fallo  che  facto  Avano,  Ripuose  e 
disse:  e' sono  degni  d'avere  perdonanza,  li  quali  del  peccato  non 
fano  iscusa,  ma  co  lagrime  e  con  veracci  ^Ripentanza  Adiman- 
dando perdono  ;  e  perciò  disse  senacha  :  là  u'  è  la  confessione  , 
quine  de'  essere  lo  perdono,  e  perciò  asoctillia  lo  peccato  chi  to- 
sto sì  pente  .  Adonqne  lo  Consilio  che  tuo  m' ài  dato  molto  mi 
piace  se  noi  lo  potemo  fare  con  volontà  e  con  consentimento  del- 
lì  Amici,  e  Prodenza  co^  allegro  viso,  e  con  chiara  e  pura  fiicia 
disse:  drictamente  Ai  Risposto:  ma  secondo  che  Consilio,  e  con 
r  aiuto  de  li  amici  nostri  avete  pensato  di  fare  la  vendecta,  cosi 
'ne  la  concordia,  e  'ne  la  pace,  lo  loro  consiglio  non  tardate  d'a- 
dimandare  ;  e  perciò  nenna  cosa  è  cosi  natorale  come  di  solvere 
una  cosa  in  quella  maniera  ch'era  legata,  secondo  che  dice  la  le- 
ga. Or  tractate  cosi  queste  cose,  incontenente  richiesero  li  ami- 
ci e  parenti,  e  fedeli  provati,  e  a  loro  quasi  tucto  dict'è  dì  sopra 
notando  per  ordine,  Adimandaro  Consilio  diligente  mente  eh' ava- 
no a  fare  sopra  le  diete  cose  .  E  li  amici  udiendo  queste  cose  j 


)(  7«  )( 
ìsaminate  bene  queste  cose,  lo  consiilo  de  la  pace,  e  de  la  con- 
cordia  lodare  ,  e  aprovaro  .  e  Prodenza  udite  queste  cose  disse  .* 
sempre  ò  udito  dire,  quello  die  puoi  bene  fare ,  quello  no  lo'ndu- 
sc«are ,  e  per  ciò  Consilio  che    incontenente  si  faccia  quello  che 
si  dovesse  fare  per  indusc/'o.  E  così  per  Consilio  di  tucti  fuoro 
mandati  savi  messi  per  li  dicti  Aversarii  ,  li  quali  dissero  Ai  di- 
cti  messi ,  che  se  piace  A  loro  Al  predicto  raunamento  senza  neu- 
no  induscio  con  jdonea  compagnia  venire  non  tardino,  li  quali 
risponcleiìdo  benigna  mente,  e  ringraziando  li  messi  pregarli!  che 
A  mess.  Meli  beo  e  al  suo  raunamento  dicessero,  ched  ellino  ver- 
rebero  incontenente  ,  e  che  elli  erano  apparechiati  d'ubidire  a  lo- 
ro comandament'  e  in  tucto  e  pertucto;  e  quando  voleano  venire 
uno  di  loro  disse:  facciamo  noi  grande  Raunamento,  si  che  noi 
andiamo  a  loro  onorevile  mente;  e  V  altro  disse  ;  facciendo  que- 
ste cose  lo  'nduscio  inpedirebe  lo  facto  nostro  ,  per  la  qualcosa 
consillio  che  ciò  facciamo  senza  dimora  ;  la  quale  cosa  piaque  al- 
li  altri  ,  coi  giuratori  e  poghi  Altri  Ala  corte  di  mess.  melibeo 
di  vota  mente  Andaro  .  e  allora  Melibeo  levandosi  diricto ,  intra 
r  altre  cose,  dise:  Eli  è  vera  cosa  che  voi  senza  g/usta  casc/one 
grande   ing/ura    faceste  A   me  ,  e  a  la  mia  donna  ,  e  a  la  mia  fi- 
linola ,  intrando  a  forza  'ne  la  mia  casa  ,  e  faccendo  tui  cose  ,  de 
le  quali  dereste  morire  giustamente,  unde  volilo  udire  da  voi  se 
vi  piace  di  commectere  la  vendecta  de  le  predicte  cose  Ala   vo^ 
lontà  mia  e  della  donna   mia  Prodenza  ;  e  quellino  rispondendo 
dissero  :  Messere,  noi  non  siemo  degni  di  venire  Acotal  corte  di 
tal  signore,  ma  noi  avemo  comessi  tai  peccati,  dei  quali  sererao 
degni  di  morte  Ricevere;  ma  veramente  confidandoci  non  del  sa- 
vere, né  de  la  potenza  nostra,  ma  de  la  umiltà  e  de  la  bontà  vo- 
stra siamo  venuti  quie,  eccoci  e  apparechiati  d' ìstare  a   vostri 
comandamenti,  e  con  sarà  mento  e  con  giuratori  in  tucto  e  per  tu- 
cto ,  inginochiandosi ,  e  spargendo  le  lagrime  obidire  in  persona, 
e  in  avere  ;  E  chosl  ìnginochiati  a  pie  'di  melibeo  e  di  madonna 
Prudenza  con  grandissima  devotione  Adimandaro  da  loro  perdo- 
nanza,  li  quali  Melibeo  levandoli  per  mano  benigna  mente 'nel  di- 
cto  modo  li  ricevecte  Ai  suoi  comandamenti  in  tal  maniera  ;  che 
una  volta  e  pino  potesse  incontra  loro  comandare,  lodare*  e  pro- 
nonziare  ;  A  quali  comandò  che  di  quie  e  1'  octava  si  rapresen- 
tasero  quioe  a  la  sua  presenza  A  odire  la  sua  volontà  e  i  suoi  co- 
mandamenti ,  per  ciò  che  volea  tractare  co*  medici  de  la  qualità 
de  la  sua  filliuola,e  pensare  de'  comandamenti  che  devea  lor  fare 


)(  7«  )( 
con  grande  diliberarhento  .  e  ordinate  cosi  queste  cose  tucti  di 
lae  e  di  quae  si  partiero  con  glande  allegreza;  e  possa  appellati 
li  medici,  melibeo  li  adomandò  de  lo  stato  della  sua  fiUiuola,  ed 
ellino  Rispuosero:  ecbo  che  la  tua  filinola  è  guarita  ,  né  del  suo 
istato  non  t' abisogna  dì  dubitare  ;  li  quali  Melibeo  Abondevile 
mente  meritò,  e  pregalli  cbe  de  la  santade  de  la  sua  filliuola  isto- 
diosamente  procacciassero  .  le  quali  cose  cosi  facte ,  Prodenzi  la 
mactina  molto  per  tempo  in  un  luogo  rimoto  istando  co' Melibeo 
disse  a  lui  :  Messere  io  vorrei  udire  da  te  cbe  comandamenti  tuo 
vuoli  fare  Ai  nostri  aversarii  ;  lo  qual  disserio  li  vollio  ispo- 
gl/are  di  tutti  li  loro  beni ,  e  comandare  loro,  cbe  vadano  oltra 
mare  senza  gm  mai  reddire.  e  quella  disse:  questo  comandamento 
serebe  rio;  per  la  quale  cosa  se  questo  comandamento  facessi  g/a 
non  potresti  vivere  g/amai  e' onore,  conciò  sia  cosa  cbe  tuo  oltra- 
modo  sie  ricco,  e  de  la  loro  pecunia  non  ài  bisogno,  e  potresti  es- 
sere Ripreso  di  cupiditate,  la  quale  T  apostolo  1'  appella  Radice 
di  tucti  li  mali . 

LI. 

De  la  buona  nominanza . 

E  Melilo  ti  serebe  perdere  tanto  del  tuo,  cbe  l'oro  prendere  so- 
zamente.e  scritto  è:  mellio  Amerei  d'avere  perduto, cbe  sozamen- 
te  guadagnato,  unde  usato  é  di  dire:  l'onestà  de  la  mente  passa 
le  grandi  ricbeze  Adunate;  inperciò  l'onestà  e  la  buona  fama 
per  neuno  tesoro  si  de'  cambiare  ,  e  perciò  disse  casiodoro  :  abie 
cura  del  buono  nome,  perciò  cbe  durerae  pino  cbe  mille  tesauri 
grandi  e  pretiosi .  Ma  secondo  cb'  el  raedesmo  gesù  disse;  la  lu- 
cie de  li  ocbi  ralegra  1'  anima  ,  e  la  buona  fama  ingrassa  l'ossa, 
Adonque  quello  guadagno  sì  com'  el  danno  al  tucto  disprescia , 
e  fugi,  e  per  la  buona  fama  lo  buono  uomo  si  cognosce;  e  casio- 
doro disse  :  l' uomo  è  cognoscmto  per  fama  ,  e  lodato  per  testi- 
monianza. E  Salamone  disse;  melli'è  lo  buono  nome  cbe  le  mol- 
te Riccbeze  .  Ancor  disse  :  meglio  è  '1  buono  nome,  cbe  i  pretiosi 
unguenti.  E  Senaca  disse:  la  buona  openione  de  l'uomo  è  mel- 
lio, e  piuo  sicura  cbe  la  pecunia.  Ancora  disse  :  la  buona  fama  si 
luce  intra  le  cose  iscure  .  Adonque  rifiuta  questa  pecunia ,  oserva 
lo  dicto  de  l'Apostolo  che  disse  'ne  la  pistola  ad  timotbeo  :  pen- 
sate quai  sono  le  buone  fumé  .  e  uno  fisolafo  disse  :  ogna  virtude 
tace  ,  ma  la  fama  'nel'  oscuro  Risprende  .  la  qual  fama  Al  tucto 
perderesti  istu  facessi  cotali  comandamenti .  e  scrìcto  è;  la  fa- 


X  7^  )( 

lìi.i  ?e  non  si  Ritiene  nuova,  vecchia  si  si  perde;  E  de'  studiare 
di  nò  j)crd(;rll;i,  ma  di  rinovarlla  . 

ÌLx  ciò  die  dicesti, clic  volo  loro  comandare  clic  andassero  ol- 
tre mare  senza  mai  redirc,  A  me  parr<;be  soza  cosa  ,  perciò  che 
ciò  che  t' anno  facto  d'onore  dandoti  podestà  sopra  loro,  volile 
convertire  in  disnore  perpetoale  .  con  ciò  sia  cosa  che  di  rasc/o- 
nc  perda  lo  privilegio ,  chi  la  podestà  A  se  conceduto*  si  rega  A 
propio  danno.  Anco  ti  dico  piuo  che  se  di  rasc/one  lo  potessi  fare, 
la  quale  cosa  io  non  concedo,  di  facto  non  potresti  compiere,  per- 
ciò se  per  aventura  li  tuoi  comandamenti  non  volessero  fare  a 
quella  guerra  medesmo  con  tuo  danno  e  vergogna  ti  converehe 
tornare.  E  acciò  che  tuo  sie  meglio  ubidito  e  tue  'ne  comandare 
umile  mente  comanda,  scrìcto  è  chi  leggieri  comandamenti  fd 
è  mellio  ubidito,  e  Melibeo  rispuose  .  no  mi  pare  che  cotali  co- 
mandamenti fossero  riei;  eperciò   che  fecero  tanto  che  derebero 
sostenere  pena  corporale  ;  Adonqua  minore  mente  serano  puniti 
se  i'  luogo  de  le  corporali  pene  ,  e' le  patiscono  chetali ,  e  secon- 
do rascfone  c/ascuna  pena  corporale  è  più  dura  ,  che  la  pena  de 
l'avere,  secondo  che  dice  la  lege  ;  e  perciò,  concio  sia  cosa  che 
gesù  seraca  dica  che  la  pirovincia  di  gente  si  rimuta  in  gente  per 
le  'ngmre  fare,  per  ingiustiticy  e  per  contumelie  :  E  non  fie  rio 
se  per  la^ngiustitia,  ingiure  e  contumelie  contra  noi ,  di  luogo 
A  luogo  si  rimutano  perdendo  tucte  le  loro  sustanze.  Prudenza 
rispuose  :  gesù  seracha  parila  del  divino  gmdiczo ,  e  la  lege  par- 
ila de  la  forza  de  la  rasc/one  ;   ma   quie  non  si  de'  tractare  del 
gzudic/o  divino,  ne  de  la  forza  de  la  rascione  ,  ma  mag/oremente 
di  benignità  de  la  pace  ,  e  de  la  concordia;  per  la  qual  cosa  io  ti 
consìglzo  che  tuo  nolli  gravi  così ,  ma  sofferati  di  fare  questo  rio 
comandamento.  E  lo  inperatore  ghostantino  disse:  chi  si  sforza 
di  fare  quello  eh'  è  rio,  istudia  d' incactivire  la  bontade,  e  per- 
ciò disse  Seneca  . 

LII; 

De  la  ventura  che  sì  fa  con  perdonanza^  e  co' umiltà 
e  con  pietà  . 

Due  volte  vince  chi  se  medesmo  vince 'ne  la  vectoria,  E  quel- 
li vince  continoamente  che  sae  tuete  le  cose  tenperare .  Adon- 
que  tenpera  l'animo  tuo  per  umiltade  e  per  pietà;  inperciò  disse 
tulio:  neuna  cosa  è  più  da  lodare,  e  neuna  cosa  Al  grande  Uonoo 
piao  degna ,  che  1'  umiltà  e  la  pietà  .  e  tulio  disse  : 


)(  73  )( 

LUI. 

Ùe  V  umiltà)  e  de  la  pietà,  e  de  la  misericordia  . 

ADomque  sempre  vince  chi  àe  umiltade.  Ancor  ti  elico  ,  piao 
ipercìo  c/ic  la  pietà  e  l'um iliade  non  solamente  li  piccoli  e  meza- 
ni  onora  e  inalza  ,  ma  li  grandi  ,  principi,  e  baroni  esalta  e  ono- 
ra, e  a  loro  signoria  guarda  e  salva  .  E  perciò  disse  sampaulo'ne 
la  pistola  prima  a  timotheo;  la  pietà  a  tucte  cose  è  alile,  e  àe  Dro- 
messione  de  la  vita  die  è,  e  serae  sempre.  E  casiodoro  disse:  certo 
la  pietà  guarda  tucta  la  signoria  dei  principi,  e  Salamene  'ne  pro- 
verbi disse  :  la  misericordia  e  la  veritade  guardiano  lo  ree,  e  lor 
truono  prende  forza  per  Umiltade .  E  senaca  disse  de  Tumiltade  de 
lo  'mperadore  :  A  neuno  si  conviene  melilo  1'  umiltade  ,  clie  a  co- 
lui eh' è  signore.  E  ancora  :  di  molta  ira  e  di  picciolo  corpo  sono 
l'api,  ma  lo  loro  reie  è  senza  pungoro  .  Adonque  Adopera  A  que- 
sta vendecta  misericordia  , umilila  e  pietà  ,  e  se  tuo  facessi  la  ven- 
decta  con  nequitade,  lasc/ando  ciò  ciie  dicto  è  dipo  la  mala  fama 
di  cotal  vectoria  molto  ti  dorresti,  e  avverebeti  quello  che  disse 
senaca  che  disse  :  mal  vince  chi  si  pente  de  la  vectoria  .  Adon- 
qua  è  meglio  a  non  vincere,  che  pentersi  de  la  vectoria;  per  la 
quale  cosa  ti  consiglio  che  sieguiti  lo  senno  di  senaca  che  disse: 
Se  per  aventura  tuo  vedi  lo  tuo  nemico  in  tua  podestà  ,  e  crede- 
rai avere  potuto  vendicare  la  tua  vendecta,  sappie  in  prima  quel- 
lo eh'  è  onesto,  e  guardia  la  genneratione  de  la  vendecta  .  Adon- 
que Adopera  in  questo  tuo  gmdicio  misericordia ,  A  ciò  che  dio 
nel  suo  ultimo  giudicio  abia  misericordia  di  te,  e  che  ti  perdoni. 
Altramente  dio  ti  ponirebe  senza  misericordia .  e  perciò  disse 
saiacopo  'ne  la  pistola  :  gmdicio  senza  misericordia  sera  facto  a 
colui  che  non  arac  facta  misericordia  . 

Udite  queste  cose,  e  diligente  mente  cognosciute,  Melibeo  dis- 
se :  d'unguento  e  di  diversi  odori  si  dileeta  lo  chuore,  e  de' buo- 
ni consigli  de  l'amico  si  ralegra  l'anima.  E  io  per  li  dolci  e  per 
li  soavi  tuo' consigli  rimutando  lo  mìo  proponimento  voglio  se- 
guire la  tua  benignità,  e  in  questo  facto  in  tucto  e  per  tucto  fare 
la  tua  volontà.  Unde  avegnendo  lo  termine  assegnato,  li  dicti 
aversarii  coi  suoi  giuratori  a  la  corte  di  Messer  Melibeo  a  gino- 
chie  ignude,  e  cho  lagrime  ispargeudo  a'piedi  di  Messer  Melibeo 
e  di  donna  Prodenza  gittandosi  dissero:  eccoci,  siamo  venuti 
qui  apparecchiati,  e  per  tucto  d'ubidire  ai  vostri  comandamenti, 
ma  avegna  che  noi  non  ne  siamo  degni,  preghiamo  la  vostra  signo- 
ria, che  incontra  noi  non  operando  vendecta ,  ma  mag/ore  mente 


)(  74  )( 

njisericorilia,  umiltà  e  pietà  a  noi  vostri  fideli  vi  piaccia  di  do- 
nare perdono ,  perciò  che  voi  ne  serete  piuo  potente;  e  scricto  è: 
molte  cose  perdonando  l'uomo  ch'è  potente,  ne  crescie  in  ma- 
giore  potenza.  Alora  Melibeo  per  la  volontà  e  per  io  consenti- 
mento di  madonna  Prodenza  sì  disj»e:  avegna  che  gran  soperbia 
in  vo'  contra  noi  procedesse,  ma  mag^ore  umiltà  è  seguita, la  quale 
e  se  minore  fosse,  a  tucti  mali  si  de'  più  pensare,  con  cioè  cosa 
che  debia  piuo  giovare  um  bene,  che  nuocere  uno  male;  ma  per- 
ciò le  vostre  dolci  parole  ano  a  umilitade  messa  la  nostra  ira  e 
*i  nostro  ìndegnamentOj  secondo  la  parola  di  Salamone  che  disse: 
la  dolce  parola  moltiprica  li  amici,  e  umilia  li  nemici,  e  ancora: 
la  omele  risposta  e  ispeziaal'  ira,  e  '1  duro  parlare  isveglia  lo  fu- 
rore. E  secondo  ciò  lo  principio  de  l' amistà  è  a  bene  parlare,  e 
a  male  parlare  si  è  capo  di  nimistade. 

Ancorala  vostra  divozione  e  la  ripentenza  del  cuore,  e  la 
confessione  del  peccato  ci  ano  menati  a  tanta  misericordia,  umiltà 
e  pietà  ,  guardando  ancora  a  la  vicinanza ,  secondo  che  disse  Sa- 
lamone: megli'  é  lo  vicino  apresso,  che  '1  fratello  da  lunga.  E  al 
dicto  di  cato,  che  disse:  quelli  che  t' àe  ora  potuto  fare  male, 
alcuna  volta  ti  potrà  fare  bene.  Espectando  Ancora  che  quello 
che  dite  co'  la  bocca  farete  per  opera,  per  amore  di  dio,  e  per 
onore  di  noi ,  a  voi  e  a  la  vostra  parte  per  noi  e  per  la  nostra 
parte  ogna  ingiura,  e  ira,  e  indegnamento  Rimectendo  rice- 
viamo voi  'ne  la  nostra  gratia  e  buona  volontà;  e  cosi  rilevan- 
doli per  la  mano  ricevuti  sono  in  bascio  di  pace,  ai  quali  Meli- 
beo seguitando  la  parola  di  dio  si  disse:  Andate  in  pace  e  piuo 
non  peccate;  e  così  ciascuna  parte  con  grandissim' Allegreza  sì 
n'  andare. 

Or  finiscie  lo  libro  del  consolamento  e  del  consiglio,  lo  quale 
Albertano  giudiciedi  brescia  de  la  contrada  di  sancta  agata  con- 
puose  'neli  anni  D.  MCCXLVI  del  mese  d'abrile,  ed  imagore- 
galo  in  su  questo  volgare  'ne  li  anni  D.  M  CC  LXXV  del  mese  di 
sectembre. 

Chi  scrisse  questo  volgare 
Dio  li  dia  bene  a  capitare. 
'  Chi  scrisse  ancora  scriva 

Sempre  e  ognora. 
A  Chui  venne  in  vogh'a  questo  libro  iscrivere 

in  gzoia  e  in  alegreza  li  dia  dio  a  vivere.  Amen 
Dio  li  doni  paradiso  chi  scrisse  questo  libro.  Amen 


Incomincia    lo  libro   de    V aniort 
de  la   dilcctionc  di  dio,  e  del  proximo  e  d'  altre 
cose  de  la  forma  de  la  vita. 


LO  PRIMO  LIBRO. 


Xjo  PRINcipìo  di  questo  mio  Iractato  sìa  al  nome  di  cristo,  dal 
quale  tucti  beni  discendeno,  e  dal  quale  ogna  dato  è  fino ,  e  ogna 
dono  è  perfecto  discendente  dal  padre  de' lumi.  Con  quanto  amo- 
re,  e  con  quanta  dlletione  lo  mio  Amore  Ami  la  tua  subiectione, 
fiUiuole  a  pena  til  potrei  innarrare,  ne  la  lingua  mia  no  til  po- 
trebe  dire.  Vogliendo  Adonque  io  Albertauo  te  figliuolo  mio 
Vincenzio  Riformare  di  buoni  costumi,  e  de  P amore,  e  de  la 
diletione  di  Dio  e  del  proximay'e  de  la  forma  de  la  vita,  in  pri- 
ma due  cose  credo  che  t'  abisognino,  ciò  è  la  doctrina  e'I  parlare. 
Ma  secondo  che  disse  gesù  seraca  che  disse  :  inanzi  al  giudicio 
aparechia  la  gmstitia,  inanzi  che  tuo  parili  appara;  E  Salamone 
disse:  Chi  imprima  parila,  che  apprenda,  in  onta,  e  'n  disprescio'l 
si  tegna.  Adonqua  odi  doctrina  primeramente,  Apresso  A  prendi 
per  animo,  e  per  la  mente  ritieni,  eperciò  che  noi  viviamo  per 
r  anima,   Aprendiamo  per  l'animo,  Ritegniarao  per  la  mente. 


n. 


De  la  doctrina 


ADonque  dei  avere  droctrina  A  ciò  che  tuo  Abie  iscienza.  Si 
come  disse  Salamone  che  disse  :  Chi  ama  la  droctrina  sì  ama  la 
la  scienza,  e  chi  l'odia  sì  è  mato  ;  e  altroe  disse:  j)rendete  lo 
senno  mio,  e  non  l'avere.  Amate  pino  la  scienza  che  1'  oro.  An- 


)(  76  )( 

cora  :  e  chi  fae  la  sua  casa  Alta  Adlmanda  la  Raina,  e  chi  schifa 
d'imparare  Avrà  male,  e  la  huona  doctrina  si  drà  gratìa.  Ancora: 
lo  cuore  Savio  la  dimanda.  Ancho:  non  cessare  filliuole,  d'udire 
droctrina.  Anco:  che  tuo  n'  obrii  U  paraule  de  la  scenza.  E  gesù 
seraca  disse;  filliuole,  'ne  la  tua  g/oventudine  aprendi  doctrina 
e  'nffine  A  capelli  canuti  troverai  lo  savere.  Ancora:  udite  do- 
ctrina, e  chi  la  guarderà  non  perirà  per  suoi  parole,  né  non  sera 
iscandalizato  in  raalvascie  opere.  E  un  altro  Savio  diss(^:  con  ciò 
sia  cosa  che  senza  doctrina  la  medicina  non  faccia  prode,  e  senza 
droctrina  la  lepore  non  puote  fugire  da  la  bocca  del  cane,  né  sen- 
za droctrina  la  nave  non  va  per  mare,  né  senza  droctrina  la  trita 
farina  non  dà  il  pane;  odi  doctrina  istu  vuoli  ischifare  ruina.  E 
]a  tua  doctrina  de' avere  principio,  ma  fine  che  tuo  vivi  non  dei 
avere  fine ,  A  ciò  che  la  tua  mente  si  ne  notrichi;  Sì  come  disse 
lo  savio  :  E  se  io  Avesse  V  uno  piede  'nel  molìmento,  Ancora  vor- 
rei apparare,  e  quello  medesmo  fine  de' essere  A  in  para  re,  che 
a  vivere,  e  cato  disse:  non  cessare  l'animo  tuo  d' imparare,  che 
senza  droctrina  la  vita  è  quasi  una  imagine  di  morte.  Ancora  dei 
inparare,  ma  da  li  uomini  Savi.  E  la  droctrina  delle  buone  cose 
è  da  manifestare.  E  chi  Alli  altri  insegna  se  medesmo  Amae- 
stra. E  marcialle  disse  elli  è  modo  d' imparare 


(r)  Fin' a  qui  il  MS.  pistoiese.  11  seguito  fu  laceratolo  di' 
sperso  in  tempo  anteriore  al  trovamento  accaduto  nel  1808. 


Testamento  in  Scrìptis  della  Contessa  Beatrice  figlia  del 
C  Ridolfo  da  Capraja,e  vedova  del  C.  Marcovaldo ,  da  essa 
scritto,  sigillatcre  consegnato  a  otto  testimoni  per  esservi  da 
essi  apposte  le  firme  e  Sigilli  nel  dì  i8.  Fehbrajo  1278;  ed  a- 
ptrto  da  M.  Iacopo  giudice  ed  assessore  di  M.  Scorta  dalla 
Scala  Vicario  regio  in  Firenze  alla  presenza  di  lui  e  dei  te- 
stimoni ,  che  riconobbero  i  loro  Sigilli  ,  e  finalmente  copiato 
dal  Notaro  Rinaldo  di  Iacopo  da  Signa  per  comando  dei 
prenominati  Vicario  regio  e  Giudice  nel  di  5.  Settembre  1279. 


In  dei  nomine  Amen .  M.  CG.  LXXVIII .  Io  Contessa  Bietricc 
figliuola  ke  fui  del  conte  Ridolfo  da  Capraia,  et  mogie  ke  fui  de 
Conte  Marcovaldo  sana  dela  mente  et  del  corpo  Vegiendo  la  fra- 
gilitade  dell  uomo  .  per  utilitade  dela  mia  anima  con  licentia  di 
Ghino  Baldesi  mio  manovaldo  Volglendo  disponere  la  mia  Vltìma 
Volontade  dispongo  et  ordino  cosi  dele  mie  cose  et  de  miei  beni 
etfonne  testamento  in  inscritti.  Inprima  A  frati  minori  da  santa 
croce  a  tempio  L.  e.  Item  A  frate  paolo  da  prato  del  detto  ordi- 
ne se  vivo  in  quel  tempo  L.  In.  Item  a  catuno  delgl  altri  Frati 
Ke  saranno  di  questo  convento  da  tempio  L.  I.  Item  a  frati  pre- 
dicatori di  Santamaria  novella  L.  e.  Item  a  frate  Gherardo  nasi  del 
ordine  dei  frati  predicatori  se  vive  allora  L.  XXV.  Item  a  frate 
donato  di  questo  ordine  de  predicatori  se  vive  allora  L.  v.  Item  a 
frate  pasquale  di  questo  ordine  de  predicatori  se  vive  allora  L.  V. 
Item  a  frate  Bonaìuto  converso  di  questo  ordine  se  vive  allora  L.  II, 
Item  a  cattuno  degli  altri  frati  Ke  saranno  di  questo  convento 
di  santa  maria  novella  L.I.  Item  ale  donne  del  monesterio  di  mon- 
ticelli  L.  ecc.  Item  a  madonna  Giovanna  Badessa  del  detto  mo- 
nasterio  se  vive  allora  L.  v.  Item  a  Madonna  Gherardina  sorore 
in  questo  monesterio  se  vive  allora  L.  xxv.  Item  ala  sorore  Bona- 
ventura servigiale  di  questo  monasterio  se  vìve  allora  L.  X»  Item 
a  catuna  dell  altre  donne  et  servigiali  del  detto  monesterio  L.  i. 
Item  ale  donne  del  monesterio  di  Pvipole  L.  e.  Item  a  suora  laco- 


)(  7«  )( 

pa  degl  adimarl  sorore  in  Ripole  se  vive  allora  L.  li.  Item  a  suora 
prima  et  a  suora  oderinglia  sorori  in  Ripole  se  vivono  allora  L.  V. 
Item  a  suora  lucia  del  baldese  sorore  del  detto  munesterio  di  ri- 
pole se  vive  allora  L.  li.  Item  a  catuna  dell  altre  donne  del  detto 
monesleriodi  ripole  L.  I.  Item  a  frati  servi  sante  marie  di  cafag- 
uio  L.  T..  Item  a  frati  delle  sacca  di  san  gilio  L.  XV.  Item  a  frali 
di  santa  maria  del  cannine  L.  XXV.  Item  a  frati  Romitani  di  san- 
to Ispirilo  L.  XXV.  Item  a  frati  di  sani  giovanni  Battista  L.  X. 
Item  a  frati  dogne  santi  L.  XXV.  Iterii  ale  donne  del  moncslerio 
di  san  donato  a  torri  L.  L.  Item  a  catuna  di  queste  donne  del  detto 
monesterio  L.  I.  Item  ale  donne  Rincliiuse  dala  crocie  a  montesoni 
L.  X.  Item  ale  donne  convertite  riucliiuse  a  pinti  L.  XX.  Item  ale 
donne  da  fonte  domini,  et  a  quelle  Ke  stanno  nela  casa  Re  fue  di 
frate  Iacopo  Sigoli  a  pinti  Kessi  Chiamano  le  fratelle  L.  X.  Item  ale 
donne  del  monesterio  rinchiuse  da  gingnoro  L.  v.  Item  ale  donne 
rinchiuse  da  majano  L.  V.  Item  ale  donne  rinchiuse  da  santo  Ste- 
fano da  Boldrone  L.  V.  Item  ale  donne  del  monesterio  da  kastel- 
lo  fiorentino  L.  L.  Item  a  suora  lucia  del  detto  monesterio  et  fi- 
gliola Re  fue  di  messer  paglia  nel  lo  da  Sanminiato  se  viva  in  quello 
tempo  L.  X.  Item  a  suora  filippa  del  detto  monesterio  figliola  di 
madonna  Imelda  di  mess.  Arrigho  malpilgli  da  sanminiato  se  vi- 
ve allora  L,  III.  Item  ale  donne  del  monesterio  di  Volterra  L. XX  v. 
Item  a  poveri  da  sanghallo  et  Ressi  debbiano  ispendere  in  gon- 
nelle et  in  Ramisele  et  in  un  mangiare  in  consolatione  de  [overi 
et  non  in  altro  L.  L.  Item  alo  spedale  dal  bigallo  Rsssi  debbiano 
dare  in  terra  per  lo  spedale  L.  x.  Item  ale  donne  rinkiuse  nel 
monesterio  da  sangaglo  L.  x.  Item  a  poveri  delo  spedale  di  san- 
piero  ghattolini  Ressine  comperino  letta  per  li  poveri  L.  v.  Item 
alo  spedale  da  sancasciano  Ressi  debbiano  dare  in  terra  overo 
farne  casa  e  rìconciare  per  li  poveri  L.  xv.  Item  Ressi  debiano 
ispendere  per  ornamento  del  corpo  di  nostro  Signore  a  santo  am- 
bruogio  L.  XX.  Item  a  padre  Alberto  lo  quale  dimora  a  santo  am- 
bruogio  se  vive  allora  L.  X.  Item  al  monesterio  di  sangiorgio  da 
Kapraja  et  Ressi  debbiano  ispendere  in  terra  ovvero  in  raconciare 
la  Riesa  overo  le  case  et  non  in  altro  L.  C.  Item  a  catuna  dele  mo- 
nake  del  detto  monesterio  a  sangiorgio  L.  l.  Item  ale  donne  rin- 
chiuse da  camaldoli  L.  I.  Itera  ala  Riesa  di  santo  istefano  da  Ra- 
praja  Ressi  spendano  in  utilità  dela  Riesa  L.  v.  Item  ala  pieve 
a  limite  Ressi  spendano  in  utilità  dela  Riesa  L.  ili.  Item  ala  calo- 
nicha  di  sandonato  in  yaldibotte  Ressi  spendano  per  utilitadede- 


)(  79  )( 

la  Riesa  L  III.  Itera  ala  calonicha  da  samontana  Ressi  spendano 
iu  utilità  dela  Riesa  L.  ili.  Itera  ala  Riesa  di  san  michele  da  pon- 
torme  Ressi  spendano  in  utilità  della  Riesa  L.  II.  Item  ala  Riesa 
di  san  martino  da  pontorme  Ressi  spendano  in  utilità  della  Rie- 
sa L.  II.  Item  ala  Riesa  di  santa  maria  in  campo  Ressi  spendano 
in  acrescimento  dela  Riesa  L.  X.  Item  ale  donne  monache  da  pra- 
to Vecchio  et  Ressi  debiano  ispendere  per  raconciare  la  Riesa 
over  lo  dormentorio  od  altrove  ove  fosse  magìore  mistiere  Re  sia 
utilitade  et  aconciamento  del  monasterio  et  non  innaltroL.  L.Iteiu 
ala  badessa  del  detto  monesterio  di  prato  Vecchio  L.  i.  Item  a 
catuna  monacha  del  detto  monasterio  di  prato  Vecchio  L.X.  Item 
a  ministri  de  frati  di  penitentia  di  firenze  et  Re  si  debbiano  dare 
in  terra  per  li  poveri  Rome  loro  para  Re  sia  più  utile  per  li  po- 
veri L.  ce.  Item  a  raess.  l  abate  da  settimo  et  ne  suoi  monaci  si 
lascio  di  Re  debiano  ispendere  L.  XXX.  per  lanmia  di  donna  Giu- 
liana la  quale  fue  mia  Rameriera  sicome  loro  para  Re  sia  più  uti- 
lità dela  sua  anima  .  Item  alo  spedale  di  san  domenico  a  fighine 
Ressi  debiano  ispendere  per  acrescimento  delo  spedale  in  utilità 
de  poveri  L.  XV.  Item  ala  Ralonica  di  monte  Varchi  chessi  debia- 
no ispendere  in  uno  paramento  da  prete  col  quale  vi  si  debia  di- 
cere messe  per  anima  del  conte  Guido  guerra  mio  figlolo  il  quale 
si  sepellio  ala  detta  Ralonica  et  non  si  debbiano  ispendere  in  al- 
tro se  non  nel  detto  paramento  L.  X.  Item  a  frati  minori  da  ca- 
stello 6orentino  L.  XXV.  Item  a  frati  minori  da  Barberino  di  vai- 
di  elsa  L.  XXV  Item  a  frati  minori  da  fighine  L.  xxv.  Item  a  frati 
minori  da  prato  L.  xxv»  Item  a  frati  minori  dal  borgo  a  sa'  lo- 
renzo  di  mugelloL.  xxv.  Item  a  frati  minori  da  licignano  di  mu- 
giello  L.  XXV.  Item  alo  spedale  dela  misericordia  da  prato  ove 
albergano  i  frati  predicatori  L.  XV.  Itera  alo  spedale  da  trespia- 
no  Ressine  debiano  comperare  letta  et  panni  per  li  poveri  L.  V. 
Item  alopera  dela  Riesa  de  frati  predicatori  da  santa  maria  no- 
vella L.  C.  Item  ale  donne  del  monesterio  di  sanmaffeo  dvircie- 
tri  L.  VI.  Item  ale  donne  del  monesterio  dal  borgo  a  samiorenzo 
di  mugiello  L.  x.  Item  a  madonna  la  contessa  Agnesina  figliola 
Re  fue  del  conte  rngieri  mio  figliolo  L.  xxv.  et  di  questo  Voglo 
Re  stca  contenta  et  più  non  possa  Riedere  ne  domandare  .  Item 
a  madonna  Biatrice  figliola  Re  fue  del  sopraddetto  conte  rug- 
gieri  mio  figluolo  L.  C.  sella  è  viva  in  quel  tempo  et  di  questo 
voglio  Ressia  contenta  et  più  non  possa  Riedere  ne  domandare  . 
Item  a  mess.  Bastardo  figliuolo  Re  fue  del  conte  Guido  Guerra 


)(  8o  )( 

L.  ecc.  in  questo  modo  liei  detto  mess.  Bastardo  debìa  rifare  car- 
ta a  Ri  sarà  mia  creda  dela  ragione  di  mia  madre  dela  quale  elli 
a  carta  da  me  .  Item  ala  Bice  figliola  del  detto  mess.  Bastardo 
seviene  adetade  Re  compia  legìttimo  matrimonio  overo  si  rin- 
ckiuda  in  monisterio  Riuso  L.  CC.  Item  ala  gianna  figliola  Re  fue 
di  mess  Rinuccio  da  Rastillione  lo  quale  è  dele  vestite  da  santa 
crocio  sella  vive  in  quello  tempo  L.  C.  Item  a  donna  Jacopa  sc- 
rocchia Re  fue  di  messer  Ridolfesco  da  pomino  la  quale  è  stata 
et  sta  meco  mia  Rameriera  L.  C.  1  quali  denari  li  fidecommissari 
Resseranno  le  debbiano  dare  in  sua  necessita  per  Vita  et  Vesti- 
mento et  sa  venisse  Re  la  detta  donna  Jacopa  morisse  prima  Re 
detti  denari  fossero  ispesi  in  lei  lo  rimanente  i  fidecommissarii 
Re  saranno  debbiano  ispendere  per  sua  anima  come  para  ala  det- 
ta donna  Jacopa  .  Item  ala  lippa  filiola  Re  fue  di  mess.  lotteringo 
da  bogole  la  quale  dimorata  et  dimora  medio  L.  e.  Item  a  due 
figluole  di  filippo  di  mess.  paganello  da  samminiato  L.  e.  in  que- 
sta condizione  sei  podere  Re  fue  dalberto  conte  si  raquista  del 
quale  io  contessa  Bielrice  ricevetti  carta  dal  detto  filippo  et  se  le 
dette  fanciulle  sono  vive  in  quello  tempo  debbiano  avere  de  detti 
danari  Ratuna  livre  cinquanta  et  selluna  morisse  suceda  laltra  in 
tucti  et  se  morissero  ambedue  sieno  dati  per  mia  anima  .  Item 
A  la  saracina  figliuola  Re  fue  di  madonna  Bietrice  mogie  Re  fue 
di  tadeio  de  donati  se  la  detta  saracina  si  marita  si  cbe  Vengna 
compimento  di  legitimo  matrimonio  overo  intrasse  in  moniste- 
rio  .  L.  L.  et  se  morisse  prima  Re  facesse  le  sopradette  cose  i  det- 
ti danari  Voglo  Re  sieno  dati  per  mia  anima.  Item  a  monna  con- 
telda  Vestita  dele  donne  di  penitenzia  di  santa  maria  novella  se 
viva  in  quel  tempo  L.  ni.  Item  a  madonna  Giemma  donna  di  pe- 
nitenzia Re  fue  matrìngna  di  Guido  pazzo  se  viva  in  quel  tem- 
po L.  in.  Item  Ala  Romeia  zoppa  dele  Vestite  da  santa  maria  no- 
vella Re  del  popolo  di  santa  maria  in  campo  se  viva  in  quel  tem- 
po L.  XXX.  Item  Ala  Benvenuti)  zoppa  del  popolo  di  santa  maria 
magiore  se  viva  allora  L.  il.  Item  a  ser  federigodi  Rapraja  notajo 
L.  xxy.  Item  a  Bardo  figlio  Bencivenni  da  cona  L.  C.  Item  e  Gieri 
figlio  Re  fue  del  detto  Bencivenni  da  cona  L.  L.  Item  a  Martino 
dacorticella  da  pontorme  L.  L.  Item  a  Baldese  figliuolo  Bonfigliuo- 
li  del  popolo  di  santa  felicita  L.  e  Item  a  latino  figliolo  Re  fue  Bon- 
segnori  notajo  da  caino  se  vive  allora  L.  x.  Item  al  figluolo 
Re  fue  di  Gianni  di  sibuono  da  san  leonino  lo  quale  è  mio  figloo- 
cio  se  vivo  in  quello  tempo  L.  II.  Item  a  coderino  figluolo  Re 


)(  8i  )( 

fae  di  Guido  pazzo  di  sopra  a  prato  Vecchio  lo  qaale  fue  mio  fi- 
gloccio  se  tìvo  in  quello  tempo  L.  il.  Itera  a  Bartolino  figluolo 
Ke  fae .  .  .  (ita  )  tavolacciaio  del  popolo  di  san  cristofano  se  vivo 
in  quello  tempo  L.  xx.  Item  ala  compiuta  da  roma  che  sta  nel 
popolo  di  santa  maria  novella  se  viva  allora  L.  xxx.  Item  a  dom 
francesco  monaco  del  lordine  da  settimo  i  quali  dehia  dare  ale  sue 
serochie  L.  xxx.  Item  a  mess.  Giamberto  et  a  Gieri  et  a  guelfo 
et  a  chante  et  a  Bindo  fratelli  et  figlioli  Ke  furo  di  mess.  teghiaio 
Giamberti  de  cavalcanti  a  tutti  insieme  L.  ecc.  Item  a  madonna 
dounigia  mogie  Ke  fue  di  ser  pagano  del  corso  degladimari  se 
viva  in  quello  tempo  L.  V.  Item  a  Kuscio  figliolo  Ruberti  Alta- 
bruna  da  Kapraia  L.xxy.Item  per  lo  passagio  doltremare  il  qua- 
le si  fa  in  aiutorio  dela  terra  santa  L.  C.  Item  a  mess.  lo  conte  G. 
salvatìco  figliuolo  Ke  fue  del  conte  Rugieri  mio  figluolo  L.  v.  et 
di  questo  Voglo  Ke  stea  contento  et  per  neuna  altra  ragione  non 
possa  ne  debia  più  avere  dela  mia  ereditade  et  dela  mia  ragione 
et  ne  per  neuno  altro  modo  possa  più  Kìedere  ne  domandare  in 
perciò  Kegli  non  ma  dati  i  miei  alimenti  siccome  dovea  e  la  mia 
ragione  si  ma  molestata  et  quando  sono  istata  inferma  quasi  a 
morte  non  ma  visitata  ne  non  se  portato  di  me  sicome  de  fare  ne- 
pote  di  sua  avola  .  Item  Voglo  et  lascio  et  ordino  miei  fidecomi- 
sari  il  priore  de  frati  predicatori  di  santa  maria  novella  el  Guar- 
diano de  frati  minori  da  tempio  et  frate  Gherardo  nasi ,  et  frate 
donato  del  ordine  de  frati  predicatori  se  scranno  vivi  in  quel  tem- 
po a  pagare  tutti  i  sopradetti  legati  a  quali  fidecommissari  sì  do 
piena  et  libera  podestade  di  domandare  et  di  ricevere  tutti  i  miei 
denari  i  quali  avesse  Rinieri  di  mess.  Jacopo  Ardinghelli  o  daltro 
mercatante  o  persona  Ke  glavesse  \  quali  fidecommissarii  si  vo- 
glo Ke  debiano  pagare  in  primamente  e  senza  neuna  diminutione 
a  Bardo  Bencivenni  da  cona  livre  ciento  et  a  martino  da  corti- 
cella  da  pontorme  livre  cinquanta  et  a  Baldese  Bonfigluoli  po- 
poli santa  felicitati  livre  ciento  i  quali  sono  soprascritti .  et  se 
questi  denari  venissero  meno  a  pag^are  questi  tre  legati  voglo 
Kessiano  pagati  Kome  glaltri  legati  di  sopra  dale  sue  rede,  et  si 
do  piena  et  libera  podestà  a  sopradetti  fidecommissarii  di  fare 
fine  et  rifiutascione  et  pacto  a  sopradetti  debitori  et  a  ogne  altra 
persona  da  le  quali  ricevessero  alcuna  quantità  di  danari  semistie- 
ri  fosse.  In  tucti  glialtri  miei  beni  mobili  et  immobili  Ke  si  per- 
tengonoa  me  per  rtigione  dereditade  o  per  compera  o  per  qualun- 
que altra  ragione  fosse  in  firenze  et  nel  suo  distretto,  in  pistoja  et 


)(    82    )( 

nel  suo  distretto.  In  luccha  et  nel  suo  Vescovado.  In  pisa  et  nel  sao 
distretto  et  in  qualunque  altro  iuogho  fosse  Rame  sipertenesseet 
per  qualunque  ragione  .  Sì  istituischo  .  fo  .  et  lascio  mìe  herede 
il  monesterio  elabate  el  convento  di  san  salvadore  da  settimo  del- 
lordine  di  cestella  stando  loro  in  quello  luogo  la  ove  sono  etdal- 
troveil  convento  si  mutasse  ,  dando  al  predetto  Abate  et  conven- 
to piena  et  libera  podestà  di  Riedere  et  di  ricevere  tutti  i  miei 
beni  come  detto  e  di  sopra  et  la  compera  Rio  feci  da  filippo  di 
mess.  pagbanello  da  saminiato,  e  denari  i  quali  debo  ricevere  dal 
comune  di  pisa  et  dalerede  diGiudice  diGhalluiia  et  del  Giudi- 
cato di  Galluria  de  la  qual  compera  et  de  quali  debiti  si  sono  le 
carte  apol  detto  Abate  et  monesterio  et  Voglo  et  comando  Rei  pre- 
detto Abate  et  convento  mie  berede  di  tutti  i  denari  i  quali  ra- 
quisteranno  et  averanno  dal  comune  di  pisa  o  dal  erede  di  giudice 
sopradetto  o  da  qualunque  altra  persona  fosse  le  due  parti  de 
detti  danari  si  debiano  tenere  a  se  per  otilitade  del  monesterio 
loro  et  dela  terza  parte  Volglo  Re  sia  tenuto  labate  el  convento 
di  dare  et  di  compiere  a  predetti  fidecommissarii  tutto  quello  Rai- 
loro  menomasse  a  pagbare  i  sopradetti  leghati  de  danari  i  quali  i 
detti  fidecommissari  Averanno  da  rinieri  ardingbelli  sopraddet- 
to oda  altra  persona  et  savenisseRe  detti  fidecomissarii  non  po- 
tessero avere  niente  di  miei  danari  da  rinieri  Ardingbelli  o  da 
altra  persona,  volgo  Re  sia  tenuto  labate  el  convento  di  dare  in- 
teramente et  sanza  molestia  tutta  la  sopradetta  terza  parte  a  so- 
pradetti  fidecommissarii .  de  quali  denari  elli  debiano  pagbare  i 
sopraddetti  legati  interamente  ese  la  detta  terza  parte  non  bastas- 
se a  pagbare  tutti  i  sopradetti  legbati  Volglo  Re  sia  sottratto  per 
livera  et  per  soldo  come  ne  toccbera.  tratto  el  legato  di  Bardo 
Bencivenni  da  cona  et  di  martino  da  corticella  di  pontorme  et  di 
Baldese  Bonfiglioli  sopi'ascritti  i  quali  leghati  V^olglo  Re  sieno pa- 
gati interamente  et  sanza  diminutione.  etse  de  la  detta  terza  parte 
soperkiasse  paghatì  tutti  i  detti  leghati  .  Volglo  chel  detto  abate 
et  fidecommissarii  quello  cotale  soperchio  debiano  dare  per  mia 
anima  Rome  alloro  para  Re  sia  il  melglo  et  tratto  ciento  livre 
Re  Volglo  Rhe  detti  fidecommissarii  debiano  dare  al  detto  Abnte 
per  piatire  et  raquistare  le  sopradette  Rose,  le  quali  ciento  livre 
Volglo  Rei  detti  Abate  et  convento  siano  tenuti  di  rendere  et  pa- 
gare a  detti  fidecommissarii  de  primi  danari  Relli  raquisteranno 
et  averanno  non  contandoli  nela  quantità  de  la  terza  parte.  E  tutte 
queste  cose  si  volglo  Re  valglano  et  tengnano  per  ragione  di  te- 


)(  33  )( 

sla.nento  e  di  codicillo  e  per  qualunque  altra  ragione  possono  più 
et  meglo  valere  et  si  do  piena  et  libera  podestà  ale  sopradclle 
rait;  herede  et  fidecommissarii  Ke  possano  questo  testamento  idre 
aconciare  a  senno  de  loro  savi  in  qualunque  modo  melalo  possa 
et  più  valere  tengendo  il  contratto  fermo  et  saparisse  iatto  per 
me  alcuno  altro  testamento  o  codicillo  et  leghato  neuno  innanzi  a 
questo  si  volglo  Re  quello  cotale  sia  Kasso  et  vano  et  di  neuno 
valore .  lo  contessa  Bietrice  supraddetta  questo  mio  testamento 
inniscritti  si  a  presentai  chiuso  con  otto  corde  alinfrascritti  testi- 
moni .  A  frate  paolo  da  prato  et  a  frate  Leonardo  del  ordine  de 
frati  minori,  et  a  frate  Gratia.et  a  frate  Simone  del  ordine  de  fra- 
ti da  settimo  .  a  prete  Alberto  da  santo  Ambruogio  .  et  a  ser  Bin- 
do  Montanini .  et  a  ser  filippo  Marsoppi  de  lordine  de  frati  di 
penitenzia  di  firenze  .  et  pregoli  Relli  ne  fossero  testimoni  et  po- 
nesseroci  i  loro  sigilli .  et  questo  feci  nel  palagio  de  conti  Guidi 
nella  camera  dov  io  stavh  .  nel  popolo  di  santa  maria  in  campo, 
anno  domini  MGCLXXVUI  .  del  mese  di  febraio  XVHI.  di  in- 
trante  Indictione  settima  et  pero  si  ci  puosi  il  mio  sigillo . 

Ego  frater  Paulus  de  ordine  fratrum  minorum  testamento  mihì 
representato  a  dieta  domina  comitissa  ut  apponeret(5/c)meum  si- 
gillumet  quodpropriumnon  babeo  sigillumGratianinot.apposui. 
Ego  frater  Leonardus  dicti  ordinis  rogatus  diete  domine  Gomitisse 
ut  siglllum  apponerem  quod  proprium  non  liabui  sigillum  dicti 
Gratiani  apposui .  Ego  frater  Gratie  de  ordine  cistcrciensi  rogatus 
diete  domine  comitisse  ut  sigillum  apponerem  quia  proprium  non 
habui  sigillum  predictiGratiani  apposui.  Egopresbiter  Albertus 
de  sancto  Ambruogio  rogitus  diete  domine  comitisse  ut  sigillum 
apponerem  quod  proprium  non  habui  sigillum  pliilippi  Marsop- 
pi  fratris  penitentie  habitus  nigri  apposui .  Ego  fi  ater  Simon  de  or- 
dine cistcrciensi  rogatus  diete  domine  comitisse  ut  sigillum  ineum 
apponerem  quod  proprium  non  habui  sigillum  predicti  fìlippi  ap- 
posui .  Ego  PhiJippus  frater  penitentie  habitus  nigri  rogatus  di- 
ete domine  comitisse  ut  siglllum  apponerem  meum  sigillum  ap- 
posui .  Ego  Bindus  Montanini  frater  penitentie  habitus  nigri  ro- 
gatus diete  domine  comitisse  sigillum  meum  apponerem  et  quod 
sigillum  non  habeo  sigillum  predictiGratiani  apposui .  L  S.  Ego 
E.enaldus  lacobi  de  Signa  imperiali  autoritate  not .  predictum  te- 
stamentum  presentatum  clausum  et  sigillatum  sigillis  predictis 
et  sigillo  diete  domine  comitisse  pendentibus  a  domino  Abbate 
de  Septimo  piioie  fratrum  predicatorum  et  Guardiano  fratrum 


)(  84  )( 

r.ìinorumde  florentia  nobili  viro  domino  Scorte  dala  porta  regio 
Vicario  in  regimine  fiorentino  et  domino  lacobo  ejus  judice  et 
assessore  presentibiis  dictis  testibus  et  recognoscentibus  sigilla 
que  posuerant  excepto  fratre  Laonardo  qui  dicitur  esse  absens 
et  presenti  bus  testibus  donno  Francisco  et  donno  Martino  de  Se- 
ptimo  ordinis  cisterciensis  et  Gherarduccio  corsi  nuntii  comunis 
fiorentini  apertura  et  desigillatum  per  dominum  lacobum  judi- 
cem  predictum  coram  ipsis  testibus  domino  Scorta  Vicario  et 
donno  lacobo  judice  lectum  de  ipsorum  dominorum  Vicarii  et 
judicis  mandato  fìdeliter  per  ordinem  esemplando  transcripsi 
quod  inelius  et  veracius  potui  nil  addens  vel  minnens  et  in  pa- 
blicam  formam  redegi  sub  anno  domini  millesimo  dugentesimo 
septuagesimo  nono  .  Indictìone  septima  die  Lune  quinto  septem- 
bris  .  Ideoque  subscripsi . 


Io  infrascritto  pregato  dair  Illustrissimo  signor  Profes- 
sore Cav.  Sebastiano  Ciampi  di  tener  con  esso  a  confronto 
sul  Codice  originale  il  presente  TestOj  dichiaro  d'essermi 
volentieri  prestato  alle  sue  istanze,  e  d'aver  eseguito  col 
massimo  scrupolo  il  suddetto  confronto;  in  fede  di  che  mi  sot- 
toscrivo questo  dì  6.  Luglio  i832. 

TOMMASO  GELLI 

Sottobibl.^  della  Libreria 
Magliabechiana. 


ERRORI 

CORREZIONI 

Pag,    5  t^.    18    e  da  che 

ed  a  che 

8  i^.    28    sì  è 

si  è 

ne 

né 

9  u.   ult.  tuo  che 

tuo  sì  che 

li  w.    35    degli  uomini  piuo 

degli  uomini  de'  ire  piuo 

Il  u.      5    0  elli  l'iufinge 

0  eili  s'infinge 

33  p».    ai    chosa  fare 

chosa  possiamo  fare 

rSOTE 

AL    VOLGARIZZAMENTO 

DEI    TRATTATI    MORALI 

DI 

ALBERTAJVO  GIUDICE  DA  BRESCIA 


P*g.  3.  T.  I.  TucTORA  cioè  sempre  dal  latino  tota  hora, 

V.  a.  Erra.no,  Nel  Codice  erano  secondo  la  pronunzia,  oggi  nisti- 
ca,  del  distretto  pistoiese,  come  tera  per  terra  ecc.  forse  dal 
greco  verbo  Técù)  tero,  conterò,  perchè  dai  piedi  è  pestata; 
anche  eruì-e  è  forse  antichissima  pronunzia  dei  verbo  errare 
derivato  dal  greco  èppeiV  che  in  radice  deriva  da  pésiV  flue- 
re,  deciirrere.  Ho  scritto  errano  per  togliere  V  equivoco  di 
erano  del  verbo  essere. 
ivi.  E  ^ON  È,  manca  nel  codice  perchè  fu  rasato  a  bella  posta  ad 
onta  del  senso.  IN  eli' originale  latino,,  et  non  est  aliquis  „, 
negli  altri  mss.  yoÌQ^AXÌ  et  non  è  nessuno — et  non  è  alcuno» 
Probabilmente  fu  rasato  da  qualche  saccente  cui  parve  troppo 
generale  il  dire  non  è  alcuno  che  la  sua  lingua  pienamente 
possa  domare» 
V.  7.  IsTEFAKo.  Negli  altri  codici  leggesi  Stefano;  in  alcuni  è  tra- 
lasciato, in  qualcuno  è  cambiato;  ma  1'  Orig.  latino  ha  Ste- 
phatio-  l'aggiungere  la  lettera  i  alle  parole  che  incominciano 
da  *  impura  è  d'  uso  antichissimo  ;  nei  documenti  lucchesi 
air  anno  ^26.  pag.  5.  leggesi  iscripsi  in  luogo  di  scripsi:  an. 
•^49*  pf'g*  23.  Istabilis  preshiter ,  e  Istallile  presbitero^  an. 
'J-/2,  pag.  28.  iscriptor,ed  in  questo  codice  a  pag.  6.  v.  4«  ista- 
bile  consiglio.  Per  sempre  più  confermarsi  nella  poca  fiducia 
che  debbesi  avere  nelle  buone  speranze  che  profondono  mol- 
ti moderni  editori  d'Opere  antiche  per  ispacciare  la  merce 
loro  ai  meno  avveduti,  sappiasi  che  nella  ristampa  fatta  in 
Brescia  dei  Trattati  d'Albertano  l'anno  1824.  si  dice  ai  let- 
tori che  Albertano  scrisse  al  Jlgliuolo  suo  Vincenzo  alcuni 
libri  ecc» 

Invece  dovea  dire  „  affiglinoli  suoi  Vincenzo,  Giovanni, 
lstefano;ma  contentandosil'editore  di  leggere  i  primi  versi 
del  trattato,  che  nell'  edizione  di  Firenze  del  1610.  da  esso 
ristampata  è  il  primo,  non  andò  più  oltre,  e  non  vide  che  cia- 
scuno de'tre  trattati, da  esso  chiamati  librile  diretto  aduno 
de' suoi  figliuoli.  Con  questa  premessa  seguita  adire:,.  Vol- 
garizzati da  contemporanei  di  Albertano  questi  scritti ,  ire- 

7 


)(  88  )( 

bastiano  cleRossi,  detto  lo  Inferigno,  Accademico  della  Cru- 
sca, con  somma  accuratezza  li  rese  nel  1610  in  Firenze  colla 
stampa  di  comune  diritto.  Noi  sali'  esemplare  medesimo,  e 
quasi  ardiressjmo  dirlo  ,  con  eguale  e  forse  maggiore  dili- 
genza, ci  facciamo  un  pregio  di  riprodurre  quest*  opera  ,,. 
Chi  si  prenderà  la  pena  di  confrontare  le  due  edizioni  potrà 
conoscere  quanto  sia  stato  diligente  Latiti  promissor  hiatus, 
Pag.  3.  V.  II.  DISP0RLI.0,  SGUiAEARLLO.  Si  r;iddoppia  la  lettera  l  per  meglio 
pronunziare  la  r  che  precede  _.  la  quale  per  essere  affine  ten- 
derebbe a  mutarsi  nella  seguente  /  come  dispollo,  schiarallo, 
pronunzia  e  scrittura  che  tengono  alcuni  moderni  dicendo  e 
scrivendo  confortallo,  amallo,  onorallo  ec. 

V.  i4' A.KTHI.  In  questo  Codice  è  scritto  anthi,  prodentha  ecc.  in- 
vece di  anzi ,  prodenza  ;  e  talvolta  si  trova  anche  adoperata 
la  lettera  z,  specialmente  quando  accanto  alle  vocali  a,  e,  o 
non  preceda  la  ?,  perchè  se  precede,  scrivesi  latinamente:  giu- 
?titia,gratia  ecc.  Quando  si  cominciò  a  scrivere  il  volgare 
si  vide  il  l:)iscgno  di  esprimere  una  pronunzia  che  raramente 
ayeano  i  Latini,  quella  cioè  della  z  dolce  ,  come  anzi  ,  pru- 
denza, tolleranza  invece  di  prudentia,  tollerantia  ecc.  per  lo 
che  si  adoperò  a  vicenda  lo  scrivere  th,  e  z  esprimenti  il  suo- 
no della  pronunzia  de'  Greci  moderni,  che  gli  antichi  indi- 
cavano col  ^-  donde  poi  s'introdusse  generalmente  la  z  in- 
vece del  ?/' de' latini,  e  fu  scritto  indifferentemente  pruden- 
za eprudenzia,  grazia  ecc.  invece  diprudentha,  prudentia 
gratia  ecc.  anthi  ed  anzi,  "Nei  documenti  da  me  citati  nella 
Pref.  a  pag.  82.  v.  24.  si  legge  Tunithi  nella  formula  latina; 
nel  volgare  si  scrive  Tunichi  (i)  e  nell'uso  prevalse  Tunisi-  e 
trovasi  anche Tunizi»  Jnzièyoce  affatto  greca:  cCVt)  contra. 
In  alcuni  dialetti,  come  nel  pisano,  a  distinguere  la  dif- 
ferenza della  zeta  dolce,  ed  aspra,  o  forte  adoperano  una  sola 
s  o  due,  dicendo  e  scrivendo  prudensa  ,  ansi,  e  giustissia, 
ricchessa.  Ma  i  latinisti  del  secolo  XV.  tornarono  all'  uso 
de' Latini  scrivendo  gratia ,  sapientia,  e  taluni  aggiunsero 
una  t  per  la  pronunzia  forte  come  attiene  per  azzione  ;  ma 
prevalse  sino  a  noi  lo  scrivere  con  una,  o  con  due  z, 

y.  33»  IMPRAMECTERE.  Le  lettere  m,  n  quando  precedono  alle  affini 
/',  p,  bj  ed  ancora  alla  lettera  q,  si  scambiano;  e  perciò  tro- 
vasi scrino  ifì/ì'amectere,  inperadore,  inbevere,  adomque,  e 
imframectere  ec.  IN ei  frammenti  del  libro  xci  di  T.  Livio 
descritti  ed  illustrati  da  Vito  Giovenazi  e  Paolo  Jacopo 
Bruns  Roma  1778,  e  che  si  riconoscono  scrìtti  nell'età  degli 
Antonini,  è  Po/ipeius  invece  di  Po/wpeius  (pag.  26,  e  29J. 

(l)  Ved,  pag,  81.  u,  35.  Tunichi  era  forse  la  pronunzia  volgarissima 
aspirata  più  0  meno  de'  Toscani  ini^ece  di  Tunithi ,  come  fahe  per  fate ^ 
«enehe  per  tenete ^  in  Firenze;  Tunisi  per  Tunithi  e  Tunizi j  cambiati  tb, 
e  2  /'/?  s  secondo  il  dialetto  pisano* 


)(  8j)  )( 

Pag.  4.  t.  4.  A  LA.  E'  noto  che  gli  artìcoli,  così  detti,  si  compongono  dai 
pronomi  relatiti  il, la,  lo,  ecc.  derivati  per  troncamento  dai 
latini  ille,  illa,  iliiul,  uniti  ad  una  preposizione  esprimente 
la  modincazione  dell'azzione  nei  casi  obliqui,  fuori  dell'  ac- 
cusativo. Ma  nella  pronunzia  unendosi  la  preposizione  ed 
il  pronome  fu  raddoppiala  la  consonante  del  pronome,  e  si 
pronunziò  e  si  scrisse  della,  alla  ,  dalla  ecc.  dal  che  nacque 
r  errore  di  chiamarli  articoli  come  se  fossero  specie  di  av- 
verbi declinabili  premessi  a' nomi  per  distinguere  i  casi,  o 
congiungere  il  nome  col  verbo  secondo  la  direzione  dell'az- 
zione ;  ufiìcio  che  appartiene  alla  sola  preposizione.  Gli  an- 
tichi intendeano  la  forza,  e  l'uso  di  queste  preposizioni 
nnite  al  pronome,  e  le  scriveano  separate  quantunque  la 
pronunzia  le  unisse  tra  loro,  ed  anche  ne  facesse  tutt' un 
insieme  col  nome;  ma  poi  la  pronunzia  prevalse  pure  nella 
scrittura,  perchè  ì  copisti  ignoranti  non  aveano  altra  guida 
che  r  orecchio. 

Pag.  4*  V.  4»  RAScioHE.  Perchè  invece  di  ratione  fosse  scritto  ra^ci'one  crè- 
do potersi  ripetere  dalla  pronunzia  degli  antichi  Romani, 
che  proferissero  le  lettere  s  t  innanzi  alla  i  con  suono  di 
j  strascicata;  che  talvolta,  ed  in  certi  tempi  avesser  piutto- 
sto il  suono  della  lettera  e  dolce,  poi  cambiata  in  alcune 
voci  anche  nella  g;  di  maniera  che  la  t  innanzi  alla  i  si  pro- 
nunziasse come  se,  poi  e,  fìnalmerite  g;  doùde  ratio,  rascio, 
racio,  ragio,  sapientia,  sapieriscia,  sapietìcia  ;  ed  a  vicènda 
judicium,  juditium,  judlscium;  e  così  dicasi  dèlia  lettera  z, 
come,  dispresciare  per  disprezzare,  dispregiare  etc;  talvolta, 
e  in  alcuni  dialetti  tuttora  si  ode  la  s  invece  delle  se,  e  dèllac> 
come  basiare,  basciare,  baciare,  così  rasione,  rascione,  rsi^ 
gione,  cascione,  cagione,  pisgione,pisione,  pigione  (di  casa). 
Che  le  lettere  t  eà  s  prèsso  i  Latini  innanzi  alla  vocale  si 
pronunziassero  5Ci,  sce  potrebbesi  congetturaredal  vedere  che 
molte  parole  latine  nella  pronunzia  volgare  sono  pronunzia- 
te in  quel  modo:  per  esempio:  simplex  scempio;  insipidus 
/scipito,  basium  bacio,  e  ba^cio;  ed  anche  il  latino  otium 
ocrum  ;  o^c/nis,  o^ciuum,  da  occinere;  da  os  o^cillum;  dal 
greco  ^\jVQiOi'  {inteUigo^ '^vonnmìaVo  ^iiilò  (si/iìo)  scio, 
^c^entia  ecc.  Nel  dialetto  fiorentino  la  lettera  e  è  pronun- 
ziata dolce  o  con  strascico  quando  è  innanzi  alla  e  ed  i,  co- 
me dÌ5ce,  iesce,  fesci  per  dice,  fece,  feci  ecc.  Ma  questo  non 
è  il  luogo  da  dovermi  diffondere  in  tali  ricerche. 
V.  5.  Pechato,  chato,  chome^  Senocha  ecc.  L'aspirazione  dopo  la 
lettera  e  accanto  alle  vocali  a,  e,  o,  ìi,  è  propria  della  pro- 
nunzia toscana,  e  specialmente  fiorentina.  In  que' principi 
della  scrittura  volgare  seguitavasi  servilmente  il  suono  che 
ne  udia  l'orecchio,  perciò  in  questo  codice  é  quasi  sempre 
Vh  dopo  la  e  unita  a  quelle  vocali.  L'orecchio  è  certamente 
stato  sempre  la  guida  principale  nella  scrittura;  ed  ha  pre- 


)(  90  )( 

valso  di  8ovente  alle  regole  grammaticali.  Cicerone  (in  Ora» 
/ore)  fa  rimprovero  ai  rigorosi  grammatici, che  invtcedi  scri- 
vere molte  jìarole  secondo  la  pronunzia  popolare,  voleano 
seguire  le  regole  grammaticali,  piuttosto  che  le  orecchie 
quorum  est  judicium  superbissimum  (Cic.  1.  e.)  su  di  che 
può  vedersi  il  detto  nel  Gap.  IV, 

Che  i  Latini  aspirassero  molto  la  pronunzia  ce  lo  testi- 
monia Cicerone  nel  libro  intitolato  Orator;  ed  alcuni  giun- 
geano  sino  airafrettazione;al  che  si  riferisca  quel!' epigram- 
ma Catulliano  nel  quale  deridesi  Arrio: 

Chommoda  dlcebat  si  quando  commoda  vellet 
Dicere,  et  inshidias  Arrius,  insidias. 
Questa  aspirazione  si  trova  in  uso  sino  dal  secolo  ottavo  in 
Toscana  nelle  parole  volgari,  Eccone  alcuni  esempi  presi 
dalle  Memorie  e  documenti  lucchesi;  an.  'j'^3.  pag.  129  aii- 
c7<o  per  aliquo  ;  an.  ^29.  pag,  86  Runcho  de  Cassile  (nomi 
locali  );  an,  7^6  pag,  109.  in  loco  ubi  vocatur  ad  Ch  uzia  ,  .  . 
in  loco  ad  Jrcho;  an.  758  pag.  i58in  rivo  ISonniche ;  e  nel 
documento  54  Cuocho  per  cuoco. 

Gli  eruditi  del  secolo XV, e  molto  dopo  non  solamente  ri- 
strinsero, o  moderarono  1'  uso  di  scrivere  secondo  pronunzia 
la  lingua  volgare,  ma  sostituirono  quasi  intieramente  l'or- 
tografia grammaticale  latina  ,  e  cosi  a  poco  a  poco  fecero 
quasi  due  lingue,  una  scritta  ed  una  parlala;  ed  in  appresso  la 
lingua  scritta  passò  anche  nelle  bocche  di  chi  per  parere  eiu- 
dito  ricusò  di  parlare  come  il  popolo,  e  s'andò  in  questo  mo- 
do a  perdere  gran  parte  di  quella  grazia  popolare  che  tanto 
valutava  Cicerone,  da  aver  detto:  impetralum  est  a  consue' 
tudine  ut  peccare  suauìLotis  causa  liceret(in  Bruto).  Forse 
non  m'inganno  nel  credere  che  la  naturai  grazia  e  dolcezza 
della  lingua  italiana  derivi  appunto  dall'essere  costituita 
per  la  differenza  della  pronunzia  popolare  dal  rigore  gram- 
maticale della  lingua  latina  mantenuto  nella  scrittura.  Così 
alcune  lìngue  settentrionali  che  grammaticalmente  sono  du- 
rissime, nella  pronunzia  riescono  assai  più  dolci,  come  la 
russa  nelle  bocche  è  dolcissima,  e  la  polacca  assai  meno  aspra 
in  parlando,  che  non  pare  nella  scrittura. 
Pag.  4»  ▼•  7*  Madie.  Dal  latino  medius  fidius,  e  trovasi  pure  madia.  Forse 
anche  da  meo  dea  o  meo  dio  cristianamente  sostituito  a  ine- 
dìus  fidius, 
T.    8.  Pose  per  possa  terza  persona  singolare. 

V.  IO.  TUE.  Cosi  anche  nelle  memorie  e  documenti  lucchesi  all'  an- 
no 782,  pag.  143. 
V.  l3.  omana  per  umana  solito  scambio  delle  lettere  u  ed  o.  Forse 
nel  volgare  latino  si  pronunziava  homanus  analogamente  ad 
homo»  È  nota  la  etimologia  homo  humus.  Io  ne  sostituirei  a 
questa  un'altra  dedotta  da  QijioVoéco  conseniio ,  concors 
sum, siche  OfJLOVoéocV-)  *^ov.de  (homanus)  fosse  anlonoma' 


)(  9>  X 

sticamente  chiamato  quest'animale  per  le  sue  qualità  socia- 
li,  come  oriovoicù  concordia  (d'onde  humanìtas,  od  ho- 
manilas)  ed  in  ciò  si  distingue  àhferitas,  che  per  quella  gli 
uomini  si  ridussero  in  società,  per  questa  insociabili  sono  le 
belve:  a  ciò  parmi  che  si  possano  applicare  le  seguenti  parole 
di  Cicerone  nel  1.  Gap.  de  Inventione: 

,,  ]Nam  fuit  quoddam  tempus  cum  in  agris  homines  pas- 
sim bestiarum  more  vagabantur,  et  sibi  victu  ferino  vitam 
propagabant .  .  .  quo  tempore  quidam  magnus  videlicet  vir 
et  sapiens  cognovit  quae  materia  esset,  et  quanta  ad  maxi- 
mas  res  opportunitas  animis  inesset  hominum  si  quis  eam 
possit  elicere  .  .  .  Compulit  in  unum  locum  et  congregavit, 
et  eos  in  unamquamque  rem  inducens  utilem  atque  hone- 
stam  .  .  ,  ,  ex  feris  et  immanibus,  mites  reddidit  et  man* 
suetos.  „ 

Alla   stessa  etimologia   potrebbersi   anche  adattare  que- 
ste parole  del  medesimo  Cicerone  nel  libro  V.  de  finibus 
ecc.  ,,  Sunt  aulem  bestiae  quaedam  in  quibus  inest  aliquid 
simile  virtutiSj  ut  in  leonibus,  ut  in  canibus,  ut  in  equis.... 
in  horalne  aulem  summa  omnis  animi,  et  in  animo, rationis, 
ex  qua  virtus  est  „  sicché  ou^oyyg  sia   concordia  ratiouis  , 
simul  unita  virtus  intelligendi, summa  omnis  animi; proprie- 
tà che  nelle  voci  homanitas,  homanus,  homines  potrebbersi 
ravvisare. 
Pf  3.  A.  V.  i4«  Uomo  invece  di  omo,  come  buono  per  bono  e  simili.  Che  an- 
tichissimamente  uo  si  pronunziasse  e  scrivesse  in  luogo  del 
semplice  o,  lo  mostrano  i  monumenti  scolpiti ,  e  la  conti- 
nuazione degli  esempi  in  tutte   l'età  posteriori  sino  a' dì 
nostri.  In  una  delle  iscrizioni  de' sepolcri  degli   Scipioni 
leggiamo:  ,,  Honc  oino  ploirume  consentiont  R.  diioxìoro 
optumo  fuisse  viro  Lucium  Scipione  filium  Barbali.  Consol 
Censor.  aidiiis  hic  fuet  ....  Cepit  Corsica  Aleriamque  ur- 
be :   dedet  tempestatebus   aide  mereto  ,,.  Dove  nella  voce 
honc  la  lettera  o  sta  per  m,  come  in  omano  invece  di  //ma- 
no, ed  io  altri  innumerabili  esempii  della  lingua  latina  e 
della  volgare  ne' tempi  delia  buona  latinità,  nei  secoli  bas- 
si, nei  codici, nelle  lapidi,  nelle  carte  notariali  della  lingua 
volgare  antica  e  moderna,  tanto  parlala  che  scritta. 

oiKO  uno  invece  di  unum,  ed  oi  pure  invece  di  e,  quasi  dit- 
tongo mì.  Lo  che  mostra  l'uso  dell' p-  consonante  analoga- 
mente all'ou  de' Greci  pronunziato  per  i^  consonante,  aven- 
do presso  di  loro  la  p»  vocale  il  suono  e  dell'  u,  o  della  /,  più 
o  meno  secondo  le  diverse  età;  di  questa  pronunzia  fanno 
testimonianza  le  molte  parole  greche  passate  nella  lingua 
latina,  come  lacruma  e  lacrima y  inclutus  ed  inclitusf  pre- 
shuter  e  presbiter  ecc.  Notisi  anche  la  desinenza  in  o  alla 
maniera  de'  secoli  posteriori  sino  a  noi  delle  voci  latine  ter- 
minate in  US  ed  in  um.  Che  la  terminazione  in  us  si  prò- 


)(  9^  }( 

nunzìasse  e  si  scrivesse  per  u,  ed  o  ce  lo  confermano  i  codici 
antichissimi  e  le  lapide,  come  ne'frammenti  Liviani  Pompeiu 
per  Pompeius.  V,  Note  alla  Prefaz.  pag.  75.  nota  (5),  Cice- 
rone in  Oratore^  i  versi  di  Ennio  ecc.  (i). 

Ploircme  invece  di  plvrimi  scambiata  la  e  colla  ù 

CoNSENTioNT  per  consenliunt.  Ecco  un  altro  esempio  della 
pronunzia  volgare  de' verbi  terminati  in  ««,  cambiata  in 
ono\  cioè  mutata  la  u  in  o,  soppressa  la  t  consention,  ed  ag- 
giunta la  o  infine,  come  tue  e  tuo  per  tu.  Quest'allunga- 
mento od  aggiunta  di  vocale  alle  parole  terminate  in  con- 
sonante, o  tronche  continua  tutta  via  nella  pronunzia  ita- 
liana sì  nel  latino,  che  nel  volgare,  pronunziandosi  pane/wc, 
dicun^e,  cume,  simule  ecc.  ed  in  volgare  cone,  pere;  invece 
di  panem,  dicant,  cum,  simul,  con,  per. 

DuoNORO  oPTTJMo  bonovum  opturaum;  in  volgare  od  italia- 
no, de'  buoni  ottimo.  Cicerone  dice  nel  Perfetto  Oratore 
,,  Saepe  brevitatis  causa  contrahebant,  ut  ita  dicerent:  mul- 
timodis,  vas'  argenteis,  palra'  et  crinibus,  tecti' fractis. 

Anche  il  fu  chiarissimo  marchese  Cesare  Lucchesini,poco 
fa  tolto  all'onore  ed  alla  utilità  delle  lettere  Greche,  La- 
tine, ed  Italiane, con  sua  del  3o  maggio  1816  mi  scriveacosì: 
„  Profìtto  di  questa  occasione  per  suggerirle  una  di  quelle 
parole  della  nostra  lingua  che  vengono  dal  latino.  Nelle 
Opere  di  Frontone  dissotterrate  poco  fa  dal  Mai  da  un  co- 
dice Palimpsesto  dell'Ambrosiana  di  Milano,  P.  U.  pag. 
2^3 f  si  legge;  Feres  prqfecto  buona  uenia  i^eterem  potestà' 
tem  et  nomea  Magistrì  me  usuryantem  denuo-  Ivi  il  Mai 
fa  questa  nota  :  „  Ita  cod.  buona;  et  quidem  duonum  prò  bo- 
num  legitur  apud  Festum;  sic  duellum  et  Duellona  prò  bel- 
lum,  et  Bellona  (  Varr.  de  L.  L.  VI.  3).  Buona  superest  ad- 
huc  in  vulgari  Italorum  lingua  ,,.  A  queste  citazioni  di  Fe- 
sto  e  di  Varrone  doveansi  aggiungere  anche  le  sopra  riferite 
parole  di  Cicerone  ,  dalle  quali  è  manifesto  che  dnonoro 
genitivo  plurale  di  duonus,  e  duellum  ,  e  Duellium  si  pro- 
nunziarono bonoro  ,  bonus  ,  bellum  ,  e  Belliura,  quando  le 
orecchie  del  popolo  romano  all'antichissima  pronunzia  ne 
sostituirono  una  che  parve  loro  più  dolce  e  gentile.  E'  da 
osservarsi  che  Cicerone  chiama  contrazione  il  pronunziare 
bellum  invece  di  duellum,  bonus  invece  di  duonus,  bis  per 
duìs;  e  così  lo  chiama  perchè  le  due  lettere  d  u  si  contrae- 
vano in  una  sola,  che  era  la  b,  la  quale  parmi  dovesse  pro- 
nunziarsi dv,  cioè,  dva,  dve,  dvi,  dvo,  o  sia  cangiando  la  u 
vocale  latina  nella  consonante  i^ ,  come  invece  di  duellum 
dvellum,  di  duonus  dvonus,  di  duis  dvis  ecc  (2).  Ma  perchè 

(i)  L*M  finale  si  pronunziava  quasi  o,  si  che  si  confusero  l'uno  col- 
r altro. 

(2)  Ne* dialetti  Slain^  come  Polacco,  Boemo  ecc»  due  o  dua,  come  dice  il 


)(  93  )( 

facilmente  la  d  s'andò  perdendo,  o  della  d   e  della    »/    se 
ne  formò  la  lettera  b  che  in  greco  equivalse  anche  alla  w 
e  cosi  pure  in  latino,  dicendosi  venit,  e  benit,  vixit ,  e  bi- 
^^^  f  irsBspo^  ^^  greco,  severus  in  latino;  fu  egualmente 
pronunziato  e  scritto  belluni  bonus  ecc.  invece  di  duellum 
e  dvellum,  di  duonus  e  dvouus;  e  bis  invece  di  duis  e  dvis; 
rimasero   per  altro  anciie  duo,  duae  ,  duorum  ,  duobus,  ed 
in   lingua  volgare  due,  e  duoi  ,  come  boce,  e  bocìare.  Ma 
perchè  nella  bocca  del  popolo,  ed  in  un'  od  in  altro  paese 
non  si  perdono  alTatlo  gli   antichissimi  usi  di  pronunzia  , 
perciò  nei  dialetti  de'.popoli  italiani,  specialmente  Romano 
e  Toscano,  tanto  antichi,  quanto  del  medio  evo  e  moderni  si 
conservarono,  e  si  conservano  modi  della  pronunzia  e  voca- 
boli d'  età  remotissime,  che  non  si  adoperavano  comune- 
mente nel  culto  parlare  latino,  e  non  si  adoperano  nello  in- 
civilito volgare  italiano.  In  questa  categoria  sono  le  parole 
buono,  fuoco,  stuoja,  suora,  truogolo,  tuonare  ecc.  per  bone, 
foco,  stoja,  sorella,  trogolo,  tonare  ecc.  nelle  quali,  ed  in 
altri  esempj  si  adoperano  le  lettere  uo  meno  comunemente 
della  congiunzione  di  esse  in  o  nell'  uso  del  parlare  e  dello 
scriver  comune.  Ma  gli  antichi  nostri,  come  si  vede  nel  Cod. 
pistojese  ed  in  altre  scritture,  ed  anche  il  popolo  se  ne  servono 
in  molti  casi  non  ricevuti  nella  scrittura  e  nel  parlare  della 
gente  più  eulta,  e  dicesi  talvolta  truovare  per  trovare,  suo- 
nare per  sonare  (ma  suono  si  adopera  anche  in  parlare  e 
scrivere  dalli  uomini  culti  per  distinzione  della  prima  per- 
sona singolare,  e  terza  plurale  del  verbo  essere). 

Perchè  i  latini  lasciassero  l'antica  pronunzia  di  duonus 
D  buonus,  e  forse  di  fuocus,  suoror  ecc.  ed  in  altri  verbi,  e 
nomi,  non  è  questo  il  luogo  di  ricercarlo  con  maggior  dili- 
genza. Basti  il  dire  che  generalmente  i  Romani  amavano  di 
soddisfare  all'orecchie,  e  tutti  i  suoni  od  aspri,  o  rozzi,  o 
faticosi  alla  pronunzia  sfuggivanli  mutando  o  sostituendo 
lettere  affini  più  dolci,  sopprimendo  sillabe,  accorciando  vo- 
caboli, ed  accorciati  congiungendoli  ecc.  Tutto  questo  ci  fa 
sapere  Cicerone  nell'Oratore  perfetto  „  Nam  ut  in  legendo 
oculus  sic  animus  in  dicendo  prospiciet  quid  sequatur  .... 
quod  quidem  latina  lingua  sic  observat,  nemo  ut  tam  rusti- 
cus  sit,  qui  vocales  nolitconjungere  „.  A  ciò  riferisconsi  gli 
esempi  da  esso  portati  di  duellum  mutato  in  bellum  ec.  e 
gli  altri  di  duonusy  Duellona  mutati  in  bonus.  Bellona  ec. 
e  continuando  Cicerone  soggiunge:  „  Libenter  etiam  copu- 
lando verba  jungebant  ut  s'odes  prò  si  audes  „  ecc.  d'onde 
odire  per  audire  nell'antico  volgare  italiano.  Or  dunque  non 
è  da  maravigliare  che  se  nel  culto  parlare  e  scriver  latino, 

uolgo  ToscanOy  e  pronunziato  dva.  E^  nota  V  analogìa  o  la  radice  cotwt' 
ne  di  molte  uoci  Slai^e  coli*  antichissima  lingua  latina» 


)(  94  )( 

ed  in  Roma  si  abbandonarono  molti  usi  antichi  di  pronun- 
zia e  di  scrittura,  rimanessero  questi  più  o  meno  nel  bas- 
so volgo,  e  nei  luoghi  più  o  meno  lontani  da  Roma;  per- 
cliè  Cicerone  parlava  sempre  delia  lingua  di  Rom^  ,  e  non 
di  quella  delle  genti  luoi  i  di  Roma,  dalle  quali  più,  meno, 
si  mantenenno  gli  antichi  linguaggi  o  dialetti  ,  che  stante 
in  pitdi  la  civiltà  romana,  rimasero  come  ristretti  ne'  loro 
antichi  limiti,  e  tra  '1  popolo;  ma  caduta  quella,  si  dilataro- 
no e  ripresero  in  certo  modo  1'  antico  dominio  che  mesco- 
lato colle  rovine  del  culto  latino  andò  poco  a  poco  a  farsi 
universale  nelle  bocche  o  nella  pronunzia,  sin  a  che  inco- 
minciatosi ad  usare  anche  nella  scrittura  come  nelle  bocche 
sonava,  i  dotti  a  poco  a  poco  tolsero  quel  mosaico, dirò  così, 
di  voci  e  pronunzie,  e  introdussero  voci,  ed  ortografia 
de' buoni  scrittori  latini  o  romani;  sebbene  con  troppo  ri- 
gore, o  troppa  ambizione,  come  già  dissi;  e  così  la  lingua 
volgare  venne  ad  essere  più  eulta,  più  ordinata,  più  dotta, 
ma  spogliata  di  molte  prerogative  sue  originali  antichissi- 
me, e  specialmente  di  quella  semplicità,  e  di  quella  naturai 
bellezza  che  dovettero  cedere  all'arte  ed  alla  imitazione. 

Concludo  pertanto  che  il  vocabolo  buona  nel  citato  luogo 
di  Frontone  non  debbe  riguardarsi  per  menduin  prò  bonus, 
o  per  un  errore  del  copista  ,  ma  bensì  per  una  parola  da 
Frontone  sostituita  a  bona  in  un  tempo  nel  quale  la  lingua 
latina  non  era  più  nella  sua  purità,  e  gli  stessi  letterati 
quasi  senz'  avvedersene  rintroduceano  nella  scrittura  gli  usi 
antichi,  e  gli  idiotismi  del  popolo  ormai  rientrati  nell'uso 
comune;  e  ciò  faceauo  molto  più  li  stessi  copisti. 

Termino  dunque  colle  parole  di  Cicerone  (1.  e).  „  Quid 
vero  licentius  quamquod  hominum  etiam  nomina  contrahe- 
bant,  quo  essent  aptiora  !  nani  ut  duellum  belLiim  et  duis 
bis,  sic  Duellium  eum  qui  Poenos  classe  devicit  Bellium  no- 
minaverunt,  cum  superiores  appellati  essent  semper  Duel- 
lii  „»  Dunque  il  pronunziare  e  lo  scrivere  diiono ,  buo- 
no ,  uomo ,  cuore  ,  suole ,  puole  ,  puote  ,  scuola  ecc.  in- 
vece di  bono,  omo,  core,  sole,  vole,  potè,  scola  etc.  è  d'  an- 
tichissima origine,  mantenuto  nell'uso  sino  a' di  nostri, 
ne'  quali  tutta  via  si  dice  duello  per  combattimento  invece 
di  bello ,  buono  invece  di  duo/zo  o  hono,  ecc. 

D'0;;iz«»io  per  optimo,  e  per  optimum  ed  optimw/w  n'ho 
parlato  di  sopra. 

FcET  per  fuit,  dedet  per  dedit,  mereto  per  merito,  sono 
scambj  di  lettere  frequentissimi  nella  lingua  latina  antica, 
nelle  lapidi,  nelle  carte  notariali  de' secoli  bassi,  e  nelle 
parole  latine  mantenute  nella  lingua  italiana;  d'onde  le  de- 
sinenze delle  terze  persone  de'verbi/ue,  diede,  legge,  fece 
ecc.  invece  di  dedit,  legit,  fecit. 

Corsica.,  per  Corsica//2,urbe  per  urbe/w,  conso/  per  consul 


)(  9^  )( 

ecc.  sono  tutte  maaiere  di  pronunzia  mantenute  nella  Hi- 
gua  italiana.  IN  ci  frarameuii  L'viani  si  lascia  spesso  la  in 
in  fine  de^,  quarto  caso.  V.  Cic.  nell'  Oratore. 

Questo  cenno  delle  nioRe  osservazioni  che  appartengono 
ad  alilo  argoiiicnìo  bastino  a  mostrale  che  nei  tempi  an- 
tichissimi deHa  lingua  Ialina  ciano  le  medesime  incertezze 
e  varietà  nella  pronunzia  e  nella  scrittura,  che  mantenutesi 
nell'uso  volgare  passarono  a  traverso  i  secoli  sino  a  noij  co- 
me si  vede  da'  primi  tentativi  della  scrittura  della  lingua 
volgare  presentatici  nel  codice  pistojese,  e  come  si  conser- 
vano neir  uso  comune  del  popolo  tuttavia.  Basti  questo  cen- 
no anche  a  provare  la  falsila  dell' opinione  che  tutte  queste 
diversità  tra  la  lingua  latina  degli  Scrittori  classici,  e  la 
lingua  italiana  sia  provenuta  dalle  barbaresche  invasioni. 

Finirò  quest'articolo  in  aggiunta  al  già  detto  nel  Gap.  1, 
della  prefazione,  con  rimettere  l'iscrizione  del  sepolcro  di 
L.  Scipione  nell'  ortografia  grammaticale  latina,  e  poi  nella 
grammaticale  italiana,  seguitando  tiolamente  le  regole  della 
pronunzia  antichissima  rispondenti  all'  ortografìa  gramma- 
ticale. 

_,,  Hunc  unum  plurimi  consentiuut  Eomae  honorum  opti- 
mum fuisse  viruQi  Luciam  Scipionera  filium  Barbati.  Con- 
sul,  censor,  aedilis  hic  fuit,  cepit  Corsicam  Aleriamque  ur- 
bem,  dedit  tempestatibus  aedera  merito  „  . 


Lsto  (i)  uno  molti  consentono  in  Roma  de' boni  ottimo 
fosse  uomo  Lucio  Scipione  figlio  di  Bai-bato,  consol  ,  cen- 
sor',  edile  fue,  prese  (-2)  Corsica,  e  Aleria  città.  Diede  a 
Tempeste  tempio  con  merito  ,,.  Da  ciò  è  manifesto  che  la 
pronunzia  dal  tempo  delli  Sctpioui  si  è  mantenuta,  si  può 
dire,  quasi  la  stessa  sino  a  noi.  È  poi  da  credere  che  in  quella 
iscrizione  non  si  adoperasse  totalmente  il  dialetto  volgare, 
ma  che  fosse  usata  la  maniera,  dirò  così,  grammaticdie  de- 
gli eruditi  d'allora.  Se  vorremo  per  esempio  rimetterla  nel 
dialetto  latino  notariale  de'  bassi  tempi  ,  diià  così: 

„  Hunc  unum  multi  consentiunt  Romae  de  bonis  optimum 
fuisse  hominem  Lucium  Scipionem  filium  de  Barbato.  Con- 
sol, censor  ,  aedilis  ipse  fuet.  prehendit  Corsicam  et  Ale- 
riam  clvilatera,  dcdet  ad  Tempestates  aedem  mereto  „. 

Alle  quali  parole  sostituita  totalmente  la  pronunzia  vol- 
gare antichissima  ,  e  de'tempi  bassi,  saranno  di  nuovo  affat- 
to italiane  così: 

Isso  uno  molti  consentono  in  Roma  de'buoni  ottimo  fosse 

(i)  Non  essendo  mantenuta  in  volgare  la  parola  hunc  sostituisco  esto 
da  islam, 

(2)  Prehendit  im-'ece  di  cepit,. 

8 


)(96)( 

uomo  Lucio  Scipione  figlio  de  Barbalo.  Console,  Censore, 
Edile  isso  fue;  prendeo  (i)  Corsica,  e  Aleria  città;  diede  a 
tempeste  tempio  con  merito  ,,.  Confrontisi  ora  il  seguente 
luogo  del  documento  XIX  a  pag.  ii8.  delle  Memorie  Luc- 
chesi etc.  in  data  del  ^70. 

„  per  singulo  anno  ego  et  heredes  mei  ...  ad  misso  ve- 
stro  seu  ad  actorera  vestrum  de  curte  vestra  in  ipso  loco, 
tempore  consueto  reddere  debeamus  grano  modia  quatuor; 
vino  puro  decimatas  sex;  porco  anotino  bono  ;  animale  ma- 
sculo  bono  anotino,-  angaria  quanta  utilitas  fuerit  ad  ipsa 

curte  vestra  facienda,  sicut (  manca)  raassarii  vestri 

de  ipso  loco,  et  in  tertio  anno  animalia  vestra  menare  de- 
beamus diligenter  usque  in  Ruselle  in  curte  vestra  per  nos 
aut  per  misso  nostro  „. 

In  queste  parole  certamente  non  intese  il  Notaro  di  scrivere 
affatto  nel  dialetto  volgare  (come  mostrai  nel  cap.  1.  della 
pref.)  ma  si  servì  a  preferenza  della  pronunzia  volgare  ana- 
loga a  quella  che  ci  mostrano  la  iscrizione  di  Lucio  Scipio- 
ne, ed  altri  monumenti  più,  o  meno  antichi  della  lingua  la- 
tina. Nel  resto  la  sintassi  è  latina,  e  grammaticale,  sebbene 
non  in  tutto  conforme  alla  lingua  de' dotti.  Infatti  rimet- 
tendo le  parole  nella  scrittura  corrispondente  alla  fissa  rela- 
zione tra  la  pronunzia  e  la  grammatica  verranno  latine  così: 
per  singulum  annum  ego  et  haeredes  mei  ...  ad  missum  ve- 
strum seu  ad  actorem  vestrum  de  curte  vestra  in  ipso  loco 
ecc.  „  e  saranno  secondo  le  stesse  regole  fisse  di  pronunzia 
fatte  italiane  così:  „  per  singulo  anno  eo  (2)  e  redi  miei(3j, 
a  messo  (4)  vostro  (5)  di  corte  vostra  in  esso  luoco,iu  tempo 
consueto,  rendere  debiamo  grano  moggia  quattro  ;  vino  puro 
decimate  sei;  porco  annotino  buono;  animale  masculo  buono 
anotino;  angaria  quanta  d'  utilità  sia  ad  essa  corte  vostra, 
si  come  da  .  , .  Massarii  vostri  d'esso  luoco:  e  nel  terzo  an- 
no vostri  animali  menare  debiamo  diligentemente  in  Rosel- 
le  in  corte  vostra  per  noi,  o  per  messo  vostro  „. 

Dal  già  detto,  e  da  quel  che  successivamente  verrà  occa- 
sione di  aggiungere  saranno  accennate  le  ragioni  che  mostra- 
no la  derivazione  dall'antico  latino  di  molte  voci  e  maniere, 
che  sembrano  d'origine  barbara,  come  è  stata  creduta  la  pro- 
nunzia italiana;  la  lettura  dei  codice  pistojese  proverà  effica- 

(1)  Prendeo  per  prende  e  simili  dissero  gli  antichi* 

(2)  Gli  antichi  dissero  eo  per  io, 

(3)  Dissero  rede  per  erede, 

(4)  Gli  antichi  non  dissero  sempre  al,  del,  dal,  ma  a,  de,  da  anche 
quando  secondo  V  uso  più  moderno  si  disse  al  ecc»  come  in  questo  caso 
direbbesi  al  messo»  Il  cod.  pistojese  darà  molti  esempj,  ne' quali  si  ado- 
pera il  solo  segnacaso  o  preposizione  senza  il  così  detto  articolo, 

(5)  poster,  vostra,  nostrum  si  trovano  in  Plauto  comunemente  invece 
di  vester  etc. 


)(  97  )( 

cernente  quanto  poco  bisogno  abbia  la  lingua  italiana  d'usare 
i  pronomi  il,  la,  lo  etc.  sempre  uniti  col  segnacaso  ai  nomi 
come  l'uso  ba  introdotto:  ed  altrove  mostrerò,  che  pure 
nella  circostanza  di  doverli  usare,  viene  dall'antica  lingua 
latina,  e  non  da  que'scttentrionali  invasori,  cbe  piuttosto  ne 
hanno  trasportato  l'equivalente  nelle  lingue  proprie  col- 
l'uso  della  così  detta  lingua  romana  anche  da  essi  adottata 
nelle  patrie  loro  per  gli  atti  pubblici  e  di  formalità;  come 
mostrano  i  capitolari  di  Carlo  Magno  e  de'suoi  successori  in 
Francia  ed  in  Germania,  e  la  legislazione,  e  gli  atti  pubblici 
presso  altre  genti.  Per  mancanza  di  queste  osservazioni  il 
Ginvenazzi  nei  citati  frammenti  Liviani  a  pag.  33.  credette 
di  dover  fare  le  seguenti  correzioni  : 

a  pag.  19  e  2^  Hertulejum  H'irtulejum 

Administrare  Jdminìslrarì 

a  pag.  20  e  29  /jusitaniara  Liusitaniam 

Che  lo  scambio  delle  lettere  R  ed  L  fosse  in  uso  ne'  tempi 
latini  si  può  credere  dalli  esempii  che  ne  rimangono  tuttora 
neir  uso  del  dialetto  pisano,  come  Carsolaio  per  Calzolaio^ 
ecc.  ]Nel  pistnjese  Rusignolo  e  Lusignolo  ecc. 
a  pag.  20  e  3o  ienit  p-enit 

a  pag.  20  e  21  Fivonvxm  ^eronum 

Pag.  \.  v.  24.  MACTo,  dalla  greca  voce  IJ,Ó,TC110(^. 

V.  26-8.  DE  l'oro  e  de  l'  argento  fae  btjrbakza,  e  de  le  parole  tue 
FAE  STATIEIA  —  Fae  "^Qv  fai  col  solito  scambio  dell' e  colla  i; 
burbanza  alterigia,  uanto,  ambizione,  vanagloria',  statieia 
per  staterà,  cioè  misura»  INell'  originale  latino  è  Avgentum 
iuum  confla ,  et  verhis  tiiis  fucilo  stateram.  Confa  ar- 
gentum  tiium,  cioè  ammassa,  raguna.  Se  statieia  sia  errore 
invece  di  staterà  non  posso  deciderlo, 
v.  29.  DiscouEÉsi  per  discorressi» 

V.  37.  Nell'originale  è  scritto  inexcusabilis,  e  così  nella  lettera  di 
s.  Paolo.  Il  copista  lasciò  la  particella  negativa,  ed  io  l'ho 
supplita. 
Pag.  5.  V.  I.  PERCHÈ  PREDICHE  LO  SCURO  ED  INVOLLE.  Prediche  per  prediche 
come  dubite  per  ànhìti  e  simili,  col  solito  scambio  delie 
lettere  e  ed  /;  iuvolle  cioè  involli,  involi.  Orig.  lat.  „  Qui 
ergo  alium  doces,  te  ipsura  non  doces,  qui  praedicas  non  fu- 
randum,  furaris. 
V.  i5.  Efecto.  Nel  cod.  è  scritto  afeclo  ma  il  senso,  e  l'essere 
scritto  efecto  poco  dipoi,  ra'han  fatto  correggere  efecto;  mol- 
to più  che  l'orig.  lat.  dice  :  „  Quinto  requiras  eOtctum  tuae 
locutionis.  „  afecto   sta  per  effetto  col  solito  scambio  delle 
lettere  a  ed  e,  ma  ho  voluto  evitare  che  si  prendesse  per  af- 
fetto. 
V.  22.  Propensato,  cioè  pensato  innanzi;  infatti  nell'orig,  lat.  è 

praemeditata  loqui. 
V.  26.  MAGioRE  MESTE.  Spcssc  yolte  questo  e  simili    avverbi  sono 


)(  98  )( 

scrilti  COSI  divisi.  Ecco  le  parole  di  Sci p.  MafTei  nella  sua 
eruditissima  dissertazione  siillri  origine  della  lingua  italia- 
na ,,  Anf'lie  la  maniera  piii  frequente  de'  nostri  avvorbj  era 
nsitalissiina  dalla  gente  comune,  e  traspira  in  Ovidio  ,  che 
per  dire  clie  starà  fortemente  a  cavallo  disse  :  insislam  for- 
ti mote  (Amor.  lib.  111.  elcg.  2.  )  ed  in  Apnlejo  leggcsiyw- 
cìinda  mente  7"?.?po/7r//7 ,,;  ed  invero  considerando  io  che  la 
prima  parte  di  tali  avverbii  è  sempre  nn  aggettivo  feminino, 
e  di  desinenza  comune  da  essere  accordato  con  mente  che  ne 
seguita,  mi  fa  credere  die  il  Mafl'eì  abbia  ragione. 

Anche  nei  capitoli  di  C.irlo  Calvo  a  pag.  oS^.  ediz.  di  Pa- 
rigi 1623.  ^eggesi  ,,  Unicuiqiie  in  suo  ordine  convenit  audi- 
,,  re  et  devola  mente  suscìpere.  „ 
Pag.  5.  V.  35.  L\  DEiCiUBA.  per  se  wedesmo  risprende.  Potrebbe  parere  do- 
versi coneggere  mcrìcsma.  Lascio  come  sia  perchè  forse  è  uno 
de'  soliti  scambìi  delle  lettere  a,  ed  o;  ovveio  è  m  rlcsnio  in 
senso  l'eutro  come  per  srmeiì'psnm;  nel  cod.  è  scritto  ma  si- 
gilla; ho  corretto  rmxf.i'^illa  secondo  l'orig»  lat,  fuglto. 

GAP.   11. 

P&g.  6.  V.  I.  SoPBA  LA.  PABA.ULA  CHE,  P,ìrania  o  parola  deriva  dalla  greca  vo- 
ce Trace- (ZoÀij-)'^^^?^''  zione,  similitudine,  passata  nella 
lingua  volgare  dal  testo  evangelico,dove  spesso  Icggesi  7c5M.y 
cìixit  paraholam»  Di  qui  vcnneio  anche  parabolare  ep^'va- 
uolare  e  paraula  e  paravola,  per  contrazione  parlare  e  paro- 
la ;  come  di  «yz/rura,  aiiàìve,  \iaìicas  ecc.  oro,  odire,  poco  e 
simili,  quantunque  in  molti  vocaboli  si  mantenga  1' una  e 
l'altra  prommzia  :  p.  e.  dicesi  roco  e  r«uco  ,  po^a  e  p<7?/sa  , 
p^^sare  e  p«^/sare  ,  ed  anche  in  u  odire  ,  z^dire;  in  altri  ri- 
mane solamente  l'antica  pronunzia  e  scrittura,  come  «z/da- 
cia,  ftìtwtore,  «r/tore;  così  da  tabula  ne  vennero  tavola,  tauia, 
tol  ;  (  in  veneziano  ),  da  Angusto  Agosto  ed  ogosto. 

CE  invece  di  che  trovasi  in  molti  codici,  ed  altre  scritture 
sino  verso  la  metà  del  secolo  XIV.  Parbi  disopra  dell'aspi- 
razione delle  sillabe  ca,ce,  cz'. Nella  voce  che  non  è  solamen- 
te un'  aspirazione  ,  ma  una  manierai  di  scrivere  la  pronunzia 
delle  voci  latine,  c/iiUf  qui,  qiie^  quo,  dalle  quali  derivarono 
le  sillabe  volgari  chi,  che,  ca,  co ,  in  moltissime  voci  ;  così 
da  qui  e  qne  vennero  chi,  che;  da  r/?/omodo  corno  e  come;  da 
<5f?/^/lItas  e  suoi  derivati  c«Htà  nella  pronunzia  volgare  ,  da 
qnicumqjie ,  chiunche  (i);  da  quaerere  ,  chevere,  da.  quc' 
rela  cAerela,  da  quatuor  c«ttro  in  pronunzia  volgare;  ma  per- 
chè ci  e  ce  nella  pronunzia  volgare  alle  volte  suonavano  chi 
e  che,  alle  volte  ritenendo  il  suono  del  nome  delle  dette  let- 
tere, si  pronunziavano  ci,  ce,  ed  i  meno  esperti  scriveano 
indifferentemente  ci,  ce  per  chi,  che,  ci,  ce;  gli  eruditi 
prescrissero  che  nel  primo  caso  si  aggiungesse  V  h,  e  nel  se- 

(l'y  Da  qualiscumque  calunche  e  qualunque. 


)(  99  )( 

condo  si  lasciasse  la  e  col  suo  suono  naturale;  così  scrissero 
c<?na,  cercare,  cerchio  e  non  chena,  c/urcare,  chevchio,  al 
contrario  clerico,  c//c,  chioào  da  clai^tis  ec.  invece  di  ceri' 
co,  ce,  ciodOf  quantunque  in  qualche  dialetto  si  dica  dodo 
e  c/i/cala  per  c/cala;  disliiizione  che  il  popolo  facea  ccH'orec- 
chio  nella  pronunzia,  ma  non  scrivendo,  come  pure  a'dl  no- 
tri  i  più  ignoranti  scrivono  tuttavia  ce  e  ci  per  che  e  chi. 
Dicasi  lo  stesso  della  lettera  g  il  nome  della  quale  suona  gi, 
o  gc,e  perciò  si  trova  scritto  giisio  per  giusto.  Gesù  e  Giesìi 
€  simili.  Sul  principio  dunque  pensarono  di  avervi  rimediato 
coll'adoperare  la  greca  lettera  K  scrivendo  Ke,  Kì.  Cosi  in- 
fatti si  vedono  scritte  queste  due  sillabe  nel  testamento  del- 
la contessa  Beatrice,  nelli  statuti  dell'opera  di  s.  Iacopo  di 
Pistoia  del  i3i3,  ed  in  altre  molte  scritture.  Continuò  la 
scrittura  dell'altre  sillabe  cha,  choichu,  sino  a  che,  e  dove 
prevalse  la  pronunzia  volgare  fiorentina  anche  nella  scrittu- 
ra ;  cessata  questa  nella  scrittura,  non  più  si  scrissero  con 
aspirazione  quelle  sillabe  ;  e  rimase  nel  solo  caso  di  doversi 
determinare  la  pronunzia  aspirata  o  gutturale  della  e  avanti 
all'  e,  «d  all'  i. 

Ma  o  sia  pei-chè  non  piacesse  poi  d'adoperare  quella  lette- 
ra R^  o  sia  perchè  veramente  s'  accorgessero  gli  eruditi  che 
in  greco  eqnivalea  tanto  nella  scrittura,  che  nella  pronunzia 
alla  lettera  e,  onde  piuttosto  avrebbero  dovuto  servirsi  del 
•^  equivalente  al  eh,  preferirono  di  rifiutare  quella  figura  al- 
fabetica greca,  e  di  scrivere  che,  chi  per  distinguere  quando 
doveasi  pronunziare  la  c^  dirò  cosi ,  gutturale,  sebbene  fos- 
se ugualmente  unita  alla  z  ,  e  quando  rimanea  col  suono  suo 
linguale  di  ci  o  ce  ,  coraeinc/bo,  cesta  ecc.  Anche  nelle 
voci  derivanti  dalle  latine  c/«vìs,  cZ^usus,  c/«udere  ,  cla- 
vus,  c/amare  etc.  la  pronunzia  è  c/u'ave,  chiuso,  chiudere, 
chiodo  etc.  e  ciò  credo  sia  nato  dalla  pronunzia  antichissima 
del  popolo  a  cui  dispiacendo  il  pronunziare  le  due  lettere 
ci  le  pronunziasse  per  ci,  o  per  chi  ;  infatti  in  molti  luoghi 
si  dice  clave ,  ciodo,  cìudere  (i),  clamare;  in  altri,  chiave  ec. 
come  in  Toscana;  onde  que' primi  eruditi  nostri  introdusse- 
ro la  medesima  scrittura  anche  per  queste  voci  ;  affinchè  non 
fosse  pronunziato  ciodo,  ciamare  etc.  e  per  indicare  che  la  de- 
rivazione di  questa  sillaba  era  diversa  dalle  semplici  e/,  ce. 

Lo  stesso  debbesi  dire  delle  voci  terminate  in  chio,  come 
pinocchio  ,  pidocchio,  montecchio,  pistacchio,  serchio,  cer- 
chio, occhio  etc.  derivanti  da  piniculus,  o  peniculus,j.pedi- 
culus,  monticulus,  pistaculus,  auserculus,  circulus,  oculus, 
che  contratti  pinoclus,  pediclus,  auserclus,  circlus,  oclus  ec. 
furono  pronunziati  pinocchio^  serchio,  montecchio,"cerchio, 

(i)  Chiodo,  chiudere,  si  dissero  da  clafus,   e  claudere  per  la  naita- 
zione  dell'ali  in  Uj  ed  in  o,  e  dell'  u  in  o,  come  dissi,  e  dirò  in  appresso. 


X   100  )( 

occhio  invece  dì  cercio,  ed  occìo,  etc.  come  pure  in  alcuni 
luoghi  8Ì  dice  per  cerchio  e  per  occhio. 
Pag.  6.  T.  3.  Che  tuo  die.  Ciò  die  tu  di'  ,  per  dici  colla  solita  paragoge  od 
alhingamenlo  della  e  infine  delle  parole  tronche  o  monosil- 
labe, come  tue,  hoc,  andoe,  die,  fae;  alle  parole  l'accento  in 
fine  non  essendo  altro  che  il  segno  del  troncamento  di  que- 
sta paragoge ,  come  però  invece  di  peroe,  sarò  per  saroe,  li 
per  He» 
Ivi,  LI  od  ELI  invece  di  egli. 
▼.    7.  ACHACTA  per  acquista;  questo  verbo  è  d'uso  comune  nel  dia- 
letto veneziano  per  comprare,  acquistare  ecc.  come  cattar 
lode  per  acquistar  lode  etc. 
T.  Ut  LA  LiTSANZA.  Tutlavìa  il  popolo  uniscc  l'articolo  al  nome  ed 
al  verbo  sì  che  ne  fa  una  parola  sola,  V.  nota  a  pag.  5o.  v.  6. 
T.  l4«  SEMPiCE  e  senpice,  idiotismo  per  semplice. 
T.  18.  POSSA  per  poscia  ;  e  così  sempre»  Nelli  statuti  dell' Op.  di  s. 
Jacopo  del  i3i3.  si  adopra  ugualmente. 
Pag,  6.  V.  24.  FiDELiTADE.  Qui  non  si  parla  della  fidelitade  politica  di  cui  è 
spesso  fatta  menzione  nei  capitoli  di  Carlo  Calvo  ,  ma  della 
fidelitade  nel  mantenere  il  segreto.  L'originale  latino  dice 
,,  et  si  contigerit  fìdelitatem  mendacio  redimere  non  men- 
tierls,  sed  potius  excusaberis,  quod  ubi  honesta  causa  est  ju- 
stus  secreta  non  prodit  ,,.  Nel  codice  manca  la  parola  escu- 
sato, càio  l'ho  supplita  dal  testo  latino;  e  si  vede  dallo 
spazio  rimastovi  che  fu  rasata  da  qualcuno,  che  non  ammet- 
tea  il  dire  bugìa  per  conservare  il  segreto  confidato. 
Ivi.  Ca-SCOke,  rascone  è  scritto  nel  cod.  per  cascione,  rascione;  ho 
supplito  la  i  corsiva.  Dissi  già  che  il  volgo  scrivea  la  lettera 
e  secondo  il  suono  del  nome  di  essa  chiamata  ci  o  ce,  senza 
aggiungere  la  i. 
T.  28.  Secreto  riposo,  cioè,  sì  a  lui  è  riposo  segreto  ,  e  poco  so- 
pra: la  sacrata  cosa  invece  di  secreta  o  per  iscambio  del' 
l'è  in  a,  o  da  sacratura,  sacramentura  per  cosa  giurata, cioh 
sagrata» 

Nel  testo  se  li  è,  cioè  sì  gli  è. 
v.  3o.  EO  per  io  da  ego, 

v.  32,  TUO  per  tue;  collo  scambio  dell'e  in  o. 
Pag.  7.  V.  2.  CHE  fughe;  che  tu  fugga,  o  che  tu  fughi  da  fugare;  trovasi  in 
questo  cod.  diche  per  dica,  sapie  per  sappia  etc. 
y.    g.  V  invece  di  o. 
V.  IO.  Senagha,  per  Senecha,  e  trovasi  anco  Senocha  per  lo  scam< 

bio  delle  vocali  a  e  o. 
V.  16.  di  lungi;  nell'orig.  lai.  corrisponde  a  diuturnus, 
V.  17.  isTU  trasposizione  in  vece  di  si,  o  di  se  tu. 
V.  28.  espeza  per  ispeza. 

V.  38.  Nel  cod.  è  scritto  tenza  ;  ma  1' origin.  latino  dice:  ,,  quia 
licentia  eorum  imprudentiam  nutrit  ,,.  Sembra  dunque  che 
tenza  sia  errore  del  copista  invece  di  licenza»  Tenza  signi- 
fica tenzone. 


)(   loi  )( 

V.  39-40.  e'  wok  siNE  AMENDA  LEG1ERME^TE;  cì  non  se  ne  amenda  fa- 
cilmente, lievemente;  tìraendare  invece  di  emendare. 
Fag.  8.  V.  8.  Udiato  per  odiato  ;  scamltio  frequentissimo  anche  presso  i  La- 
tini come  seri'os  per  servus  in  Plauto  ;  dal  quale  scambio  ne 
derivarono  tutte  le  terminazioni  in  o  de'  verbi  e  delle  voci 
terminanti  in  unt,  11,  us,  um.  (  V.  nota  pag.  4*  v.  7.) 

V.    9.  'ne  la.  nona.  Nel  cod.  in  luogo  di  nona  è  scritto  notissima  , 
ma  il  contesto  obbliga  a  sostituire  nona. 

y.  18.  Mostre  per  mostra  o  mostri. 

V.  21.  E  LE  INGIURE  COSÌ  RIE  NON    SOLAMENTE    IMPEDISCIE   LESSIUGCLARl 
PARTE  MA  TUCTA  LA    PROVINCIA    GUASTA.    Orig.    lat.    ,,    injuriaC 

namque  et  contumeliae  tam  pessiraae  sunt  ut  non  solumcui- 
Jibet  singulariter  noceant ,  sed  et  regnum  propterea  destru- 
ctiouem  et  mutationem  patiatur.  1  verbi  singolari  ìmpedìscie 
e  guasta  sono  retti  dal  nome  plurale  le  ingiure  ;  solito  idio- 
tismo antico  male  a  proposito  corretto  nelle  edizioni  a  stam- 
pa da  alcuni  eruditi. 
Parte  per  parti. 

Lessins^itlari,  Nella  pronunzia  antica  e  nei  codici  si  rad- 
doppia la  consonante  che  succede  alla  vocale  ultima  della 
prima  parola  nelle  voci  composte  ,  od  unite  ,  specialmente 
quando  la  prima  è  troncata_,  come  sossopra  invece  di  sottoso- 
pra, vossignoria  per  vostra  signoria,  e  quando  la  preposizione 
è  unita  al  verbo,  come  apprezzare  assolvere  dai  verbi  latini 
adpretiari ,  absolfeie,  od  anche  exsoli^eve.  Lo  stesso  accadea 
pure  quando  per  la  pronunzia  l'articolo  si  pronunziava  e  scri- 
veasi  unito  al  nome,  come  lessingitlari  per  le  singolari.  Pres- 
so i  latini  questi  raddoppiamenti  erano  comunissimi  ,  e  lo 
sono  tuttavia  nella  lingua  italiana  nei  verbi  latini  di  questa 
classe  che  vi  rimangono;  come  corrompere,  assopire^  affer- 
mare, apparare  ec. 
Pag.  8  V.  29.  STROPPIANO.  Orig.  lat.  „  si  possunt  non  propulsane  ,,  Qui 
stroppiare  vale  impedire. 

V.  3i.  ALTRE  per  altri. 

V.  82.  èn  per  ène,  che  i  contadini  pistojesi  dicono  tuttavia  per  è. 

V.  35.  rciDiciMA  da  undici  per  undecima, 

V.  37.  s'eli  per  se  egli. 

V.  38.  PER  LE  scHiERKE  DI  LUI  FARE,  cioè  per  le  schìeme  fare  di  lui. 
ivi.  Piuo  per  piue. 

V.  4<^'  Argollio,  per  orgoglio  ;  cioè  secondo  l'orgoglio  dell'amore 
proprio  si  scema  l'amore  verso  l'altro  amico. 
Pag,  9.  V.  7.  u'  È  ... .  uv'  È  ,•  di  qui  è  manifesto  che  u  sia  troncamento  di 
uve,  ove,  dal  latino  ubi  ;  e  per  ciò  vi  posi  l'apostrofo  u\ 

V.  IO.  Da  dio  e  da  le  genti,  da  per  de,  e  per  di  ;  consoliti  scambi. 

V.  II.  diche  per  dica. 

V.  16-17.  Qui  l'autore  vuol  dire  che  egli  non  dà  tutti  questi  avver- 
timenti  al  suo  figliuolo  perchè  suppongalo  peccatore  in  tutti 
i  vizj  che  gli  insegna  fuggire  ed  emendare;  ma  soltanto  per 


)(   '02   )( 
ammaestramento;  giacché  soggiunge,  non  è  da  credere  che 
noi  possiamo  fare  tutte  le  cose  che  sono  contra  li  buoni  co- 
stumi. 

Y.  21.  DFi  per  dee  o  deve,  o  debbe. 

V.  34.  ASSEMPRi ,  noto  arcaismo  per  esempii  da  exemplum  cangiate 
le  lettere  e  in  a,  e  la  /  nella  afllne  r  più  comoda  a  pronun- 
ziarsi dopo  la  p.  Questa  è  uua  conferma  del  detto  nella  nota 
del  V.  27.  alla  p.ig.  53.  intorno  alla  pronunzia  della  lettera  x 
cambiata  in  due  5?  ecc.  anche  dai  Ialini  ;  e  quindi  arrivata 
sino  a  noi  che  diciamo  esempio;  in  alcuni  dialetti  e^jempio; 
«55cmpro. 

T.  36.  Nel  cod.  è  scritto:  ,,  e  l'altro  ditioni  sel'amicho  tuo  che  non 
teme  che  si  faccia  neraicho.  dise  pelro  alfunso  per  li  amici 
ec  ,,.  E  manifesto  esservi  perturbamento  di  parole  ed  omis- 
sione per  colpa  del  copista.  Nell'orig.  latino  si  legge  :  ,,  sic 
habeas  amicum  ut  non  timeas  illuni  fieri  inimicum,  et  petrus 
Alfuusus  dixit  propter  amicos  non  proba tos  provide  tibi  se- 
mel de  inimicis,  et  milies  de  amicis  ;  quia  forsau  amicus 
quondam  fiet  inimicus,  et  sic  levius  poterit  perquireredam- 
num  tuum,,.Ho  restituito  questo  luogo  guasto  attenendomi 
alla  parole  dell'  originale  latino. 

C  A  P.  III. 

Pag.  IO.  V.  12.  Alegersi  per  eleggersi  più  analogamente  al  latino  eligere. 
Alegersi  risponde  ad  eligere  sibi. 

T.  i5.  nel  codice  è  alwe;  può  stare  per  altr/  o  per  altr'  e',  cioè  altri 
ei  debbia  ec. 

V.  17.  Nel  codice  sta:  provato  e  serto  (se  pur  non  è  abbrev.  di  se- 
creto). L'orig.  lat.  dice  secreto  e  così  ho  sostituito  guidato 
anche  dal  senso. 

V.  33.  TAi  per  tali. 

V,  36-7.  coGNosci.  ..cognosciuto  così  tuttavia  si  pronunzia  nel  con- 
tado pistoiese  analogamente  al  latino  cognoscere. 

V,  ^o.^eì  codice:  isiu  pai  le  chol  a^io  maclia.  Corressi  come  sta 
nella  stampa  secondo  il  testo  lat.  „  tJtrum  sapienti  an  in- 
sipienti loquaris. 
Pag*  l(.  V.  4*  CHI  DICE  AL  MACTo  SAVERE  ec.  Orig.  lat,  y,  cum  dormiente  lo- 
quitur  qui  narrat  stuUo  sapieutiara.  „  savere  dunque  sta  per 
lo  sapere  per  la  sapienza, 

V.    7«  TJSANTHA  per  usanza;  ved.  il  detto  nella  nota  di  pag.  3.  v.  i\* 

T.  IO.  Mal^asio  invece  di  malvagio,  o  malvaggio  ;  voce  rimasta 
nel  dialetto  veneziano;  ma  in  quel  tempo  si  vede  che  la 
lettera  g  pronunziavasi  per  e  dolce  anche  in  Toscana,  co- 
me si  può  dedurre  parimente  dal  trovare  scritto  rascione 
e  rascone  per  ragione  ec.  che  pare  dovesse  avere  un  suono  di 
s  mescolato  colla  e,  ossia  s  strascicata  quasi  nel  modo  che  si 
pronunzia  dai  fiorentini  la  g  seguendo  la  e  o  la  i  come  5gen- 


)(  io3  X 

le,  ca^^ione;  .ili' opposto  de' romani,  ed  altri  clie  raddop- 
piano la  g,  e  nel  principio  e  nel  mezzo  delle  parole  la  bat- 
tono forte  pronunziando  aggente,  caggione  ecc. 
Vcd.  il  detto  nella  nota  a  pag.  4.  V.  4^ 
Pag.  II.  V.  ia-i3.  L'uomo  ch'À  thoppo  paraule  ecc.  ,,  perilioso  abita  il 
linghoso  ne  la  sua  cittade  ecc.  Nel  Cod.  è  scritto  perilioso 
albita  'l  linghoso  ,,  forse  debbe  leggersi  alberga»  INell'Orig. 
iat.  *'  terribilis  est  in  clvitate  sua  homo  linguosus  ,,.  Queste 
poche  parole  sono  così  espresse  nel  cod.  Riccard.  n.^  1737. 
„  Che  disse  lo  poeta  l'uomo  imparaulato  non  sera  amato  iu 
terra,  e  gesù  sirac  disse:  l'uomo  troppo  linguto  grande  co- 
sa est,  le  brige  non  sono  per  lui  in  de  la  citade  perchè  quelli 
che  follemente  favellano  si  è  che  siano  odiati  ,,. 

Nella  edizione  del  1610;  "  che  il  profeta  dice:  l'uomo 
imparolato  non  è  in  terra  amato;  e  Gesù  figliuolo  di  Sirac 
dice:  l'uomo  troppo  linguardo  grande  cosa  è,  le  molte  brighe 
non  sono  per  lui  nella  città  :  perocché  coloro  che  follemente 
parlano  n'  è  mestieri  che  sieno  odiati. 

Ivi  TERA  per  terra,  v.  nota  alle  pag.  3.  V.  i. 

V.  Il,  Malli  per  mali. 

V.  27,  credenze  cioè  segreti;  secretuin  quod /Idei  alterius  ereditar. 

GAP.  IV. 

Pag.  12.  V.  6.  SIA  vero;  sia  verità. 

V.  7.  OMANA  OTiLiTADE.  V.  nota  a  pag.  4.  V.  i3,  ed  a  pag.  8.  v.  8. 

v.  9.  SAVIO  DI  RAscioNE  cioè  il  dottore  di  legge  ,  oggi  detto  anche 
avvocato,  che  dà  i  cousigli,  ì  pareri  sulle  questioni  legali, 

V.  19.  Nel  testo  latino  è  ,,  ex  alieno  incomodo  suum  augere  corno- 
dura  et  maxime  de  exiguitate  mendici  ,,.  Forse  il  tradut- 
tore Soffredi  lesse  nel  suo  cod.  comodo  in<7ece  di  incomodo, 

T.  21.  Crudelitadi,  nell'Originale  Iat,  Magliabechiano  da  me  ve- 
duto leggesi  credulilas;  onde  preferisco  la  lezione  del  cod. 
pistojese  che  ha  crudelitadi,  perchè  tjoffredi  avrà  letto  cru- 
delitas^  o  crudelitates.  Nella  edizione  del  1610  questo  capi- 
tolo è  mutilato  ,  e  molto  parafrasato  nella  parte  che  ne 
rimane. 

V.  23.  PREiTi.  Di  qui  può  rendersi  ragione  perchè  da'  Latini,  ed  an- 
che nella  lingua  volgare  antica  si  scambiassero  tanto  facil- 
mente le  due  lettere  «  ed  e,  e  tuttavia  in  molti  vocaboli  e  ver- 
bi si  conservi  questo  scambio  nella  pronunzia  e  nella  scrit- 
tura. Dice  Quintiliano  che  la  lettera  e  non  era  nella  pronun- 
zia né  bene  e_,  né  bene  i,  donde  ne  nacque  che  si  scrivessero 
le  medesime  parole  talvolta  per  ei  ,  tal' altra  per  ? ,  o  per  e, 
come  omnes  ed  oraneis,  omiie  ed  omn^  ecc.  in  latino;  e  prete 
e  preite  iu  volgare;  nella  stessa  maniera  che  presso  i  Greci 
le  lettere  y  ed  /,  o  m  ed  ;  si  scambiano  pel  suono  misto  della 
Df  e  della  /  j  cioè  di  quella,  tra  la  j;  e  1'^  (upsilon  ed  iota); 

9 


)(  M  )( 

di  questa,  tra  1'  5  e  la  ;  (  epsilon  ed  iota  ).  Il  popolo  fioren- 
tino, specialmente  delle  campagne  ,  conserva  sempre  nella 
pronunzia  in  molte  voci  questo  suono  misto,  come  nella  pa- 
rola prete,  sì  che  odasi  il  suono  della  e,  e  della  «  alquanto  con- 
fuso ;  come  pure  in  altre  voci  segue  lo  stesso  d'altre  vocali. 
Kelli  Statuti  deirOp.  di  s.  lac.  del  i3i3  è  scritto  costante- 
mente preitì  per  /^/'ea",  quantunque  oggi  in  Pistoja  non  oda- 
si più  nella  pronunzia.  Da  questa  ed  altre  voci  si  può  con- 
fermare che  in  antico  le  pronunzie,  come  le  parole,  fossero 
meno  circoscritte. 
Pag.  la.  V»  27.  Tutto  questo  pezzo,  nel  quale  sì  condanna  l'abuso  fatto  dai 
oberici  del  ministero  loro,  manca  nell'  ediz.  a  stampa  del 
l6lo,  e  per  conseguenza  nelle  ristampe.  Degli  abusi  enormi 
commessi  dal  Clero  in  quel  tempo  può  leggersi  ciò  che  ne 
scrisse  il  Vescovo  Isconense  Jacopo  da  Vitriaco  nell'ope- 
ra intitolata  De  rebus  et  stani  Terrae  Orientalium  ,  nei 
capp.  66-67. 

V.  28,  PARLANO  PER  LA.  PROPRIA.  UTiLiTADE  cc.  INell'Orìg.  lat.  è  „  prin- 
cipaliter  dicunt  prò  humano  comodo  et  prò  bonis  praeben- 
dis,  et  secundario  prò  servicio;  quod  facere  non  debent.  ,, 
Anche  qui  prò  humano  comodo  è  tradotto  per  Vumana  uti- 
litade;  dal  che  vien  confermata  l'osservazione  che  ho  fatta 
di  sopra  al  v.  19. 

V#  39.  DEI  per  dee  o  deve. 

C  A  P.  V. 

Pag.  i3.  V.  8.  SE  'bria  ;  si  oblia. 

V.  II.  AVA.CHARE  per  allacciare,  affrettare. 

V»  16.  LO  NON  TUCTo  SAVIO  FACTO  ecc.  Orìg.  lat.  ,,  indocta  actìo  lau- 
dera  tamen  consequitur  si  optime  proferatur ,,.  Ma  qui  actio 
è  in  senso  oratorio,  e  perciò  fu  male  spiegata  -^^er  fatto, 
vr.  19-20.  AMENDARE  ....  iNFiATE  ALEVATE  j  Soliti  scambj  dell'  a  per  e  , 
della  ì  per  e.  Nell'Orig.  latino  i^el  alienata  et  in  Jaucihus 
fendentia»  Tutta  questa  descrizione  della  prononziazione  e 
dell'azione  oratoria  è  una  parafrasi  dello  stesso  argomento 
nel  libro  della  Rettorica  ad  Erennio,  e  ùeW  Oratore  di  Ci- 
cerone. Eccone  le  parole  del  libro  de  Oratore  ,,  Sed  etiam 
lingua,  et  spiritus,  et  vocis  sonus  est  ipse  moderandus;  nolo 
exprimi  literas  putidius ,  nolo  obscurari  negligenter  ,  nolo 
Verba  exiliter  exanimata  exire,  noloinflata,  et  quasi  anhelata 
gravius.  E  dunque  manifesto  che  invece  di  a  Iettate,  e  di  a- 
lienata  debba  leggersi  alenate  ed  anhelata.  Wel  pistojese  il 
popolo  dice  allenato  per  anelante. 

V.  23.  voLOGALE.  Neil'  Oiig.  latino  nec  supinus  i^ultus.  Debbe  leg- 
gersi inoliale  come  corporale,  cervigale,  gambale,  pedale  di- 
consi  le  parti  del  corpo  appartenenti  alla  cervice,  alla  gam- 
ba, al  piede,  così  uoltale  quella  parte  del  corpo  che  appartie- 
ne al  volto  poteva  esser  detta. 


)(  '05  )( 

Fag.  i3,  V.  3o.  DIE  per  di'  invece  di  dicìf  prolungamento  del  tronco  mono- 
sillabo di',  come  fa*  da  fae,  e  fai  Y^er  face  ò.Sifacìs,facit  e  da 
fuc  troncamento  di  face  anche  in  latino. 
Pag.  14.  V.  5.  LO  TRo' biasmare;  sincope  o  troncamento  di  troppo. 
Ivi  ALTRE  per  altri. 
V.  12.  MAMA.  Nel  codice  ò  scritto  /n«/a,onde  è  incerto  se  debba  leg- 
gersi nianìuyOmuctia.  Ho  preferito  mania,  perchè  la  seconda 
voce  avrebbe  l'abbrevazioiie  di  due  lettere  ;  nel  codice  ordi- 
nariamente quel  segno  indica  mancanza  d'una  sola.  Vero  è 
che  neirOrig.  latino  è  ,,  stultitia  magis  speranda  est  quam 
illius  correctio  ^.,.]\Ia  la  traduzione  non  è  sempre  esatta  nel- 
la corrispondenza. 
v.  26-27.  voLACE  ....  I  NON  CONTI  ecc.  L'Ofìg.  lat.  dice:  _,,  vidisti 
hominem  velocem  in  omni  opere  suo.  Coram  regibus  stabit , 
nec  erit  inter  ignobilem  „.  Secondo  queste  parole  ho  emen- 
dato il  testo  del  codice  che  sta  così:  , ,  vedesti  Tuomn  volace 
in  tucte  sue  opere  de'  nanzi  da  die  strae,  e  non  serae  intra 
noi  conti  „. 

I non  conti  cioè  in  non  molto  nobili;  nominansi  i  conti 
per  antonomasia  e  intendesi  de'  più  nobili. 

Nella  stampa  il  punto  interrogativo  è  dopo  uolace.  Io 
non  so  se  uolace  debbasi  intendere  per  l'eloce;  o  sia  piutto- 
sto errore  del  copista  invece  di  ueloce,  Nella  edizione  del 
1610  è  frettoloso  ;  ma  il  punto  interrogativo  debbe  stare 
piuttosto  dopo  opere» 
v.  37-38.  sosTRATE.  Nel  Codicc  è  così,  ma  nell'Orig,  lat.  et  Socrates, 
Pag.  i5.  V.  3.  FAO  per  favo;  tolta  la  ietterà  p-  abominata  dai  fiorentini. 

Anche  questo  capitolo  nella  edizione  del  i6io  è  molto  pa- 
rafrasato. 

GAP.  VI. 

In  questo  capitolo  nella  edizione  del   1610  manca  tutto 
quello  che  spetta  alle  sette  parti  dell'  ambasciata,  ed  all'e- 
sempio preso  dall'ambasciata  dell' Arcangelo  Gabriello  alla 
B.  V.  Maria. 
Piig.  i6.  V.  27.  IN  PROVANO  di  sancto  Aiuolo. 

Nel  Cod.  leggesi  in  protrano:  dopo  molta  difficoltà  si  per  la 
lettura,  sì  pel  significato  di  questa  parola,  sono  venuto  nell'o- 
pinione che  protrano  sia  lo  stesso  di  prebano,  trovandosi  spes- 
so scambiati  prò  e  pre  (i)  nei  codici,  non  meno  che  le  lettere 
b,  V.  Se  inoltre  osservisi  allo  scambio  comunissimo  delle 
lettere  r  ed  l,  avremo  plebano  per  prebanio,  o  PLebania  se- 
condo lo  scambio  più  volte  notato  dell' o  e  dell'  a,  dal  latino 
basso  Plebania  ora  Pievania.  Perlochè  ser  Soffredi  sarebbe 
stato  pistoiese  e  dimorante  nella  Plebania  o  nel  piviere  di 
Aiuolo,  che  tuttora  sussiste. 

(1)  Anche  nelli  Statuti  dell' Op.  di  s.  lac.  si  trova  /^robenda  invece  di 
p7*ebenda. 


NOTE 

al  volgarizzamento 
DEL    TRATTATO 

DEL   VERO   CONSILIO 

E 

DEL  CONSOL AMENTO 


CAPITOLO   L 

Pag.  {9.  V,  ^.  PER  MIA  SCIENZA.  Nel  Codice  è  solamente  per  mia;ho  supplito 
scienza  dall'Orlg.  latino, che  ha  prò  modulo  mene  scientìae, 

V.  12.  ANDOssi  A  TRASTULLARE.  Nel  cod.  Baigiacchi  anJoe  per  pren- 
der solacelo. 

V.  i3.  APUOSE  per  aposte  dal  latino  apponere,  t^ol^.  appore,  acco- 

■^  stare,  appoggiare.  Nel  contado  pistojese  dicono  sin  ad  ora 
poso  per  posto  ;  e  come  posto  è  sincope  di  posilo,  cosi  di  pO' 
sto  è  sincope  poso. 

V.  22.  Ovidio  uè  amore.  11  testo  latino:  recordata  de  inerbo  Ot^idiì 
de  remedio  amoris. 

V.  26.  impathe;  impaze.  V.  il  detto  alla  pag.  3.  v.  i4» 

Nel  cod.  Barf^.  ,,  stolto  perchè  ti  smaini  _,,  dal  greco 
è/ilJ  àlVOU.Cl  infuriarsi.  Cod.  Barg.  ,,  perchè  lo  vano  dolo- 
re ti  costringe  lo  tuo  pianto forhi  le  tue  lacrime  e 

guarda  quello  che  tu  fai: 

Ori  gin.  lai,  Stulte  quid  insanis,  quid  te  dolor  urget  ina- 
nis  ?  Acquirit  gemitus  premia  nulla  tuus. 
Pag,  20  V.    I.  guarra'  per  guarirà. 

V.    3.  CON  QUELLI  MEDESIMO  ANIMO,  invccc  di  con  qiielTo»  \ 

V.  II.  antri  V.  pag.  3.  v.  14. 

V.  i4«  PROPiA  COSA  È  DE  l'anIxMo  ecc.  Cod.  Barg.  ,,  propria  cosa  è 
del  animo  bene  ordinato  d'allegrarsi  de  le  buone  cose,  et  di 
di  dolersi  de  le  contrarie.  Prudentia  disse  e  rispuose;  vieta- 
to è  di  piangere,  e  di  molte  lacrime  ispavgere,  ma  dei  osser- 
vare lo  modo  trovato  da  Senecha.  Orig*  lau  Et  M.  Tullius 
dixit  :  proprium  est  animi  bene  constituti  et  laetari  bonis  re- 
bus et  dolere  contrariisj  plorare  autera  ac  lacrimas  multas 


)(  107  )( 

fondere  prohihitum  est.  Modus  vero  a  Senecha  iuventiis  est 
servandus  „.  Al  mio  codice  corrispoudono  le  surriferite  pa- 
role nel  cod.  Barg.  letteralmente  con  qualche  trasposizione. 
l*ag   20.  V.  18.  wo  DA  piahgeke:  cioè,  e  non  discorrano  da  piangere. 

V.  10.  RiPAKABE  l'  amicho.  "Nel  Codlce  non  può  leggersi  chiaramen- 
te; pare  che  dica  asiare  L'amicho  ;  neWOrig*  lettino  „  san- 
ctius  est  aniicum  re^arare,  quam  fiere  ,,. 

TV.    21-29.  LA  TRISTITIA  DI  QUESTO  SECOLO  DAL  ANIMO  TUO  AL  TUCTO   DI- 

SCHACCIA.  Cod.  Bavg.  „La  tristitìa  di  questo  secolo  al  postu- 
cto  dal  tuo  animo  caccia  „.  È  scritto  ripetutamente  Z^titia  , 
ma  sopra  le  lettere  t  ed  s  sembra  aggiunto  della  stessa  mano 
un  j,  sì  che  pare  debbasi  leggere  a'itizia.  In  più  luoghi  scris- 
si tristitia  perchè  poco  più  in  dietro  leggesi  iriUo  e  non  ti^ 
sto;  e  più  inavanti  contr/slare  ;  ma  ho  lasciato  lìstitia,du' 
Litando  ,  che  come  altre  parole,  così  questa  si  pronunziasse, 
e  si  scrivesse  talora  f/stizia  e  tristizia, 

T.  3i.  ciAscHUNo  PONDO.  Nel  mio  codice  dopo  c/a^cZ/f/zio  pare  scritto 
chancho,  ma  dovrà  leggersi  chavcho  o  charicho:  wgW  Ovig» 
lat.  è  slaL  rcctus  sub  quolibet  panciere*  INel  cod.  Barg.  stae 
dricto  sodo  ciascuno  pondo-,  dopo  aver  messo  nel  testo ;;ort- 
doy  e  già  stampato  il  foglio,  mi  avvidi  che  potea  leggersi  nel- 
la suddetta  maniera,  cioè  charcho, 
Piì^^..  21.  TV.  I-2.NON  PIANGERE  perchè  tuoabie  perduto  buono  fiUiuolo,  ma  ra- 
legrati  che  l'avesti  chotale  ,,.  Cod.  Barg.  non  piangere  che 
hai  lo  buono  figliuolo  perduto  ,  ma  allegrati  che  cotale 
V  attcsti. 

V.  3.  Per  maggior  chiarezza  riportole  parole  dell'Or/g.  Z«(.  ,,lNul- 
la  res  citius  ad  odium  venit  quam  dolor.  Recens  dolor  liben- 
ter  ad  se  consolationera  inducit  ;  inveteratus  vero  deridetur 
non  immerito:  aut  siraulatus  est  enini,aut  stultus.  Et  certe 
tristitiam  hujus  saeculi  repellere  debes,  quia  verum  est  quod 
beatus  Paulus  dixit  :  saeculi  autem  tristitia  mortera  opera- 
tur;  quae  secundum  Deum  est  tristitia,  poenitentia  est,salu- 
tem  stabilem  operatur,  et  ideo  a  te  nullo  modo  repellas,  sed 
potius  iilam  diu,  noctuque  studeas  habere. 

V.  7.  AT  per  ad. 

V.  12,  TrcTo  CIÒ  ch'ai  dicto  è  vero  e  utile  ecc.  Cod.  Barg,  „  Me- 
libeo  rispose  tucte  queste  cose  ch'ai  diete  sono  vere  e  utile  ; 
ma  pur  l'animo  mio  turbato  in  tanto  mi  caccia  che  non  so 
ch'io  mi  faccia.  Allora  Prudentia  disse:  rauna  li  provati  et 
li  fedeli  amici  e  li  parenti ,  e  da  loro  diligentemente  sopra 
queste  cose  Consilio  adimanda,  e  segondo  lo  loro  consiglio  ti 
regge  .  che  Salomone  disse:  tucte  le  cose  fa' con  consiglio  , 
e  non  tene  penterai. 

V.  34.  A  BUONA  E  SPIANA  SANTADE.  Orig.  lat.  ad  bonuìu  et  plenum  sa- 
nitalem.  Forse  il  traduttore  invece  di  plenum  lesse  planam, 
e  tradusse  spiana  cioè  spianata^  J^acile»  Il  vocab.  ha  spiano 
per  ispianata,  spianamento,  ma  non  spiano  aggettivo. 


)(  io8  )( 

Fag.  22.  V,  7,  I8PRESCIAND0  ;  nel  Coti,  dopo  //  amici  suoi  pare  scritto  sepre^ 
stando'^  ed  ho  sostituito  ispresciando,  cioè  ispregiando. 

L'  Orii^»  la  t.  dice  „  adversariorum  insuper  eoium  impo- 
tenliam  vilipendendo  ,  dii^itias  ucvbis  adnihiiando  ,,,  Le 
parole  segnate  che  mancano  nel  codice  le  ho  supplite  in  ca- 
rattere corsivo  dal  codice  Barg, 

V.  !»4'  QtJANViSDio  CHE  per  quantunque;  latinismo  come  eziandio  da 
etiamdeus,  nelle  quali  maniere  di  dire  par  che  sottintenda- 
si quamwis  Deus  uellety  etium  Deusjaxit  quod. 

V.  So.issE  DIO  invece  di  esso  Dio,  dal  latino  ipse  Deus*  Anche  Dan- 
te adopera  isso»  Nel  Cod.  e  disse  dio, 
P^g.  'j3.  t.  2.  AMuccHiARLA,  cloè  mandarla  a  monte,  a  mucchio,  far  monte, 
come  suol  dirsi. 

V.  7.  ANTRATA  per  entrata  col  solito  scambio  delle  lettere  a  ed  e. 
Nel  pistojese  il  primo  accesso  della  casa  dei  contadini  è  chia- 
mato Jntrone  cioè  l'ingresso;  per  entrone s evirata  ;  ed  en- 
troni,  introni  dicono  per  molto  addentro. 

V.  l3.  suo,  paragoge  di  su',  come  tuo  per  tu;  overo  sincope  di  suso, 
da  sursiim. 

V.  i5.  INeir  Otig.  latino  è  aggiunto  sollicitaque  cura,  e  per  ciò  ag- 
giunsi e  chon  solicila  cura. 
Ivi  TucTA  GHOTAi  CHOSE  per  tuctc  ccc.  come  ogna  per  o^ni  ed 
o^ne;  fructa,  mura  j)er  frutti,  muri  ecc. 

V.  18.  E  ANCOR  LUI  FUE  DicTo.  Nel  God.  „  e  ancor  lo  suo  dicto  ,,  nel- 
VOrig.  lat,  ,,  dicturaque  etiam  tuit  iUi  ,,.  Onde  attribuisco 
ad  errore  del  copista  lo  suo  dicto  invece  di  lui  fue  dicto, 

V-20.  la' u'kon  SE'uDiTo;qui  mancano  alcuni  periodi  deirOr%./«f. 

C  A  P.  11. 

Fag.  24*  V'  18.  CREDENZA,  tenere  credenza  qui  vale  tenere  il  segreto'^  segre- 
tezza, 
T.  20.  Nel  Cod.  è  scritto  chella  per  cella,  ossia  cela]  altrove  si  legge 
cheìave  per  celare. 

C  A  P.  HI. 

Pag.  24-25.  V.  33.  e  ses,,  perciochè  la  veritade  e  l'  utxlitade  delle  cose 
sempre  dapoghi  sain  si  cognosce  meglio,  che  dal  popolo  gri' 
datore;  perciochè  nel  ramare  del  popolo  non  à  neuna  cosa 
d'onestade  ,,.  Questa  verità  con  altre  che  al  tempo  di  Al- 
bertano  facea  conoscere  1'  esperienza  ,'  andò  poi  con  altre 
molte  in  dimenticanza;  ma  la  stessa  esperienza  a' di  no- 
stri r  ha  fatta  nuovamente  conoscere. 

Fag.  23.  V.  '>.o.  QUANVis  DIO  Vcd.  a  pag.  22.  v.  24. 
V.  89.  MAI  per  mali,  e  trovasi  anche  ma', 
v.  40-  TUO  per  tue. 

Fa-7,  26.  V.  4'  ^°^  VOLER  esser  vinto.  Nel  codice  è  scritto  non  i^oler  esser 
servito  f  errore  del  copista  nato  probabilmente  dalla  ripeti- 


X  109  X 

2Ìone  dell' ultima ^ sillaba  di  C5^er,  e  dall'abbreviazione  di 
Vito  per  vinto. 
Pag.  26.  V  ^.  JNel  Cod.  lùnci  la  malie  in  bene;  ma  è  da  credersi  come  il  pre- 
cedente uno  sbaglio  del  copista,  ed  ho  emendato  secondo  il 
passo  citato  di  S.  Paolo,  e  l'Orig»  lai»;  così  anche  il  codice 
Barg.  ma  l' ilici  /<)  /n-ilc  in  bene. 
V.    9.  A  QVEL  POPOLO.  Orig.  lat.  ^d  Thessalonicenses, 
V.  11.  TOLTiccii;  debbe  leggersi  .sZo/^ccà" ,  alquanto  stolti,  come 
nericcio,  malaticcio.  Forse  dlcesi  anche  da  slulliculus  stul- 
ticchio,   stoltuccio  ,  stolliccio  ecc.  ^e\V  Orig,  lat»  stultis 
viris. 

GAP.  IV. 

▼.  i3.  LA.LDE,  e  laida,  laude,  lode.  INel  cod»  Barg»  è  de  la  laude  de 
le  femine.  f.  di  la  laude  si  fece  per  contrazione  laide. 

V.  16.  MOLLI  per  mogli. 
Ivi  UDiARE  per  udire. 

V.  24.  GiuDiTA.  ]Nel  Codice  è  scritto  giudico, 

V,  26.  LOFERNo,  cioè  Olofemo.  Nel  Codice:  „  'ne  la  quale  dimora- 
va loferno,,  ed  invece  di  Giuditta  è  giudico, 'NeWOrig.  lat, 
,,  Judith  per  suum  bonum  consilium  liberavit  civitatem,  in 
qua  morabatur,  de  manibus  Holofernis  „  perciò  aggiunsi  de 
le  mani  di  hoferno,  e  corressi  Giuditta,  ^eìì'Orig,  lat,  se- 
guita ,,  simillime  et  Ester  Judeos  per  suum  bonum  consi- 
lium simul  cum  Mardocheo  in  regno  Asueri  regis  sublima- 
vit  ,,.  Questo  esempio  è  tralasciato  anche  nel  cod,  Barg, 

v.  27.  nel  Codice  „  de  l'ira  de  re,  e  da  tucti  quelli  che  volea  ucci- 
dere ,.  ma  ho  corretto  secondo  V  Orig.  lat. 

y.  3^.  FECiE  EBA.  Nel  codice  fede  ad  eba»  f.  fecie  lo  corpo  ad  eba. 
Orig,  lat,  ,,  fecit  evam  ,,.  Eba  pei  solito  scambio  delle  let- 
tere 6  e  f . 
Pag.  27.VV.  1-2,  MALA  VITA  così  nel  Coà,,va3t.xì.e\V Orig.  lat, Malum  adjuto- 
rium,  e  nel  cod,  Barg,  male  ajuto.  Onde  parmi  debba  cor- 
reggersi maV  aita.  Osservisi  il  noto  idiotismo  di  passare  dal 
nome  singolare  al  verbo  plurale^  perchè  nel  nome  si  consi- 
dera non  l'unità,  ma  la  pluralità  del  genere,  o  della  specie. 

V.    2.  LORO,  cioè  agli  uomini. 

V.  4*  ^^  TERZA  RASGioNE  ecc.  Nel  Codice  in  tutto  quest'  argomento 
è  alquanta  confusione;  onde  l'ho  riordinato  secondo  il  testo 
latino  che  dice:  „  Quid  melius  auro?  iaspis.  Quid  jaspide  ? 
sensus.  Quid  sensu?  mulier.  Quid  muliere?  nihil.  „  Anche 
nel  cod.  l3arg.  iaspis  è  tradotto  pietra  pretiosa, 

V.    8.  mei'  per  meio  abbreviazione  di  meglio. 

V.  12.  RETADi  per  reitadi  o  reitade,  scambiata  1'  e  in  i;  ncW  Orig, 
lat.  „  ita  nihil  est  crudelius  infesta  muliere  „^  forse  il  trad, 
scrisse  di  crudeltadi,  o  di  reitadi  ed  il  copista  ne  fece  retadi^ 

VV.  l4-l5.  SE  I.A  LI^CCA  DE  LA  FEMINA  È  CON    FRUGTO   ABIELA    IN   M^MG- 


)(   110  )( 

RIA..  ]\ell'Or/^«  lat,  „  Uxoris  lingua  si  frugi  est  ferre  me- 
mento ,,.  Nel  testo  a  stampa  ,,  sieti  in  memoria  di  sostener 
la  lingua  della  tua  moglie  s' ella  è  utile. 
P«g.  27.  V.  23.  sawta'  per  sanità. 

Ivi  FACTO  nel  Cod.  è  scritto /«fo,  ma  il  senso  mostra  che  debbe 
leggersi /tì  ciò. 

V.  25.  FAo  per  favo. 

V.  26.  Nel  Codice  si  legge  :  „  per  li  tuoi  beni,  e  per  le  tue  parole, 
e  ancora  per  la  potenza  tua  ,,  ma  ho  corretto  secondo  l'ori- 
ginale latino  che  dice*,  per  tua  namqne  bona,  et  dnlcia  vev 
ha  et  per  experientìam  praecedenteni  cognoi^i  prudentem  et 
fideletn  nàhi,  atqiie  discretam  ,,. 

V.  3 1.  Nel  Codice  ,,  conviene  che  tuo  abie  prodenzada  ch'i'òete,,. 
NeirOr/;i^.  lai,  ,,  Melibeus  respondit  certe  liabeo  pruden- 
tiam  ex  quo  liabeo  te  ipsam  ,,  ;  donde  ho  supplito  nel  testo 
le  parole  che  sono  in  corsivo. 

C  A  P.  VI. 

Pag.  a8.  v.  6.  RASciONi  per  rascione;  come  cavaliere  e  cavalieri,  ragioneri 
ecc.  solito  scambio  delle  lettere  /  ed  e. 

Li'Orig,  latino  ha:  ,,  species  autem  prudentiae  sunt  sex  : 
ratioj  intellectus,  providentia,  circumspectio,  cautio,  doci- 
litas  ,,.  Nel  cod.  Barg.  è  tradotto  così  ;  ragione, intelletto, 
prowedentiafCÌrcumspessione,causioney  et  insegnamento  ; 
nelle  quali  parole  si  vede  la  preferenza  data  alle  voci  latine 
soprale  volgari  ;  ed  in  questo  modo  a  poco  a  poco  si  latinizò 
la  lingua  volgare,  e  andarono  in  dimenticanza  le  parole  del 
popolo  ,  nella  lingua  di  cui  intendimento  rispondea  ad  in- 
tellecto;  guardamento  a  circospezione  ;  maliscaltrimento  a 
cauzione;  maestramento  a  insegnamento, 

C  A  P.  Vili. 

Pag.  29.  V.  4»  E  'il  SAVERE  DEL  BUONO  MAESTRO,  cìoè  dal  buono  ecc. 

v,  5.  DISSE  invece  di  dissi  pel  solito  scambio  tuttora  in  uso  in  Fi- 
renze, come  io  dicesse,  avesse  per  dicessi  ecc. 

V.  17.  CHE  liLA  PRODENZA,  raddoppiasi  la  lettera  /  per  la  ragione  che 
torna  più  comodo  alla  pronunzia,  come  della  per  de  la,  col- 
la per  co'  la  ecc. 

GAP.  IX. 

T.  24.  Da  queste  parole  è  manifesto  che  il  trattato  dell'Amore  e 
della  dilezione  di  Dio  e  del  prossimo  e  della  forma  dell'one- 
sta vita  è  antecedente  a  questo  del  Consolaraento,  e  del  con- 
siglio. 

V.  2j.  Rà^NGOLA  risponde  a  cura  dell'orig.  latino. 


.  )(  III  )( 

Pag.  39.  vv.  2g-3o.  Nel  Cod.  è  scritto:  ,,  possa  che  tuo  sappia  la  chosa  per 
l'arte,  adoperarla  che  studio,  e  sichome  lo  studio  ajuta  lo'  nge- 
gno,  chosì  la  mano  aiunto  l'uso  ,,.  Questo  periodo  alquanto 
coufuso,  l'ho  riordinato  secondo  rOrig.  lat,  che  dice:  dixit 
enim  Cato:  ,,  exercere  studium,  quamvis  perceperis  artem  : 
ut  cura  iugenium,  sic  et  manus  adjuvat  usura  ,,. 
Ivi.  RANGOLA  per  cura. 
Pag.  3o.  ▼.  I.  CHOME  l'opera.  Nel  Cod.  è  scritto  chome  fora',  ma  credo  ab- 
biasi a  leggere  opera.  L'Orig.  lat. dice  exercitatio. 

V,  IO.  PiANEZA.  Orig.  lat.  ha  cum  humilitade  ,  et  mansuetudine* 
Pianezza  è  coutrapposto  di  altura;  e  metaforicamente  di  al- 
terigia, superbia;  onde  in  questo  luogo  sta  per /wa/^5«efMc?^■«e. 

V.  la.  RIE  rangole;  rie  cure.  Orig.  lat.  „  A  cunctis  malis  et  volu- 
ptatibus,  et  illecebris  alienus  „. 

V.  17.  PER  CHE  ciò,  è  metatesi  invece  di  perciò  che, 

V.  37.  RUMiCHARE;dal  latiuo  rumigare,  che  trovasi  in  Apuleio  per 
ruminare.  Nelcod.Barg.  e  nella  edizione  a  stampa  è  ruguma, 
Pag.  3i.  T.  1.  HUMANiTADB.  Nel  Cod.  è  humilitade;  ma  nell'Orig.  lat.  „  po- 
tius  est  divinitatis,  quam  humanitatis  ,,. 

v.  8.  MASTRiCARE  per  masticare. 

V.  17.  AFATiAMENTo;  nel  dialetto  pistojese  dicesi  affatiare  tfatia, 
uffatiamentOy  affatiato, 

V.  20.  soMiTADi  DI  BELEZE;di  sopi'a  è  somitade  di  èe/esa.  Neil' Orig. 
lat.  „  ac  tibi  diadema  decoris  parare  ,,.  Diadema  si  prende 
anche  per  corona  ;  e  la  corona  è  simbolo,  o  metafora  di  al- 
tezza, sommità,  cima  d'  onore,  di  gloria;  cumignolo  ,  apice 
ecc.  Osservando  infatti  le  corone  antiche  Imperiali,  e  Papa- 
li nelle  pitture  o  sculture  del  secolo  XIII  e  XIV  hanno  la 
figura  d'un  gran  berrettone  o  cono  elevato  sopra  la  corona  o 
diadema  che  ne  cinge  la  base  ,  e  circonda  la  testa  del  coro- 
nato. Tale  è  tuttavia  il  così  detto  triregno  del  Papa.  ^;^_, 
^yìULd  ^^  greco  è  fascia  o  redimiculum.  Il  conoche  si  inalza 
è  culmen  o  sommitade,  significante  l'altezza  della  dignità. 
Nelli  Stat.  deirOp.  di  S.  I.  si  trova  più  volte  sommità  per 
somma  numerica,  che  ora  dicesi  la  somma, 

V.  26.  BONTADi;  qui  corrisponde  a  bona  de'Latini,  e  beni  in  volgare. 
Nell'Orig.  lat.  „  quod  licet  valde  dìves  sim,  multa  de meis 
facultatibus  consumando  terapus  amisi  ,,. 

v.  3o.  Cod.  Né  non  posse,  forse  invece  di  possi,  ma  nel  testo  Orig. 
lat.  si  legge  „nec  in  prudentiae,  vel  aliis  virtutibus  studerà 
valeo  „  onde  ho  emendato  posso. 

V.  39.  la'  unque;  f.  debbe  leggersi  tutto  assieme  launque,  come  in 
latino  quocumque^illacumquefUbicumque^eA  in  italiano  c?o- 
vunque  etc.  Orig.  lat.  „  in  via  stultus  ambulans,  cum  stultus 
sit,  omnes  stultos  reputat. 
Pag.  32.  V.  3-4»  la'  u'  disprescioe  lo  mondo,  cioè  nel  libro  De  contemptu 
mundi.  Oltre  al  già  detto  sulla  pronunzia  di  sci  per  gì  an° 
che  ne*  codici  della  Lettera  del  boccaccio  al  priore  de' ss. 

10 


)(  11^  )( 

Apostoli  si  legge  trangu^ciatore  per  Irangugiatore;  ma  gli 
editori  T  hanno  mutato  in  trangug^zatore  per  la  solita  manìa 
di  ridurre  a  più  corretta  lezione, 

GAP.  XI. 

Pag.  32.  V.  23.  DEVUTO,  per  devoto. 

V.  24.  Cod.  DisTRECTo;  ma  neirOrig.  lat.  discretus. 

ivi.  Malescaltrito,  cioè  cauto,  Origin.  lat.  „  in  te  prudens;  in 
aliis  vero,  vel  in  alio  cautus;  in  examinando  Consilio  discre- 
tus; in  vitando  rigidus;  in  assumendo  docliis;  in  retiuendo 
constans;  in  mutando  levis  „.  Dal  significato  dato  di  sopra 
a  malescaltrimento  {cautioi)  e  qui  malescaltrito  risponden- 
do a  caM«M5,  è  manifesto  che  nell'edizione  a  stampa  sono 
stati  cambiati  i  significati  di  quasi  tutte  le  dette  parole,  e 
di  tutto  il  senso  di  questo  passo;  eccone  il  confronto: 


Nel  Codice  Pistojese 

Da  dio  de'  esser  devoto 

e  savio; 
in  te  medesmo  aveduto; 
in  altrui  malescaltrito; 
in  esaminar  lo  Consilio^ 

discreto; 
in  ischifarlo,  aspro; 
in  prenderlo,  savio; 
in  ritenerlo,  fermo; 

in  mutarlo  humile; 


Neil'  Edizione 
dei  esser  devoto 

et  savio  in  te  medesmo 

provido  in  altrui 

cauto  in  esaminar  lo 
Consilio 

discreto  in  ischivarlo 

rigido  in  pigliarlo 

dotto  e  costante  in  ri- 
tenerlo 

et  lieve  in  mutarlo 


Neil' Ori g.  Latino 

in  deo  .  .  .  devotus ,  et 
sapiens; 

in  te  ipso  prudens; 

in  aliis  .  .  .  cautus; 

in  exam.  cons.  discre- 
tus; 

in  vitando  rigidus; 

in  assumendo  doctus; 

in  retineiido  constans; 

in  mutando  levis. 


Da  questo  confronto  è  manifesto  che  nel  mio  Codice  le  pa- 
role volgari  sono  conformi  al  significato  delle  latine;  fuori 
dell'ultima  humile^  che  non  risponde  a  lei'is,  agile,  pronto; 
seppure  lieve  non  possa  prendersi  per  non  superbo,  non 
ostinato,  facile  a  mutar  consiglio;  l'umile  è  pronto  a  mu- 
tare il  consiglio.  Nella  edizione  sono  confuse  e  male  applica- 
te all'azione  del  verbo  secondo  la  mente  dell'autore;  ed  il  mio 
traduttore  malescaltrimento  fa  rispondere  a  caiitio,  male~ 
scaltrito  a  cautus;  ovechè  nella  stampa,  a  malescaltrimen- 
to di  sopra  è  contrapposta  caussione;  ma  qui  a  malescaltri- 
to si  contrappone  proi>ido.  L'edizione  corrisponde  al  cor/, 
^argf/acc^/.  Feci  questo  confronto  per  istabilire  il  signifi- 
cato di  quelle  antiche  voci  volgari  a  confronto  del  latino, 
affinchè  non  siano  confuse  nelle  citazioni. 

GAP.  Xll. 

Pag.  Sa.  V.  29.  E  NULLA  rimproverane;  nel  Cod.  e  nolìa  rimproi^erare,  ed  ho 
letto  (come  sta  nell'  edizione)  nulla  per  nolla,  e  rimprove- 
rane per  rimproverare.  Orig.  lat.  „  et  non  iraproperat. 


X  ii3  )( 

Vag.  33.  V.  9.  DRA.E,  per  darae,  come  strae,  stra,  per  starà, 
ivi.  Cod.  adimandcrac.  Lessi:  adimanderai,  e 

V.  12.  ud'  ELLi  per  linde  ecc.  Orig.  lat.  „  et  non  cognoscet  unde  ve- 
niet  illi  „.  Forse  cognoscevai  sta  per  cognoscerae  mutata 
la  e  in  i  secondo  il  solito;  ma  qui  fa  equivoco. 

V.  2  e.  SECONDO  CHE  DIO  DISSE:  mima  cosa  potete  fare  ,,.  Orig.  lat. 
Sine  me  nihil  potestis  facere;  per  ciò  debbe  supplirsi  senza 
me;  ma  si  può  sottintendere. 

NB,  per  supplire  all'  omissione  fatta  per  errore  di  stampa 
si  aggiunga  possiamo;  cioè  j,  neuna  chosa  possiamo  fare  ,,. 

V.  33.  Invece  di  da  la  sua  sostanza  com'è  nel  Codice,  nell'  Orig. 
lat.  è  ,,  quaeramus  ab  ilio  consilium  et  justitiam  ejiis  ,,.  11 
cod.  Barg.  ,,  primamente  adimandiamo  consiglio  da  lui  e 
da  la  sua  justitia  ,,  forse  leggevasi  quaeramus  ab  ilio  consi- 
lium età  justitia  (o  vero  a  substantia)  ejus.  Per  sostanza 
potrebbesi  intendere  il  figlio  di  lui.  Gesù  Cristo. 

CAP.  XIV. 

Pag.  3:^.  v.  II.  l'  ira  sia  di  cesso  da  noi;  cioè  cessi,  sia  discosto,  di  lun- 
gi. Cod.  Barg.  sia  l*  ira  da  lunga  da  te, 
V.  l'-j»  *KE  libro  ecc.  TieirOrigin.  lat.  ad  Vincentium  scripto.  E' 
dunque  anche  da  tali  parole  manifesto  che  quel  trattato  è 
anteriore  a  questo  del  Consolamento  ecc* 

CAP.  XV. 

Pag.  3.:.  V.  21.  NO  l' AVARiTiA  E  'l  DiiiEGTAMEifTO.  Orig.  lat.  „  ne  cupiditas 
vel  voluptas  ,,.  E'  da  osservarsi  che  il  mio  traduttore  spiega 
sempre  cupiditas  per  a\^arizia;e  i^oluptas  quasi  sempre  per 
volontà) ossìa,  per  po^H«Ja5, fuor  che  in  questo  capitolo,  dove 
traduce  dilettammto  e  liisuria.  Nel  Cod.  Bargiacchi  cupi- 
ditas è  spiegata  cupidità;  ma  voluptas  sempre  volontà.  Ad 
evitare  l'equivoco  ho  sostituito  voluttà  per  avvicinarmi  di 
più  alla  voce  del  traduttore,  e  dell' Origin.  lat.;  senza  ciò 
sarebbe  stato  meglio  dilettamento.  Nel  volgarizzamento 
svampato  dal  Giunti  l'anno  1610  (che  è  lo  stesso  di  quello 
del  cod.  Bargiacchi)  è  stampato  come  sta  nel  Cod.  volon- 
tà. L'Orig.  latino  distingue  costantemente  voluptas y  e  vo- 
luntas. 

v.  25.  DiLECT AMENTO,  e  la  voluttade  (nel  Cod.  volontade);  ma  qui 
ancora  è  meglio  leggere  la  voluttade, 

V.  27.  Cioè,  nel  libro  intitolato  della  vecchiezza. 

V.  3i.  Nel  Codice:  Sì  chome  i  nimici  malvascii  parlamenti  e  con- 
silii  fare.  Tutto  ciò  che  qui  dicesi  contro  la  voluttà  è  dal- 
l'Autore  preso  del  libro  de  Senectute  di  Cicerone,  dove  si 
legge:  „  Hinc  patriae  proditiones,  bine  rerum  publicarura 
eversiones,  hinc  cum  hostibus  clandestina  Consilia  j,  per  ciò 


)(  "4  X 

dovrebbe  correggersi  sì  cho  i  nimici  malwascii  parlamenti 
ecc. ma  ho  lasciato  stare  com'è,  perchè  quando  corre  un  sen- 
timento non  mi  proposi  di  far  sempre  le  correzioni  alle  in- 
fedeltà del  volgarizzamento  di  SofTredi,  od  a  quelle  delle 
citazioni  di  Albertano,  che  non  è  sempre  diligente  nel  ri- 
portare i  testi  che  cita,o  che  riferisce;  diversamente  dovreb- 
besi  quasi  rifare  il  volgarizzamento;  e  perciò  me  ne  pre- 
valgo principalmente  quando  la  necessità  lo  richiede  sia  per 
supplire  e  schiarire,  sia  per  emendare  il  testo  in  qualche 
difetto,  o  confusione. 
Pag.  34»  V*  34.  Adolterio  ed  av^olterio  sono  usati  nel  Codice. 

T.  35.  excitati  sono;  nel  Cod.  dopo  peccato  è  spazio  vuoto,  ed  ho 
supplito  excitati  sono  dall' Orlg.  latino:  „  stupra  vero,  et 
adulteria,  et  orane  malum  flagitium  nuUis  aliis  illecebris 
excitantur  nisi  voluptatis  ,,. 

T.  36  e  seg.  Conciò  sia  chosa  che  la  natura  ecc.  Cicerone:  „  cum- 
que  homini  sive  natura,  sive  quis  deus  nihil  mente  presta- 
bilius  dedisset,  huic  divino  muueri,  ac  dono  nihil  tam  esse 
inimicum,  quam  voluptatem  ,,. 
P^i  35.  V.  i5.  Saiacopo.  Cosi  tutta  via  si  pronunzia  in  Pistoja  ed  in  Fi- 
renze invece  di  santo  Iacopo. 

T.  25.  INVOLERE,  invece  à'  involare,  Orig.  lat.  „  quod  si  aliter  au- 
ferri  non  posset  ipsum  cor  evellendum  esset  ,,. 
Ivi.  SI  DEREBBE  per  SÌ  dciferchhe* 

V.  3i.  Ma'  per  wa/. 

V.  35.  Socideke;  dal  latino  succidere»  Orig.  lat.  „  et  igne  et  ferro 
succidendo  ,j» 

CAP.  XVI. 

Pag.  36.  V.  9.  Nel  Cod.  è  scritto  diliberai  per  dilibererai,  Non  so  se  sia 
per  sincope,  o  per  isbaglìo  del  copista, 

V.  12.  DIMORO  e  'nduscio;  nel  vocabolario  dimoro  è  sinonimo  d'in- 
dugio: ma  qui  sono  due  voci  distinte.  Dimoro  è  stanza,  sog- 
giorno, trattenimento  permanente,  e  tardanza  o  sospensio- 
ne lunga;  indugio  è  intrattenimento,  dilazione  non  troppo 
lunga. 

V»  16.  Nel  Cod.  in  chorta  cose,  Orig.  lat.  in  talihus\  onde  cor- 
ressi: in  certe  cose. 

CAP.  XVII. 

V.  39.  odierae.  Neil' Orig.  lat.  è  audiet ,  e  perciò  dovrebbe  tra- 
dursi udirae,  overo  odirae  pel  solito  scambio  deiro,e  del- 
l'm.  Forse  così' era  scritto,  ed  il  copista  scrisse  odierae. 
Ivi.  Nel  Cod.  t'  odierae  e  di  ricoprire.  Orig.  lat.  quin  defen- 
dat;  perciò  aggiunsi  e  in  luogo  di  ecc. 

Pag.  37.  VV.  4-5»  A-  *LEGERE CHE  NON  PREGARE.  Nel  Cod.  è  SCrittO 

pagare',  ma  l*Orig.  lat»  ha  non  rogare;  perciò  sostituii  pre- 
gare sospettando  che  sia  errore  del  copista. 
V.  i4«  LIEVEMENTE  per  facilmente. 


GAP.  XVIII. 

Pag.  37  y.  18.  rsiNGATORij  trovasi  in  questo  Codice  usinga  e  lusinga, 
usingatore,  e  lusingatore;  vocaboli  probabilmente  derivati 
da  usignuolo, od uscignuolOjO  lusignnolo.ed  anche  rusignuo- 
lo  per  iscambio  delle  lettere  /,  r,  uccelletto  che  molto  di- 
letta col  suo  cantare  le  orecchie,  e  perciò  lusinga  e  lusingare 
significano  quel  che  i  Latini  chiamarono  htandiiics  e  hlan- 
diri.  Usinga  o  Lusinga  e  derivati  loro  forse  vennero  anche 
da  Luscinia  nome  latino  dell'uccello  suddetto, 

Potrcbb'  anche  darsi  che  siccome  nell'antico  nostro  vol- 
gare si  dicea  usinga  e  lusinga,  osinga  e  losinga  (1),  così  pure 
nell'antichissimo  volgare  latino  si  dicesse  uscinia,e  lusci- 
nia, oscinia  e  loscinia  pel  solito  scambio  dell' o  e  della  7^, 
ovvero  da  occìncre  c&rìi^YCi  àonàe  oscinis ,  augello  d' augu- 
rio, oscìnuin  augurio,  probabilmente  dal  greco  ofl'fl"^  voce. 
Finalmente,  lasciando  a  parte  la  derivazione  di  usinga  o 
lusinga  ecc.  da  usignuolo,  potrebbe  venire  direttamente  da 
occinere,  e  se  ne  fece  come  oscinis,  oscinura,  così  oscinga, 
od  uscinga,  usinga;  ed  in  tal  caso  lusinga,  lusingatore  sareb- 
bero fatti  da  usinga  e  l'articolo  la  unito  col  nome  nel  modo 
che  dissi  e  mostrai  nelle  note  a  pag.  6.  v.  11.  e  pag.  5o.  v.  6. 

V.  26.  KiMnovi.  Wel  Cod.  manca,  e  l'ho  supplito  dall' Orig.  lat. 
che  dice  vemoueas. 

V.  29,  DiLiBERARE,  e  PROPENSARE.  Orìg.  lat.  „  Tertio  ut  de  consiliis 
intra  te  deliberes  et  perpenses  ,,;  propensare  equivale  a 
perpensare,  ossia  a  psrpendere  de'  Latini,  perchè  i  nostri 
antichi  barattavano  spesso  la  sillaba  per  nella  sillaba  prò 
come,  profilo f  per/ilo,  prospettiva,  e  perspettiva,  promutare 
e  permutare  ,  ecc.  onde  propensare  ,  o  perpensare  propria- 
mente non  significano /;e5a  re,  bilanciare  innanzi,  da  p/-o  e 
pendOf  ma  solo  pesare,  bilanciare.  Così  pensiero,  pensare 
non  equivalgono  propriamente  a  ccì^italio  ed  a  cogitare,  ma 
derivano  da  pensura  il  pesare,  o  da  ;>ert5//«/v, sincopato  pen- 
5are,  e  perpensare,  o  propensare  da /5er;;en*ar<?,  esaminare, 
pesare;  non  altro  essendo  il  pensare  che  bilanciare,  esami- 
nare le  idee  per  fare  il  giudizio.  In  senso  generale  per  altro 
propensare  può  significare  anche  premeditare,  perchè  chi 
medita,  esamina  e  pesa  nella  mente  la  cosa  meditala  prima 
di  parlare;  così  nel  cap.  xxviii  a  pag.  43.  v.  23,  a  ciò  che 
possa  mei' parlare  quello  di  ae  propensato  (esaminato,  pe- 
sato prima  _). 

CAP.  XIX. 

Pag.  38.  V.  4«  FiDELi.  Nel  Cod.  è  si  delli;  ma  nell'Orig.  lat,  „  amicis  ei  sa- 
pientibus,  ac  peritis  et  inventis  ^fidelibus. 

(l)  f^,  usingatori 3  ed  osingatori  a  pag.  og.  i^»  So. 


X  i'6  X 

Pag  38.  V.  12.  DiMORRAE  FERMO  per  dimorerac.  E' questa  una  conferma 
che  dimorare  e  dimoro  non  possono  essere  sinonimi  d' indu- 
giare e  d' indugio.  Neil' Orig.  lat.  ,,  nam  si  ea  permanent 
quac  dicuntur  dona  fortunae  ecc.  dove  il  cod.  Barf^.  traduce 
,,  et  se  quelli  dimorano  che  si  dicono  doni  di  ventura. 

V.  19.  UM  per  Uìif  per  lo  scambio  dell' «  in  m, 

V,  28.  RIA  isPERAKZA.  Nell'Orig,  lat.  ,,  ab  omni  spè  (specie)  mala. 
Il  traduttore  non  badando  all'abbreviatura,  invece  di  specie 
lesse  spe* 

V.  35.  Nel  Cod.  manca  la  prudenza,  V  ho  aggiunta  dall'  Orig.  lat. 
et  in  longo  tempore  pritdentia. 

V.  37.  CoNViSATioNE  per  conversazione.  Neil'  Orig.  lat.  ,,  pruden- 
„  tiores  semper  habiti  sunt,  qui  a  multorum  hominura  con- 
,,  versationibus  probantur  eruditi  ;  et  iterum  cum  multa 
,,  trahis  ab  antiquis,  meruisti  piacere  de  ipsis;  nam  senes 
,,  ipsi  in  consiliis  sapientiam  discunt. 

v.  39.  DisPRESCiA  V.  il  detto  nella  nota  a  pag.  4    v.  24. 

GAP.  XX. 

Pag.  39.  V.  22.  Nel  Cod.  tutto  questo  passo  è  confuso  e  mutilo.  Nell'Orig. 
lat.  sta  così:  ,,  via  stulti  recta  est  in  oculis  ejus:  sapiens  au- 
tem  audit  Consilia;  quare  idem  dixit."  si  contuderis  stu'ium 
in  pila  quasi  ptisanas  farris  desuper  pila,  non  auferetur  ab 
eo  stultitia. 

GAP.   XXI. 

V.  23.  coM  DEI,  cioè  come  dei, 

V.  3o.  osiwGATGRi  per  usingatori.  v.  nota  a  pag.  3^.  v.  18. 
Pag.  40.  V.  i3.  RETE.  Nel  Cod.  è  scritto  drictainente  dispande  invece  di 
rete  dispande  ;  è  manifesto  che  lesse  vede;  ho  restituito  re- 
te, L'Orig.  lat.  ha  „  rete  expandit  pedibus  ejus. 

V.  «6.  DE  PECCATORI.  Orig.  lat.  ,,  inuocentium  laqneus  est  „  ma  il 
traduttore  lesse  nocenùum.  f.  potè  esservi  stato  non  pecca- 
tori; ed  il  copista  tralasciò  la  negativa. 

V.  30.  Nel  Cod.  è  DiKGANNO  iuvece  di  dicano  per  dicano,  alla  ma- 
niera veneziana.  Orig.  lat.  ,,  multo  melius  est  de  quibusdam 
acerbos  inimicos  mereri,  quam  eos  araicos,  qui  dulces  vi- 
deantur;  illos  saepe  veruni  dicere:  hos  nuraquam,,.  Queste 
parole  sono  di  Cicerone  nel  libro  de  Amicitìa  :  scitum  est 
enim  illud  Catonis  multo  melius  etc. 

v.  21.  Nel  Cod.  è  scritto  lusinghei'ili  e  le  ingannei^ili  parole,  e 
poco  dipoi  le  parole  usingheuili;  dal  che  si  può  confermare 
che  la  lettera  l  di  lusinga,  e  lunsinghevili  sia  l'articolo  la  o 
/e  unito  al  nome,  sì  che  debbasi  scrivere  l'usinga,  1' usin- 
ghevili,e  le  ingannevili  parole,  in  corrispondenza  al  secon  • 
do  articolo /é?  ingannevili  ecc.  vedemmo  già  la  lusanza  per 
r  usanza  a  pag.  6.  v.  ti.  così  la  lusinga. 


)(ii7)( 

GAP.  XXII. 

Pag.  4i.  V.  7.  HO  '1  per  non  s^li,  troncamento  del  latino  illi. 
(vi.  Nel  Coti,  è  presso  ma  debhe  dire  preso. 
V.  9.  e  seguenti  ;  a  questo  periodo  risponde  colle  stesse  parole  il 
cod.  Bargiacchi  ,,  se  vedrà  tempo  non  si  sasierà  del  sangue 
tuo.  Pelro  Alfonso  disse,  a  li  niraici  tuoi  non  ti  accompa- 
gnare se  puoi  avere  altri  compagni. 


•9- 


GAP.  XXllI. 

,.  AMATO.  Kel  GolI.  è  scritto  ama;  forse  per  troncamento  di 
amatOjCd  allora  dovrebbe  scriversi  ama,  od  ama'.  Queste  pa- 
role sono  prese  da  Gicerone  nel  libro  degli  Ufizj. 

V.  25.  PARI  E  EGUALI.  Di  qui  è  manifesta  la  differenza  di  queste  due 
voci  cbe  comunemente  sono  usate  per  slnonime.  Pan  si  ri- 
ferisce alla  quaniità  discreta,  e  numerica;  eguale  alla  quan- 
tità continua  come  alla  grandezza  ecc. 

V.  28-9.  LCNTAHA,  cioè  di  lungo  tempo,  dal  latino  longum  Icmpus 
ed  i  Francesi  dicono  loug-temps. 

V.  29.  QUELLI  per  c/uello. 

GAP.  XXV. 

Ps^o  f,2.  V.  8.  mostra'.  Nel  Cod.  è  scritto  mostra,  ma  è  troncamento  di  ma- 
si'-are^  In  alcuni  dialetti  si  mantiene  dal  pcpolo  quest'  uso 
or  senza  accento,  come  mangia,  per  mangiare,  igieni  a  man- 
gia;or  con  accento  „ voglio  fa',  voglio  anda',,  per  fare,  an- 
dare; io  metto  un  apostrofo,  o  segno  di  aferesi,  piuttosto  che 
un  accento,  perchè  udendo  pronunziare  questi  troncamenti 
pare  più  sospensione  dell'altre  sìllabe, che  troncamento, co- 
me fa,  sa,  faròj  dirò,  ecc.  invece  di  fae,  sae  ecc. 

GAP.  XXVll. 

v.  16.  SUCCESSO L€KTANo;nel  Cod.  è  solcho,f.  per,,  sol  che  luntano.  Ileo- 
pista  tralasciò  la  parola  successo,  e  forse  debbe  leggersi  ,,  suc- 
cesso sol  che  luntano  ,,  luntano  sta  per  diuturno;  da  longum 
tempus.  NeU'Orìg.  lat.  „  non  enira  potest  cum  eis  successus 
diuturnus  haberi,qui  nimis  celeriter  sunt  mataritaiem  ade- 
pti ,,.  Forse  prendéno  è  invece  di  prenderò,  cioè  pijnderono; 
a  similede'Latiui,  che  dissero  amarunt.  amaveniot  ed  araa- 
vere;  così  prenderouo,  prendéno  o  prenderò,  scambiando  le 
due  lettere  affini  n  r. 
v,  18.  FAKGELLO  forse  per  sincope  di  fanticello,  ch'è  altra  abbrevia- 
zione d'infanticeilo,  come  fante  d'infante,  che  nasce  da  in 
negativo^  efans,  fantis  participio  àifor.faris  parlare,  si 

che  signiQchi  non  parlante  come  indocLus,  ìnsipiens  cioè 

non  dotto,  non  sapiente. 


)(  ii8  )( 

Ma  riguardo  a  fancello,  o  fanciullo,  parrai  poter  derivare 
anche  da  un'altra  etimologia,  cioè  dal  verbo  latino  ancil- 
lari,  e  mantenuta  l'aspirazione, /ancj7Zari;  d'onde  ancilla 
in  latino,  ed  ancella,  anelila,  e  fancilla  in  volgare,  ^ncillari 
od  anculuri  yolea.  dire  ministrare; fanicoLa,\ai  vergine  mi- 
nistra, e  diremmo  noi  la  sagrestana  del  tempio,  o  del  luogo 
sacro.  DI  qui  fancilla,  e  fanciulla  passarono  a  significare 
donna  non  maritata,  perchè  le  ancillae  erano  per  lo  più 
vergini;  e  ne' tempi  bassi  fanciulla  significò  anche  donna 
seruenle  addetta  a  qualche  ministero,  giovane,  o  vecchia  che 
fosse,  come  presso  i  contadini  il  gai  zone  equivale  al  puer 
de'  latini  non  in  senso  di  età  giovanile,  ma  di  servente  ;  e 
fanciulla,  o  fancilla  fu  detta  pure  la  garzone;  donde  proba- 
bilmente fancello,  e  fanciullo  si  disse  anche  un  giovinetto 
non  pel  ministero  (  che  allora  è  detto  fante,  garzone  )  ma 
per  indicarlo  non  ammogliato,  vergine,  e  perciò  anche  gio- 
vinetto (i). 

(i)Quì  gio^a  ripetere  l' osservazione  giàjatta  che  nella  lingua  vol- 
gare italiana  mantengonsi  non  solamente  molte  parole  degli  antichissi- 
mi linguaggi  e  dialetti  italici^  che  non  furono  ricevute  nella  eulta  lin- 
gua scritta,  ma  anche  in  molte  delle  voci  latine  rimaste  nel  popolo  con" 
servansi  colla  pronunzia  le  antichissime  etimologie,  che  V  uso  de'  lette- 
rati, e  de*  civili  parlatori  latini  avea  ricusate, od  al  più  ì  soli  gramma- 
tici, od  archeologi  le  conservarono  ne' loro  libri,  come  Festa,  Marcello, 
Nonio  ed  altri»  Alle  volte  le  stesse  voci  si  trovano  nel  culto  latino  ado- 
perate ora  mantenendo  l' etimologia ,  ora  tralasciandola;  p.  e»  si  dice 
ago  efacio]  actio  e  factio;  actum  e  factum]  factura  ecc.  ma  tutte  queste 
yocì  derivano  ugualmente  da  ago, e  nondimeno  alcune  in  principio  si 
:crivono  per  a,  altre  per  fa;  ossia,  alcune  senza  aspirazione,  altre  con 
espirazione;  la  ragione  di  questa  diversità  non  saprei  ripeterla,  se  non 
dal  capriccio,  direi,  dell'  orecchie  dei  popoli  italici  che  le  adoperaro- 
no in  tempi  antichissimi,  e  che  passate  nel  Lazio,  e  specialmente  in  Eo- 
ma  il  popolo  romano  (  il  giudizio  dell'  orecchie  di  cui  era  superbissi- 
mo, come  dice  Cicerone)  ne  ritenne  alcune  secondo  V  etimologia,  ne  va- 
riò idtr  e,  forse  per  distinguere  i  varii  significati  non  radicali,  ma  ac- 
cidentali. Questo  medesimo  capriccio  si  trova  nell'uso  delle  parole  de- 
rivate dai  greco;  come  da  050^  Deus,  Theogonia,Theologia,  quantun- 
que la  etimologia  sia  la  stessa;    così  da  ViOQ  fi^i^^^j  (^^  V61V  pluere  e 

jluere,  swbene  la  radice  di  filius,  pluere,fluere  sia  la  medesima. 

I  Latici  dissero  ancilla,  ancillari;  il  volgare  italiano  mantiene  an- 
cella ed  ar.cilla,  ed  inoltre  ha  J ancilla,  fanciulla,  fancello,  fanciullo, 
yon  dubito  che  da  queste  voci  volgari  ci  si  discuopra  V etimologia  delle 
latine  ancììia.  ed  anóììàvì  ed  anculiari,  cioè  come  derivate  da  fanicola, 
fanicolaviy  fancillari ,  poi  ancilla,  ancillari  ;  e  come  Poblicola  da  pa- 
puluniy  Agricola  da  agrum  colere,  così  fanicola  da  fanum  colere,  la 
donna  che  avea  cura  del  tempio  o  Fano;  donde  poi  fancolayfancula, 

fancu'-La,  fanciulla,  fancilla, f ancella  pe* soliti  scambii  delle  lettere  o  ed 


X  "9  )( 

Pag. 42.  V.  18.  1  co'rniNCiPi  por  /  cui  j)viiìci\>i. 
V.  20.  TUO  per  tue. 

V.  34*  DisTRECTo;  neirOrig.  lat. ,,  ila  (lel>e5  osse  (liscrtUis  ,,;  il  'ra- 
dultore  scmbi'a  avtr  letto  disiricLus. 

CAF.  XXVllI. 

Pag.  43.  V.     I.  INA  per  ine,  in. 

V.    4*  RIMUOVI  ;  noi  Codice  malica.  NsU'Orig.  lat.  ,,  pciiilus  rome- 

veas  ea  qiiae  supra  dixi  ,  ,> 
V.  11.  MALLI  p  r  mali. 
V.  16.  Nel  Co.l.  è:  ^^iccoLLo;  ma  dcljljesi  leggere  pericollo,  cioò 

pericolo. 
V.  23.  V.  il  tio'to  nella  nota  a  pag.  87.  v.   29.  Da  questo  lucgo  si 
vede  chiaro  il  senso  del  verbo  propensare  i>ev  esaminare  pe- 
sare ecc. 
Ivi  AE  per  hai  col  solito  scambio  delle  lettere  i  ed  e, 
V.  iiy.  LO  DIAVOLO  È  BuscTARDO  E  'l  sfTo  PADRE;  COSÌ  ancbe  ncJl' orig. 
lat.  ,,  Diabolus  est  niendax   et  pater  ejus  „  dove  par  che 
manchi  esL  mendacium.  JNell'eLÌiz.  a  stampa:  lo  diaiolo  e 
hus^inrdo,  e  padre  di  menzogna. 
Pag.  44'  v*  *7'  ^^^  P^'"  ('S'^i- 

V.  20.  DisoRTisciESi  da  disortire  per  dividere,  distribuire,  distin- 
guere in  pia  sorli.  Orig.  lat.  ,,  si  prudens  est  animus  tiuis 
tribus  dispensetur  lemporil)us:  praesentia  ordina,  praevids 
futura,  recordare  praeterita  ^,  dal  nome  latino  dissorlio  di- 
visione. 
V.  22,  CHE  per  c?ii. 

V.  24.  MAL  PROVEDUTO  parc  Cile  qui  stia  per  male  pi-ovidente  o  pre- 
ce^ u,  i  ed  e.  Perchè  i  latini  culli  lasciassero  V  aspirazione  f  in  funcilla 
e  fancillari,  mentre  scriueano  fanura_,  non  può  rendersene  altra  ragione 
che  la  detta  di  sopra  negli  esempj  di  actio  e  factio  ecc»  Mi  basta  d'  aver 
protrato  che  nella  lingua  i^olgare  si  mantengono  molte  etimologie^  che 
invano  si  cercherebbero  nella  lingua  latina  culta^  di  quelle  stesse  parO' 
le  che  usarono  pure  i  Latini»  Finalmente  non  tacerò  che  la  prima  parte 
della  voce  poblicola^  o  poplicola  abbreviatura  di  populicola,  cangiata  la 
p  nelV  ajfflne  b,  si  trova  in  uso  tuttavia  nella  così  detta  lingua  romana 
nell'  842,  leggendosi  poblo  per  populo,  tra  gli  altri  documenti,  nel  noto 
Giuramento  di  Lodovico  il  Pio  —  prò  divino  amore  et  prò  Christiana 
poblo  ecc.  La  lingua  così  delta  romana  o  romanza  era  V  adoperata  negli 
atti  curiali  non  solamente  in  Italia,  ma  in  Francia,  ed  in  Jlemagna, 
per  gli  atti  publici  ecclesiastici  e  civili  nei  secoli  Vili,  e  IX»  ed  era  pre- 
sa dalV  uso  della  Curia  romana  ecclesiastica,  e  manteneasi  nella  massi- 
ma parte  V  ortografia  latina  ,  sebbene  ogni  nazione  vi  mescolasse  parole 
della  propria  lingua,  per  lo  pili  inflesse  alla  maniera  romana,  e  lati- 
no'volgare  d' allora.  Anche  le  parole  publicus,  publicare,  ecc.  mostrano 
d  origine  antichissima  la  pronunzia  di  publas  o  poblus  invece  di  po- 
pulus. 

II 


)(    l^o  X 

videute.  Orig.  lat.  „  in  omnia  incautus  iucidit  ^^  Lo  stes- 
so che  male  ai^ueduto, 
Pag.  44*  V*  26.  ELLE  ;  e  le, 

QAP.  XXIX. 

Pag.  45.  V.  I.  PRENDE  per  prenda  o  prendi  col  solito  scambio  delle  lette- 
re a,  e,  I. 
V.    9.  GUARDASI  per  guardassi, 
V.  1 1.  esse'  per  essere. 
V.  i3.  ALEGERE  per  elegere, 

GAP.  XXX. 

V.  3i.  QUANDO,  supplito  dall' Orig.  lat» 

V.  36.  SERVEMi  per  serbami;  scambiata  Ve  in  a,  e  la  p»  in  6  secondo 
il  consueto.  Or/g^.  /af .  „  Constans  consili um  servabis,  non 
pertinaciter  ,,.  Il  traduttore  o  lesse  t/oliibiliter  contrappo- 
sto di  constans,  od  egli  mutò  la  lezione  traducendo  voluhit- 
mente;  nell'Orig»  lat.  si  distingue  constans  da  pertinax;  in 
fatti  altro  è  la  costanza,  ed  altro  la  pertinacia. 

GAP.  XXXI. 

Pag.  46.  V.  i4»  SI  CHELANo;  si  celano,  come  ce,  e  che,  checca,  e  cecco. 
V.  16.  MA  've  se  ;  ma  ove  se. 

V.  19»  soTHi  per  sozi,  Ved.  la  nota  a  pag.  3.  v.  l4« 
Ivi.  istipulament'e  non  sono.  Nel  Godice  è  scritto  isti  pula  mente 
forse  per  istipulamenti,  mutata  la  iine,o  debbe  leggersi 
come  sopra. 
Pag.  47*  V.  7-8.  AR1NGAMENT0  E  parlamento;  di  qui  è  manifesto  cbe  queste 
due  voci  non  son  sinonime.  La  prima  vuol  dire  propria- 
mente r  aringare  od  il  parlare  a  gente  assembrata  per  pub- 
blica ragioqe  ed  ia  pubblico;  e  deriva  da  aringiera  o  rin- 
ghiera, dalla  quale  gli  oratori  parlavano  al  popolo,  od  a 'ma- 
gistrati ;  nome  che  viene  da  un  vocabolo  gotico  ring  che 
significa  cerchio,  f.  dalla  figura  di  quel  pulpito,  dai  Romani 
detto  tribunal,  dai  Francesi  tribuna. 

Parlamento  più  propriamente  è  il  parlare  in  privato,  do- 
ve si  discutono  le  questioni,  ma  per  analogia  si  trova  usa- 
to talvolta  anche  per  aringamento. 
P^g.  47.  V.  8-  Proveduto  per  preveduto,  premeditato, 

GAP.  XXXI I. 

Pag   47»  V.  9.  AI  pre'mal  consiglio;  hai  preso  ecc. 
V.  12.  DEVE*  per  dei^esti» 

V.  14    MOLTITUpiSE  GRIDATRICE.  V.  notu  a  pag.   24-20.  VV.  33-1.  2.  3. 


)(  i^t  X 

Pag.  47.  V.  i5.  cuANDO  per  quando  come  cuore  e  qiiore. 

V.  17.  CHO^TI  cioè  i  nobili  ed  i  grandi.  V.  Nota  a  pag.  14.  vv.  aG-'j;. 

Ivi.  E  I  MALI  giovami;  nel  Cod.  manca  mali:  l'ho  rimesso  dall'Ori- 
ginale lat.  ,,malos  juvenes  et  stultos  „  ed  invece  vi  è  scrit- 
to ,,  A  conti  e  ama  li  giovani  e  mali  „  perchè  il  copiatore 
Lanfranco  delle  parole  e  mali  ne  fece  amali  A  conti,  cioè; 
e  conti  e  mali  ^io^ani,  e  matti  (stultos).  Conti  qui  sta  per 
nobili,  potenti' 

v.  19.  deve'  per  deuei,  dei'et'i,  detesti, 

V.  20.  CON  volontà'  Cod.  l'Olutià.  Orig.  lat.  „  voluptate  sui,  cupi- 
ditate  et  feslinantia  ,,. 
Pag.  48.  V.  5.  DiAULA  per  diabolica» 

CAP.  XXXllI. 

V.  12.  Nel  Cod.  è  disprescìamo,  e  nell'  Orig.  lat,  „  Singula  despi- 
ciumus;  lezione  che  indusse  il  traduttore  a  spiegare  disprc- 
sciamo;  invece  dovea  emendare  l'errore  nato  dallo  scam- 
bio della  i  in  e  fatto  in  questo  luogo  dal  copista  inopportu- 
namente, dovendo  leggersi  dispiciamus;  e  perciò  vi  ho  so- 
stituito isaminiamo. 

V.  14.  LoRA.  Nel  dialetto  Veneziano  è  declinalo  questo  pronome 
cosi;  loi'o  e  lori  mascolino;  lora,  e  loi'e  femininoj  come  lori 
sieri,  lora  mare. 

V.  22.  Voi',  per  i^oio,  t^oglio, 

V.  35.  DERO  per  diero  o  dierono. 

V.  17.  Rimunerare.  Nel  Cod.  per  errore  del  Copista  è  scritto  ri'' 
/wuraiv.  Neir Orig.  lat.  „  nihilo  minus  tamen  sunt  remu- 
nerandi.  ,,.  Cod.  Barg.  „  niente  meno  sono  da  essere  rimU" 
aerati. 

CAP.  XXXIV. 

Pag.  49.  V.  20.  CHE  per  chi. 

V.  25.  Ovidio.  Nel  Cod.  è  scritto  Ui^edio  per  Ovidio. 
Ivi.  Senno  è  a  temerllo.  Nel  Cod.  è  scritto  ,,  se  no  cha  te  mèl- 
lo  ,,;  neirOrig.  lat.  „  inimicum  quamvis  humilem  doctì 
est  metuere  ,,. 
V.  3o.  vede'  per  l'edere, 
Pag.  5o.  V.  3.  DiFici,  per  edificii. 

CAP.  XXXV. 

V.  6.  i  LiAMici.  Osservai  già  che  il  popolo  spesso  fa  tutt'  un  nome? 

coir  articolo.  V.  Nota  a  pag.  6.  v.  11. 
V.    8.  LE  RuiHA  per  le  ruine,  come  le  pera,  le  mura,  le  fila  ecc.  per 

le  pere,  i  muri,  i  fili  e  le  file  etc. 
V.     9.  PARARE  per  imparare,  L'Orig.  lat.  „  qui  vitat  discere  ,f. 


cv.K  XX  A  va. 

P.ig.^o  V.  ^n.  k  MOLTI  Moni  invece  di  r  in  molti  modi;  dal  latino  miiUi- 

iiiodiis.  Orig.  lat.  Mnnilio  muUiplex  est. 
Vi\'^   f)].  V.  4.  BALESTRA,  per  bdlesLve.  y  come  tetta,  mura.  Iella,  ecc.  Vedi 
nota  a  pag.  5o.  v.  8. 

V.  18    Asio  per  i/q/o. 

V.  '2'3..  SOLANO  per  soleano, 

V.  25  20.  deve'  per  devesti.  Orlg.  lat.  ,,  quare  illos  ad  tuum  con- 
silium  vocare  minime  debuisti  ,,. 

V.  3()   TUO  per  tua. 
Pag   52.  V.  I I-I2.  RiMAREBOREN  per  ìi nìareboreiio ,rimarehhorno ,rimavch' 
bono,  rimarrebbero;  della  formazione  di  queste  desinenze 
del  tempo  di  modo  soggiuntivo  darò  la  ragione  nella  Ori- 
gine della  lingua  italiana. 

V.  12.  TOEREBERO  pev  to^lìevebero. 

V.  i5.  Nel  Cod.  è  scritto  preso  per  presso. 

V,  'il.  Orìg.  lat.  „  licet  defensio  incontinenti  permittatur  quibus- 
dam,  si  fiat  cum  moderamine  inculpatae  tutelae,  ut  leges 
dicunt. 

V.  24.  Nel  Codice  pìstojese  manca  qui  la  rubrica  od  il  titolo  del 
cap.  che  nell' Orig.  lat.  dice:  „  Quot  modis  dicatur  quis 
posse  .,.  Nel  cod-  Barg.  ,,  In  quanti  modi  si  dica  potere  ,,. 
Così  anche  nell'ediz.del  1610.  Nel  Cod.  pistojese  è  lasciato 
lo  spazio  per  iscriverla,  ed  il  capitolo  incomincia  con  lette- 
ra grande  come  gli  altri,  lo  non  1'  ho  messa,  perchè  si  può 
riguardare  per  una  continuazione  del  precedente  capitolo. 

V.  28=  DRicTURA.  Orig.  lat.  „  posse  aequilatis  ;  il  potere  à'  ageui- 
lezza,  posse  comoditatis, 

V,  39  NEL  EXODo;  COSI  nell'Orig.  lat.  Nel  Cod.  è  scritto  al  diserto-^ 
emendai  secondo  il  testo  lat. 
Pag.  53.  V.  I.  viVERRAE  per  viverà  col  solito  allungamento  dell'e.  Nel  con- 
tado pistoiese  dicesi  tutta  via  sarrae,mangerrae,  beriaeecc. 

V.  8.  DEVERE  manca  nel  Cod.  ma  1'  ho  supplito  dal  testo  orig.  lat. 
,,  Alius  vero  posse  ponitur  in  legibus  idest  dehcre  ,,. 

v.  i3.  ATORiTA.  per  autorità;  au  cangiasi  in  o,  e  l'o  scambiasi  anche 
in  a  come  già  vedemmo  in  audire,  odire,  ^f/gusto,  ogosto, 
agosto  ;  come  «rgogiio  ed  orgoglio,  Sen<aca  e  Seneca,  tuo 
per  tua  etc.  (  V.  note  pag.  ^.  v.  io.  —  pag.  8.  v.  4o.  ) 

v.  21.  DI  ssE  per  dì  s(\  è  raddoppiata  la  5,  per  appoggiare  il  mono- 
sillabo precedente  nella  pronunzia  (  per  error  di  stampa  è 
rimasto  nel  testo  di  se  che  dovea  essere  nella  nota. 

V.  27.  VOLGALE  per  i^olgare  scambio  della  r  colla  /. 

Ivi  LO  RETE  per  lo  rege  come  loseppe,  Iseppe  per  Giuseppe,  Jano 
Giano,  majore,  magiore,  maio,  magio,  maggio  ecc.  anche 
nella  voce  reie  la  i  si  pronunzia  con  allungamento. 

La  lettera  i  accanto  di  una  vocale,  e  molto  più  tra  due,  si 
pronunzia  più  o  meno  allungata,  e  quasi  per  due;  lo  che  nel- 


)(  1^3  )( 

la  paleografìa  latina  è  accennato  con  fare  un  1  più  alto,  e 
nella  scrittura  moderna  col  /  detto  lungo;  il  quale  nelle  vo- 
ci latine  rimaste  nella  lingua  italiana  è  pronunziato  per  g, 
come  lanus.  Inno,  Juba,  ludiciiim,  luslitia,  lurare, Ictus 
Incus ,  pej orare,  pejits,  major  ,  ecc.  Giano  ,  Ginno  ,  Giuba  , 
giudicio  ,  giustizia,  giurarr^  gitto,  gioco,  pegiorare ,  peg- 
gio, maggiore,  ecc.  ed  all'opposto,  altre  che  in  latino  hanno 
la  g  si  muta  questa  nel  volgare  in  j  come  sagum,SA\o;sagit- 
ta ,  saetta,  esajetta  in  alcun  dialetto  (già  mostrai  che  la  e,  e 
la  i  si  scambiano  ).  Da  queste  osservazioni  vorrei  inferire 
che  fosse  lo  stesso  anche  nell'antica  pronunzia  latina,  spe- 
cialmente nella  volgare,  come  possonofar  credere  alcune  vo- 
ci anche  della  lingua  eulta,  come  Magis  da  iVlajus,-  Gitber- 
Tii'um,  forse  lubcrnium  da  \oherc;  Mai^isiei'  in  antiche  scrit- 
ture si  trova  mai  iter,  e  in  dialetti  mastro  ,  maieslro,  mae- 
stro; Gens,  in  dialetto  napoletano  e  negli  annali  romani 
del  secolo  XMl.j ente  ecc. 

Cicerone  (  in  Oratorie  j.erfccto  )  ci  fa  sapere  che  gli  anti- 
chi sfuggivano  di  pronunziare  la  lettera  X  da  lui  chiamata 
literam  ifasiiorem  ,  per  ciò  invece  di  Axilla  diceano  ala 
,,  quam  literam  etiam  et  Maxillis  et  Taxillis  ,  et  Vexillo  , 
et  Paxillo  consuetudo  elegans  latini  sermonis  evellit  ,,.  Da 
queste  parole  mi  sembra  che  non  potesse  svellersi  in  altro 
modo  che  pronunziando  majllae,  injlli,  i^ejtlo,  pajllo  ,  e 
forse  con  aspirazione  mahjilae  etc;  seppure  non  si  volesse 
che  fosse  la  vera  pronunzia  questa  che  usiamo  tuttavia  di- 
<:en  do  mascella,  o  massella  ,  tassello  o  tassillo  ,  vessillo,  a- 
scella  per  axilla  ecc.  pronunzia  nella  quale,  tolta  la  X  so- 
no sostituite  due  ss  o  se.  Peraltro  stando  più  alle  parole  di 
Cicerone  io  crederei  che  questa  fosse  la  pronunzia  più  vol- 
gare per  cui  rimanesse  assai  raddolcito  il  suodo  di  quella 
lettera  ingrata;  ma  che  nel  parlare  più  colto  si  svellesse  af- 
fatto: ,,  evellit  consuetudo  elegans;  e  si  pronunciasse  nella 
prima  maniera,  e  si  abbreviasse  anche  la  parola,  quando  non 
si  potea  far  in  altro  modo  come  in  ala  per  axilla  o^ev ailla. 
Ciò  supposto,  osservo  di  più  che  le  voci  terminate  in  conso- 
nante, e  specialmente  in  quella  odiatissima,come  grex,  lex, 
doveansi pronunziare  antichissimamenle  con  aggiunta  d'una 
vocale  grexe,  lexe,  sanguisp,  oculuse,  come  tuttavìa  si  pro- 
nunziano da  noi  leggendo  in  latino:  Deusf',  ine-,  fecite^  fé» 
cerunte.  Ma  poi  s'addolcì  la  pronunzia  latina  piuttosto  col 
sopprimere  le  consonanti  fìnali,  dominu,  feceru,  del  che  ci 
dà  prova  anche  l'abbreviatura,  o  troncamento  /fcere,  e  nel 
volgareyecero,  per  fecerunt,  dìxere  per  dixerunt,  che  per 
odio  della  lettera  X  pjonunziarono  probabilmente  come  noi 
dissere,  e  dissero  nell'uso  volgare. 

Or  venendo  al  caso  nostro:  da  Rexe  dovettero  pronun- 
ziare i  più  colti  Ree  tolta  la  x ,  o  Reje  pronunziando  liege. 


)(  ■>4  )( 

(l*on(le  il  genitivo  Regìs  ;  gree,  o  greje,  qreqe,  genitivo  ji^rc- 
i^is  ecc.  da  lux,  luxe,luce,  genit.  lucis  ecc.  Che  il  nominativo 
o  caso  retto  fosse  nell'antichissima  pronunzia  volgare  rege, 
grege,  luce  ecc.  nei  nomi  della  stessa  declinazione,  ci  vien 
confermato  dagli  esempi  di  lacte,  e  di  carne,  invece  di  lac, 
e  caro',  sa  ti  squeri  invece  di  sanguis,ed  aggiunta  Te  sanguene, 
o  sanguine,  come  si  trova  ne'vecchj  scrittori  della  lingua  ita- 
liana, e  come  tuttavia  si  chiama  una  sorta  d'alberetto  as- 
servito sangui  neusfrutex  ;  come  poi  nella  pronunzia  vol- 
gare si  dicesse  non  solo  nel  caso  retto,  ma  pure  negli  altri 
lacte,  carne,  sanguine,  patre,  matre,  die  ecc.  sarà  mostrato 
da  me  in  altra  occasione. 

Aggiungerò  solamente  in  quanto  a  ree,  reje,  che  nelle  an- 
tiche scritture  abbiamo  reale,  rejale  ,  regale,  come  da  lex  , 
o  lexe,  o  lege  leje,  lejale,  legale,  leale',  pronunzie  che  dan- 
no la  conferma  di  quant'  ho  esposto  (i). 

lo  non  dubito  che  tutte  queste  osservazioni  faranno  ri- 
dere i  non  pratici  di  questi  studj,  e  non  avvezzi  all'  esame 
ed  ai  confronti  delle  pronunzie  d'una  medesima  lingua  nel 
corso  de'secoli,  e  nelle  diverse  parti  dell'abitato;  le  quali 
pronunzie  d'antichissima  origine  si  ritrovano  tuttavia  qua- 
li nelle  vecchie  scritture,  quali  ne'varii  dialetti  italiani  di- 
sperse, e  conservate;  ad  onta  dei  dotti,  che  hanno  procurato 
di  dare  alla  lingua  italiana  una  regolarità  di  pronunzia,  e  di 
scrittura  levandola  da  quelle  incertezze,  e  disuguaglianze 
in  cui  cela  mostrano  principalmente  il  Cod.  pistojese  ,  ed 
altri  anteriori  al  secolo  XIV.  ed  anche  molti  dialetti  vol- 
gari a' dì  nostri, 
Pag.  54.  v.  3.  LA  'mgiura  per  la  'ngìura, 

GAP.  XXXVIII. 

V.    9.  ucciDENTALE  per  accidentale. 

V.  IO.  DENANTHi.  Nel  Cod.  è  denanchì  torse  per  idiotismo. 

V.  17.  P^Esmziovz,  presentimento. 

V.  26.  AVENiMENTi,  per  Ventura,  per  caso. 

V.  27.  ADOVENiRE  per  divenire, Nel  Contado  pistojese  dicesi  anche 

«Roventare  per  «//ventare. 
V,  3i.  Componesì  da  mele,  e  beo.  Orig.  lai.  componitur  ex  melle 

et  bìbens» 

CO  ^egli  Statuti  dell'Opera  di  s,  Iacopo  di  Pi  sto]  a  da  me  pubblicati 
in  Pisa  Vanno  1814  „  due  buoni  e  lejali  huomini  della  cittade  di  Pi- 
stoia „  ii^i  Cap.  L  Si  noti  che  anche  in  questi  Statuti  tronfisi  buono  per 
bona,  uomo  per  omo,  casgione ,  pisgione,  rasgione  inuece  di  cagione,  pi- 
gione, ragione',  ed  anche  ragione;  ma  nel  generale  ^ortografia  è  più  re- 
golare ;  e  non  mai  rascione  ,  e  rascone  ,  cascione  e  cascone.  Dal  che  si 
deduce  che  l'ortografia  andatasi  a  sistemare,  essendo  scritti  questi  sta- 
tuii da  Mazzeo  Bellebuoni  notaro  pistojese  35annìdopo  il  Cod.  pistojese 
della  traduzione  d  i  Albertano. 


((  1^5  )( 

Pag.  54  vv.  3i'3a*  Nel  Cod.  per  errore  del  copista  è  bene  t'enfio  per  beven- 
do. La  più  probabile  etimologia  può  dedursi  da  iii^o 
curam  habeo  e  Q^y  o  QóoOV  t>obum, 
V.  3a.  iNEOBRiATo;  cioè  ine  obriato  (inebriato)  mutata  1*  u  in  o,  da 
Ù[òciìCCt}<;  d'onde  il  latino  e6r/aco5  ed  il  volgare  ubriaco, 
briaco  ;  quantunque  briaco  potrebbe  derivarsi  anche  da 
(òpiciìCyOQ  fortiter  clamans  ,  composto  da  j3p;  particel- 
la intens.  ed  lotKYSVOO-,   donde  laccus  Bacon s  (i). 

È  proprio  de'sopraffatti  dal  vino  d'  insolentire.  In  un 
vaso  di  terra  cotta,  di  quelli  trovati  dal  Pripcipe  di  Canino 
(secondo  la  descrizione  che  ne  fu  pubblicata  in  Roma)  si 
leggeva  ubriacos,  che  dovett'  essere  nome  di  qualche  segua- 
ce di  Bacco,  noto  essendo  che  ajle  religioni  bacchiche  si 
riferivano  que'  vasi.  Onde  da  ubriacos  ne  vennero  i  volgari 
ubriaco,  ed  obriaco,  ed  obriacato,  quindi  per  sincope  obriato, 
ed  ine  (in)  obriato,  poi  inebriato,  inebriato  f.  da  {jQpi^co, 
V.  34.  isvALiATo;  cioè  isvariato,  dato  al  bel  tempo,  svagato,  diver- 
tito. In  questo  senso  è  tuttavia  usato  il  verbo  svariarsi  nel 
dialetto  pistojese. 
Pag.  55.  V.  4«  PONiRE  per  punire. 

Ivi.  LAScioTi  per  lasciotti,  ti  lasciò. 
v.    7.  DIALO  per  diaolo,  diavolo,  come  diaula  a  pag.  48.  v.  5. 
Pag,  55.  V.  i3.  OLORAEE  per  odorare,  come  olfacere,  olere  in  latino;  olire, 
olezzare  in  volgare. 

CAP,  XXXIX. 

Le  parole  che  ne  vengono  da  rispuose  Mess,  Melibeo, sino 
a  le  scripture  di  dio  fl?/ce/io,  nel  cod.  Barg.  e  nell'edizio- 
ni a  stampa  sono  alla  fine  del  cap.  precedente. 
yv.  26-27.  LE  scKiPTtjRE  DI  DIO.  Nel  Cod.  pist.  Le  criuture  ec.  ho 
restituito  le  scripture  dall' Orig.  Lat.  „ut  omnes  fere  di- 
vinae  scripturae  clamant  ,j.  Forse  nel  Cod.  di  Soffredi  tra 
Dei  Creaturae. 

CAP.  XL. 

Nel  cod.  Barg.  e  nelle  edi?.  il  Càp.  incomincia  da  Dori- 
na Prudenza  rispuose  di  cinque  modi  ecc. 
Pag.  56.  V.  18.  siGvomjL  cioè  potestà,  lì  primo  Magistrato  che  rappresen- 
tava r  autorità  pubblica,  come  i  Priori  ed  il  Gonfaloniere, 
era  chiamato  la  Signoria,  che  rinnuovavasi  di  due  in  due 
mesi;  d'  onde  il  proverbio  „  di  tempo  e  di  Signoria  non  ti 
dar  malinconia  „  perchè  come  al  mal  tempo  succede  presto 
il  buono,  così  al  mal  governo  d'un  Seggio  ne  succedea  pre- 
sto uno  migliore.  Signore  viene  dal  latino  senior,  col  qual 
nome  di  dignità  chiamavansi  i  Principi  ed  i  Sacerdoti  spe- 
cialmente nei  tempi  bassi,  come  nei  Capitolari  di  Carlo  M., 
di  Lodovico  il  Pio,  di  Carlo  Calvo  ecc. ,,  vigor  regius  et  ic^ 

(i)  Ferie  è  di  qui  anche  uacca  o  bacca  clamai^s  mugicns. 


)(  >26  X 

nioralis  —  mandat  vobis  noster  senior  —  nos  vobis  damiis 
Dei  ,  et  senioris  Caroli  fidera  —  si  aliquis  de  vobis  lalis 
est ,  cui  suus  (  Caroli  )  senforatus  non  placet  —  sciatis 
etiam  quia  domnutn  et  scniorem  nostrunn  ^-  senioralis  re- 
verentia  —  Seniores  prdesbiterorum  —  ecc.  ,,  di  qui  dunque 
si  chiamarono  Signori  i  Principi,  Signorìa  la  potestà,  e 
passò  questo  vocabolo  a  denotare  quel  che  i  Latini  dicenno 
dominus,  doralnatus,  Domlnatio;  ed  anche  si  estese  a  ti- 
tolo di  condizione  d'  onore  si  di  famiglia,  che  personale. 
Ma  perchè  in  appresso  cambiato  lo  Stato  a  Governo  di  po- 
polo, non  piacque  più  di  chiamare  l'autorità  pubblica  col 
nome  di  Signoria,  e  di  Signori  i  componenti  il  magistrato, 
fu  sostituito  quello  di  Priori  del  popolo,  o  degli  anziani, 
ma  nell'uso  volgare  continuarono  a  chiamarsi  la  'Signoriaf 
ed  i  Signori.  Così  anche  in  Isparta  Ysp^lTiOi  ^^^^  chiamato 
il  senato,  e  ySùQ^log  (senilis)  honorabilis;  ed  i  senatori 

A  similitudine  de' Greci  anche  i  Latini  dissero  Senatus 
da  senectus,  e  da  senev  i  Senatori.  Così  il  sacerdozio  ed  i 
sacerdoti  cristiani  ebbero  il  nome  di  Praesbyteratus,  e 
pi'aesbyLerì  f  cioè  Anziana to  ed  Anziani;  d'  onde  volgar- 
mente si  dicono  preti,  in  lingua  slava  Starostia  e  sLaro- 
sLa  indicano  senatoria  e  senatore  dalla  voce  stari    weccìiio. 

Pag.  55.  V.  36.  SERA.'  'nde  per  sarai  inde, 

l^ag.  67.  V.   IO.  Questa  è  altra  conferma  che  il  libro  della  dilezione  ... 
della  forma  della  uita  fu  scritto  prima  di  questo  del  Con- 
solamento. 
Wo  22.  INel  Cod.  è  la.  'mgiura  cioè  la  'ngiura. 

GAP.  XLL 

V.  29.  m' ATRAE  sincope  da  atarae,  aiterae.  Orig.  lat.  „  dante  do- 
,,  mino  ad  vindictam  me  adjuvabit  „. 

V.  34*  È  DI  VETRO.  Nel  Cod.  è  di  vestro^  chome  il  i^elro.  Forse  deb- 
be  dire  ,,  è  di  vetro,  e  come  il  vetro  ....  si  spezza  ,,.  Nel 
cod.  Barg.  „  è  tenera,  e  come  '1  vetro  si  rompe  ,,.  Nell'O- 
riginale lat. ,,  Fortuna  vitrea  est,  et  cum  resplendet  frau- 
gitur  ,.. 
Pag,  58.  v.  4'  Nel  Cod.  maiuta;  il  senso  porta  che  debbasi  intendere  mai 
aiuta;  dove  mai  è  in  senso  negativo,  Orig.  lat.  ,,  Fortuna 
non  adiuvat,  sed  occupai  adhaerentem  sibi;  scriptum  est 
enim:  neminem  fortuna  occupat  nisi  adhaerentem  sibi  ,,. 

V.  i3.  VOCI  PUOI,  cioè  vogli  poi. 

y.  i5/  CHo'  sincope  di  come,  cioè;  ,,  si  truova  iscricto  come  la  ven- 
tura ecc.  Nel  Cod.  è  si  truovo  per  si  truov<:/.E  qui  ripeterò 
il  già  detto:  che  è  importantissimo  il  mantenere  nei  codici 
e  nelle  edizioni,  questi  scambj  di  lettere,  quantunque  sem- 
brino stranile  non  bisogna  riguardarli  sempre  per  errori  dei 


X  i-^y  )( 

copist;i;  que'piimi  letterati  che  scrlveano  in  volgare  starano 
attaccati  al  suono  della  pronunzia  per  essere  ben  capiti  dal 
popolo  nella  scrittura:  molli  di  questi  scambi  ho  notati,  ed 
altri  ne  noterò,  come:  popalo  per  popolo,  sauza  e  senza  ecc. 
11  tener  conto  di  tutti  i  baratti  di  vocali  de'varj  dialetti  è 
la  chiave  sicura  per  trovare  1'  origine,  e  l' etimologia  di  in- 
numerabili voci  che  sembrano  lontanissime  tra  loro,  e  che 
per  mancanza  di  questa  osservazione  si  sono  attribuite  ad 
origine  straniera,  e  sono  stati  accusati  i  barbari  d'  aver 
guastata  la  lingua  latinaj  mentre  che  erano  pronunzie  d'o- 
rìgine ed  antichità  immemorabili  in  Italia. 
Piig.  58.  v.  i8.  RADI  per  rade» 

vv.  22-23,  KON  DIA  ALCUNO  BENE  OD  ALCUNO  MALE.  Orig.  lat.  „  errant  quì 
dicunt  fortunara  tribuere  nobis  aliquid  boni,  vel  mali ,,.  Nel 
Cod.  si  legge  ,,  che  errano  choloro  e  che  credeno  che  la  ven- 
tura non  dia  alcuno  bene  o  alcuno  male  ,,.  A  me  pare  dal  con- 
testo che  debba  leggersi  errano  choloro  che  credeno  che  la 
i^enlura  dia  ecc. 
V.  28.  Nel  Codice: ,,  la  quale  non  è,  cioè  la  quale  non  è  che  velie  „. 
Orig.  lat,  ,,  Noli  fortunam  dicere  caecam,  et  exponitur  ibi 
sic:  noli  fortunam  dicere  caecam,  quae  non  est  ,  idest  quae 
nihil  est.  „  Coerentemente  a  queste  parole  corressi:  „  la 
quale  non  è  cieca,  la  quale  non  è  che  nulla  ,,. 
V.  33.  VENDiCARRAE  per  vendicherae.  Vedi  nota  a  pag.  53.  v.  i» 
V.  38.  motrichera'  e  non  drae.  Nel  Cod.  è  Notricherò,  scambio  so- 
lito dell'a  in  o,  se  qui  piuttosto  non  è  sbaglio  del  copista; 
drae  per  davae,  contrazione  tuttavia  in  uso. 
Pag,  59.  T.  5.  RisPuosE  E  disse.  Questa  maniera  è  conforme  a  quella  usata 
da  Omero  àTTOIXSl^òólJjSVO^  S(P^  rispondendo  disse.    No- 
tisi che  questa  frase  è  ovvia  nelli  scrittori  latini  del  me- 
dio evo;  lo  che  vorrei  piuttosto  attribuire  alla  naturalezza 
dell'  espressione,  che  ad  imitazione  d'  Omero,  il  quale  l'usò 
appunto  guidato  come  i  detti  scrittori  più  da  natura  che  dal- 
l' arte, 
vv.  22  23.  fognasi;  traspozione  invece  di  pongasi j  tuttavia  usata  nel 
pistojese. 

GAP.  XLII. 

V.  34.  AL  POTENTE.  Nel  Cod.  ai  potenti.  Orig.  lat.   .,  sed  et  irasci 
cura  potente  est  periculosura. 

V.  35.  PURO  AiRiRsi  per  pure  airarsi.  Ma  forse  ,,  puro  airarsi  „ 
signiflca  il  solo  ,  il  semplice  ,  il  puramente,  il  meramente 
airarsi  „.  Nel  dialetto  pist.  è  tuttora  ia  uso  puro  in  questo 
senso;  ed  anche  i  Latini  diceano  merum  per  solo,  Terent. 
(  Phorm.  )  „  nihil  habet  nisi  spera  meram  ,,.  Nel  Cod.  è 
scritto  airisi  cioè  airissi,  per  airirsi, 
L^dg.  60.  V.  6.  AiREKASi.  Nel  Cod.  arerasi  per  aireras^i. 

12 


)(   128  )(         ' 

GAP.  XLllI. 

Pag.  60.  vv.  19  20.  E  DE  LE  MAGioRE  VERTUDE.  Scambio  della  ì  coir  e  invece 
di  magiori  ecc. 

T.  23.  SI  coGNosciE.  Nel  Cod.  manca  si,  Orig.  lat.  Cognoscìtur. 

V.  a4»  ^  ^^  ^'^  •  Cod.  „  è  la  sua  groria  ne  la  quale  puote  andare  ,,. 
Orig.  lat.  ,,  et  gloria  est  via;  qua  progreditur.  Ho  rimesso 
la  ifia  che  manca  per  omraissione  del  copista,  o  del  Cod.  di 
Soffredi.  Nell'edizione  del  1610  si  legge:  la  doctriua  del- 
l'uomo per  la  pazienza  si  conosce  ;  e  la  sua  gloria  è  di  non 
trapassarla. 

V.  25.  CHOVERNASR  per  g^overoase. 

V.  3o.  coNoscENTHA;nel  Cod.  è  canoscentha;  pel  solito  scambio  del- 
Vo  e  deir«;  e  col  th  per  s. 
Pag,  61.  V.  4«  iWTACTi  E  INTERI.  Così  leggo  duc  abbreviature,  guidato  dal- 
l'Orig.  lat.  „  omne  gaudium  estimate  fratres  cum  in  tenta- 
tiones  varias  iucideritis,  scientesquod  probatiofidei  vestrae 
patìentiam  operatur;  patientia  autem  perfectum  opus  habet 
ut  sitis  perfecti,et  integri  in  nullo  deficientes  ,,. 

Il  codice  Bargiacchi  dice  così  :  ,,  Frati  Rarissimi  ogna 
allegressa  extimate  quando  avrete  tagliate  le  variate  inten- 
sione, sapienti  che  la  patientia  per  bene  della  vostra  fede 
s'aopera.  La  pasientia  ae  opera  perfecta,  siccome  voi  sape- 
te „  alle  quali  parole  quasi  letteralmente  corrisponde  1'  e- 
dizione  di  Bastiano  de' Rossi,  cambiato  soltanto  il  dialetto 
del  codice,  di  mutare  la  z  in  5,  e  la  e  in  k» 

Nel  Cod.  pist.  in  questo  capitolo  mancano  alcuni  periodi 
che  sono  neil'Orig.  lat.,  nel  cod.  Barg.  e  nell'ediz.  a  stampa. 
Forse  mancavano  nel  cod.  latino  di  SofFredi.  E  peraltro  ben 
osservabile  che  1'  ultima  risposta  di  Melibeo  si  confronti 
nell'edizione  del  1610  quasi  alla  lettera  col  Cod.  pistojese,  e 
perciò  anche  col  cod,  Barg.  „  Ai^i^egna  che  gli  afi^ersarii 
miei  paiano  più  potenti  di  me  di  persone ,  io  sono  più  pO' 
lente  di  loro  d'auere',  e  a  rispetto  di  me,  egli  son  più  po- 
veri, e  conciosiacosa  che  le  dii^itie  e  le  pecunie  sono  regi' 
mento  di  tutte  le  cose,  e  moltitudine  d'uomini  legieremente 
per  la  pecunia  potrò  avere,  e  così  per  cagion  di  persone  po- 
trò loro  soperchiare  e  a  necessità  e  povertà,  e  mendicagio- 
ne,  e  morte  potrò  loro  recare  ,,.  Comunque  vogliasi  giudica- 
te  di  quelle  coincidenze,  certo  si  è  che  la  traduzione  del  cod. 
Barg.  che  generalmente  è  la  stessa  di  quella  che  hanno  gli  al- 
tri Cod.  e  di  quella  a  stampa,  è  differente  dalla  contenuta  nel 
Cod.  pistojese;  ed  al  più  per  alcune  coincidenze  che  non  sem- 
brano casuali  potrebbe  sospettarsi  che  quella  di  Soffredi  fosse 
stata  rifatta  quasi  del  tutto  per  ridurla  più  letterale,  e  meno 
popolare  nello  stile  e  nelle  parole.  Infatti  nella  trad.  delcod. 
Barg.  si  trovano  latinismi  a  josa,  ortografia  più  sistemati- 
ca, meno  idiotismi.  In  questo  luogo  p.  e.  invece  di  riccliez- 
ze  si  mantiene  di^'itie  com'  è  neil'Orig.  latino. 


)(  129  )( 

GAP.  XLIV. 

Pag.  6(.  vv.  28-39,  GENTILE,  e  GENTILEZZA,  cioè  ìiobìle,  e  nobiltà, 

GAP.  XLV. 

Pag.  6a.  V.  6.  lagrunare  per  lacrumare,  o  lacrimare. 

V.  16.  Nel  cod.  Barg.  e  nella  ediz.  a  stampa:  ,,  cinque  cose  sono 
quelle  che  domano  lo  popolo  cioè  la  licentia,  lo  pianto,  la 
fame,  la  Lactaglia  e  lo  pogo  sapere  di  molti,,.  Nel  God.pist. 
in  questo  luogo  manca  lo  pianto,  ma  nel  Gap.  48.  a  pag,  64. 
vv.  9.  IO.  riportandosi  questo  medesimo  passo  di  Salomone 
colle  stesse  parole  della  pag.  62.  vi  è  anche  il  pianto  ;  onde 
pare  che  qui  manchi  per  negligenza  del  copista. 

GAP.  XLVl. 

Nel  cod.  Barg.  ed  anche  nella  ediz.  a  stampa  questo  capi- 
tolo è  mutilato,  né  oltrepassa  i  primi  otto  versi  ;  cioè  sino 
alle  parole  seguitiamo  tanti  beniy  e  sentiamo  tanti  mali, 
Pag.  63.  V.  3.  CHOSciENZA.  Nel  God.  pist.  è  chonoscienza ,  ma  nell' Orig. 
lat.  è  conscientia  come  poco  dopo  è  ripetuto  nel  Cod.  pist. 
in  questo  medesimo  luogo;  onde  corressi  conscienza  anche 
di  sopra.  Probabilmente  conscienza,  e  conoscienza  erano 
sinonimi. 

GAP.  XLVll. 

▼.  a5.  PAVERO  per  poifevo. 

V.  3i.  PERcrsso  dal  latino  percussus  percuotiraento;  questo  Gap, 
manca  nel  cod.  Barg.  e  nell'ediz.  a  stampa. 

GAP.  XLVIII. 

Pag,  64«  V.  io.  POPOLO.  Nel  Cod.  è  scritto  popalo  come  tuttora  si  pronunzia 
nel  distretto  senese  per  la  ragione  già  detta. Frequentissimi 
sono  gli  esempj  anche  nell'uso  popolare  dello  scambio  dell'a 
per  o,  come  avrebbtìtno  ed  avrebbono,  andarono  e  andorno  ecc. 
Lo  scambio  dell'o  in  a  è  frequentissimo  nel  dialetto  vene- 
ziano. 
V.  21.  E  davi'  disse  cioè  Dauid  disse. 

v.  23.  PER  LA  «QUINTA  ecc.  questc  parole  segnate  mancano  nel  Cod. 
pist.  ma  sono  un'  omissione  del  copista  ovvero  del  cod.  di 
Soffredi.  L'Orig.  lat.  dice  :  „  et  noverit  universa  ecclesia 
hodie  quia  non  in  basta  salvat  dominus:  ipsius  enim  estbel- 
lum.  Quinta  vero  ratione  vitandum  est  bellum,  quia  in  eo 
maximum  versatur  periculum  ,,. 
Ivi,  ECCLESIA  in  questo  luogo  non  significa  la  Chiesa  nel  senso 


X  i3o  )( 

teologico,  tna  la  moltitudine,  la  gente,  il  popolo.  Nelli  c*>«i2?. 
dell'Op.  di  s,  lac»  è  usata  la  voce  ecclesia  invece  di  chiesa 
ch'è sincope  della  voce  precedente, cioè  c/csia,c/jzesa  cangia- 
ta la  silla])a  de  in  cine  per  le  ragioni  già  dette.  Qui  nel  Cod. 
pist.  è  una  laguna  che  si  può  vedere  tradotta  nel  cod,  Barc^. 
e  nella  edlz.  a  stampa;  comincia  dopo  le  parole  del  Cod.  pist. 
dei  usare  lo  consiglio  d'i' medici,  sino  all'altre  per  la  sexta 
rascione» 

C  AP.  XLIX. 

Paw.  65.  V.  25.  RENDETE  PROVEDETE.  Nel  Cod.  è  scrltto  rendere  procedere  ; 
ma  il  senso  domanda  che  stia  come  è  stampato. 
V.  "29.  SERVisci  .  .  .  UBRiAZA.  per  sert^igi,  ohlianza, 

C  A  P.  L. 

Pag.  66.  V.  i3.  Kosso  per  nostro. 

V.  19.  CA.THOLICA  ;  nel  Cod.  pist.  cazoUca  ;  di  qui  è  viepiù  manife- 
sto, che  la  z  equivale  al  th.  V.  nota  a  pag.  3.  v.  14. 

V.  20.  Carllo.  Vedi  Vita  Ca/'o^/y]/.  attribuita  al  Vescovo  Turpino 
da  me  pubblicata  con  illustrazioni.  Firenze  1822.  V.  note  a 
pag.  q5.  e  seg.  dove  ragionasi  della  santità  di  Carlo  M. 

Ve  26.  Nel  Codice  pare  che  dica  ed  opere  (abbreviato)  f.  debbe  dire 
,,  ed  opera,  e  dio  ,,.  Ho  supplito,  e  dio  dal  Cod.  Barg.e  dal- 
l'edizione. 

V.  3o.  Nel  Cod.  è  scritto  e  acatnpare  la  morte  ecc.  corressi  arcam- 
hiare  perchè  poco  dopo  ripetendo  questo  passo  è  scritto  an- 
tiporre.  [  pag.  67.  v.  4-  ) 

V.  32.  DEI  per  dee,  dei'e,  debbe;  così  al  verso  34  seguente. 
Pag.  67.  V.  9   CHI  per  che. 

V.  28.  E  da  notarsi  assai  questo  che  dicesi  contro  le  armi  in  mano 
degli  ecclesiastici. 

V.  3:.  MASCELLATA  in  dialetto  pist.  è  per  guanciata;  come  labbrata 
dar  le  mani  ne'  labbri. 

V.  35»  AE  per  hoe,  ho. 

V.  ^o,  TURO  per  purC' 
Pag.  68.  V.  2.  CON  paci'  con  pacie. 

V.     3.  VERRÀ  per  guerra  dalla  parola  teutonica  werra. 

V.  7.  VOiLA  la  uìioi»  —  PER  MALE.  Mancano  nel  cod.  Bargiacchi, ri- 
chiedendole il  senso. 

V.  18.  PICCOLO  RisPETTO.Nel  cod.  Barg. co' moderato  spazio. Neil' e 
diz.  a  stampa  con  moderato  aspetto.  Io  credo  che  piccolo 
rispetto  in  questo  luogo  stia  per  piccolo  indugio.  Orìg.  lat. 
dilatione  modica  postulata» 

V.  24'  GnJRA.TORi,  Juratores  praeterea  erant  ii  qui  vice  alteriiis  ju- 
rabant.  Henricus  Huntidon.  lib.  7,  pag.  373.  ,,  Junior  Wil- 
lelmus  VII.  anno  regni  sui  provocatus  a  fratre  suo  quod  ju- 
sjurandura  non   servasset,  transfretavit  in   Normanniam. 


X  i3i  )( 

Cura  ergo  fvnlres  simul  venìssent,  juratores  omnem  cui  pam 
regi  imposuenint  ,,.  (Diicange  alla  voce  juratores). 

Né  punto  meno  del  ducilo  venne  in  questi  secoli  a  con- 
fermarsi l'uso  della  inimicizia Dichiarata  la  guerra, 

tutti  i  parenti  de' principali  sino  al  quarto  grado  vi  si  in- 
tendeano  compresi,  né  era  lecito  a  vcnin  di  essi  il  ritrarse- 
ne seuza  vergogna,  e  senza  perdere  il  diritto  di  successio- 
ne; chiunque  si  trovava  a  sorte  in  compagnia  loro  era  tenuto 
d'entrare  in  briga  ....  Molti  accorrevano  a  prendere  vo- 
lontariamente partito  per  amicizia:  si  assoldavan' uomini, 
si  ragunavauo  armi  da  ciascheduno,  e  finalmente  dopo  inti- 
mata la  /i/ù/rt, lecita  era  ogni  insidia,  ed  ogni  violenza.  Un 
rogito  di  pace  del  1288  adducesi  dal  Ducange  in  una  disser- 
tazione sopra  Jonville,  trovato  in  un  registro  della  Camera 
de' Conti  di  Parigi  in  cui  l'uccisore  giura  prima  a' figliuoli 
dell'ucciso  che  gli  dispiacque  di  quella  morte,  (il  che  mi 
fa  ricordare  di  certa  memoria  in  un  necrologio  a  penna: 
„nota  che  quest'  anno  (era  intorno  la  metà  del  declmoterzo 
secolo)  fu  fatta  pace  ,  avendo  giurato  dodici  uomini  di  Pa- 
dova che  il  taglio  della  Brenta  non  si  era  fatto  per  danno, 
ne  per  vergogna  del  dominio  Veneziano  ,,  )  e  da  poi  dà  cen- 
to lire  agli  amici  del  morto  per  fare  una  Cappella  dove  si 
ori  per  1'  anima  sua,  e  si  obbliga  di  mandare  un  figliuolo  ol- 
\.  tremare,  cioè  in  Terra  santa,  che  nel  ritorno  debba  portar 
lettere  e  testimonianze  sicure  d'esservi  stato.  E  siccome  fra 
gli  antichi  settentrionali  partecipavano  della  sodisfazione  i 
parenti  tutti,  dicendo  Andrea  Svenone  che  se  ne  dividea 
il  prezzo  con  certa  regola  fra  1'  erede  ,  gli  agnati,  ed  i  co- 
gnati, così  a  questi  tempi  entravano  nella  pace  e  vi  si  so- 
scriveano  (e  giurat^ano)  gli  aderenti  ed  i  congiunti  (F. 
MaJ^ei  della  Scienza  chiamata  Cavalleresca  lib.  1.  cap, 
3,  pag.  108-9 
Pag.  63.  V.  34.  devesse'  per  dei^essero. 

v-  33.  VI  I,  ADDAVAMO  per  a  voi  V  ardivamo  3  come  sapavamo  per 
sapevamo» 

V.  87.  AVETo  per  a  vele. 

y.  4o=  DEVOTA  MENTE.  Così  ne'cap,  di  Carlo  Calvo.  V.  pag.  40.  n.  iX 
Pag.  65.  V.  I.  QrAMvis  DIO  CHE.  Latinismo  come  eziandie  che. 

V.  i3.  E  RECTOEi  DE  LE  CHIESE  cìoè  Capi  delle  comunità  degli  Slati, 
magistrati  ecc. 

V.  24-  AVAKo  per  avecino» 

V.  26.  VERAcci  per  verace, 

V.  33.  KosTEi.  Nel  Cod.  è  nossi. 

T.  38.  E  FEDELI  TROVATI.  Qui  la  vocc  fedeli  non  è  aggettivo,  ma  so- 
stantivo in  senso  di  persone  aderenti.  Mei  capitoli  di  Carlo 
Calvo  è  frequente  la  menzione  dìfulelis  homo  ,  fideles  re- 
gni, fideliiatis  promissio  parlando  delle  persone  aderenti  , 
e  della  medesima  parte.  A  queste  contrapponevansi  infide- 
les,  come  alle  pag.  345.  cap.  I.  (  ediz.  di  Parigi  1623  )  „  ut 


)(   i32  )( 

Ricuti  nostri  infideles^et  coniunes  contrarii  nostri  se  invi- 
cera  confirmaverunt  ad  nostram  contrarietatera  ...  .ita  fi- 
deles  nostri  se  confirmant  ad  dei  voluntatem  et  nostram  fi- 
delitalem. 
l'ag.  70.  V.  9.  TBEGARLLi  per  pregarolli,  pregaronli,  camLiata  la  n  coli' Z  af- 
fine secondo  il  già  detto. 
V.  10.  CHED.  "V.  il  detto  da  me  nelle  note  alle  rime  di  mess.  Gino  a 
pag.  292.  ult.  edizione, 

V.   18.  E   ALLORA    MESS.    MELIBEO   LEVANDOSI    DRICTO    BCC.  tutta    questa 

parlata  di  Melibeo  risponde  quasi  affatto  letteralmente  alle 
parole  del  cod.  Barg.  dal  che  potrebbesi  non  irragionevol- 
mente dedurre  quello  che  ho  detto  nella  prefazione,  e  poc'in- 
nanzi,  cioè,  che  l'autore,  od  il  riformatore  della  traduzione 
contenuta  nel  cod.  Barg.  e  nella  ediz.  a  stampa,  vedesse  e  ri- 
formasse questa  diSoffredi.  Potrebbesi  opporre  che  trattan- 
dosi d'un  volgarizzamento  del  medesimo  testo  latino  fosse 
facile  il  combinarsi.  A  ciò  rispondo,  che  quando  si  vede 
che  nel  generale  trovasi  tenuto  un  sistema  di  parafrasi  e 
liberissimo  come  si  è  quello  della  traduzione  del  cod.  Bar- 
giacchi  ecc.  non  può  credersi  effetto  di  pura  combinazione 
il  trovarsi  di  quando  in  quando  letteralmente  conformi  le 
due  traduzioni  ,  non  già  in  una  o  due  parole  o  frasi,  ma  in 
periodi  intieri,  come  in  questo  che  qui  voglio  trascrivere 
per  comodità  de' lettori.  E  allora  mess,  Melibeo  Iettandosi 
tra  V altre  cose  disse',  vero  e  che  senza  giusta  cagione  gran- 
de ingiuria  a  me  et  a  la  mia  donna  et  a  la  mia  figliuola 
faceste  entrando  per  forza  in  de  la  mia  casa  ,  e  tale  cosa 
facendo  che  meritevolmente  dovresti  patire  morte,  unde 
soglio  udire  uoi  se  l'oi  piace  de  le  predicte  cose  la  uendecta 
comectere  a  la  mia  donna  et  a  la  mia  uolontà.  Quegli  ri- 
sposero: Messere  noi  siamo  indegni  di  t>enire  a  corte  di 
tal  signore  ecc.  Le  piccole  variazioni  sono  tali  che  trovan- 
si  delle  maggiori  da  copia  a  copia  d'un  medesimo  libro.  Do- 
po questa  corrispondenza  letterale  ,  succede  una  reale  di- 
versità della  frase.  Or  come  potea  avvenire  questa  alterna- 
tiva di  corrispondenza  se  non  cbe  nel  caso  in  cui  l'autore  o 
riformatore  del  volgarizzamento  avesse  dinanzi  agli  occhi 
un  codice  dove  fosse  il  volgarizzamento  di  Soffredi  o  ge- 
nuino, od  alterato  ;  perlochè  volontariamente,  o  material- 
mente gli  venisse  introdotto  nella  scrittura  qualche  perio- 
do di  quella  di  Soffredi  ;  senza  badare  od  alla  giacitura  od 
alla  identità  d'ogni  parola.  Nel  Cod.  pist.  è  scritto  a?/ P-iVere 
a  cotal  corte  ;  ma  ho  emendato  di  uenire  come  il  contesto 
accenna,  e  nel  cod.  Barg.  si  legge. 


)(  1^3  )( 

CAP.  LI. 

Pag.  ^i.  V.  34.  rifiuta;  nel  Cod.è  scritto /T/izfa,  ma  non  se  ne  caVa  senso. 
Nel  cod.  Barg.  e  nell'ediz.  a  stampa  è  ,,  dunque  quello  co- 
tale guadagno,  sì  come  danno,  al  postutto  rifiuta  ,,. 

V.  3S.  OGNA  viRTnoE  TACE  ccc.  Nell'Oi'ig.  lat.  „  lucet  omnis  virtus  ut 
fama  late  pateat  ,,.  Forse  nel  Cod.  di  Soffredi  leggeasi  tacet 
invece  di  lucei.  Potrebbe  ancbe  intendersi  tace  per  istare 
nascosta.  Nella  ediz.  è:  „  taccia  quivi  ogni  virtù,  ove  la 
fama  largamente  è  manifesta  ,,. 

Forse  la  vera  lezione  origin.  è  tacet  omnis  uirtus  atfama 
late  patet.  Infatti  ciò  sarebbe  detto  in  conferma  della  sen- 
tenza precedente  :  „  bona  fama  in  tenebris  bonum  splendo- 
rem  facit,,.  Nell'ediz.  a  stampa  ,,  la  buona  fama  nelle  tene- 
bre buono  splendore  fa  ,,. 
Pag.  ^i.  V.  3.  voLE  per  vuoli,  vuoi.  Nel  Cod.è  scritto  t^ale  pe*soliti  scambi 
dell'o  in  a,  e  dell'e  per  /. 

v.    7.  CONCEDUTO  per  conceduta  collo  scambio  dell'a,  e  dell'o. 

V.    8.  Nel  Cod.  manca  danno  per  omissione  dello  scrittore. 

v.  II.  MEDESMO  per  medesma. 

V.  i3.  Le  parole  in  carattere  corsivo  l'ho  supplite  dal  cod.  Barg. 

v.  20.  LA  PROVINCIA  ecc.  sino  alla  fine  del  periodo  nel  Cod.  pist.  è 
dell'imbroglio;  onde  ho  riordinato  il  senso  secondo  l'Origi- 
nale lat.  che  dice  :  „  Regnum  de  gente  in  gentem  transfer- 
tur  propter  injustitias,  injurias,  et  contumelias.  Non  enim 
absonum  si  prò  injustitia  et  injuria  et  conturaeliis  contra 
nos  illatis  de  loco  ad  locum,  amissa  sua  substantia^  transfe- 
rantur  „. 

CAP.  Lll. 

V.  32.de  la.  VENTURA.  NeU'Orig,  lat.  è  de  la  uectoriay  e  così  a  stam- 
pa. Io  lascio  ventura  perchè  il  senso  non  si  oppone  ;  molto 
più  che  non  può  attribuirsi  a  sbaglio  del  copista,  perchè  in 
margine  nella  norma  della  rubrica  da  trascriversi  in  rosso 
è  scritto  in  nero  ventura, 

CAP.  LllL 

P.i  %  73.  vv.  3.  a  IO.  PRINCIPI  ....  VERITALE  sono  suppliti  dall' Orig.  lat.; 
scrissi  truono  invece  di  suono  che  è  nel  Cod. 
V.  i3.  PUNGORo  per  pungolo,  idiotismo  tutta  via  in  uso  nel  contado 
pistojese. 
1-Vjg.  74*  V.  IO.  iNDEGNAMENTo.  Nel  Cod.  è  scritto  indegno  merito]  ma  l'O. 
rig.  lat.  ha  ,,  nostram  mitigaverunt  iudignatiouem  „. 
v.  12.  OMELE.  Nel  Cod.  è  scritto  omelia. 
V.  i3.  È  isPEZiA  A  l'ira.  Neli'Orig.  lat.  „  moUis  responsio  frangit 


X  'H  X 

iram  „.  Lascio  la  lez.  del  Cod.  invece  di  correggere  spezza 
l*ira,  perchè  può  avere  il  senso  di  mitiga  l'ira  come  la  spe- 
zie o  gli  aromati  raddolciscono^  e  temperano  l'amaro,  ed  il 
mal'  odore. 
Pag»74'VV.  34.  e  seg.  1  primi  quattro  versetti  pare  si  debbano  riferire  al 
traduttore  SofFredi  che  scrisse  questo  uolgare,  e  dal  quale 
rOrig.  lat.  fu  ima  gore  gaio;  cioè  fu  per  imagine  recato  in  su 
questo  volgare  (linguaggio)  o  come  dicesi  alle  pag.  16 stra^ 
lactato  da  latino  in  uolghare  per  mano  di  serSoJf redi. Gii 
si  augura  che  seguiti  a  scrivere  sempre  e  ognora  il  volgare; 
lo  che  mostra  che  lo  scrittore  di  questa  lingua  volgare  era 
tuttora  in  vita. 

Quindi  si  passa  a  chi  scrisse  il  libro  (non  il  volgare) cioè 
al  copiatore  del  libro;  che  come  dichiarasi  era  diverso  dallo 
scrittore  del  volgare. 
Pag.  ^5.  V,    6.  É  FINO  cioè  ottimo. 

Y.    8.  FiLLicoLE  dal  vocat.  lat,  filiale. 
Pag.  j6.  V.  i5.  MOLiMENTo  ,  cioè  monimento    monimentum  scambiata  la  n 

con  la  /;  per  monumentum. 
Pag.  77.  V.  28.  soRORE  per  sorora,  d'onde  poi  we  venne  suore»  Credo  che  le 
voci  sorora  e  suora  fossero  specialmente  usato  pe-;  le  ora 
cosi  dette  monache ^  e  che  le  sorelle  dei  fratelli  si  chiamas- 
sero più  propriamente  sorelle,  e  sirocchie  da  sorula,  e  so- 
rorcula  dei  Latini, 
v.  3o.  MONASTERio  e  monesterio,  e  monisterio. 
Pag.  78.  V.     I.  soRORi  dal  caso  retto  sing.  sor  ore. 
y.    8.  SAM  per  san. 
V.  i3.  FONTE  DOMINI  Oggi  forse  Monte  domini,  se  non  è  sbaglio  della 

scrittura. 
r.  i4«  l'È  FRATELLE,  Non  credo  che /rateile  fosse  sinonimo  di  sorel- 
le, ma  che  significasse  donne  addette  a' frati,  come  le  Ter- 
ziare  di  S.  Francesco,  o  donne  di  monastero  diretto,  e  dipen- 
dente dai  frati  dell'Ordine  stesso.  Forse  ebbero  questo  nome 
non  dalla  fratellanza  o  società  spirituale  di  loro,  ma  ào^Jra^ 
tria  dei  Latini  che  era  la  donna  del  fratello  o  la  cognata.  E 
noto  che  specialmente  in  que' tempi  quasi  tutti  i  conventi 
de' frati,  aveano  vicino  un  monastero  od  una  casa  di  donne 
dell'Ordine  loro,  e  perciò  le /rateile  potrebber' essere  le 
donne  de'frati,che  aveano  cura  de' vestimenti  sacri  ecc.  cosi 
le  sedici  donne  erano  destinate  a  tessere  il  velo  di  Giunone 
in  Olimpia,  ed  i  fulloni  od  imbiancatori  stavano  presso  i 
tempi  P^*^  comodo  de'sacrifizj  ecc.  L'abitazione  delle  fra- 
telle  non  era  monasterio,  ma  casa,  come  pare  dal  dirsi  che 
stavano  nella  casa,  che  fue  di  frate  Iacopo  Sigoli.  A  Pistoja 
la  Badessa  del  Monastero  di  S.  Pietro  era  chiamata  la  Ve- 
scoi'a,  e  la  donna  del  Vescovo,  perchè  nel  giorno  del  solen- 
ne possesso  preso  dal  Vescovo  faceasi  una  cerimonia  che 
diceasi  lo  sposalizio  del  Vescovo  colla  detta  Badessa   per 


X  '35  )( 

simbolo  dello  sposalizio  mistico  della  Chiesp  pistojese.  La 
descriiione  di  questa  cerimonia  può  leggersi  uegli  storici 
pistoiesi. 

Pag.  79.  V.  4-  PON  TORMA  Oggi  Pontoimo. 

Pag.  80.  vv.  4  5-  RiNCKiUDA.  Di  qui  è  manifesto  che  la  lettera  k  si  adope- 
rava anco  per  l'aspirazione  invece  di  h,  ma  come  dissi  a 
pag.  98.  nella  nota  pag.  6.  V.  i.  si  conobbe  che  non  potea 
equivalere  alla  V  ma  era  la  stessa  della  e;  e  per  ciò  fu  adot- 
tata Vh  come  vedesi  nel  Codice  pistojese. 
y.  45.  SI  RiNCKiuDA  IN  MoNisTERo  RIUSO.  Duiique  le  Rinchiuse  erano 
le  dorme  che  oggi  diciamo  di  Monastero  con  stretta  clausu- 
ra; a  queste,  e  ad  altre  di  monastero  non  chiuso  era  dato  il 
titolo  di  Donne  cioè  Signore  da  Dominae;  le  servigiali  poi 
erano  chiamate  suors  e  soj^ori.  Le  altre  non  di  monastero, 
.^  ma  di  casa  comune  si  nominavano  fratello  dette  anche  /r«-» 

tocchie  dafratriculae. 


DICHIARAZIONE 
DEL    FAG-SIMILE 


PJ.°  I.  Carattere  del  Codice  Pistojese 

*-^  a-3.  Carattere  di  Lanfranco  Seriacopi 

—     4*  Carattere  di  SofFredi  del  Grazia 

?—     5.  Carattere  delle  postille  nel  margine  del  Codice 


CORREZIONI  E  GIUNTE 


J:»IVEF  AZIONE. 

Pag'  ao  t>.     29  scricti 

/egf.  scritti 

3i  ^.     38  puntautio 

puntatio 

38  (/.     32  attributo 

attribuite 

44  f'»     23  Seri 

Scritta 

49  (^,     99  1276 

1278 

58  ^^.    3o  1236 

1238 

64  e.  28  9  settuagesìmo 

settuagesimo  quarto 

68  {/»  ult.  dai  periti  calligrafi  padre       dal  perito  calligrafo  Gaet 

e  figlio  Giarrè 

no  Giarrè  padre 

TESTO. 

f'ag»    ^  u.     18  e  da  cbe 

leg»  ed  a  che 

8  t/.     q8  sì  è 

si  è 

ne 

né 

9  (/,  ult,  tuo  che 

tuo  sì  che 

i3  f.    35  degli  uomini  piuo 

degli  uomini  de  ire  piuQ 

21  p».       5  0  elli  l'infinge 

0  elli  s'  infinge 

33  ('.     21  chosa  fare 

chosa  possiamo  far§ 

5i   u,       4  ^^tr'  arme 

e  altr'  arme 

ivi  j^.     l3  cbasiodoro 

cbasiodoro 

53  p».     21  di  se  dissq 

di  sse 

58  p».     20  vertude 

vertudìe 

59  i>.     34  al  potente 

ai  potenti 

68  p».    22  a  mess. 

e  a  mess. 

ll\  v*     12  e  ispez^a 

è  ispezia 

NOTE  AL 

TESTO. 

Pa^*  118  (^t/.  21-32  Marcello,  Nonio 

leg.  Nonio  Marcello 

ivi     v*  38       i;^o$ 

Vió; 

X  i37  )( 
AGGIUNTE 

Alle  pag.  3.  V.  Sg.  della  prefazione  si  aggiunga  in  nota  : 

,,  Tra  i  molti  esempj  dell'uso  delle  preposizioni  invece  delle  declina» 
«ioni  de' casi  è  da  osservarsi  il  seguente  dell'Eunuco  di  Terenzio  nella 
scena  IV.  dell'  atto  IV.  v.  14. 

„  Ne  coniparandiis  hic  quidem  ad  illum  est: 
„  Ille  erat  honesta  facie  et  liberali  „  ecc. 
esempio  portato  da  Nonio  Marcello  nel  libro  de  proprietate  sermonumf  do- 
ve si  esprime  cosi  nel  cap.  De  Au/nerìs  et  Casibus. 

»y Accusativus  positus  prò  dativo;   ignoscaraus  illam  rem, 

j,  prò ,  illi  rei ,  .  Plautus  Amphit.  velalis  manibus  orant:  igno- 

ti  scamus  peccatum  suum.  Terentius  in  Eunucbo;  au  ne  comparaudus  hic 
33  quidem  ad  illum  est ,,!  Maniere  corrispondenti  all'italiano  perdoniamo 
peccato  suo.  Ed  esto  è  mai  paragonabile  ad  elio?  Dunque  anche  i  latini 
scrittori  del  buon  tempo  dissero  ignoscere  peccalo,  e  peccatum,  comparare 
aliquem  alicuiy  e  ad  aliquem* 

A  pag.  8.  della  Prefazione  dopo  il  v.  24. 

Welle  litanie  scritte  verso  Tanno  780  e  pubblicate  dal  Mabillon  si  leg- 
ge continuamente^  invece  di  Tu  illum  juva.  Tu  lo  juva. 

A  pag.  40.  della  prefazione  in  fine  si  aggiunga: 

Quale  fosse  l'idea  che  ì  dotti  ed  eruditi  uomini  aveano  dello  stato  della 
lingua  volgare  innanzi  che  Dante  fiorisse  può  conoscersi  da  quanto  scrisse 
il  chiarissimo  Perticari,  e  da  quello  che  sulle  traccie  di  lui  è  stato  aggiun- 
to dall'erudito  estensore  dell'articolo  contenuto  nel  primo  volume  del  Gior- 
nale di  letteratura  italiana  intitolato  V Esule  (Parigi  l832)  dove  si  leg- 
ge: „  Certo  egli  è  nondimeno  che  Dante  avvisava  che  per  la  sua  forza  ve- 
ramente erculea,,  poteva  sollevare  la  nostra  favella  a  somma  dignità;  prima 
di  lui  era  povera,  piena  di  vezzi  plebei,  d'  errori,  di  voci  guaste,  di  co- 
struzioni strane,  e  con  uno  stile  mal  determinato;  il  che  si  è  in  certa  gui- 
sa comprovato  da  quello  che  Dante  stesso  lasciò  poi  scritto  nel  suo  libro 
De  vulgari  eloquio,  là  dove  lanciatosi  sopra  i  più  celebri  toscani,  Guitto- 
ne  d'Arezzo,  Gallo  Pisano,  Buonagiunta  da  Lucca,  ed  altri,  taccia  le  loro 
favelle  di  rozze  e  plebee.  Simile  opinione  portarono  il  Boccaccio  ed  il  Pe- 
trarca intorno  alli  scrittori  del  trecento,  e  dopo  essi  l'illustre  Cardinal 
Bembo,  che  per  tal  modo  si  esprime:  era  il  parlar  di  que' tempi  rozzo,  e 
grosso,  e  materiale  ,  e  molto  più  oli^a  di  contado  che  di  città  (i).  Non 

(i)Sidebbe  aui^ertire  che  V autorità  del  Cardinal  Bembo,  e  degli  altri 
cinquecentisti  rapporto  al  giudizio  intorno  alla  lingua  volgare  antica 
ha  poco  peso, perchè  essi  ne  giudicat^ano  principalmente  in  paragone  col" 
la  lingua  latina  classica  a  cui  voleano  rai'yicinare  la  lingua  volgavi 


X  «38  X 

ostante  quello  che  abbiamo  detto  intorno  a  questa  povertà  della  lìngua  ^  e 
che  l'autorità  di  sì  grandi  uomini  sia  di  gran  momento  ,  pure  non  deesi 
credere  che  nei  trecentisti  altro  non  si  trovi  che  fango  e  bruttura  plebea  , 
perchè  a  chi  massime  sa  cercarle  si  manifestaranno  (  così  )  parti  degno 
4i  eterna  ammirazione;  la  semplicità,  per  esempio  ,  la  schiettezza  ed  un 
certo  candore  di  voci  nate,  e  non  fatte;  qualità  per  le  quali  sono  que' buoni 
antichi  anche  oggigiorno  dagli  altri  buoni  scrittori  italiani,  distinti.  A 
conferma  di  ciò  comincieremo  da  riportar  qui  un  passo  di  quel  discorso 
con  cui  Guittone  rimprovera  a'Fiorentini  che  perdevano  la  patria  per  le 
loro  discordie  „.  (  Lettera  XIV.  pag.  38  Roma  1745  edizione  del  Botta- 
ri).  Sin  a  qui  sono  parole  dell' autore  del  citato  articolo.  Ma  pensare  e 
parlare  così  intorno  alla  lingua  volgare  d'Italia  innanzi  Dante  prima  che 
fosse  palese  lo  stato  di  lei  pel  volgarizzamento  d'Albertano  da  me  scoper- 
to e  pubblicato,  fu  cosa  scusabile;  ora  poi  come  ci  acquieteremo  non  solo 
^  simili  ragionari,  ma  a  tutto  quel  che  dicesì  nel  libro  De  uulgari  eloquio 
attribuito  all' Alighieri?  dove  si  leggono  tra  le  altre  cose,  nel  Capitolo 
?lVU  le  seguenti  parole: 

j,  Quod  ex  multis  idiomatibus  fiat  unum 
„  pulchrum,  et  facit  mentionem  de  Gino  pistoriense. 
„  Quare  autem  hoc,  quod  repertum  est.  Illustre,  Cardinale,  Aulicum  , 
it  et  Curiale  adjicientes,  vocemus,nunc  disponendum  est,  per  quod  clarìus 
3,  ipsum  est  facimus  patere.  Primum  igìtur  quod  intendimus,  cum  Illustre 
,,  adjicimus,  et  quare  illustre  diciraus  deuudemus  ....  Vulgare  de  quo  lo- 
„  quimur  sublimatum  est  magistratu,  et  potestate  ,  et  suos  honore  subli- 
j,  mat  et  gloria.  Magistratu  quidem  sublimaturti  videtur  cum  detotrudibus 
„  Latinorum  vocabulis,  de  tot  perplexis  constructionibus,  de  tot  defecti- 
„  vis  prolationibus,  de  tot  rusticanis  accentihus,  tam  egregiumjtamextri- 
jjCatum,  tam  perfectum,  et  tam  urbanum  videamus  electum  :  ut  CinusPi- 
„  storiensis  et  Amicus  ejus  ostendunt  in  Gantionibus  suis.  Quod  autem  sit 
_,,  exaltatum  potestate,  videtur:  et  quid  majoris  potestatis  est,  quara  quod 
„  humana  corda  versare  potest?  ita  ut  nolentem,  volentem  ;  et  volentem 
„  nolentem  facìat,  velut  ipsum  et  fecit,  et  facit.  Quod  autem  suos  honore 
„  sublimet  in  promptuest;  nonne  domestici  sui  Reges  ,  Marchiones  et 
„  Comites,  et  Magnates  quoslibet  fama  yiucunt  ?  minime  hoc  probation© 

per  farla  nobile ,  dottai  armoniosa,  ed  in  una  parola,  curiale  ed  illustre. 
Ne  da  questo  sistema  furono  alieni  Francesco  Petrarca,  Gioi'anni  Boc 
caccio ,  ed  altri  trecentisti  e  quattrocentisti,  i  quali  seruironsi della  linr- 
gua  volgare  per  trattare  argomenti  più  a  proposito  a  dilettare  od  istrui-^ 
re  il  popolo,  che  li  scienziati;  ed  il  Petrarca  „la  volgare  opera  sua  [co* 
me  scriue  il  Gioi^io  )  quasi  poco  durevole  e  di  nessun  momento  disprezzò 
sempre^  e  ali* incontro  sperando  d'acquistarsi  una  gloria  più  certa  e  più 
nobile  si  diede  a  comporre  in  lingua  latina,  di  che  riportò  in  Campido- 
glio la  gloriosa  corona  d^alloro  „  (  Giovio  nelle  Immagini  degli  uomini 
illustri).  E  del  Boccaccio  lo  stesso  autore  scrisse:  „  Con  destino  non  dis' 
simile  a  quello  del  Petrarca  *  ,  »  si  affaticò  grandemente  .  ..  per  acqui". 
starsi,  scriifendo  cose  latine,  alcuna  vera  lode  j  e  ciò  fece  poco  men  ch^ 
in  ^^a^o  ,,. 


((  i39  )( 

3,  indlget ....  Quantum  vero  suos  fiimiliares  gloriosos  efliciat,  tìos  ipsi 
,j  uovlmus,  (jili  hujus  dulccdine  gloriae nostrum  exilium  posteigamus;  qùa- 
„  re  ipsum  Illustre  merito  profìteri  debemus  ,,.  Da  queste  parole  dunque 
viene  a  con  chiudersi  che  il  ^olgure  illustre  è  formato  non  dal  popolo,  ma 
da  que'dotti  che  lo  ricavarono  dalla  confusa  indigesta  mole  di  tanti  rozzi 
vocaboli  latini,  di  tante  perplesse  costruzioni ,  di  tante  difettive  pronun- 
zie, di  tanli  contadineschi  accenti,  cosi  egregio,  cosi  districato,  così  per- 
fetto, e  cosi  civile  ridotto,  come  Gino  da  Pistoja,  e  l'Amico  suo  nelle  can- 
zoni loro  dimostrano.  Dunque  ciò  fecero  non  il  popolo,  ma  i  dotti  ;  e  spe- 
cialmente Gino  da  Pistoja,  e  Dante  (  che  vuoisi  sottinteso  nel  nome  d'a- 
mico di  Gino  ).  Peraltro  come  si  potrà  tenere  per  vera  questa  opinione  ve- 
dendo che  la  tradtizione  di  Soifredi,  fatta  nella  lingua  popolare  toscana  pri- 
ma del  1258  è  così  nitida  nei  suoi  vocaboli,  tanto  chiara  nelle  costruzioni^ 
è  nella  pronunzia,  così  uniforme  alla  mantenuta  sinadora  nelle  bocche  dei 
popolo  toscano,  senza  contadineschi  accenti;  anzi  conforme  alla  lingua 
scritta  di  Gino  ,  e  di  Dante  ;  ed  è  così  egregia,  così  districata  ,  così  civile 
da  potersi  in  tutte  le  sue  parti  piegare  a  render  volgare  un'opera  scritta 
in  latino?  Goche  mai  Dante  potea  citare  per  inf^estri  del  volgare  illustre 
Gino  da  Pistoja  e  l'Amico  suo  in  faccia  d'un  popolo  che  lo  parlava  prima 
che  incominciassero  ascriverlo  Gino  e  Dante,  e  gli  altri  di  nome  illustre?' 
infatti  nacque  Gino  nel  1270,  forse  quando  Soffredi  scrivea  la  sua  tradu- 
zione ;  nacque  Dante  nel  I265j  quando  Soffi edi  era  adulto,  e  parlava  la 
lingua  che  scrisse  certamente  prima  dell'anno  1258,  in  ciii  Dante  contava 
soli  dieci  anni  di  vita. 

Il  più  dunque  che  possa  concedersi  si  è  che,  sefcLene  la  lingua  fosse  la 
étes3a,ciò  nondimeno  la  classe  del  popolo  distinto  dalla  plebe  o  dal  volgo 
parlasse  una  lingua  più  urbana,  della  quale  servendosi  li  scrittori,  e  prin- 
cipalmente Dante,  la  ripulisseio  di  più,  ed  impiegandola  per  esprimere 
idee  gentili  e  sublimi,  la  nobilitassero  per  la  gentilezza  e  sublimità  dei 
concetti, come  veggiamo  avvenire  nella  stessa  traduzione  fatta  da  Soffredi, 
in  cui  le  stesse  parole  fanno  diversa  comparsa,  adoperate  ad  esprimere  ta- 
lora idee  comuni,  talora  cose  e  pensieri  sublimi  somministrati  dall' Ori-^ 
ginale  d'  Albertano. 

Da  queste  osservazioni  vorrei  dedurne  due  conseguenze.  I.  non  parer 
possibile  che  Dante  ignorasse  che  nella  Patria  di  Gino,  è  nella  sua  parla- 
vasi,  e  scriveasi  il  volgare  illustre  prima  del  nascer  suo,  od  almeno  prima 
ch'egli  fosse  in  istato  non  già  d'  illustrarlo  ,  ma  di  parlarlo  appena,  e  di 
scriverlo;  come  ci  mostrano  la  Traduzione  di  Soffredi,  ed  il  Testamento^ 
della  Gontessa  Beatrice,  Da  questa  osservazione  risultante  dal  riferito  ca- 
pitolo De  l'ideavi  eloquio  può  convalidarsi  il  sospetto  di  chi  ebbe  ed  ha 
per  apocrifo  il  libro  De  i^ulgari  eloquio  che  viene  attribuito  all'  Ali. 
ghìeri. 

II.  Goncedendo  a  Gino  e  a  Dante  d'aver  principalmente  cooperato  a  far 
più  culto  il  parlar  volgare;  non  può  certamente  attribuirsi  né  ad  essi  y 
né  ad  altri  il  vanto  d' aver  formato  il  volgare  illustre  nel  modo  dichia- 
rato nel  libro  De  uulgari  eloquio^  ma  solamente  d'averlo  nettato  ,  scri- 
vendolo, da  quella  negligenza  uell' uso  delle  lingue  parlate  inevitabile  inf 
tutti  i  tempi,  e  presso  tutte  le  genti.  Se  la  lingua  Volgare  non  fosse  stata 


)(  '4o  )( 

dal  popolo  essenzialmente  parlala  come  Gino  e  Dante  l'adoperarono,  non 
poteasi  chiamar  lingua  volgare;  che  nella  scrittura  cessò  d'  esser  volgare  , 
quando  si  volle  ridurre  Illustre,  Cavdinu/.e.  ,  Aulica  ,  e  Curiale  ce  ;  cioè 
quando  si  schifò  di  adoperare  la  lingua  come  era  parlata  dal  popolo,  di 
SolTredì,  da  Dante,  e  da  Gino,  ed  invece  di  ristringersi  a  seguitare  le 
pronunzie  all'orecchio  non  ingrate,  e  le  forme  più  urbane  adottate  dalle 
maggiore  e  miglior  parte  del  popolo,  e  sanzionate  dai  primi  buoni  scritto- 
ri popolari  ed  illustri,  si  pretese  di  farla  llliislre, Cardinale,  Aulica, Cu^ 
viale  coir  inlrodurvl'parole,  maniere  e  forme  dotte,  prese  in  gran  parte 
dalla  dotta  e  classica  latinità  scritta,  e  dalle  lingue  siciliana  ,  provenzale, 
e  francese  de'secoli  XIll.  XIV.  e  XV.,  del  che  venne  a  formarsi  la  lingua 
volgare  illustre  di  cui  parlasi  nel  libro  De  unipari  eloquio, che  fa  attribui- 
to a  Dante,  o  per  non  sapersi  il  nome  del  vero  autore,  o  per  faigli  acquistar 
maggior  credilo  gli  mise  il  nome  di  Dante  chi  lo  compose,  coli'  idea  di 
Stabilire  un  sistema  da  esso  immaginato  sull'origine  della  lingua  volgare  ; 
né  ciò  debbe  parer  cosa  strana  (in  aggiunta  ai  dtdabj  che  già  ne  hanno 
concepiti  persone  dottissime)  sendo  che,  sì  come  dissi  in  principio,  comin- 
ciassero i  dotti  a  cercare  l'origine  della  lingua  volgare  sino  dal  i4Ì9  (')• 

Altro  dubbio  della  supposizione  di  questo  libro  mi  viene  alla  mente 
per  le  parole  che  leggonsi  nel  Gap,  XUI.  ,,  Post  haec  venìamus  ad  Tuscos 
,,  qui  propter  ameutiam  suam  infroniti  titulum  sibi  vulgaris  illustris  ar- 
,,  rogare  videntur,  et  in  hoc  non  solum  plebeorum  dementai  inteutioj,  sed 
„  famosos  quamplures  viros  hoc  tenuisse  comperimus:  puta  Guittonem 
,,  Aretinum,  qui  nunquam  se  ad  curiale  vulgare  direxit  ;  Bonagiuntam  lu- 
j,  censem,  Gallura  pisanum,  Minum  Mocatum  senensem  ,  Brunetum  fio* 
,,  rentinum,  quorum  dieta  si  rimari  vacaverit  non  curialia,  sed  munici- 
j,  palia  tantum  invenientur.  Et  quoniam  Tusci  prae  aliis  in  hac  ebrietate 
j,  baccantur,  dignum  utileque  videtur  raunicipalia  Vulgaria  Tuscanorum 
j,  singulatim  in  aliquo  depompare  etc.  ,, 

In  primo  luogo  si  ponga  mente  alla  distinzione  de'  volgari  curiale  ,  e 
municipale.'Danc[[ie  secondo  l'autore  di  quel  libro, Guittone  aretino  e  Bru- 
netto Latini  fiorentino  scrissero  ne'dialetti  municipali,  cioè  aretino  e  fio- 
rentino; come  Soffredi  e  Gino  scrissero  nel  dialetto  municipale  pistojese. 
Ma  come  va  che  le  lettere  e  le  poesie  in  migliore  stile  scritte  da  Guittone, 
la  storia  di  Brunetto,  la  traduzione  di  Soffredi,  le  rime  di  Gino  si  con- 
fauno con  la  lingua  di  Dante,  e  di  tutti  i  migliori  scrittori  dall'  autore  di 
quel  libro  detti  Curiali?  Come  va  che  gli  Statuti  municipali  ed  altri  mo- 
numenti volgari  MS.  del  trecento  conservati  negli  atti  degli  Archivi  pub- 
blici di  Firenze,  di  Pistoja  ecc.  eccettuate  poche  differenze  di  pronunzia  o 
di  voci  proprie  dell'uso  municipale,  tutti  mirabilmente  s'accordano  colla 
lingua  di  Dante  e  di  Gino  intitolati  maestri  della  lingua  curiale  ?  Dunque 
le  lingue  intitolate  curiale  e  municipale  degli  scrittori  trecentisti  toscani, 

(i)  Il  Salici  ni  nelle  note  alla  Perjetta  Poesia  del  Muratori  (  Ed.  del 
1^24*  di  Venezia,  Tom,  1.  pag.  84  }  tenne  per  sospetta  l'opera  della  i^ol- 
gare  eloquenza  di  Dante s  e  dopo  di  esso  il  Ch,  Stg'  Vincenzio  Follini 
intraprese  a  dimostrarla  una  t^era  impostura  del  J^rissino  con  lungo  ra- 
gionamento non  per  anco  puhblicala^ 


X  '4«  )( 

*  di  qiieiti  del  dugento  si  trovano  essere  una  e  medesima  l'avella  perctiè  U 
ingiia  di  Br(inetto,dI  Dante,  di  Gino  ecc.  non  ha  verun  altra  difierenza 
lalla  municipale  di  SofTredi  se  non  che  una  più  costante  uniformità  nella 
irtografia  di  alcune  voci,  che  nel  Cod.  pistojese  sono  scritte  a  vicenda  nella 
3-ctese  maniere  municipale  e  curiale)  lo  che  mostra  l'uso  dell'une  e  del* 
l'altre;  o  piuttosto  l'incertezza  della  preferenza,  la  quale  flssarono  poi  li 
scrittori;  e  probabilmente  la  maggiore  regolarità  che  trovasi  nei  codici, 
non  derivò  tutta  da  Gino  e  da  Dante  ec.  ma  dai  copisti  e  letterati  che  ven- 
ner  poi  ;  di  modo  che  que'primi  letterati  toscani,  non  crearono  una  lingua 
curiale  differente  dalla  municipale  \  ma  bensì  ne  regolarono  la  scrittura  j 
preferirono  le  parole  dell'uso  più  civile;  ed  il  popolo  seguitò  a  ritener 
l'una  e  l'altra  pronunzia,  o  ne  abbandonò  l'una,  ne  adottò  altra  secondo  il 
bisogno,  secondo  il  grado  d'incivilimento,  secondo  l'orecchio  che  fecegli 
schifare  od  accettare  la  pronunzia  d'una  o  d'un 'altra  voce  di  parlatori  pitì 
rozzi,  o  più  delicati. 

E  qui  torno  a  dire  di  Gùittone  aretino  quel  che  già  dissi allepag.  37-38. 
della  Prefé  Quali  saranno  tra  le  sue  scritture,  le  genuine  e  proprie  di  lui? 
se  ascollinsi  le  parole  sopra  riferite,  non  potrebberglisi  certo  concedere 
quelle  tra  le  poesie  e  tra  le  prose  a  lui  attribuite,  le  quali  per  chiarezza  di 
stile,  per  eleganza  e  proprietà  di  parole,  per  sublimità  di  concetti,  ed  altri 
pregii  lo  metterebbero  tra  i  migliori  cosi  detti  trecentisti,  sebbene  non 
conoscesse  la  lingua  curiale  secondo  l'autore  del  libro  De  uulgari  eloquio; 
lo  che  per  me  vorrebbe  dire  che  non  conobbe  la  buona  lingua  volgare  del 
tempo  suo  ;  per  altro  a  me  sembra  piuttosto  doversi  conchiudere  o  che  dal- 
l'autore di  quel  libro  non  erano  conosciute  le  dette  scritture  di  Guittone  ^ 
e  ciò  non  potrebbe  ammettersi  se  il  libro  fosse  stato  composto  da  Dante; 
o  che  quelle  poesie,  e  quelle  prose  non  sono  di  Guittone  aretino;  di  modo 
che  gli  resterebbero  solamente  le  altre  che  veramente  non  possono  chiamar- 
si né  curiali y  uè  municipali ,  ma  gergoni  spesso  non  intelligibili,  e  pieni 
di  tutti  i  difetti  che  mai  possono  immaginarsi  in  un  ignorantissimo  ,  non 
dirò  scrittore,  ma  semplice  parlatore.  Onde  a  me  piace  conchiudere  con 
quella  opinione  stessa  che  già  manifestai  alle  pag.  37-38-39.  della  prefa- 
zione intorno  alli  scritti  che  sono  attribuiti  a  Guittone. 

Quale  dunque  sarà  la  lingua  volgare  illustre,  cardinale  ^  aulica  ,  corti- 
giana? Non  altra  certamente  che  la  lingua  volgare,  quale  la  veggiamo  nella 
traduzione  fatta  da  Soffredi  del  Grazia  prima  del  1278.  non  povera,  non 
piena  di  vezzi  plebei,  di  errori,  di  voci  guaste, di  costruzioni  strane^econ 
uno  stile  male  determinato;  lingua  che  dagli  eruditi  non  fu  fabbricata,  ma 
prima  ridotta  alquanto  più  regolare  ed  artificiosa;  poi  cambiata  in  una  lin- 
gua direi  per  la  massima  parte  non  nata,  inadatta  ;  e  cosi  in  gran  parte  si 
discostò  dalla  primitiva  lingua  vulgare  per  le  forme  e  per  la  moltitudine 
delle  voci  latine  introdottevi  dalla  mania  di  non  volersi  uniformare  alla 
semplicità,  chiarezza,  e  comunanza  della  primitiva  favella  volgare;  dispre- 
giata ne'secoli  bassi  dall'orgoglio  de'curialisti,  e  de'dotti;  nettata,  e  ordi- 
nata prima  del  i3oo;  riformata  dopo  il  i3oo  dall'orgoglio  de'dotti,  e  sem- 
pre rifiutata  da'curialisti  ,  che  finalmente  non  poterono  impedire  che  si 
dilatasse,  quantunque  più  o  meno  dai  dotti  a  modo  loro  foggiata;  i  quali 
non  vollero  ascoltare  Cicerone  ed  Orazio^  non  il  primo  che  dicea:  Cum  eX" 


X  >4^  X 

jeorta  mihi  ueritas  esset,  usum  loquendi populo  concessi,  scicniiam  miJr> 
reser'^afì  {l);  e  l'altro  decise  che  appresso  il  popolo  è  lus  et  noi  ma  lo 
quendi  (  Ari,  Poet.  ) 

Or  dov'è  ora  la  lingua  scritta  del  popolo?  se  Dante  per  la  sua  forra  ve- 
ramente erculea  avesse  sollevata  la  nostra  favella  a  somma  dignità,  perche 
prima  di  lui  era  papera,  piena  di  uezzi  plebei,  d'errori  ,  di  voci  f^uc' 
jfe  ecc.;  se  il  parlar  di  quo' tempi  fosse  stato  rozzo,  g^/'O550,  materiale  , 
non  sarebbe  della  nostra  favella  i^ero  e  sicuro  maestro  il  popolo  ,  ma  sa- 
rebberlo  gli  scenziati  ,•  non  presso  dì  lui  //  s^ius  e  la  norma  del  parlare, 
ma  presso  di  quelli,  a' quali  appartiene  soltanto  l'eleganza  artificiosa,  e 
la  scienza  quando  vanno  daccordo  col  popolo,  secondo  che  Cicerone  in- 
segnò: ,,  Yitium  vel  maximum  sit  a  vulgari  genere  oralionis  ntque  a 
consuetudine  comunis  sensus  abhorrere  (de  Orat.  lib.  i.),,  Quod  enim 
probat  multitudo  hoc  idem  doctis  probandura  est:  denique,  hoc  speci- 
men est  popularis  judicii  in  quo  numquam  fuit  cum  doctis,  inteliigenti- 
busque  dissenti©  ,,  (  ivi  ).  E  nel  Dialogo  intitolato  il  Bruto  „  t  undamen- 
tum  Oraloris  vides  locutionem  emendatam  et  latinam,  cujus  penes  quos 
laus  adhuc  fuit,  non  fuit  rationis  aut  scientiae,sed  quasi  bonae  consueta' 
dinis  „.  Dunque  anche  per  giudizio  di  Cicerone  il  parlare  emendato  e  ve- 
ramente latino  non  era  parto  del  ragionamento  artificioso,  e  degli  scien- 
ziati, ma  del  buon'uso,  o  buona  consuetudine  del  parlare  del  popolo. 

In  quanto  poi  a  ciò  che  riguarda  i  varii  dialetti  popolari  d'Italia  ed  al 
dialetto  scritto  e  parlato  più  generalmente  dagli  eruditi,  mi  riserbo  a  trat- 
tarne nell'Opera  mia  sull'origine  della  lingua  italiana  ;  intanto  mi  limito 
ad  accennare  che  debbesi  molto  ristringere  l'opinione  di  coloro,  i  quali 
sono  d'avviso  che  Dante  fosse  il  primo,  o  quasi  primo  a  mescolare  col  dia- 

(l)  Quando  Cicerone  dicea  Populus  non  ìntendea  di  parlare  d*  una 
moltitudine  denomini  qualunque'.  ,,  Omnis  cii^itas  (scrisse  nella  Bepub- 

blica  )  est  constilutio  populi populus  autem  non  omnis  coetus  quo» 

quomodo  congregatus,  sed  coeius  multiiudinis  Jiiris  consensu  et  utilità- 
tis  comunis  sociatus  (a)  ,,.  Perciò  differii^a  la  lingua  del  popolo , da  quel- 
la del  uolgo,  e  da  quella  de^  rustici  ;  il  v^olgo  ed  i  rustici  erano  coetus 
multitudinis  quomodocumque  congregatus.  Onde  coerentemente  a  questa 
definizione  della  uoce  popolo  dichiarò  che  ,,  Omnes  tum  fere  qui  nec  ex» 
tra  urbem  hanc  uixerant,  nec  eos  aliqua  barbaries  domestica  infuscave- 
rat  recte  loquebuntur  (  in  Bruto).  Quella  parte  dunque  del  popolo  dcbbe 
riguardarsi  per  wera  e  sicura  maestra  della  buona  favella,  la  quale  si 
distingue  dal  rimanente  per  l'urbanità,  per  l'esercizio  delle  sociali  pre- 
rogatii^e,  per  un  congregamento  utile  alle  cii^ili  bisogne  ,  per  le  prillate  e 
■publiche  virtù,  quaVera  il  popolo  Bomano  al  tempo  degli  Scipioni  e  dei 
Lelii  y  ed  il  Toscano  principalmente  innanzi  le  fazioni  Guelfa  e  Ghibel- 
lina, JSel  medesimo  senso  anche  i  Deputati  alla  Correzione  del  Decame- 
rone  ajfermarono  che  ,,  la  lingua  pura  e  propria  e  del  popolo,  et  egli  n'è 
il  vero  e  sicuro  maestro',  della  lingua  elegante  et  artificiosamente  compo- 
sta ne  sono  maestri  gli  scenziati,  e  gli  studiosi  di  quella  ,,. 

(a)  Queste  parole  son  quasi  alla  lettera  riportate  da  S.  Agost.  De  Civ. 
Dei  lib.  12,  C.  2[.  V.  anche  Nonio  M.  Urbs  et  Civit. 


)f  143  X 

letto  toscano,  e  principalmente  col  fiorentino  scritto,  vocaboli  d*altri  dìtt* 
ietti  municipali  italiani,  specialmente  dei  Lombardo  e  Romagnuolo;  io 
non  pretendo  negare  che  esule  per  Italia  ve  ne  introducesse  co'suoi  scrit- 
ti, o  per  abitudine  presa  di  jìarlare  qne'dialetti,  od  espressamente  per  in- 
grassare il  volgare  fioreiitino,  o  per  dare  nel  genio  agli  ospiti  suoi, e  più  di 
tutto  per  comodo  della  rima  ;  dico  peraltro  essere  state  comuni  ab  antico 
al  dialetto  fiorentino,  e  toscano  molte  parole  che  son'  ora  rimaste  speciali 
in  altri  dialetti;  lo  che  vicn  confermato  da'codici  più  antichi,  i  quali  erro- 
neamente furon  per  alcuni  creduti  essere  stati  scritti  fuori  di  Toscana  per- 
chè vi  incontrarono  alcune  voci  inoggi  lombarde,  romagnuole,  ecc.  che 
leggonsi  anche  negli  Statuti  di  s.  Iacopo  (V.  pag.  3S  nota  62)  e  negli  Sta- 
tuti suntuarj  (  pag.  XXV.  nota  23)  del  Comune  di  Pistoja  fatti  nel  i3i3  e 
nel  i332-3  e,  da  me  trascritti  dagli  originali  e  pubblicati;  non  meno  che 
nella  traduzione  di  Soffredi,  come  osservai  a'respettivi  luoghi  nelle  noie, 
ed  altrove. 

A  pag.  65.  V.  8.  della  prefazione  si  aggiunga  : 

Dopo  aver  composta  questa  descrizione  vennero  a  mia  notizia  due  Co- 
dici della  traduzione  italiana  del  Trattato  di  Aìherlano  della  Dilezione (/ ì 
Dio,  e  del  Prossi/no',  l'uno  è  Magliabechiano  miscellaneo  membranaceo  dì 
cui  può  vedersi  la  descrizione  aggiuntavi  dal  Bibliotecario  Ch.  Sig.  A!i. 
Vincenzio  Follini.  Precedono  la  tavola  delle  materie  scritte  nel  Codice 
queste  parole:  „  In  nomine  domini  nostri  Ihu  Xpi  Annodai  millesimodu- 
centesimo  septuagesimo  quarto^  Indictione  secunda  XV.  Januari.  In  que- 
sta Tditione  si  compieo  questo  libro:  scrìpselo  Maestro  fantino  da  san 
friano  ,,.  Di  qui  e  manifesto  che  il  precedente  Codice  Riccardiano  è  una 
copia  di  questo, o d'altro  simile  a  questo.  JNotai  già  che  il  carattere  del  coJ. 
riccardiano  non  corrisponde  alla  data  del  1*274^  essendo  riconosciuto  per 
iscriltura  del  secolo  XV,  e  che  il  più  moderno  copiatore  ,  od  altri  per  esso 
radiò  il  nome  dell'antico  scrittore  dell'apografo,  Ftì[«z//zo  da  SanFrianOf 
che  il  copista  posteriore  avea  scritto  ugualmente  colla  data  del  12^4  (O* 

Anche  il  codice  magliabechiano  sebbene  abbia  la  data  medesima  della 
scrittura  ed  il  nome  del  copiatore  Fantino  da  San  Friano ,  non  può  te- 
nersi per  copiato  certamente  nel  12^4;  !•  perchè  il  carattere  sembra  appar- 
tenere più  al  secolo  XIV,  che  al  XllI  ossia  al  12^4*  !'•  perchè  le  date  non 
rispondono  sempre  al  tempo  della  copia  del  codice  in  cui  sono  scritte,  ma 
sovente  appartengono  al  primo  apografo  da  cui  derivarono,  come  già  dissi 
a  pag.  3o,  e  3i  della  prefazione. 

11  fatto  certissimo  è  che  questo  codice  magliabechiano,  appartenuto  al- 
l'antica Accademia  della  Crusca,  contiene  la  medesima  traduzione  che  si 
trova  in  tutti  i  codici  da  me  veduti  e  registrati,  non  esclusa  l'edizione  ài 
Eastiano  de'Rcssi  del  1610.  Onde  è  ben  difficile  il  poter  decidere  se  questo 
esclusivamente  abbia  servito  per  la  predetta  edizione;  e  non  è  meno  certo 
che  differisca  come  gli  altri,  e  come  l'edizione  del  iGio  dal  volgarizza- 
mento di  Soffredi. 

(i)  Alle  pag,  65  w,  -29  dopo  septuagesimo  s'  rjggiuuga  quarto  lasciata 
per  errore  di  stampa» 


)(  '44  K 

Se  qilello  che  generalmente  contengono  i  codici  sia  anteriore  o   postf?^ 
i'ìore  a  questo  del  Codice  Pistojese,  mostrai  non  potersi  determinare  dalle 
date  cronologiche;  ma  per  quanto  appartiene  allo  stile,  all'ortografia  ed  a 
Varie  altre  qualità  della  dizione,  parvemi  essere  posteriore  a  quello  di  Sof- 
IVeili.  Gli  accademici  della  Crusca  servironsi  di  questo  codice,  ora  Maglia- 
hechiano,  nella  IV.  edizione  del  Vocabolario,  come  apparisce  dall' Indicej 
in  una  nota  da'  predetti  accademici  nel  ]N.°3.  della  Prefazione  alla  IV.  edi- 
zione dicesi  clie  l'autore  di  quel  volgarizzamento  sia  stato ///i^r^^a  <^a  Gro5- 
*efo,  e  che  lo  facesse  in   Parigi  l'anno   1-269.  siccome  nello  stésso  codice 
scrisse  anche  Pier  Francesco  Cambj  per  nome  accademico  detto  lo  ScritO' 
lato  ;  ma  di  tale  affermazione  non  sono  addotte  le  prove.  A  me  fa  molta 
ln?raviglia  che  in  veruno  dei  tanti  codici,  nef' quali  è  scritto  il  medesimo" 
volgarizzamento  d'uno,  o  di  più  dei  Trattati  di  Albertano,  sempre  confor- 
me alle  altre  copie,  eccetto  le  solite  variazioni,  che  &oglion'  essere  tra  co- 
pia e  copia,  non  incontrisi  neppure  una  volta  il  nome  del  traduttore, come 
leggesi  chiaramente  nel  Codice  pistojese.  Oltre  di  ciò,  sembrami  assai  stra- 
no che  un'opera  italiana,  scritta  originalmente  in  latino  dal  1238  al   11^6 
inclusive,  che  si  sparse  e  si  tradusse  presso  le  nazioni  estere,  avesse  da  tra- 
dursi la  prima  volta  non  da  italiani  in  Italia,  ma  da  un  italiano  a  Parigi 
nel  1269,  cioè  28  anni  dopo  la  composizione  dell'ultimo  trattato  latino,  e 
Bi  anni  dopo  la  composizione  del  primo  (V.  pref.  pag.  Sg.  );  essendo  molto 
probabile  che  Soffredi  traducesse  il  primo  trattato  della  Dilezione  di  Dio 
e  dell* Jinore  del  Prossimo  assai  prima  del  secondo  tratlato  del  Dire  e  del 
Tacere;  e  del  terzo  ed  ultimo  del  Cousii^iio  e  del  Consolamento,  il  quale 
può  credersi  tradotto  l*anno  i2^5j  l'anno  12^8  non  è  dichiarato  per  l'anno  in 
cui  fu  tradotto  da  Soffredi  il  secondo  Trattato  cioè  del  Dire  e  del  Tacere^ 
ma  per  l'anno  in  cui  scrisselo  Lanfranco  Seriacopi  ;  liei  terzo^  del  Consì- 
glio ecc.  non  è  distinto  bene  se  l'anno  12^5  sia  quello  della  traduzione,  o 
della  copia  ;  ma  sembrami  certo  che  fosse  tradotto  innanzi,  anche  se  vo- 
gliasi intendere  che  quell'anno  sia  relativo  alla  scrittura   della  copia,   e 
perciò  in  qualunque  modo  sta  fermo  che  non  fosse  tradotto  dopo  il  i2^5. 
11  primo  Trattato  del  Consiglio  nel  Codice  pistojese  non  è  intiero  e 
non  evvi  perciò  data  veruna  né  della  traduzione^  né  della  copia  fatta  da 
Lanfranco;  ma  è  presumibile  che  fosse  tradotto  prima  degli  altri  due  ,  e 
perciò  molto  probabilmente  innanzi  al   1269;  perchè  in  quel  tempo  non 
era  impresa  facile  tradurre  e  scrivere  di  latino  in  volgare  un'opera  di  quella 
importanza.  Ciò  premesso:  suppongasi  con  tutta  la  probabilità  ohe  il  primo 
Trattato  fosse  volgarizzato  da  Soffredi,  il  primo  degli  altri,  e  che  si  dif- 
fondesse verso  il  1269,  o  dopo;  nulla  è  più  verosimile  che  di  copia  in  co- 
pia fosse  variato  al  punto,  che  poi  qualcuno  verso  la  fine  del  secolo  Xill  si 
accingesse  non  solo  a  raffazzonarlo  sul  testo  latino,  ma  per  ridurlo  in  sti- 
le meno  volgare, e  più,  anch'io  dirò,  curiale,  v'introducesse  quella  dizione 
che  si  riguardava  per  la  più  elegante,  e  forbita;  ma  nei  primi  codici  di 
questa  riduzione  niuno  ardì  mettervi  il  nome,  e  solo  restò  la  vecchia  data 
del  r^y^,  che  forse  era  quella  della  traduzione  fatta  da  Soffredi  del  primo 
Tratlato  della  Dilezione  etc,  ed  a  poco  a  poco,  dimenticata  anche  questa 
col  nome  del  primo  traduttore^  e  negletta  la  versione  di  lui,  prese  voga  la 


X  '4^'  X 

*^ì(luziòne  come  credula  più  illusi  re,  e  curiale,  siccome  dissi  alla  pag,  3g 
della  prefazione  (i). 

L'jiitro  codice  contenente  il  Volgarizzamento  del  Trattato  della  Dile- 
lìone  di  Dio  e  dell'Amore  del  Prossimo  si  conserva  nella  1.  e  R.  Bibliote- 
ca Palatina  a  Firenze,  ed  ecco  quello  che  scrissemi  l'erudissimo  sig.  Giu- 
seppe Molini: 

AtBERTANo  Trattato  della,  dilezione  di  Dio  e  del  prossimo. 
Trattato  delle  quattro  forze  di  viRTmi. 

Membranaceo  in  ^.^  del  seccia  XI ^  tutto  della  stessa  mano  (2). 

Il  presente  codice  è  quello  nominato  dal  Poggiali  a  pag.  i3  del  Voi.  l. 
del  suo  catalogo,  ed  egli  lo  ebbe  dalla  libreria  Guadagni,  ove  era  segnato 
col  N.o  i38. 

I  compilatori  del  Vocabolario  della  Crusca  citano  l'edizione  dell'  Al- 
bertano  fatta  in  Firenze  nel  i6io  per  cura  di  Bastiano  de'  Rossi.  Il  nostro 
codice  contiene  il  solo  trattato  della  Dilezione  compreso  nelle  prime  I25 
pagine  della  stampa,  e  termina  colla  medesima  sottoscrizione,  salva  qual- 
che piccola  diversità,  cioè: 

,,  Qui  e  conpiuto  il  libro  de  la  forma  dela  ulta  il  quale  conpiello  al- 
,,  bertano  giudice  di  Brescia  dela  contrada  di  santa  ghata  quandelgli  era 
^  nela  pregione  di  messere  lomperadore  federigo  nela  qual  fu  messo  quan- 
„  deigli  era  capitano  di  cauardo  per  difendere  esso  luogho  adutilitade  del 
,,  comune  di  Brescia  negli  anni  di  cristo  M.  ce.  xxxviij  del  mese  daghosto 
,,  nella  undecima  indictione  ,,. 

II  volgaiizzamento  è  lo  stesso,  e  nella  lezione  differisce  sì  poco  il  co- 
dice dalla  stampa,  da  far  quasi  sospettare  che  abbia  servito  per  la  medesi- 
ma. 11  copista  ha  fatto  per  errore  un  solo  capitolo  dei  due  che  sono  a  pag.  yS. 

Vari  antichi  MS.  di  quest'opera  sono  rammentati  dal  Mazzucchelli  , 
dall'Argelati  e  da  altri,  ma  il  più  pregevole  finora  è  quello  citato  dal .... 
Civ.  Ciampi  (  Vita  di  Cino  Pisa  i8i3  pag.  1 12)  dal  quale  ne  aspettiamo 
con  ansietà  la  pubblicazione,  che  poco  tarderà  a  venire  alia  luce,  arricchita 
di  note  e  documenti.  Conservasi  esso  nella  libreria  del  collegio  Forteguer- 
ri  di  Pistoja  e  fu  terminato  di  scrivere  nel  1278.  11  volgarizzamento  è 
molto  diverso  da  quello  del  nostro  codice^  e  sembra  perciò  lavoro  d'  altro 
traduttore. 

(i)  La  copia  da  me  troiata  si  potè  facilmente  salvare  intatta  perchè 
restò  seppellita  nell* Archivio  della  Comunità  di  Pistoja,  cui  lo  stesso 
Sojfredi  V avrà  donata. 

(2)  Ha  carte  87  numerate  anticamente»  Per  ishaglio  a  e  3^  il  copista 
ha  ripetuti  quattro  versi  del  principio  del  Cap*  sg.  Il  Codice  è  ornato  di 
bellt:  lettere  iniziali  miniate  a  colori,  alcune  delle  quali  con  Jigure.  La 
prima  pagina  è  fregiata  d'un  elegante  contorno  miniato,  e  neW  iniziale 
è  rappresentata  una  torre,  dentro  la  quale,  a  traverso  d'  un  inferriata, 
vedesi  l'autore  scrivendo  la  sua  opera.  Nel  margine  inferiore  è  figurato 
un  re  sedente,  nel  quale  si  volle fors?  rappr/sentare  Federigo  11.  Il  Co' 
dice  è  di  bel  carattere,  ma  non  però  troppo  ben  conservalo.  Il  trattato 
delle  flirta  comincia  a  e.  82  tergo. 


X  i46  K 

il  piccolo  trattato  che  vien  dietro  al  precedente  parrebbe  dalla  sotto- 
scrizione che  fo3se  anch'esso  tdlgarizzamcnto  di  altra  opera  del  medesimo 
Albertano;  ma  fra  quelle  che  registra  il  Mazziiccbelli  non  ve  ifi'ba  alcuuft 
che  corrisponda  colla  presente,  la  quale  principia  così:  ,,  Queste  sono  quat- 
tfo  forze  di  virtudi.  Quattro  forze  sono  di  uirtudi  dilFinite  per  molti  sani 
luiomiiii  etc.  ,,  Tratta  di  ciaschcdun?  virtù  in  capitoli  separali,  ai  quali 
fan  seguito  altri  quattro  sul  nou  dovere  oltrepassare  i  limiti  del  giusto  nel- 
l'esercizio di  esse,  e  termina  cosi: ,,  si  usi  la  forma  di  quelle  quattro  uirtudi 
dimezza  sole  diverse  qualitadi  di  luoghi  di  tempi  di  persone  et  celerà.  Fi- 
nito libro  referemus  gratia  Xpo  Explicit  liber  Albertanii.  Deo  gratias. 

A.C. 

eccovi  la  copia  che  mi  domandaste  dell'  illustrazione  al  Codice  del- 
l'Albertano.  In  altro  MS.  miscellaneo  ho  trovala  una  seconda  copia  del 
Trattalo  delle  sei  parole^  più  antico  di  qilello  che  vedeste. 

Sono  al  solito  ec.  J,  V,  Giuseppe  Molihi. 

^^à^-  104.  delle  Note:  si  aggiunga  alla  jmg*  12.  i^.  i'^,  in  fine. 

Nei  Capitoli  di  Carlo  Calvo  dell' ediz.  di  Parigi  del  1623.  à  pag.  4i5.  sì 
légge:  Ex  Capitulis  Imp.  Caroli  anni  8^6  confirmatis  in  palatio  Ticineusi. 
f,  Venatìonera  nullus  tara  sacri  ordinis  (sacerdotalis)  exercere  praesumat, 
^,  ncque  arma  militaria  pi'o  qualicumque  seditiotìe  portare  audeat. 

A  pag.  i/ji,  V.  16.  dopo  Guittone  si  aggiunga  la  seguente  notai 
in  pie  di  pagina. 

Questo  foglio  già  messo  in  torchio,  vidi  il  libro  dei  Discorsi  Filadel' 
fìci  di  Lorenzo  Martini.  Torino  i832.  Dove  a  pag.  5i  si  Ugge:  „  Guiitone 
fu  il  primo  che  scrisse  in  quella  lingua  che  si  parlava  dal  volgo,  e  per  es- 
sere una  corruttela  della  romana  0  latina  veniva  appellata  romanza,,.  An- 
che prima  della  pubblicazione  del  Codice  pistojese  non  sarebbe  stato  vero 
che  Guittone  fosse  il  primo  a  scrivere  in  quella  lingua  che  si  parlava  dal 
Volgo,  che  invece  doveasi  dire  dal  popolo.  Ma  non  sarebbési  neppure  me- 
nato buono  che  la  lingua  di  Guittone  fosse  la  lingua  Romanza  ;  sapendosi 
da  ognuno  che  la  lingua  romanza,  o  lingua  d'Ocho,  o  provenzale  non  è  la 
stessa  che  il  parlare  scritto  da  Guittone,  e  da  altri  suoi  contemporanei  e 
maggiori  d'età,  sebbene  contemporanei.  La  lingua  provenzale  fu  detta 
romanza  in  relazione  alla  lingua  parlata  volgarmente  in  Francia,  che  vo- 
lea  dire  come  oggi  dicesi  la  lingua  romanesca;  perchè  in  paragone  della 
lingua  vai  gare  francese  raantenea  molti  latinismi  rimasti  nella  Provenza 
dal  tempo  che  fil  conquistala  dai  Romani,  che  la  chiamarono  la /'rot^i'/zc/a 
per  distinguerla  dal  resto  delle  Gallie,  e  vi  tennero  Legioni,  Governato- 
ri ecc.  Lo  stesso  accadde  nella  Dacia  o  Valacchia  dove  i  Romani  tennero 
legioni,  a  difesa  contro  le  invasioni,  e  si  formò  anche  lì  una  lingua  ro- 
manza che  oggi  chiamasi  DucO'Homana,  V.  Grammatica  Daeo-romana  di 
Giov.  Alessio.  Vienna  1826. 

Né  meno  strano  si  è  il  vedere  che  l'autore  dei  Discorsi  Filadelfici  no- 
verando gli  Scrittori  citati  da  Dante  anteriori  a  se  stesso  nel  libro\Z>e  Ful- 
gori Eloquio  tralasci  di  nominare  Cino  da  Pistoja  che  nel  detto  libro  è 
spesso  citato,  e  Dante  si  chiama  col  nome  di  Amico  di  lui,  piuttosto  che 
eoi  suo  proprio.  Dal  merito  di  detto  libro  Ved.  a  pag.  fSj-g. 


)(  i47  )( 
Per  la  somma  difficoltà  di  potere  rappresentare  scrupo- 
losamente l'esattezza  della  ortografia,  e  della  scrittura 
del  testo,  non  è  riuscito  di  evitar  affatto  delle  sviste; 
onde  Veditore  per  confermare  i  Lettori  nella  fiducia 
della  sua  diligenza,  aggiunge  anche  le  seguenti; 

CORREZIONI  D'ERRORI  DI  STAMPA  NEL  TESTO 
E  D'OSSERVAZIONI  NELLE  NOTE 


pag.  37.  ▼.  ult.  de  te  da  te 

pag.  5i.  y.  18.  e  buono  è  buono 

iV/.  V.  3o.  dicendiatno  discendiamo 

pag.  53.  v.3o.  gentilezza  gentileza 

jV/.  V.  3i.  si  conta  si  confà 

pag,  53.  V.  28.  i^endecta  facendo»  U  ho  supplito  dall'  Oviginale  latino 

iui»  T.  32.  e  se  ti  e  se  si 

pag.  54»  ▼•  3i.  compouesi  componsi 

pag.  55.  V.  i3.  del  chostarej  invece  di  gostare  per  g^ustare^  come  di  sotto 

covernasi  per  governasi 
pft|;.  57.  V.    2.  eh' e  eh' è 

tVi.  V.  22.  la  'ngiura  la  'mg/ura 

pag.  59.  y.  28.  tuo  dicesto;  invece  di  tue  c?/ce5te,  o  rf/cesf/. 

iVf'.  V.  33.  Nel  testo  leggesi  ai  potenti;  ho  sostituito  al  potente  per 
accordare  con  lui:  ciò  feci  per  seguitare  l'originale  la- 
tino che  dice  sed  et  irascì  cum  potente  est  periculosum^ 
quantunque  s' incontri  frequentemente  l'esempio  nella 
lingua  volgare  de'trecentisti  di  passare  dal  numero  plu- 
rale al  singolare, 
pag.  60.  V.  22.  è  ciò  è  e  ciò  è 

pag.  61.  V.  16.  richethe  ricchethe,*  cioè  ricch'eze 

ii^ì,  cesi  cesi  per  cessi 

pag.  62.  V,  3i.  mali  e  Uomini  mali  Uomini 

pag.  63.  V,  14.  couscienza  coscienza 

pag.  65.  V,   i£.  incuminciaro  mi  incuminciaro 

pog.  66.  v.     8.  lo  fede  la  fede 

pag.  67.  v.    6.  nel  testo  è  de  no  lasciare  ecc.  ma  il  contesto  non  ammette 

la  negativa  no;  onde  la  tolsi 
pag.  79.  V.  ^2.  raflazionamenli  raffazzonamenti 

pag.  81.  V.     I.  alla  pag.  24.  alla  pag.  240. 


A  pag.  142.  V.  21.  si  aggi 


unga 


Che  diremo  dunque  degli  eruditi  che  fecero  e  fanno  gli  emendatori  del- 
r antichità  rimodernando  l'ortografia  e  la  scrittura  delle  voci  adoperate 
4agU  antichi  nella  pronunzia  e  nelle  scritture?  Contro  di  loro  così  scrisse 


X  '48  )( 

Cicerone  (in  Oratore)  ,,  Atque  etiam  a(|UÌbusdamsero  jar»eraendatur  Anti- 
qultas,  qui  haec  reprehendunt;  nam  proli  deà.m  atque  hominom  fidem,  deo- 
ra/w  ajuiit:  ita, credo,  hoc  illi  uesciebant:an  dabat  hanc  licentiara  consuetu- 
do? . . .  Quid  veruni  sit  inlelligo,  sed  alias  ita  loquor  ut  coiicessum  est  ,  ut 
hoc,  vel  prò  Deùm  dico, alias  ut  necesse  est  cum  triura  viruni,non  i/irorum, 
cura  Sestertium  nummum,  non  nurnmoFum  .  .  .  Quod  sic  loqui  nasse,  judi^ 
casse  vetautj  novisse  jubent  et  judicavisse:  quasi  vero  nesciamus  io  hoc  ge- 
nere et  plenum  verbum  et  iraminutum  usitate  .  .  .  siet  plenum  est,  sit  im- 
minutura;  licet  utare  utroqne;  scripsere  alii ...  et  scripseruut  esse  verius 
sentio,  sed  consuetudini  auribus  indulgenti  libenter  obsequor. .  .impetra- 
tum  est  a  consuetudine  ut  peccare  suavitatis  causa  Mcerei',  et  pomeridia- 
nas  quadrigas,  quam  postmeridiauas  libeutius  dixerim, /weAercw/e,  quam 
mehercules;  non  scire  barbarum  jam  videtur,  nescire  dulcius;  ipsum  meri- 
diem;  cur  uon  medìdiem?  credo  quod  erat  iusuavius  ,,. 

Si  applichino  queste  parole  al  caso  nostra,  e  domandiamo  perchè  gli 
antichi  nostri  nella  prominzia  e  conseguentemente  biella  scrittura  faces- 
sero tante  elisioni,  tanti  troncamenti,  tante  sincop£|[ture  ,  od  abbreviature 
di  sillabe?  tante  sostituzioni  o  mutazioni  di  lettere?  Cicerone  l'insegna: 
irapetratura  est  a  consuetudine  ut  peccare  suavitatis  causa  liceret. 

Altri  al  contrario  con  qual  coraggio  pretendono  d' ingioiellare  le  no- 
stre moderne  scritture  di  parole  e  frasi  e  stile  che  non  son  più  in  uso; 
cosi  pretendendo  dar  legge  al  popolo  unico  e  vero  maestro  delle  lingue 
parlate?  Si  ritenga  dunque  tanto  dell' antico,  quanto  l'uso  ne  mantiene, 
qualunque  siano  le  prelenzioni  de' dotti;  si  rifiuti  dell'antico  tutto  ciò 
che  l'uso  rifiuta.  Quello  che  pe' Romani  intendesse  Cicerone,  e  quello  che 
dobbiamo  intender  noi  per  uso,  o  consuetudine  ,  e  per  popolo  1'  ho  già 
dichiarato  in  questo,  libro  più  Tolte,  e  principalmente  nelle  precedenti 
osservazioni. 

\  A  pag.  91.  delle  note  y.  i5.  si  aggiunga 

V.  anchè^  parole  di  Cicerone  raedesinu)  nel  libi'o  citato,  verso  lìa  fitìe. 

Onde  concludo  colle  parole  di  Cicerone:  sed  hanc  certe  rem  (locutio- 
netn  e/nendatam  bonae  consuetudini^)  deteriorera  vetustas  fecit  et  Roma® 
et  in  Grecia:  confluxerunt  enim  et  Atlieoas  et  in  hanc  urbem  multi  inqui- 
nate loquentes  ex  diversis  locis,-  quo  raagis  expurgandus  est  sermo,  et  ad>* 
hibendara,  tamquam  obrussa,  ratio,  quae  rautari  non  potest,  nec  utendum 
pravissimae  consuetudinis  regula  ( //i  Bruto). 

La  ragione  dunque  debbe  esser  guida  ,  ossia  il  giudizio,  non  l'autorità* 
distinguendo  l'uso  depravato  e  l'uso  legittimo  il  quale  non  ammette  di  pre- 
ftiire  gli  arcaismi  a' vocaboli  ed  allo  stile  del  parlare  popolare  emendato. 


I  INDICE 


PREFAZIONE. 

Antichità  della  lingua  volgare •     .     »     Pag.       4* 

Monumenti  pia  antichi,  o  per  tali  riguardati  sinora,  della  lin- 
gua volgare  scritta  ;  quando  è  perchè  si  cominciò  a  scriverla 
generalmente  in  Italia .  ,,      il. 

Iscrizioni  pisane .     .    „   i2-i3-(4«  *^ '^^S' 

Iscrizione  dell'arme  della  famiglia  Lbaldini.     .     .     .     .     .  ,,     14.  l' seg. 

Testamento  della  Contessa  Bietrlce  da  Capraja ,,     21. 

Traduzioni  francese,  belgica  ed  inglese  de' Trattati  florali  di 

Albertano      ..................     26.  e  seg. 

Traduzione  italiana    .     ,     * , ,,     3o. 

Guasto  dei  Codici  contenenti  opere  d'  antichi  scrittori  fatto 

dai  copisti ,  e  dagli  eruditi ...,..„     3^-.  e  seg. 

Alterazione  e  Corrompimento  della  lingua  volgare   prodotta 

dai  Latinisti ,....,,     89.  e  S(.'g. 

Storia  del  Codice  pistojese;  prove  della  sua  autenticità;  diffe- 
renza di  questo  volgarizzamento  da  quello  siuadora  cono- 
sciuto nei  codici  ed  a  stampa.  Quale  dei  due  volgarizzatori 
abbia  da  credersi  anteriore.  Se  aver  si  possa  il  sospetto  che 
l'uno  o  l'altro  volgarizzatore  abbia  profittato  d'uno  de' due 
volgarizzamenti.  Quali  siano  le  qualità  speciali  del  volgariz- 
zamento del  Cod.  Pistojese „     4''» 

Atto  rogato  da  ScOVedi  del  Grazia  il  20  agosto  I2ji    .     .     .4,     47- 

Atti  rogati  da  Lanfranco  Seriacopi  del  Bene ,,     4^^" 

Perizie  del  carattere  del  Cod.  Pistojese ,,     4^''  ^    i9' 

Confronto  della  Versione  del  Cod.   Pistojese  con  quella  degli 

altri  codici  ,  e  della  edizione  a  stampa j,     53.  e  scg. 

Quale  dei  due  volgarizzaraeuti  credere  si  possa  anteriore     .  ,,     5;. 

Diligenze  dell'Editore  in  trascrivere  dal  Codice  e  stampare 

la  traduzione  di  SofFredi  del  Grazia    .......  j,     63. 

Autori  principali  citati  da  Albertano  nei  due  trattati  conte- 
nuti in  questo  volume , ^^     64   e  -eg. 

Descrizione  con  Osservazioni  de'  Codici  contenenti  Trattati 

Morali  di  Albertano,  veduti  e  conosciuti  dall'editore.     .  „     65. 

Kote  alla  prefazione .  „     ^5.  e  seg. 


)(  i48  X 

mOlCE  DE'CAWTOLI  DEL  TESTO  EG. 

Trattato  DE  LA  DOTTRINA  DEL  DIRE  E  DEL  TACERE.      .       .       .    Pa<».  I. 

Sopra  la  paraula  chi  se' ,     .     .  3, 

Sopra  la  paraula  che.     ......,,,....„  6. 

Sopra  la  paraula  cui  . .,...,.  ^,  g. 

De  le  Cascioni «     •     ,     .     , „  1 1. 

Sopra  la  paraula  modo ,a  i3. 

Sopra  la  paraula  tempo j,  i5. 

Trattato  del  consolamento  e  del  consiglio _,,  i^. 

Del  vero  Consilio,  e  dei  Consolamento.     .......  ^^  20. 

De  rimprovero  de  le  femine „  24. 

De  la  scusa  de  le  femiue » j,  ìui 

De  la  laide  de  le  femine ,,  26* 

Che  cosa  è  la  prodenza „  28. 

Quanti  sono  li  modi  di   prudenza    ..•.•.,.,   ^^  zVt 

De  r  utilitade  de  la  prudenza     ..........  ^^  ì^>i 

Come  si  puote  acquistare  Ja  prodenza     ..•••,.  ^^  29, 

Di  quelle  cose  che  sono  a  lo  studio  bisogno     ..,..„  ivi 

Del  Consillio j,  Sa, 

Da  cui  dei  adiraandare  consillio.     ••.••....  ^^  iVz 

Sopra  dimandare  consillio  da  Dio  ...........  ivi 

Siccome  dei  adiruandare  Consilio  da  te „  33. 

Sì  come  dei  ischifare  l'ira 'ne  consilii.     .•••...   ,^  zV/ 
lia  'u  t' insegna  ischifare  1'  avariti»  ,  e  *1  dilectamento  ne  con- 
silii   34. 

Come  si  dee  ischifare  la  frecta ,^  36. 

Come  ti  dei  guardare  di  no  manifestare  lo  Consilio  se  no  per 

grande  necessitade. ,  „  iui 

Chome  non  dei  mostrare  la  tua  volontà  ai  consillieri  .     .  ,,  3^. 

Come  dei  adlmandare  consiglio  d'altrui. ,,  iui 

Lo  cui  consillio  si  de' schifare „  39. 

Come  dei  ischifare  lo  consiglio  de  li  usingatori  ,  e  di  coloro 

che  mostrano  una  cosa  ,  e  vogliono  un'  altra  ....      ,  ,j  ìi/i 
Come  dei  ischifare  lo  consiglio  di  coloro  che  sono^  o  già  furo 

nemici,  ch'or  sono  amici ,»  4<^« 

Come  dei  ischifare  lo  consiglio  di  coloro  che  per  paura  o  per 

amore  fanno  riverenza j,  4'« 

Come  dei  ischifare  lo  consiglio  de  li  uomini  ebri    .     .     .  ,,  iui 
Come  dei  ischifare  Consilio  di  coloro  che  consilliano  secreta- 

mente  in  cosa,  e  palesemente  vuole  un'altra,     i     ,      .  j,  ^1. 

Come  dei  ischifare  lo  Consilio  de  l'uomo  rio  ,,.•.,,  zV? 

Come  dei  ischifars  lo  Consilio  de' giovani ,,  ii^i 

Come  dei  esaminare  lo  consillio  generale ,,  luì 

Quando  il  Consilio  si  de'  prendere  e  aprovare ,,  44' 

Quando ,  e  jn  che  modo  lo  cousiUo  si  de'  ritenere   ,     .     ,  ,j,  4^* 


)(  -49  )( 

Quando '1  consillio,  e  la  cosa  promessa  si   puote  e  si  de'tnu- 

tare l'ag.  46. 

De  r  errore  del  Consilio     . „  47* 

Come  dei  isamìnare  Io  Consilio  specialmente j»  48» 

Come  dei  avere  guardia  de  la  persona  quaiiJo  se'in  guerra    .    ,,  49» 

Sopra  le  torri   . ,,,......,,  do. 

De  la  soperbia f>  H'i 

Del  fornimeulo ...» ,,  ìui 

Sopra  la  rascione ,,...,,  54» 

De  le  cinque  volontadi  di  Dìo j,  55. 

De  r  oficio  del  giudice  *ne  la  vendecta  ....*...  4,  56. 

De  la  ventura .,....„  Sy, 

De  la  tencione  ..♦.., *>  Sg. 

De  la  sofferenza     .     • ...«...,«  60. 

De  la  povertà  e  de  le  ricchezze.     .     ,     •     .     .     ^     •     .  , .  ^^  61. 

De  la  necessitade ^     .......  ^^  62. 

De  le  mendichitadi •...•.,^  lui 

Dei  mali  de  la  guerra ,,  63, 

Vedi  le  cascioni  per  le  quali  dei  ischifare  la  bactallia.     .     .  j,  64. 
Or  sappie  come  la  guerra  si  vince  per  la  pace,  e  per  la  con- 
cordia      ,y  65. 

Nota  le  cascioni  per  le  qualilicitaraente  possiamo  conbactere.  ,,  66. 

Ds  la  buona  nominanza *>  71. 

De  la  ventura  chesifaconperdonanzaeco'umiltàecon  pietà.  ,,  ^2, 

De  1' umiltà,  e  de  la  pietà  ,  e  de  la  misericordia  .     ...,,,  n3. 
Teàttàto  de  I.' amore  e  de  là  dilectioke  di  Dio  e  del  pro- 

XIMO,    E    d'altee    cose    DE    LA    FORMA    DE    LA   VITA.       .       .       .    ,,  ^S, 

Mestamento  in  scriptis  della  Contessa  Bietrice  figlia  del 

Conte  Ridolfo  da  Capraia  ecc ,,  67» 

3Note  al  Volgarizzamento  dei  Trattati  Morali  di  Albertano  ed 

al  Testamento  della  Contessa   Bietrice ,,  87,  e  seg^ 

Cpfresioni  ed  aggiunte       ..,.,.,...,,    ^^  i^^^ 


MOMUMENTI  DI  ANTICA  LINGUA  VOLGARE  ITALIANA 
ILLUSTRATI  E  PUBBLICATI  DA  SEBASTIANO  CIAMPI 
ED  OPERE  DEL  MEDESIMO  RELATIVE  ALLA  STORIA 
ED  A  NOTIZIE  d'  ANTICHI  SCRITTORI  DELLA  LINGUA 
ITALIANA. 

Memorie  della  vita  di  Messer  Gino  da  Pistoja.  Pisa  i8o8.  in  S.'' 

Lettera  sopra  un  MS.  di  Rime  Antiche  conservato  nella  libreria  di  Casa 
Forteguerri  in  Pistoja  ,  al  sig.  Professore  Canonico  Giacomo  Sacchetti 
ecc.  Pisa  1809.  in  8." 

Lettera  all'Eruditissimo  sig.  Gaetano  Poggiali,  in  cui  si  dà  notizia  d'  alcu- 
ni MSS.  di  Rime  Antiche,  e  fra  gli  altri  d'uno  Vaticano  ]N.°  S^iS.  in- 
titolato Varìi  poeti  antichi  \  un'altro  della  libreria  Vallicelllana  se- 
gnato F.  N.^  4' Contiene  la  Vita  Nuova  e  i4  Canzoni  di  Dante,  scritto  da 
lacob  Antonio  Benalio  Trevigiano  in  Roma  l'anno  i5i  S.Pisa.  1809.  in  8.*' 

Vita  e  Poesie  di  Mess.  Gino  da  Pistoja.  Pisa  i8i3.  in  8.*^  Pistoja  1826.  in  8.** 

Statuti  dell'Opera  di  s.  Iacopo  di  Pistoja  volgarizzati  l'anno  i3i3.  da 
Mazzeo  di  Ser  Giovanni  Bellebuoni  con  due  inventarli  del  i34o.  e 
i4oi.  ecc.  Pisa  1814.  in  4'*' 

Statuti  suntuarii  ricordati  da  Giovanni  Villani  circa  il  vestiario  delle  don- 
ne, i  regali  e  banchetti  delle  nozze,  e  circa  le  pompe  funebri  ordinati  dal 
Comune  di  Pistoja  negli  anni  i332-i333.  Pisa  i8i5.  in  4»° 

11  Sogno  di  Scipione  voltato  in  Greco  per  Massimo  Planude,  e  fatto  vol- 
gare per  Mess.  Zanobi  da  Strata.  Pisa  1816.  in  8.° 

Volgarizzamento  d'alcuni  squarcii  di  Sallustio  contenuti  nello  stesso  co- 
dice del  Sogno  di  Scipione.  Pisa  1816.  in  8.** 

De  usa  linguae  italicae  saltem  a  saeculo  V.  R.  s.  Acroasis.  v.  e.  Scipionis 
Maffei  in  idem  Argumentum  italica  lucubratio.  Pisis  Ì1817.  in  4»° 

Documenti  in  lingua  volgare  dei  secoli  XIV  e  XV  appartenenti  a  pittura  , 
oreGceria,  scultura  etc.  contenuti  nell'opera  intitolata,,  Notizie  inedite 
della  Sagrestia  Pistojese  de' belli  arredi,  del  Campo-santo  pisano  e  d'al- 
tr'opere  di  disegno  dal  secolo  Xll  al  secolo  XV.  Firenze  i8ro  i'i  4*° 

Monumenti  inediti  d'un  MS.  autografo,  e  lettere  inedite  di  Messer  Giovan- 
ni Boccaccio.  Firenze  1827.  e  Milano  con  giunte  i83o.  in  8.° 
Volgarizzamento  de' Trattati  Morali  d' Albertano  Giudice  da  Brescia  con- 
tenuto in  un  Codice  scritto  Tanno  1278.,  e  fatto  da  Soffredi  del  Grazia 
con  una  Dissertazione  preliminare,  e  note  ed  illustrazioni  al  testo.  Fi' 
renze  i832.  in  8.° 
Gli  amori  pastorali  di  Dafni  e  Cloe  di  Lcngo  Sofista  tradotti  in  italiano 
dal  Commendatore  Annibal  Caro,  col  supplimento  tradotto  dal  Prof. 
Ciampi,  con  illustrazioni  e  note  del  medesimo.  Firenze  1811.  Milano 
1812.  Crisopoli  (Pisa)  1814.  Firenze  i83o,  i833. 
Saggio  d'un  volgarizzamento  fatto  circa  la  metà  del  secolo  XIII  ossia  nel 
laSo  della  Cronaca  di  Martino  Polono  con  Osservazioni  Critiche.  Mila, 
no  1828  per  Ant.  Fortunato  Stella  e  figli  (nel  Raccoglitore  ed  a  parte). 
Volgarizzamento  dei  Trattati  morali  di  Albertano  Giudice  di  Brescia  da 
Soffredi  del  Graaia  Notaro  Pistojese  fatto  innanzi  al  1278.  Firenze  18S2 


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Deacidified  using  the  Bookkeeper  process. 
Neutralizing  agent:  Magnesium  Oxide 
Treatment  Date:  Dee.  2004 

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